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Il 5 ottobre del 1978 la Questura di Catanzaro segnala al tribunale della stessa città che Franco Freda, sottoposto per tutta la durata del processo che lo vedeva imputato per la strage di Piazza Fontana, all’obbligo di soggiorno, si era dato alla fugga facendo perdere le sue tracce. ll tribunale spicca quindi un nuovo mandato di cattura nei suoi confronti. La latitanza di Freda dura fino all’agosto del 1979, quando viene rintracciato in Costa Rica, dove l’ex responsabile di Ordine Nuovo si era rifugiato grazie ad importanti appoggi.

Il Tribunale di Catanzaro trasmette, tramite l’Ambasciata d’Italia in Costa Rica, una rogatoria internazionale, con la quale viene richiesta assistenza giudiziaria in merito al caso di Freda latitante in Costa Rica ed alle persone che gli offrono ospitalità e comunque ne agevolano la latitanza. Nelle more di questo procedimento diplomatico, la stessa Ambasciata si rivolge alla personalità gerarchicamente più in alto del Ministero degli Interni costarichense, l’avvocato Josè Francisco Peralta Prado, il quale ricopre anche la carica di consigliere giuridico del Ministro. 

A Peralta l’Ambasciata chiede le stesse informazioni che il Tribunale di Catanzaro aveva richiesto per rogatoria al ministero di Grazia e Giustizia, oltre ad un generico appoggio e collaborazione.

Il primo febbraio 1980 l’Ambasciata Italiana, in un telespresso indirizzato al Ministero italiano degli Affari esteri, invia una serie di documenti informativi che esaudiscono in parte le richieste di informazione del Tribunale calabrese. Fra i documenti in questione vi è anche il rapporto redatto dal Capitano Josè Antonio Zeledòn Trejos, capo della Direzione di Investigazioni Criminali. In esso si da conto di come Mario Vernaci Sacca, alias Franco Freda, avesse conosciuto Anna Maria Barrantes, impiegata presso la fabbrica di calzature Olimpic, e di come, dal maggio all’agosto del ’79, avesse intrattenuto con essa una relazione sentimentale. Interrogata dagli agenti dell’anticrimine, la Barrantes racconta di come ad aiutare Vernaci-Freda fossero stati gli italiani Giovanni Suliotti Martelli e Marco Barnabò. Il primo lo ospitò per alcuni giorni in casa propria, mentre il secondo era un suo amico personale.

La donna racconta inoltre di come il 6 agosto del ’79 Vernaci -Freda si fosse recato presso il Banco Agricolo di Cartago a versare 50 mila dollari in un libretto di risparmio.

Dalle investigazioni è emerso che dal suo ingresso in Costa Rica Mario Vernaci ha avuto rapporti con Barnabò, e che quest’ultimo lo presenta in seguito a Giovanni Suliotti.

Il nome di Franco Barnabò era già emerso negli atti relativi all’istruttoria della “pista nera“: la falsa identità di Mario Vernaci, con i documenti fasulli, Freda l’aveva ottenuta grazie all’intervento dell’avvocato Paolo Romeo, militante calabrese di Avanguardia Nazionale.

Alcuni militanti romani di Ordine Nuovo, Paolo Aleandri, Pancrazio Scorza e Ulderico Sica, racconteranno  che l’idea della fuga venne ad alcuni ordinovisti veneti, Massimiliano Facchini e Roberto Raho, mentre alla fase operativa avevano collaborato alcuni giovani militanti romani, in particolare Benito Allatta, Ulderico Sica e Pancrazio Scorza. Dalle indagini emerse successivamente che prima di espatriare in Costa Rica, Freda aveva goduto dell’ospitalità di un altro ordinovista calabrese, presso un appartamento situato in Liguria, a San Remo.

Prima ancora che in Liguria, Freda era stato per lungo ospite in Calabria, e di ciò si viene a sapere solo diversi anni dopo, grazie alle rivelazioni di due esponenti di peso della ‘ndangheta, Giacomo Lauro e Filippo Barreca.

In particolare Lauro racconterà nel luglio del 1993 ai magistrati di come Franco Freda fosse stato presentato all’avvocato Paolo Romeo e all’avvocato Giorgio De Stefano da tale dott. Zamboni, esponente della massoneria e  originario della provincia di Modena, di professione medico e residente a Roma.

L’appartenenza di Giorgio De Stefano alla potente cosca calabrese dei De Stefano rivela come quest’utlima fosse sempre stata vicina agli ambienti di estrema destra.

Dunque, fuggito da Catanzaro, Freda viene ospitato per alcuni giorni a Reggio Calabria., in casa di Mario Vernaci (quello vero). Dopo alcuni giorni Freda si trasferisce a casa di Filippo Barreca, sempre nel reggino. In ultimo Freda riceve ospitalità da Carmelo Vadalà. Il documento falso intestato a Mario Vernaci viene rimediato a Freda da Giacomo Vernaci, un falsario di Roma. Le spese della latitanza calabrese erano state sostenute invece dall’avvocato Paolo Romeo.

Come già detto, dalla Calabria Mario Vernaci, alias Franco Freda, si sposta in Liguria, in previsione di attraversare il confine con la Francia per poi partire per il Costa Rica. In Liguria Freda-Vernaci viene ospitato prima a San Remo e poi nella zona di Ventimiglia, sempre sotto la protezione dei calabresi.

A pochi mesi dall’arresto di Franco Freda, Filippo Barreca subisce un pesante attentato, dal quale si salva miracolosamente. In seguitò emergerà come a denunciare la presenza di Freda in Costa Rica alla Questura di Reggio Calabria, fosse stato lo stesso Barreca. Sarà quest’ultimo infatti a raccontare agli inquirenti che il mandante dell’attentato al quale era scampato era Paolo De Stefano, il quale, a sua. volta, aveva eseguito un ordine partito dai gruppi di estrema destra vicino all’avvocato Paolo Romeo.

Franco Freda verrà espulso dal Costa Rica grazie ad un intervento del ministro dell’Interno Juan Josè Echevarrìa Brealey. Questo, dopo il procedimento, subirà un procedimento giudiziario intentato dai legali di Freda, per l’estradizione, ritenuta incostituzionale, dell’esponente ordinovista.

In un articolo del quotidiano la Nacion, il ministro, per motivare il provvedimento, dichiara che Freda è accusato nel suo paese di terrorismo e della morte di 16 persone, e che inoltre egli si era introdotto in Costa Rica in maniera illegale, attraverso l’Argentina, il 25 maggio 1979 e sotto falsa identità,  mostrando cioè documenti falsi.

(cm)

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