Patrizio Peci

Le dichiarazioni rese dal pentito delle Br Patrizio Peci alla magistratura hanno avuto un peso notevole nello svelare sia la struttura di vertice delle BR, sia le varie colonne locali, loro composizioni e ruoli, e sia infine alcuni elementi relativi al rapimento di Aldo Moro.

Su quest’ultimo argomento il pentito Peci da forma e sostanza a quelle parti delle dichiarazioni che Valerio Morucci, e in seguito anche di altri appartenenti alle BR in carcere hanno tentato invece di lasciare volutamente nell’ombra. Ma andiamo con ordine.

In merito all’azione di via Fani, Peci rivela i nomi di sette dei nove brigatisti che presero parte all’azione. Si tratta di brigatisi che conosce, a differenza dei due di cui non fa il nome: in particolare Mario Moretti, Lauro Azzolini, Paolo Bonisoli, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Prospero Gallinari e Raffaele Fiore, quest’ultimo rimasto, fino a quel momento fuori dall’inchiesta.

L’operazione viene gestita interamente dalla colonna romana che, secondo Peci, era quella numericamente più forte, potendo contare su 100-150 militanti di vario livello e con diverse funzioni, e su almeno una ventina di elementi capaci di uccidere.

L’esecutivo delle BR era composto da Mario Moretti che risulta essere il capo effettivo di tutta l’organizzazione, Rocco Micaletto ed il defunto Riccardo Dura. A questi si aggiunge un ulteriore elemento di Roma del quale però Peci non riesce a fornire alcun riferimento (forse si trattava di Giovanni Senzani?).

La decisione di sequestrare Aldo Moro sarebbe derivata da una discussione nella quale vennero fatti  i nomi di alcune altre autorità, tra le quali Giulio Andreotti e un grande industriale del nord Italia. La scelta ricadde su Moro in quanto costituiva l’obiettivo meno difeso e quindi più agevole da rapire.

Gli elementi che più destano interesse sono quelli legati al sequestro del presidente della DC, in relazione ai quali il brigatista dichiara che nell’operazione furono impiegate nove autovetture, due delle quali vennero subito abbandonate. L’on. Moro venne custodito non nell’intercapedine ricavata nel covo di via Montalcini, come le BR avevano voluto far credere, ma nel retrobottega di un negozio sito in un paesino non precisato nei dintorni di Roma. Nel negozio, gestito da marito e moglie, era stata ricavata una parete di legno fittizia, così da potere ottenere un piccolo vano prigione. La detenzione durante tutti i cinquantacinque giorni del sequestro venne curata personalmente da Prospero Gallinari.

Riguardo alla decisione di sopprimere il presidente della DC Peci racconta che essa scaturì dall’atteggiamento delle Autorità che, non volendo in alcun modo prendere in esame le richieste delle BR per ottenere la liberazione dell’ostaggio, in particolare la liberazione dei detenuti politici, dimostrarono di non volere in alcun modo concedere loro un riconoscimento ufficiale.

Altre dichiarazioni interessanti che Peci rilascia ai magistrati riguardano la figura di Valerio Morucci, colui che sarà il primo, tra i brigatisti rinchiusi in carcere, a decidere dopo alcuni anni di volere raccontare ai magistrati la vicenda del sequestro. Stando al Peci, Morucci veniva definito dalle BR “un bandito” e “un rapinatore”. Che cosa si intendeva con questo, lo racconta lo stesso Peci.

Il riferimento non è alle modalità di finanziamento dell’organizzazione, che pure prevedevano, tra le altre, anche la rapina ed il sequestro di persona (vedi i sequestri Sossi e Cirillo), ma al fatto che egli si fosse comportato in modo tale da tradire la fiducia dell’organizzazione. L’episodio a cui si fa riferimento sarebbe una disputa di natura politica sorta in seno all’organizzazione, disputa che vedeva contrapposti Morucci a Mario Moretti, il capo indiscusso della colonna romana. Moretti aveva invitato Morucci ad elaborare in un documento le sue tesi, e per tale ragione l’organizzazione gli aveva messo a disposizione un covo; anche se Peci non lo nomina si ritiene si tratti del covo di via Gradoli, che Morucci divideva con la compagna e dirigente della colonna romana, Adriana Faranda. Morucci accetta la proposta, salvo poi abbandonare la casa portandosi via, senza autorizzazione, armi, documenti e denaro, circa trenta milioni, e lasciando sul letto presente nell’appartamento un foglio con su scritto in maniera polemica: “No al fermo di polizia”, una delle misure straordinarie che il comitato di sicurezza costituito presso il Viminale e guidato dal ministro degli interni Cossiga, aveva in mente di reintrodurre subito dopo il sequestro.

Per queste ragioni, oltre al fatto di avere messo a rischio la sicurezza dell’organizzazione continuando a frequentare alcuni elementi appartenenti all’area dell’Autonomia, Morucci sarebbe stato cacciato dalla colonna romana.

Una volta espulso, grazie all’intermediazione dell’amico Lanfranco Pace, Morucci avrebbe chiesto ed ottenuto asilo dai compagni dell’Autonomia, nel covo di Viale Giulio Cesare.(cm)

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