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Nella relazione che il Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, ha esposto il 29-30 marzo 2011 al Parlamento Europeo, vi sono i alcuni elementi fondamentali per comprendere le evoluzioni delle organizzazioni criminali nel nostro paese e nel resto del mondo.

Il primo passo da compiere per poter essere in grado di comprendere i nuovi scenari del crimine organizzato è quello il di sfatare un dato culturale, il cui superamento appare essenziale ai fini dell’organizzazione di un contrasto globale al fenomeno della criminalità economica.

All’estero la mafia viene, per convenienza o per scarsa conoscenza, ancora immaginata come un fattore culturale residuale da stigmatizzare o peggio ancora da sottovalutare. Da diversi anni alcuni studiosi del fenomeno investono le loro capacità e la loro fatica culturale nel cercare di far comprendere come la mafia tradizionale faccia parte oggi di un immaginario storico culturale superato dalla realtà. Oggi la mafia si è fatta impresa, è presente in tutti e cinque i continenti e come tale risponde alle logiche del mercato, fornendo beni e servizi per i quali vi è una domanda conclamata: si va dalla prostituzione al commercio della droga, dallo schiavismo allo sfruttamento del lavoro, dal commercio delle armi allo smaltimento illegale dei rifiuti, dalla falsa fatturazione al riciclaggio, per arrivare al mettersi a servizio di gruppi economici e di potere, al fine di svolgere quei lavori illegali ma al tempo stesso essenziali per il conseguimento di determinati obbiettivi.

Nelle intercettazioni relative all’inchiesta su Mafia Capitale, Massimo Carminati definisce questa funzione come “il mondo di mezzo”, utilizzando un’efficace metafora mutuata dall’Hobbit, per ricomprendere tutta una serie di attività illecite svolte nell’interesse di non meglio identificati potentati economico-politici, attività poste in essere da un’area grigia a metà strada tra la mafia tout court ed il mondo dell’imprenditoria. Nella fattispecie si tratta di attività di pressione, che assumono graduazioni diverse che vanno dalla minaccia fino ad arrivare al pestaggio, sui rappresentanti eletti nelle amministrazioni locali, su politici o su beneficiari di favori, tra i quali anche i prestiti usurai, pressioni finalizzate all’ottenimento di determinate attività economiche (si va dalle licenze edilizie, all’appalto per opere di vario genere, fino ad arrivare all’affidamento diretto o tramite gare falsate, di servizi pubblici). Si tratta, di servizi chiaramente “illegali”, il cd metodo mafioso, per i quali non esiste un mercato, ma che tuttavia manifestano un’esigenza che si materializza in una domanda, domanda alla quale non corrisponde un’offerta “lecita” da parte dei canali legali del mercato.

Scarpinato osserva come, rispondendo a logiche di mercato che oltrepassano spesso i confini di una determinata nazione, tali organizzazioni criminali devono necessariamente trovare un’azione di contrasto che vada oltre gli ambiti penali di un singolo paese, ed oltre al codice penale tradizionale capace di leggere solo la responsabilità personale, visto che si tratta di reati associativi. Ciò che poi si continua a sottovalutare è il peso economico di tali organizzazioni, e la loro capacità di influire negativamente sulla ripartizione delle risorse, oltre che sulle posizioni dominanti all’interno dei vari mercati legali.

Si pensi allo sviluppo delle economie emergenti, quali la Cina e l’India: centinaia di milioni di persone appartenenti alle categorie sociali medio alte, che adottano stili di vita emulativi di quello occidentale, basato quindi anche sul consumo, da parte, in media, del 15% della popolazione, di sostanze stupefacenti. Ciò significa una moltiplicazione esponenziale dei profitti per le organizzazioni criminali che commerciano illegalmente tali sostanze. Profitti che poi trovano il loro inevitabile sbocco sui mercati legali, mercati che vengono inquinati, dunque, da capitali ottenuti illegalmente. La conseguenza è l’inevitabile falsificazione delle regole della concorrenza, con gli operatori legali di mercato scalzati fuori da quelli illegali, grazie ai loro capitali sporchi ed alle loro numerose risorse eccezionali di cui godono. E non sono da sottovalutare le ricadute politiche e democratiche che tale fenomeno ha prodotto all’interno dei singoli stati, non solo quelli dotati di costituzioni ed organi istituzionali più deboli, ma anche di quelli tradizionalmente forti, con l’emergere di classi economiche e politiche espressione delle organizzazioni economiche criminali.

Oltre al rapporto mafia consumatore la relazione del procuratore Scarpinato ha preso in esame anche quello più complesso tra mafia e impresa. Storicamente siamo sempre stati portati a credere come le organizzazioni criminali sfruttassero, attraverso il metodo mafioso, le posizioni economiche delle imprese, estorcendo loro denaro o imponendo determinate assunzioni o l’ottenimento di determinati altri favoritismi. La realtà emersa attraverso alcune inchieste giudiziarie è ben diversa: molte imprese importanti si sono spesso avvalse del metodo mafioso, esclusiva delle organizzazioni criminale, per riuscire a conseguire posizioni dominanti all’interno di vari mercati legali, utilizzando la minaccia e la violenza come un ombrello protezionistico col quale proteggersi dalla concorrenza legale degli altri operatori.

La posizione privilegiata di mercato ottenuta in questo modo ha poi visto il sorgere di posizioni dominanti anche in altri mercati, attraverso la costituzione di cartelli di imprese tutte accomunate dalla violazione delle regole della concorrenza legale, cartelli che controllano l’intera filiera produttiva, dall’approvvigionamento delle materie prime fino al prodotto o servizio finale, e che hanno dato luogo ad una spartizione del mercato su base territoriale.

In questo quadro, le imprese esterne al sistema si sono trovate costrette, per potere operare all’interno del mercato oligopolistico, ad accettare le regole dettate da quelle che controllavano il mercato stesso. Ciò consentiva loro da una parte di eliminare i costi e i rischi della concorrenza, ottenendo una quota prestabilita di utili, e dall’altra di ottenere protezione nei confronti delle organizzazioni criminali esterne o interne al sodalizio. Chi non accettava questo “sistema” si trovava ad affrontare “da solo” sia le organizzazioni criminali tout court che l’ostracismo delle burocrazie amministrative espressione di questi cartelli. Queste modalità di controllo del mercato, che hanno garantito alle imprese che ne facevano parte enormi quote di utili, vengono definite da Scarpinato “Sistemi criminali“, ed il loro peso economico ha consentito alle imprese che ne sono espressione, di instaurare una reale interlocuzione anche con il potere politico, al fine di ottenere favori politici come finanziamenti tramite i fondi europei o l’adozione di provvedimenti legislativi utili agli interessi del sodalizio, ovvero il depotenziamento della legislazione penale fino a quel momento vigente (si pensi, guardando al passato, all’eliminazione del reato del falso in bilancio o alla depenalizzazione dei reati ambientali).

Si arriva dunque, all’interno di questi sistemi criminali, ad una suddivisione e quindi ad una specializzazione dei compiti: con i politici che gestiscono la spesa pubblica e le autorizzazioni amministrative, gli imprenditori l’accesso ai mercati da loro controllati e i mafiosi il riciclaggio del denaro sporco, oltre a quei mercati residuali illegali a cui sopra accennavamo. Suddivisione che coinvolge anche i profitti ottenuti da tali sistemi, tra i vari attori del sodalizio, vale a dire amministratori-politici, imprenditori e mafiosi.

L’evoluzione che si è registrata dagli anni ’90 ad oggi, secondo la relazione di Scarpinato, è che i Sistemi criminali in oggetto sono passati dal controllo dei mercati dell’edilizia e di quelli collegati (ad es. cemento e calcestruzzo) col controllo del 90% degli appalti (elemento che giustifica, in parte, l’aumento dei tempi medi di realizzazione delle opere oltre alla lievitazione del loro costo), al controllo di interi settori dell’economia, in particolare quelli dotati di un tasso di sviluppo e di redditività più elevati.

Parliamo dei mercati finanziari, delle energie alternative, della grande distribuzione, fino ad arrivare  alla sanità privata ad elevato contenuto tecnologico ed allo smaltimento dei rifiuti.

La novità legata all’evoluzione di questi sistemi criminali è rappresentata dal fatto che la magistratura e le forze dell’ordine hanno cominciato ad indagare non più solo su chi svolge la parte più rischiosa dell’attività, vale a dire i mafiosi tradizionali, ma anche sui politici, sugli imprenditori e sugli intermediari che coordinano questo tipo di sistemi.

Arriviamo ora al passaggio cruciale della relazione: Scarpinato sottolinea il fatto che in questi ultimi anni si è registrata una pericolosa compenetrazione tra il mondo degli affari  e quello della criminalità organizzata, e tutto ciò è stato reso possibile grazie alla corruzione, con imprenditori ed altri colletti bianchi che cercano di trarre la massima utilità da quei personaggi contigui al sodalizio ed eletti all’interno delle amministrazioni, o che comunque ricoprono all’interno di queste posizioni dirigenziali apicali, e che godono quindi del potere decisionale.   

La mafia, dunque, agisce come un gruppo economico di pressione, che abusa del suo potere privato, spingendo l’amministratore e il dirigente amministrativo a compiere un abuso del potere pubblico. Questo legame tra lobby private e lobby pubbliche ha costituito l’elemento ricorrente nelle varie inchieste che hanno visto coinvolte organizzazioni criminali non solo nel nord Italia ma anche nel sud. Ciò è stato possibile anche grazie alla maggiore discrezionalità politico-amministrativa, in grado di evitare i controlli, sia quelli ordinari che quelli della magistratura.

La magistratura contabile ha stimato il valore della corruzione presente in Italia in 60 miliardi di euro, pari alla metà di quella esistente tra tutti i paesi dell’UE. La corruzione è quindi diventato il principale canale attraverso cui le mafie penetrano all’interno delle istituzioni pubbliche e dei vari settori dell’economia. Ed è anche il collante che tiene insieme imprenditori, politici, amministratori e mafiosi. Queste strutture affaristico criminali sono sempre più al centro dell’azione di contrasto da parte della magistratura e delle forze di polizia, e rappresentano oggi la vera emergenza criminale nel nostro paese, al pari delle mafie tradizionali che in più parti del Paese hanno ormai soppiantato.

Il livello di omertà che circonda tali Sistemi criminali è molto simile a quello che circonda le organizzazioni criminali tradizionali, e ciò è dovuto spesso alla situazione di illegalità nella quale si trovano i soggetti o le imprese che si servono delle organizzazioni criminali. Ciò significa che denunciare le organizzazioni criminali equivarrebbe ad autodenunciarsi.

Tutto questo per dire come sia necessario contrastare la corruzione al pari delle organizzazioni mafiose, soprattutto per via del fatto che in questi anni alcune riforme adottate dai vari governi che si sono seguiti, hanno contribuito ad elevare il livello di impunità per questo reato. Si pensi a tutti quei reati che si configurano attraverso un uso distorto del potere pubblico, e per i quali si è avuta   una sostanziale depenalizzazione. Anche la riforma della prescrizione ha contribuito a svuotare l’azione penale, annullando processi prima che questi possano arrivare a concludersi in modo naturale. Tutto questo ha contribuito a rendere tutta una serie di reati, dal falso al bilancio, alla corruzione, allo scambio elettorale politico mafioso, i tipici reati dei colletti bianchi, sostanzialmente impuniti.

Anche la scarsa punibilità per i reati valutari quali il riciclaggio e l’autoriciclaggio, contribuisce a mantenere una sostanziale impunità per quelle organizzazioni che riciclano i proventi delle loro attività illecite, o anche i proventi di altre organizzazioni.

Dunque la corruzione non può essere relegata su di un piano secondario nella lotta al contrasto delle organizzazioni criminali, giacchè costituisce oggi, il normale canale di influenza di queste ultime nei confronti del potere politico-amministrativo.

Per poter contrastare in maniera efficace questi sistemi occorre, sottolinea Scarpinato, un diritto penale “comunitario” che stabilisca reati omogenei per i vari stati membri, ma anche strumenti di indagine e di confisca comuni. Ma soprattuto occorre che la magistratura rimanga un potere indipendente dal governo e dagli altri poteri statali, in modo da potere scoprire eventuali contiguità e responsabilità con la politica e con gli imprenditori vicini alla politica.

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