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Ergastolo per gli imputati Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Dopo cinque ore di requisitoria il procuratore generale della corte d’appello di Milano, Maria Grazia Omboni, ha cercato di scrivere, ieri, la parola fine ad un processo, quello per la strage di Brescia, che ha attraversato quarant’anni della storia del nostro Paese. Ed è una storia fatta di attentati e di morti, di depistaggi e di spostamenti di sedi processuali, di impegno concreto e studiato, da parte di uomini dello Stato, di preconfezionare una verità che ieri, presso la Corte d’appello di Milano, è stata rispedita al mittente.

Dopo l’uscita di scena di Delfo Zorzi, dell’ex capitano dei carabinieri Francesco Delfino e dell’ex leader di Ordine Nuovo Pino Rauti, gli unici imputati rimasti sono, a seguito della richiesta della Cassazione di ripetere, nei loro riguardi, il processo di appello, appunto Maggi, medico, e leader veneto di Ordine Nuovo, e Tramonte, militante di Ordine Nuovo e collaboratore dei Servizi.

Pesanti le accuse a carico di Maggi, il quale, stando alle dichiarazioni del pentito Carlo Digilio, avrebbe ordinato proprio al Digilio di procurargli l’esplosivo (galignite) poi usato nella strage.

Tramonte, secondo l’accusa, avrebbe partecipato a tutte le fasi preparative dell’attentato, senza avvertire i suoi referenti all’interno dei Servizi. Per Tramonte vi sono, poi, due ulteriori testimonianze rese da due suoi ex compagni di cella, in merito alla sua presenza sul luogo il giorno della strage. Presenza accertata attraverso una fotografia in possesso del Tramonte, scattata il giorno della strage, che lo ritrarrebbe. La sentenza è attesa per la fine di luglio.

Come si ricorderà, l’ordigno ad orologeria, sistemato all’interno di un cestino dei rifiuti situato a ridosso di una delle colonne del porticato, deflagrò proprio sotto il porticato, uccidendo otto persone e ferendone centodue. Quell’ordigno fu solo uno, anche se il più cruento, degli attentati dinamitardi compiuti a Brescia e in altre province lombarde intorno alla metà degli anni ’70.

Solo nei primi mesi del 1974 gli ordigni deflagrati ai danni sedi di partito, organizzazioni sindacali e locali pubblici, furono nove. Gli attentati furono tutti rivendicati da organizzazioni di estrema destra, nell’ambito di quella che venne più tardi definita “strategia della tensione”.

Per sottolineare solo alcune delle operazioni di contrasto poste in essere in quel periodo dalle forze di polizia, citiamo l’arresto, avvenuto il 10 marzo 1974, degli estremisti di destra Kim Borromeo e Giorgio Spedini, intenti a trasportare in auto di 364 candelotti di tritolo e 8 chilogrammi di esplosivo plastico. Il 25 aprile viene arrestato Pietro Negri, trovato in possesso di 45 detonatori elettrici e 62 candelotti di dinamite, oltre a 10 metri di miccia a lenta combustione e 300 metri a rapida combustione. Il  9 maggio dello stesso anno l’estremista di destra Silvio Ferrari, salta in aria sulla sua vespa, mentre trasportava armi ed esplosivi già innescati.  Oltre ad Ordine Nuovo, la sigla che rivendicò quella serie di attentati fu quella di Anno Zero.

Quest’ultima faceva riferimento ad una pubblicazione realizzata da Clemente Graziani, fondatore assieme a Pino Rauti, Paolo Andriani e Paolo Signorelli nel 1953, del Centro Studi Ordine Nuovo, e quindi, nel 1969, del Movimento Politico Ordine Nuovo. Nel 1973 il Movimento viene messo fuorilegge, per decreto, dal ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani, e Graziani condannato a 3 anni e 3 mesi per ricostituzione del partito fascista. (cm)

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