Bin Laden

Ad aprile il giornalista di Repubblica, Federico Fubini, pubblicava un articolo sulla banconota da 500 euro, definita “Bin Laden” in quanto, ufficialmente, tutti la conoscono, pur non avendola mai avuta fra le mani. Si tratta della banconota preferita da chi svolge traffici illeciti, dalla droga, alle armi, per passare ai corrotti e ai corruttori, ai mafiosi, ed agli evasori fiscali, tutti quanti accomunati dalla necessità di dovere riciclare i loro soldi sporchi. E il motivo è presto detto: occupano poco spazio. Basti pensare che arrotolate in un pacchetto di sigarette ce ne entrano fino a 20 mila euro, mentre in una ventiquattrore ne entrano circa sei milioni.

Fubini solleva un interrogativo interessante, vale a dire perché nelle banche italiane ne entrano, ogni anno, circa 10 miliardi, e ciò malgrado le banche abbiano, in pratica, smesso di distribuire questa banconota da diverso tempo?

Dai dati raccolti dalla Banca d’Italia emerge come i depositi effettuati in banconote da 500 euro siano in costante crescita, anche se la notizia non è esattamente sulle prime pagine di tutti i giornali. L’anno scorso le banche italiane hanno ricevuto versamenti in banconote da 500 euro, per un valore cento volte superiore rispetto al numero delle banconote dello stesso importo complessivamente distribuite.

E arriviamo, allora, al secondo interrogativo: da dove provengono? Fubini fa notare come questo fenomeno, duri, ormai, già da diversi anni: ad esempio, nel 2010 le banconote da 500 euro versate dai clienti nelle banche erano già otto volte superiori rispetto a quelle – 12 milioni – ritirate presso la Bd’I dal sistema bancario italiano. Al netto dei ritiri esse ammontavano, nel 2010, a più di tre miliardi, e a poco più di quattro nel 2011. A partire dall’anno successivo, il 2012, le banconote da 500 euro depositate in banca crescono in maniera esponenziale, in media dieci miliardi all’anno, negli ultimi tre anni.

I depositi superano il numero di “pezzi ufficiali” messi in circolazione

Dunque, malgrado la legge antiriciclaggio (n.231/2007) e le norme che limitano l’uso del contante (999,00 euro è il limite oltre il quale l’operatore è tenuto a segnalare l’operazione), alcuni italiani hanno potuto tranquillamente versare nei loro conti correnti banconote da 500 euro, senza che nessuno gli abbia chiesto nulla circa la loro provenienza. Si tratta di un’anomalia tutta italiana, che riguarda solo questo tipo di banconota. Il fenomeno è tenuto costantemente sotto esame dall’autorità che nel nostro paese contrasta il fenomeno del riciclaggio, l’Unità di Informazione Finanziaria (UIF). L’allarme era già scoppiato nel 2010 a seguito di un rapporto confidenziale redatto dall’UIF, in cui si diceva, in sostanza, che l’anomala diffusione della banconota da 500 sul territorio italiano costituiva un serio allarme circa la presenza di fenomeni di riciclaggio e/o di finanziamento del terrorismo. Secondo il rapporto, infatti, le transazioni in contanti, e quindi anonime, ammontavano al 91%, contro il 78% in Germania e il 59% in Francia.

In base ai dati relativi ai depositi suddivisi per regione, emerge come vi sia una correlazione positiva tra i depositi in banconote da 500 euro e il flusso delle esportazioni verso l’estero, in ambito regionale (+273% per il Veneto, +3853 per il Trentino, +847 per l’Emilia Romagna, +393 per la Lombardia). Tradotto: i flussi finanziari in uscita dal nostro paese coinvolgono le esportazioni.

Il sociologo Pino Arlacchi, in passato Vicesegretario Generale e Direttore esecutivo dell’UNDCP, il programma antidroga delle Nazioni Unite con sede a Vienna, nel suo libro La mafia imprenditrice ha stimato, fatto 100 l’ammontare complessivo del denaro riciclato, o come lo chiamano negli Stati Uniti “hot money”, nel 50% di esso la porzione derivante dalla grande evasione fiscale e dalla fuga dei capitali “puliti”, provenienti cioè dall’economia lecita, nel 20% il denaro che proviene dalla corruzione dei vertici politici del Terzo Mondo, e nel restante 30% il denaro dei mercati illegali e della criminalità organizzata.

Diverso il discorso per le regioni del sud, in particolare per quelle interessate dal fenomeno delle organizzazioni criminali: in Calabria l’ammontare dei depositi netti effettuati in banconote da 500 euro è di 150 milioni di euro l’anno, in Sicilia e Puglia 350 milioni, in Campania 500 milioni. Ciò significa che è in atto una normalizzazione, valle a dire un rientro costante di flussi di denaro ripuliti, che in parte verranno reinvestiti sul territorio attraverso stipendi, attività commerciali, supermercati, aziende agricole, attività turistiche, immobili, attività che vengono, il più delle volte, intestate a dei prestanome.

Come funziona in alcuni paesi con le banconote di grosso taglio

In Inghilterra, che insieme a Francia, Germania, Danimarca, Italia, Portogallo e Spagna  è uno dei paesi in cui il PIL derivante da attività illecite, cioè dal commercio di droga, dalla prostituzione,  dal contrabbando di alcool e di sigarette, è compreso tra lo 0,7 e lo 0,9 del PIL “legale”, per ridurre il rischio di riciclaggio, l’agenzia governativa che contrasta il crimine organizzato (la SOCA Serious Organized Crime Agency) ha spinto il governo a proibire la vendita, sia da parte delle banche che dei cambia valuta, della banconota da 500 euro.

Il Canada, dove vi è una forte presenza delle organizzazioni criminali, aveva già adottato, alcuni anni fa, un’ analoga misura nei confronti della banconota da mille dollari.

Quando, lo scorso gennaio, il deputato M5S, Francesco D’Uva, ha chiesto al governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco, in un’audizione in Commissione antimafia, se fosse stato possibile adottare in Italia una misura analoga, Visco ha risposto di essere perfettamente a conoscenza del grave squilibrio tra i depositi e i prelievi delle banconote da 500 euro ( 9 miliardi di euro contro 83 milioni). Tuttavia Visco, membro del Governing Council della BCE (la Banca Centrale Europea), riguardo alle possibili contromisure da adottare per contrastare il fenomeno, ha dichiarato: “Con i miei colleghi Governatori, con Draghi e altri, discutiamo di queste cose e posso rispondere che la maggioranza non vuole. Evidentemente servono. A noi non servono” . Visco poi ha aggiunto, nel suo intervento, come, in generale l’uso dei contanti si sia ridotto negli ultimi anni, ed è aumentato, di converso quello dei prelievi da bancomat (ATM), con una maggiore diffusione delle banconote da 50 e da 20 euro, ed una riduzione in circolazione di quelle da 500 e da 200.  Visco ha poi aggiunto: “Le bancone da 500 euro erano molto utilizzate, un tempo, in due località: Forlì e Como. Ovviamente Forlì per San Marino e Como per Chiasso – il fenomeno degli spalloni che esportano valuta era, in quel periodo, in forte ripresa – Noi abbiamo fatto interventi veramente molto efficaci sulle nostre filiali per rivedere totalmente la situazione. Questo è stato l’esito di comportamenti che si erano evidenziati come particolarmente sospetti. Su queste cose chiaramente siamo abbastanza attenti“.

I bonifici anonimi verso i paradisi fiscali e il contante

Da uno studio condotto dalla Banca d’Italia sui bonifici diretti verso i paesi a rischio riciclaggio, grazie alla collaborazione tra l’UIF ed il Dipartimento economia e statistica della Bd’I, è stato possibile individuare determinate aree caratterizzate da un’ elevata anomalia. A parità di condizioni, infatti, è emerso come i flussi diretti verso i paradisi fiscali siano di circa il 36% più elevati di quelli diretti verso tutti gli altri paesi esteri. L’anomalia viene rilevata attraverso un indicatore che evidenzia una correlazione positiva sia con il tasso di criminalità (furti e traffico di droga) della provincia da cui ha origine il flusso, sia con le misure legislative a rischio di riciclaggio vigenti nel paese di destinazione del flusso stesso. Da ciò emerge come vi possa essere una stretta relazione tra i flussi di denaro in uscita dal nostro sistema finanziario, diretti verso i paradisi fiscali, e le banconote di grosso taglio immesse nuovamente nel sistema, delle quali non si riesce ad individuare la provenienza.

Il Parlamento europeo approva la quarta direttiva contro il riciclaggio

Il Parlamento europeo ha recentemente approvato, dopo un lungo iter parlamentare, la quarta direttiva contro il riciclaggio. Il limiti della precedente direttiva e della normativa italiana di attuazione (legge 231/2007), riguardavano, principalmente l’assenza di sanzioni per le banche e i manager che non ottemperavano all’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette. Per la verità tali sanzioni, previste per le banche e i loro dipendenti, sono solo di tipo economico. Si tratta, in ogni caso, di sanzioni che arrivano ad un importo fino al 40% del versamento non segnalato, con multe aggiuntive fino ad un massimo di 50 mila euro. Tutto ciò premia i grandi evasori, riducendosi tutto al pagamento di una multa. Non è prevista alcuna responsabilità di tipo penale per manager e dipendenti di banca, come invece accade per gli avvocati, i notai e i commercialisti che non assolvono l’obbligo di collaborazione.

La Quarta direttiva affronta in parte un tema molto caldo, in relazione alle tecniche più utilizzate per appostare fondi provenienti da attività illecite, vale a dire l’utilizzo delle società anonime (shell company). Ogni anno 70 miliardi di dollari sfuggono dal sistema finanziario europeo, per andare a celarsi in paesi offshore dove l’ordinamento consente di creare società anonime, società per le quali non è possibile conoscere il nome dei loro beneficiari ultimi. Un sondaggio realizzato recentemente in alcuni paesi europei ha mostrato come 4 cittadini su 5 siano favorevoli ad istituire dei registri pubblici per i beneficiari ultimi delle società anonime offshore.

Attualmente, la nuova direttiva consente solo alle forze dell’ordine e ad altre autorità di potere accedere a questi registri, tagliando fuori, però, i giornalisti e le ONG, in quanto privi di un interesse legittimo. Sono esclusi da questo obbligo di pubblicità i trust (fiduciaire in Svizzera e Lussemburgo, anstalt in Lichtenstein) quegli istituti che consentono cioè di gestire patrimoni attraverso soggetti terzi. Tutto ciò agevola, di fatto, la vita di tutti coloro i quali utilizzano questi strumenti normativo per riciclare il denaro sporco, in primis le organizzazioni mafiose, ma anche i grandi corruttori, e gli evasori fiscali.

CM

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