Perizia balistica

Nell’immediatezza del rapimento del presidente della DC Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta, nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria sui fatti in oggetto il sostituto procuratore di turno, dott. Luciano Infelisi, ordina la prima perizia, sia balistica che relativa alla dinamica dei fatti.

Nella relazione stilata dai tecnici incaricati dal magistrato si legge come sia la Fiat 130 blu su cui viaggiavano l’on. Moro, il suo autista Domenico Ricci, ed il maresciallo Oreste Leonardi, che l’Alfetta 1800 bianca con a bordo la guardia Riviera Giulio alla guida, il vicebrigadiere Zizzi Francesco a fianco del guidatore e dietro, sulla destra, la guardia Jozzino Raffaele, vengano fermate in maniera brusca dall’inchiodare di una 128 giardinetta, con targa diplomatica dell’ambasciata venezuelana, e con a bordo due persone, di cui una, quella alla guida, in apparenza di sesso femminile.

L’inchiodare improvviso della 128 provoca, dunque, l’impatto inevitabile con la Fiat 130. Subito dalla 128 escono i due occupanti, che cominciano ad aprire il fuoco sulla 130:

“Il fuoco, incrociato, contro il guidatore – si legge nella relazione –  appuntato CC Domenico Ricci e contro il passeggero anteriore, il maresciallo Leonardi”.

Dunque si parla chiaramente di fuoco incrociato, e non gia’ di fuoco proveniente dalla sola parte sinistra del convoglio di veicoli.

“i due – prosegue la relazione – come si accerterà in seguito, venivano colpiti da almeno 7 colpi ognuno, dovuti a proiettili mantecati interamente ma che attraversando i cristalli laterali s’erano più o meno già deformati prima di penetrare nelle carni delle vittime”.

In quel frangente, dalla parte sinistra di via Fani, “proprio davanti al bar Olivetti – si legge ancora ancora nella relazione – partivano almeno due salve di colpi direzionati sullo sportello e sui vetri anteriori sinistri dellaFiat 130 e sullo sportello posteriore sinistro dell’Alfetta. Il guidatore, la guardia PS Rivera Giulio, colpito in zone vitali, si abbatteva esanime immediatamente e l’auto contemporaneamente entrava in collisione con la Fiat 130 presidenziale”.

Nel passaggio successivo della relazione si legge: “Gli altri due occupanti l’auto – scrive ancora il perito – riuscivano ad uscire fuori dall’auto investita dalle raffiche di proiettili e schegge di vetro, non si sà con esattezza se già feriti od indenni. Mentre il brigadiere Zizzi Francesco, che si trovava al fianco del guidatore d’avanti, si dirigeva verso il marciapiede destro, la guardia PS Jozzino Raffaele, che era sul sedile posteriore e nella parte destra, nell’uscire impugnava la sua arma d’ordinanza, la Beretta M”S matricola X 00098Z calibro 9 Parabellum  (cartucce Giulio Fiocchi Lecco192 NATO, “GFL 77″), ed esplodeva almeno due colpi con esito a tuttora non noto”.

   Venivano dunque esplosi numerosi colpi “contro lo Zizzi e lo Jozzino, che veniva letteralmente crivellato di colpi con varia angolazione e certamente, come si vedrà in perizia, afferenti ad almeno due armi diverse. La pistola, poi trovata in terra a circa un metro dalla mano estesa dello Jozzino ( e pertanto non asportata dagi aggressori, e ciò è strano) indica che lo Jozzino o è caduto dopo la pistola oppure si è rotolato per terra (e di ciò potrebbe trovarsi conferma nel bossolo sparato dalla sua arma trovato sotto il suo braccio destro)”.

Aldo Moro viene dunque prelevato dai brigatisti dalla Fiat 130 e fatto salire su una Fiat 132 scura, che parte diretta verso la via Trionfale.

La relazione passa poi ad esaminare in maniera puntuale la traiettoria dei vari proiettili: “L’esame della Fiat 130 presidenziale evidenziava che le traiettorie dei proiettili esplosi contro gli occupanti era ben studiata in modo da non intercettare il corpo di Moro. Infatti chi sparò a Ricci, lo fece con direzione avanti dietro, sinistra destra, in modo che gli eventuali proiettili o schegge di vetro mobilitate dagli impatti non potessero in nessun modo intercettare il posto del Moro, che era di dietro ed a sinistra, ossia in posizione opposta, e non defilata”. “Chi sparò a Leonardi – prosegue la relazione – invece lo fece con direzione destro sinistra, leggermente dietro avanti, ma certamente alto basso”.

Dunque l’azione era stata studiata a tavolino con una suddivisione dei compiti ed una diversa predisposizione sul terreno da parte dei killer.

Lo studio topografico e balistico delle traiettorie – si legge ancora nella relazione – da parte degli esecutori è stato perfetto e per lasciare integro il Moro e per impedire l’eventuale ferimento dei complici, con una regola di economia d’uomini, da manuale”.

Dagli esami emergono ancora due elementi: la presenza di almeno una donna assieme a due o tre uomini (o più), tutti vestiti con divise dell’Alitalia.

Riguardo alle armi impiegate, la relazione afferma che esse furono diverse, tra le quali almeno una calibro 7,65 Parabellum, varie calibro 9 Parabellum ed una calibro 9 corto Browning (di cui venne ritrovato un unico proiettile nel bagagliaio dell’Alfetta).

Nella relazione si legge come, sebbene il dott. Infelisi avesse richiesto al comune di Roma l’intervento di addetti per la disposizione di transenne attorno a tutta la scena del crimine, prima che ciò avvenisse, tutta l’area venne invasa da una “marea di gente”, curiosi, che calpestò e sicuramente spostò molti reperti, in particolare bossoli, oltre al fatto che lo spostamento degli stessi fu, di fatto, naturale, data la pendenza della strada.

Complessivamente i bossoli rinvenuti furono 93, di cui due della pistola d’ordinanza di Jozzino, 4 da una pistola 7,65 Parabellum, e 87 calibro 9 Parabellum da varie armi. Vennero infine trovate e repertate due cartucce inesplose calibro 9 Parabellum con tracce di incameramento e di inceppamento d’arma, ed un caricatore per arma automatica calibro 9 Parabellum, contenente 22 cartucce.

Data la complessità dei reperti da esaminare, i periti chiesero una proroga rispetto al termine fissato dal magistrato di 60 gg. Un’ulteriore proroga non venne accolta.

L’esame macroscopico del fondello dei bossoli sparati calibro 9 Parabellum ha evidenziato come essi siano afferenti a 5 lotti di fabbricazione diversa per annata o per destinazione: tutti comunque sono fabbricati dalla Giulio Fiocchi  Lecco (CO) con sigla identificativa “GFL” e sono del tipo specifico  calibro 9mm destinato ad armi modello 1938 (e similari) e di qui la sigla identificativa “9 M38”, eccetto 2 bossoli sempre 9 Parabellum e di fabbricazione Giulio Fiocchi Lecco, ma destinati per armi stanga NATO (9 Parabellum Europeo/9 Luger Americano) e di ciò portano la sigla identificativa costituita dal cerchietto contenente la croce.

I bossoli calibro 9 Parabellum possono essere così ricapitolati:

1) GFL 9M38 969 (=1969)  1 bossolo

2) GFL 9M38 70 (=1970) 7 bossoli

3) GFL 9M38 73 (=1973) 48 bossoli

4) GFL 9M38 senza data 31 bossoli

5) GFL + 77(NATO 1977)  2 bossoli

(cm)

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