UIF

Lunedì 13 luglio l’Unità di Informazione Finanziaria, organo indipendente che coordina la politica antiriciclaggio nel nostro Paese, ha presentato la sua relazione annuale relativa al 2014.

In base alla normativa antiriciclaggio (l.n.231/2007), che ha a sua volta recepito il contenuto della direttiva europea 2005/60/CE, gli operatori dei mercati finanziari (banche e uffici postali per l’80%, ma anche professionisti come notai, avvocati e commercialisti) sono tenuti a segnalare alle autorità competenti, l’UIF appunto, tutte quelle operazioni ritenute “sospette” in base a determinati canoni, vale a dire quelle operazioni che presentano delle anomalie da un punto di vista formale ma anche di sostanza.

Nel corso del 2014 l’UIF segnala un aumento del 10% del complesso delle segnalazioni pervenute dagli operatori finanziari. E con la maggiore esperienza e formazione degli operatori, aumenta anche la qualità delle segnalazioni pervenute, come dimostrano le inchieste aperte dall’Autorità Giudiziaria e dagli organi preposti.

Nel rapporto viene evidenziato come il rischio di riciclaggio del denaro proveniente da attività illecite sia nel nostro Paese molto elevato. A pagina quattro della relazione si legge: “Il rapporto conferma che le minacce di riciclaggio nel nostro Paese sono “molto significative“. Le stime ufficiali e le valutazioni delle istituzioni e del mondo accademico differiscono nell’attestare l’esatta dimensione economica del riciclaggio, ma concordano nel sottolineare l’assoluta rilevanza e la capacità di generare gravi distorsioni dell’economia in termini di alterazione dei meccanismi concorrenziali, inefficiente allocazione delle risorse, più ridotte opportunità di investimento e crescita, minore produzione e ricchezza“.

Dunque la crisi economica e la conseguente contrazione dell’offerta da parte dei mercati del credito, producono una maggiore capacità di penetrazione nell’economia reale, da parte delle organizzazioni criminali, al fine di riciclare i proventi derivanti da attività illecite.

Le imprese, strozzate dall’assenza di liquidità, si trovano costrette ad aprire le porte a nuovi soci, possibilmente con grandi disponibilità di denaro, o in alternativa a rivolgersi a degli usurai. Nell’uno e nell’altro caso perdono, nel giro di poco tempo, il controllo effettivo della loro attività.

La pericolosità dell’ingresso nel sistema finanziario di capitali di provenienza illecita determina dunque non solo un inquinamento dell’economia, ma anche uno stravolgimento dei valori economici in campo: non sono più i più capaci a fare impresa ad essere avvantaggiati, ma chi dispone di capitali freschi, a prescindere dalla loro provenienza.

La rilevanza della minaccia – si legge ancora nella relazione dell’UIF – deriva, in particolare, dall’ampiezza e pervasività della criminalità organizzata, sia nelle sue configurazioni più tradizionali, sia nelle sue manifestazioni più recenti. In tali forme, attività e flussi finanziari illeciti sono totalmente compenetrati con attività e fondi di natura lecita da rendere quasi inestricabile la distinzione fra riciclaggio e reati presupposto, fra denaro “sporco” da ripulire e fondi “puliti” che confluiscono verso impieghi criminali.

Dunque nella vita di tutti i giorni, i proventi di attività lecite si mischiano a quelli derivanti da attività illegali, rendendo per gli inquirenti più complessa l’individuazione di questi ultimi. La cronaca quotidiana racconta spesso come questa compenetrazione tra soldi sporchi e attività lecite sia sotto gli occhi di tutti: dall’ingresso di nuovi soci, alla cessione di rami d’azienda, a cambiamenti di gestione in attività floride, fino all’apertura di nuove attività, supermercati, ristoranti, bar, locali notturni, alberghi. Tutto in controtendenza rispetto ai principali indicatori economici. In questo quadro, le località più colpite sono spesso quelle in cui i flussi turistici costituiscono una delle principali risorse. E qui entrano in gioco i centri storici delle grandi città, ma anche le località balneari rinomate all’estero, come Rimini e Riccione. Ma non solo. Nei rapporti dell’antimafia si parla anche della Sicilia occidentale e dei villaggi Valtur. O della catena di supermercati Despar. Tutto riconducibile, nella fattispecie, al superboss Matteo  Messina Denaro; il tutto gestito attraverso l’attività di alcuni prestanome.

Sembra un cane che si morde la coda, un circolo vizioso che si autoalimenta, e che trova ampi spazi di manovra grazie alla presenza di elevati livelli di corruzione. Ed è proprio la corruzione, denuncia il rapporto dell’UIF, la principale arma che gioca a vantaggio delle organizzazioni criminali.

A proposito di corruzione nella relazione si legge: “La corruzione rappresenta una minaccia estremamente preoccupante per il nostro sistema economico sociale; la diffusa percezione del fenomeno mina la fiducia del cittadino nelle istituzioni e nella politica“.

La corruzione dunque è l’elemento attorno al quale si coagula la criminalità organizzata ed il riciclaggio. E’ quel fattore che consente di far saltare tutte le norme ed i controlli predisposti per impedire alla criminalità e al malaffare di prosperare. E i casi di cronaca che si sono susseguiti negli ultimi mesi sono esemplificativi: dall’Expo di Milano, al Mose di Venezia, passando per l’inchiesta di Mafia Capitale. “Le vicende più recenti – si legge ancora nella relazione –  pongono in luce come la corruzione sia divenuta anche il mezzo attraverso il quale forme sempre più evolute di criminalità organizzata si infiltrano nell’apparato pubblico, ne condizionano le scelte e così ampliano la penetrazione nel tessuto economico e sociale anche in contesti diversi da quelli tradizionali, con gravi danni per la collettività. E’ una criminalità che ha sempre meno bisogno di ricorrere all’intimidazione e alla violenza, perché mira ed integrarsi nelle istituzioni, a minarle dall’interno”.

Dunque la corruzione assume una connotazione specifica: quella in ambito pubblico. Non è più il privato imprenditore a corrompere il funzionario pubblico per ottenere l’appalto, ma è il funzionario pubblico, con l’aiuto di un familiare o di un prestanome, a creare un’impresa privata, con la quale si aggiudicherà appalti e gare, stravolgendo le regole e le procedure legali. La corruzione dunque gravita e nasce già nel comparto pubblico. “Gli uffici della pubblica amministrazione – si legge ancora nella relazione dell’UIF – particolarmente esposti all’incidenza della corruzione nei settori degli appalti e dei finanziamenti pubblici, mostrano ancora scarsa sensibilità per l’antiriciclaggio, e ciò ne accresce la vulnerabilità. Un’azione integrata fra i presidi antiriciclaggio e quelli anticorruzione può rappresentare una robusta barriera verso i comportamenti infedeli”.

Infine si parla di evasione fiscale, reato spia per quanto riguarda il riciclaggio. La rilevanza di questo indicatore appare sempre più evidente agli occhi dei tecnici, tanto che la quarta direttiva antiriciclaggio, approvata a maggio dal Parlamento Europeo, chiede ai paesi membri dell’UE di inserire, tra i reati da cui far derivare le segnalazioni obbligatorie da parte degli operatori economici, anche i reati spia, come appunto l’evasione fiscale. A tal proposito la relazione scrive: “I reati fiscali costituiscono un presupposto ricorrente dei fenomeni di riciclaggio. L’evasione fiscale coinvolge in modo diffuso e trasversale vaste fasce di cittadini, riduce le risorse a disposizione della collettività e delle principali politiche sociali, alimenta l’economia sommersa. La globalizzazione dei mercati favorisce l’evoluzione e il consolidamento degli schemi elusivi, che si avvalgono di transazioni commerciali, interposizioni fittizie, articolate triangolazioni finanziarie, anche su scala internazionale. Ne deriva un quadro di scarsa trasparenza dell’operato economico e un’artificiosa complessità delle transazioni, che contribuiscono a creare un ambiente propizio al riciclaggio dei proventi derivanti anche da altri e più gravi reati”. 

Dunque l’evasione fiscale, pratica diffusa in tutte le fasce sociali, sfrutta l’internazionalizzazione dei mercati finanziari, agevolando operazioni di elusione attraverso tecnicismi sempre più evoluti. In molti casi, sono gli stessi operatori finanziari, come ad esempio le gestioni di private banking, ad offrire ai clienti più facoltosi dei “pacchetti” che prevedono l’apertura di società anonime in paradisi fiscali, con la disponibilità di conti schermati. E tutte le operazioni commerciali poste in essere con queste società anonime non devono necessariamente essere comunicate al fisco italiano.

Ma l’evasione è un fenomeno che colpisce trasversalmente, nel nostro paese, tutte le fasce sociali, come è dimostrato dall’abbondante ricorso all’uso di contante, rispetto alla media degli altri paesi europei.

Come ci dicono i dati sulle transazioni economiche, in Italia l’utilizzo degli strumenti di pagamenti elettronici è limitato ad un 13% delle transazioni, contro il 40% della media europea. E come è d’altra parte dimostrato dall’elevata presenza di biglietti da 500 euro, superiori di numero a quelli emessi attraverso i canali ufficiali.

In Italia entrano ogni anno nelle banche presenti sul territorio circa 10 miliardi in banconote da 500, anche se le banche stesse hanno quasi smesso di distribuirle. Infatti, se nel 2010 le banche hanno messo in circolazione 12 milioni di biglietti da 500 euro, nel sistema bancario ne sono state versate circa otto volte tale cifra. (cm)

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