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Uno degli strumenti più usati per riciclare il denaro proveniente da attività illecite, per pagare o incassare tangenti, per nascondere i soldi al fisco del proprio paese o per finanziare il terrorismo è rappresentato dalle shell companies, società anonime costituite presso paradisi fiscali off shore, capaci di nascondere alle autorità dei paesi che indagano su uno dei reati indicati, il nome o in nomi dei beneficiari ultimi della società. La definizione che viene data dall’ente di sorveglianza della borsa statunitense, la SEC (Security and Exchange Commission) è la seguente: “una società detenuta pubblicamente, priva di titoli nominali (la titolarità è dunque al portatore) e composta unicamente da denaro“. Dunque, eventuali conti correnti ad essa intestati, prescindendo dal segreto bancario, non possono essere riferiti ad alcuna persona fisica o giuridica.

Le shell companies non sono di per se illegali, e in alcuni casi non nascondono nulla di illegale. Tuttavia, per via di questa loro caratteristica dell’anonimato, vengono spesso sfruttate per nascondere attività illecite, e, in quanto tali, rappresentano uno degli elementi principali di quella che viene definita l’economia sommersa (underground economy), che trova sede stabile nei paradisi fiscali.

Cosa sono le shell companies

Agli occhi della legge l’ impresa viene definita come una “persona giuridica”, che, come la persona fisica, può essere citata o citare in giudizio, possedere conti bancari, e acquistare o vendere immobili e altre attività registrate. A differenza delle società operative o di trading che hanno dipendenti, che realizzano un prodotto o che forniscono un servizio, le shell companies sono però una semplice persona giuridica, e ciò spiega il loro soprannome di “shell” (guscio).

Qualsiasi paese o ordinamento che permette la costituzione di una società, quasi per definizione, consente anche la creazione di shell, la quale assume la stessa nazionalità dell’ordinamento in cui viene creata. Anche se esistono differenze da luogo a  luogo, le shell sono generalmente società che possono essere create in maniera veloce e agevole, bastano poche ore o al massimo pochi giorni, e il loro costo varia da qualche centinaio e qualche migliaio di dollari. La stragrande maggioranza delle shell viene utilizzata per fini del tutto legali e legittimi – ad esempio una holding. Tuttavia, una significativa minoranza di shell sono centrali per una vasta gamma di attività criminali.

Le shell companies costituiscono una minaccia quando non possono essere ricondotte alla persona o alle persone che effettivamente le controllano. L’anonimato garantito dalle shell costituisce, dunque, uno strumento molto utile ai criminali, poichè consente loro di porre uno schermo o un velo sulle loro condotte illecite. Dato che le imprese stesse sono in gran parte sacrificabili, si ritiene di scarsa importanza se i funzionari di polizia possono solo seguire un’ impresa criminale o un passaggio di fondi illeciti di ritorno da una shell, senza poter spingersi oltre. La metafora definisce le shell companies come un “velo societario” in cui non è possibile esaminare e isolare i criminali dalle attività finanziarie illecite. Dunque il nocciolo della questione è se le autorità sono in grado di “guardare attraverso” questo velo, per individuare le persone che ne tirano i fili (ovvero il cd “beneficiario effettivo”).

La disciplina delle Shell

La normativa internazionale che disciplina le shell companies è netta. Essa afferma: “I paesi dovrebbero adottare misure atte ad prevenire l’uso improprio delle persone giuridiche [cioè delle shell] per fini di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. I paesi devono garantire che vi siano informazioni adeguate, accurate e tempestive sui beneficiari ultimi (delle shell) e sul controllo delle persone giuridiche, e che tali informazioni possano essere ottenute o accessibili in modo tempestivo dalle autorità competenti . ” Questa regola è stata impostata dalla Financial Action Task Force ( FATF-GAFI), l’autorità mondiale responsabile per la fissazione delle norme e delle procedure antiriciclaggio nel mondo. Il GAFI (Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale) è stato fondato nel 1990 ed è stato dominato dai governi delle economie più sviluppate; più di recente ha visto l’ingresso al suo interno di paesi in transizione e in via di sviluppo come la Russia, la Cina, l’India e il Brasile. Gli oltre 180 paesi  che ne fanno parte, si sono impegnati ad adottare gli standards normativi stabiliti dal GAFI, approvati anche dalle Nazioni Unite, dal G20, dalla Banca Mondiale e molte altre istituzioni internazionali.

In linea di principio, ci sono tre modi per poter stabilire il beneficiario di una shell company: attraverso penetranti poteri investigativi, oppure mediante i registri aziendali o, in ultima analisi, attraverso i fornitori di servizi aziendali; quest’ultima costituisce la soluzione attualmente più diffusa.

La prima opzione è potenzialmente destinata alle forze dell’ordine, per fare in modo che esse dispongano di penetranti poteri di indagine che consentano loro di rintracciare i reali proprietari delle shell companies . La difficoltà, però, è che i poteri di polizia sono limitati all’interno dei confini nazionali, mentre l’abuso di shelll companies è, molto spesso, un problema di carattere internazionale. La shell può essere registrata in una diversa giurisdizione (paese straniero), ovvero il beneficiario può essere un cittadino straniero, oppure la società fornitrice (provider) può essere situata in un’altra giurisdizione, o ancora tutte e tre contemporaneamente le ipotesi mensionate. Inoltre, se il provider che ha costituito la società non ha raccolto informazioni sul suo proprietario (ipotesi molto comune), nessun tipo di pressione da parte della polizia è in grado di far ottenere le informazioni richieste.

La seconda opzione potrebbe sembrare quella più realizzabile: la disponibilità di registri aziendali governativi che raccolgano e archivino le informazioni sui veri proprietari. Se le aziende sono state costituite a norma di legge, la loro esistenza è legata alla presenza di un minimo di documentazione annotata in una qualche forma di registro aziendale. In questo modo, per ottenere le informazioni, è sufficiente poter accedere a tali registri, contenenti le indicazioni probatorie sull ‘identità dei proprietari delle shell. I registri delle società, hanno, tuttavia, una funzione di archiviazione passiva, capace di raccogliere una quantità molto limitata di informazioni. Anche se alcuni registri sono capaci di contenere una maggior quantità di informazioni, attualmente nessuno di essi raccoglie le informazioni sul reale beneficiario. Pochi sono i paesi che hanno mostrato una reale capacità o il desiderio di cambiare questo stato di cose.

La terza opzione consiste nell’obbligo gravante sul fornitore di servizi (Corporate Service Provider CSP) di raccogliere e conservare i documenti di identità dei clienti che hanno richiesto di costituire shell companies, in base al principio del “Conosci il Tuo Cliente “. In pratica, questo è l’unico modo per stabilire, in maniera affidabile, il reale proprietario di una shell company. Tale soluzione dipende dalle norme che disciplinano la concessione della licenza da parte delle società di fornitura di servizi; tali norme dovrebbero istituire pesanti penalità nel caso di una mancata loro osservanza, al fine di spingere le società fornitrici a raccogliere i dati di identificazione dei loro clienti. Posto che i poteri delle forze dell’ordine sono in gran parte limitati dall’ordinamento nazionale, e dato che i registri aziendali non raccolgono informazioni sui reali beneficiari, in pratica, se i fornitori non registrano le informazioni sul vero proprietario di una shell company, nessun altro al posto loro lo farà.

Shell criminali

Ci sono stati, in passato, numerosi casi di shell utilizzate come schermi per attività criminali, e qui di seguito ne indichiamo alcuni.

• Nel dicembre 2009 è stato fermato a Bangkok un aereo mentre stava trasportando armi prodotte nella Corea del Nord e dirette verso l’Iran, in violazione delle norme internazionali. L’aereo era stato affittato da una shell company registrata in Nuova Zelanda, ma non è stato possibile ottenere alcun informazione sulla persona che la controllava.

• Il governo iraniano ha utilizzato shell companies registrate in Germania, Malta e Cipro, per eludere le sanzioni internazionali e nascondere la proprietà delle sue petroliere.

• L’azienda britannica di armamenti BAE Systems, nel 2010, si è dichiarata colpevole, in giudizio, del reato di corruzione, per avere versato tangenti, provenienti da fondi neri impiegati attraverso una serie di intermediari e società di comodo costituite in Gran Bretagna e nellle Isole Vergini Britanniche, in favore di funzionari del governo saudita, responsabili dell’approvazione di un massiccio acquisto di armi da parte della stessa BAE.

Teodorin Obiang, figlio ed apparente erede del presidente della nazione africana ricca di petrolio della Guinea Equatoriale, ha riciclato i proventi della corruzione negli Stati Uniti, attraverso una serie di shell companies californiane, che risultavano titolari di conti bancari e di titoli, oltre alla sua villa a Malibù, per complessivi 35 milioni dollari.

• Alcuni funzionari corrotti delle imposte russe, utilizzavano delle shell companies situate a Cipro e nelle Isole Vergini Britanniche per rubare centinaia di milioni di dollari, secondo un’indagine che ha portato prima in prigione e poi alla condanna a morte l’informatore russo Sergei Magnitsky.

• Alcuni casi recenti che hanno visto coinvolte alcune banche svizzere come UBS e Wegelin, hanno spesso rivelato la tendenza, da parte di alcuni ricchi clienti americani, ad eludere gli obblighi fiscali statunitensi, mediante lo stratagemma dei conti intestati a shell companies da loro stessi controllate.

• Il trafficante di armi russo Viktor Bout è stato condannato, nel novembre 2011, per cospirazione per avere fornito aiuti ad un’organizzazione terroristica. Le attività illecite di Bout erano strettamente  legate a una rete di società di shell companies registrate in Texas, Delaware, Florida, e nel resto del mondo.

• Il cartello messicano della droga di Sinaloa utilizzava alcune shell companies registrate in Nuova Zelanda e in altre parti del mondo, per riciclare decine di milioni di dollari di profitti ottenuti dalla vendita della cocaina, oltre ad alcune banche Lettoni.

La shell come strumento per evadere il fisco

L’utilizzo tipico delle shell è quello dell’evasione fiscale, ovvero nascondere beni o capitali all’erario del proprio paese. L’operazione che spesso viene sposta in essere attraverso la shell company è la compravendita di società, in modo da mascherare i profitti realizzati. Una società o un gruppo,  che realizza una compravendita attraverso una società shell, non ha la necessità di riferire l’operazione alle autorità fiscali del suo paese, ne tanto meno la somma impiegata, sulla quale, dunque, non dovrà pagare, ne lui ne la sua controparte, alcuna tassa.

Altri impieghi comuni delle società shell sono la creazione e la rivendita di una società ad un prezzo enormemente maggiorato rispetto al suo valore reale (pump and dump), spesso nascondendo, in questo modo, una dazione ingiustificata di denaro, elemento tipico della corruzione; oppure l’intestazione di royalties o di diritti d’autore, al fine di evadere la tassazione, ovvero la possibilità di godere dell’abbattimento di costi, abbattimento che non sarebbe consentito ad un singolo individuo, ma che viene invece riconosciuto ad una persona giuridica.   

Per costituire una shell company occorrono, oltre ai soldi per le spese legali, pochi minuti. Trattandosi di società “virtuali”, la cui esistenza è provata solo sulla carta, possono essere costituite anche con una semplice telefonata o una mail. La shell viene spesso identificata con diversi nominativi: international business company, investment company, front company o mailbox company.

I paradisi fiscali dove normalmente vengono costituite le shell companies e dove hanno sede le società che forniscono shell sono Panama, le Bahamas e le British Vergin Islands. A questi vanno aggiunti la Svizzera, l’Inghilterra, a cui fanno capo tutte le isole della manica quali Jersey, gli Stati Uniti con alcuni stati come il Delaware, il Nevada, la Florida ed il Wyoming, o, cambiando continente, altri stati come il Kenya.

Un esperimento sulle shell companies

In uno studio condotto da Global Financial Integrity, l’associazione che si occupa di studiare il riciclaggio di denaro, vengono mostrati i risultati di un esperimento teso a verificare l’efficacia della norma internazionale che obbliga le società che forniscono shell companies in tutto il mondo –  Corporate Service Provider  a richiedere i documenti e ad annotare i dati anagrafici di tutte le persone, fisiche o giuridiche, che pongono in essere un contratto di acquisto di una shell.

L’esperimento è consistito nell’inviare delle mail di richiesta di apertura di una shell, in totale 7.400, a delle società fornitrici di servizi, complessivamente 3.700. Oltre a studiare la risposta della società fornitrice, l’esperimento mirava a valutare la gradazione della risposta stessa, in relazione ai diversi profili di rischio del cliente, si va dal profilo a basso rischio, il piccolo risparmiatore, a dei profili più rischiosi,  come l’imprenditore che lavora nel settore degli appalti pubblici o il presunto terrorista integralista. Nel complesso i risultati ottenuti, pur sfatando alcuni luoghi comuni, mostrano la generale inosservanza dell’obbligo di raccolta puntuale dei dati anagrafici del cliente. Ciò spiega il perché la stragrande maggioranza delle società shell risulta essere completamente anonima, pur rappresentando ciò una chiara violazione del diritto societario internazionale.

Come dicevamo, la norma internazionale che stabilisce che le società fornitrici di shell companies hanno l’obbligo di tracciare il documento di identità del cliente, è risultata totalmente inefficace. Quasi la metà (48%) di tutte le mail di risposta alla richiesta di costituzione shell, non hanno richiesto una corretta identificazione del cliente, mentre il 22% non ha addirittura chiesto alcun documento di identità.

A differenza di quello che si potrebbe normalmente credere, le società fornitrici di shell company con base nei più conosciuti paradisi fiscali, probabilmente perché sottoposte ad un maggiore controllo, si sono mostrate molto più disposte a rispettare le regole, a differenza delle service provider situate nei paesi OCSE, come gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Un’altro elemento che ha destato una certa sorpresa è stato lo scoprire che compagnie fornitrici di shell e situate nei paesi in via di sviluppo, abbiano mostrato una maggiore attenzione al rispetto degli standard globali.

Andando ad esaminare l’atteggiamento delle diverse società fornitrici, di fronte ad una richiesta di costituzione di società anonima, a dispetto delle linee guida internazionali che invitano ad adottare un approccio basato sul rischio, in molti casi è stata riscontrata una totale insensibilità, per non dire indifferenza, nei confronti di clienti con evidenti profili elevati di rischio, nel caso specifico il rischio era quello di terrorismo. E ciò è stato riscontrato anche per quelle società di solito meno propense a rispondere a clienti con elevato profilo di rischio corruzione. In diversi casi, nonostante il cliente avesse dichiarato esplicitamente di lavorare nel settore degli appalti pubblici, ed avesse detto di provenire da un paese ad elevato tasso di corruzione, le società non hanno rispettato l’obbligo di richiesta dei documenti di identità.

La violazione dell’obbligo di tracciamento è stato riscontrato anche nei confronti di clienti a basso profilo di rischio, da parte di società di norma meno disposte a fornire shell companies o anche solo disposte a rispondere a mail di richiesta, da parte di soggetti ad elevato rischio.

Una corretta informazione circa gli obblighi professionali ai quali attenersi non ha mostrato un’ apprezzabile efficacia da parte degli operatori delle società fornitrici, anche quando sono state mostrate loro le conseguenze sanzionatorie alle quali andavano incontro, in caso di mancato rispetto delle regole.

Shell buco nero delle democrazie

Dato il ruolo centrale svolto dalle shell company nella costruzione di sistemi di riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite, il risultato del test sopra esposto, ovvero circa il 70% delle shell sono risultate fuori legge, getta un ombra inquietante sull’integrità del sistema finanziario globale, oltre che sul rispetto delle regole fondamentali del libero mercato, quali la libera contendibilità dei mercati stessi o il libero accesso ai mercati dei capitali. Ma l’aspetto che inquieta maggiormente riguarda più direttamente la democrazia, e il rispetto del principio della trasparenza, posto che è accaduto in passato che molti politici, chiamati a partecipare ad importanti competizioni elettorali, abbiano intestato le fondazioni o gli altri strumenti societari attraverso i quali raccoglievano fondi per finanziare la loro campagna elettorale, a shell companies localizzate in ben noti paradisi. 

E’ evidente come questo comportamento ponga in essere una condotta poco trasparente circa la provenienza dei finanziamenti elettorali in questione, e di conseguenza l’impossibilità, per l’elettore, di comprendere quali siano le quote sensibili dei finanziamenti ricevuti dai candidati che sarà chiamato a votare, quote che spesso sono direttamente collegate alle priorità politiche del candidato, nel caso in cui venga eletto.

E’ accaduto ad esempio nelle elezioni presidenziali del 2012 con Mitt Romney, che aveva costituito una shell nelle isole Bermuda, la Sankaty High Yeld Asset Investors Ltd, che ha utilizzato per raccogliere i fondi da parte dei suoi più importanti finanziatori. Allora il candidato repubblicano alle presidenziali rivelò di possedere una struttura societaria di private equity del valore di 1,9 milioni di dollari, omettendo di fornire informazioni in proposito nelle precedenti dichiarazioni rilasciate. E la questione si sta proponendo, ancora una volta, in questi giorni, con la candidata alle prossime presidenziali Hillary Clinton, che ha costituito una shell, WJC,LLC (limited liability company) con base nel Delaware, come riferito dall’ agenzia di stampa Associated Press. A dire il vero la società in questione esiste già da un po’ di tempo, nel Delaware dal 2008, e a New York dal 2009, ed è stata usata dalla famiglia Clinton per fornire una serie di consulenze.

Oltre a costituire una pratica assai diffusa, tesa a mascherare le proprie disponibilità non solo al fisco, ma anche alla legge, nel caso, ad esempio, di un’azione legale risarcitoria, la scelta della famiglia Clinton sembra essere stata posta in essere al fine di poter godere di innegabili vantaggi fiscali.

Posto che la società in questione non dispone di attività finanziarie, non vi era l’obbligo per i suoi titolari di rendere nota la sua esistenza, cosa che Hillary Clinton non ha recentemente fatto, nel compilare un report sulle attività finanziarie possedute. Così come la stessa Clinton non ne denunciò l’esistenza al momento delle sue dimissioni da Segretario di Stato nel 2013.

In base alle norme federali sull’etica della trasparenza relativa ai guadagni del proprio coniuge, i candidati sono obbligati a denunciare il possesso di azioni il cui valore superi i mille dollari.

Non è dato sapere quanto Bill Clinton abbia guadagnato nel corso della sua lucrosa attività di conferenziere (si parla di 50 milioni), e quanto di questi soldi sia transitato attraverso la WJC,LLC. Tuttavia la questione ha avuto il pregio di porre all’ordine del giorno il tema della trasparenza sui finanziamenti elettorali.

L’Europa e gli Stati Uniti a confronto

L’esperimento di cui si è accennato sopra ha fatto comprendere come la questione sia ben più grave di come ci venga normalmente posta, rispetto ai criteri normalmente utilizzati per valutare la sua gravità, quali l’ammontare dei soldi sequestrati o il numero dei casi di cronaca che hanno visto implicate delle shell companies. Definite le reali coordinate della questione, appare utile prendere atto delle misure poste in essere da parte di alcuni paesi che hanno affrontato, già da diverso tempo, la questione, nel tentativo di arginare il fenomeno del riciclaggio.

Lo scorso 5 giugno il Parlamento norvegese ha approvato all’unanimità l’istituzione di un registro pubblico informativo sulla proprietà delle imprese, in grado di rendere noti i nominativi dei beneficiari ultimi delle società anonime al fine di contrastare il crescente abuso nell’utilizzo di queste ultime. Si tratta della misura unanimemente riconosciuta come la più efficace per arginare il fenomeno in questione, e la sua adozione, da parte della Norvegia, non stupisce minimamente quando si conosce l’impegno che lo stesso paese ha quotidianamente profuso nella lotta alla corruzione e all’illegalità. Oltre alla Norvegia, gli altri paesi che hanno adottato un registro pubblico dei titolari di società sono la Danimarca e l‘Inghilterra.

Nel maggio di quest’anno l’Unione Europea ha adottato una direttiva volta a spingere agli stati membri  a rendere pubblici i beneficiari ultimi delle società residenti all’interno dell’Unione stessa.  La direttiva lascia, dunque, ai singoli stati la scelta della modalità più idonea per rendere concreto tale obbligo, lasciando loro anche la scelta di limitare l’accesso a tali nominativi ai soli detentori di un “interesse legittimo”.  Tale forma di pubblicità consentirà di conoscere anche quelle imprese cha hanno adottato, già da tempo, una “due diligence“, e, al contrario quelle che non lo hanno ancora fatto.

A differenza dell’Europa, gli Stati Uniti sono ancora indietro nella lotta al riciclaggio, fallendo più volte nel tentativo di far approvare al Congresso un progetto di legge sulla trasparenza e l’assistenza legale al contrasto del fenomeno (Incorporation Transparency and Law Enforcement  Assistance Act), la prevedeva l’istituzione di un registro non pubblico ma accessibile solo alle autorità inquirenti. In definitiva, gli Stati Uniti continuano a rimanere uno dei paesi in cui risulta più agevole costituire una shell company, e di conseguenza anche riciclare denaro illecitamente conseguito. (cm)

  

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