sequestro-chianese

Il procuratore aggiunto a Napoli, Giuseppe Borrelli, ha raccontato, nella relazione esposta in Commissione antimafia lo scorso dicembre, che il pentito Antonio Iovine – ‘o ninno – a capo di uno dei cinque clan che compongono la federazione dei casalesi (gli altri quattro farebbero capo a Caterino, Schiavone, Zagaria e Bidognetti), ha dichiarato agli inquirenti che l’ultima riunione della cupola del clan si sarebbe tenuta nel 2007, in occasione di contrasto sorto tra lui e Michele Zagaria.

A partire da quel momento l’organizzazione procederà scissa, con Francesco Bidognetti e i suoi affiliati chiamatisi fuori dal sodalizio: il che, tradotto, significa senza più versare quei 60 mila euro mensili che ogni gruppo aveva convenuto di dare alla cassa comune. Questi soldi, complessivamente 300 mila euro mensili, servivano a pagare gli stipendi agli affiliati, tolti ovviamente i profitti spettanti ai capi di ciascuna famiglia. L’organizzazione, dunque, spendeva ogni anno, per i soli stipendi degli affiliati, inclusi quelli versati alle famiglie dei detenuti, 3 milioni e 600 mila euro.

Uscito Bidognetti, il clan risulterebbe composto, a partire da quell’anno, da Michele Zagaria, da Antonio Iovine e dalla famiglia Schiavone, con quest’ultima che ipotizza anche di eliminare, al momento dell’arresto di Iovine, Michele Zagaria. A domanda dei pm circa il senso dell’unitarietà delle federazione criminale, Iovine risponde dichiarando che la ragione stessa dell’esistenza dei casalesi era data della presenza di una cassa comune.

La centralità del gioco d’azzardo elettronico

Il senso del sodalizio, dunque, vi è stato, fintanto che vi è stata una cassa comune, ovvero un’ organizzazione unitaria della gestione di una parte dei proventi delle attività illecite dei vari clan. Dunque l’unitarietà della federazione viene a mancare con la fuoriuscita di Bidognetti. Con una sola eccezione: il pagamento degli stipendi degli affiliata sottoposti al carcere duro. Secondo le dichiarazioni di Iovine, infatti, i soldi destinati a pagare tali stipendi proverrebbero, esclusivamente, dai proventi del gioco d’azzardo elettronico gestito in modo unitario dalla federazione.

Da questa analisi emerge quanto decisivo sia, per il sodalizio, il controllo delle attività del gioco d’azzardo elettronico.

Dalla relazione della DNA sulle attività criminali e sulla riorganizzazione dei vari clan del sodalizio, è emerso come il clan Schiavone sia stato quello più veloce nel ricostruire, con l’inserimento nei vertici di familiari e affini della famiglia, l’organigramma dell’organizzazione, decapitato dalle iniziative della magistratura e della DNA stessa.Tra le attività criminali svolte da questa famiglia nel territorio di sua competenza, Casal di Principe, agro aversano e alto casertano, vi  sono le estorsioni e soprattutto il controllo delle slot machine e dei videopoker di tutti i locali, bar e sale giochi, presenti in queste zone.

Dunque il settore del gioco d’azzardo elettronico riveste un ruolo determinante, non solo come mercato legale in cui reinvestire i proventi delle attività lecite, capace di garantire un flusso costante di denaro, ma anche perché costituisce la fonte principale a cui attingere per pagare gli stipendi dei numerosi affiliati, sia quelli in attività che quelli reclusi.

Per quanto riguarda il clan Bidognetti, pur continuando a controllare l’area di sua pertinenza, vale a dire Lusciano, Castel Volturno, Cancello e Arnone, l’elevato numero dei capi e delle figure di spicco dell’organizzazione finite agli arresti, ha, di fatto, ridotto la qualità oltre che il numero del suo organigramma. Discorso analogo vale per il clan Zagaria, il quale, a seguito degli arresti del boss Michele, dei suoi fratelli, di un nipote e dei suoi più importanti gregari, ha subito un notevole colpo dal punto di vista della capacità militare dell’organizzazione, anche se in misura inferiore rispetto ai Bidognetti. Le aree di controllo restano comunque le medesime: Casapesenna, San Cipriano e Trentola Dugenta.

Prestanome e sequestri

Ciò che invece è rimasto pressoché indenne all’azione giudiziaria è il patrimonio dei clan, che pare sia di notevole importanza. Le difficoltà di individuazione debbono ascriversi all’utilizzo, da parte di quasi tutti i clan del sodalizio, di prestanome, spesso appartenenti a famiglie facoltose.

Sono molti gli imprenditori che in passato hanno potuto godere delle immense ricchezze dei vari clan, reinvestendole in attività lecite: uno fra tutti è Cipriano Chianese, ricco avvocato e imprenditore nei rifiuti legato al clan Bidognetti, al quale la DIA di Napoli ha sequestrato, nel 2011, beni per 13 milioni di euro. O come i fratelli Roma, Generoso, Elio e Raffaele, imprenditori nel campo dei rifiuti vicini a Francesco Bidognetti, ai quali la DIA di Napoli ha sequestrato, nel 2015, cinque milioni di euro, ed altri ne aveva loro sequestrati tra il 2011 e il 2012. O ancora come l’imprenditore edile Emilio Capone, sodale dei Bidognetti, attivo nel settore degli allacci idrici, al quale la DIA di Napoli ha sequestrato beni per 1 milione di euro.

Ma oltre ai Bidognetti, anche gli Zagaria, gli Schiavone e gli Iovine hanno dalla loro parte imprenditori, persone in apparenza appartenenti al mondo dell’imprenditoria legale, che hanno conquistato posizioni di vertice in alcuni mercati importanti, grazie alla disponibilità di ingenti capitali di illecita provenienza. Come gli imprenditori Raffaele Giuliani (sindaco di Casaluce) e Angelo Simeoni, legati al clan Zagaria, ai quali la Guardia di Finanza ha sequestrato, nel 2012, beni per oltre 250 milioni di euro. O come Michele Patrizio Sagliocchi, originario di Villa Literno ma residente in provincia di Latina, nonché sodale del clan Zagaria-Bidognetti, al quale la Guardia di Finanza del comando provinciale di Latina ha sequestrato imprese e beni nei settori petrolifero e immobiliare, per 40 milioni di euro. O come gli imprenditori edili Raffaele Cilindro e Alfonso Di Tella, attivi all’Aquila nella ricostruzione del post terremoto, entrambi vicini al clan Zagaria, Cilindro era stato anche autista di Pasquale Zagaria. Sia Di Tella che Cilindro sono stati filmati mentre riciclavano il denaro del clan presso il Casinò di Venezia. O come Nicola Palladino, imprenditore dell’agro Caleno attivo nei settori del calcestruzzo ed edile, vicino alle famiglie Schiavone e Zagaria, al quale la Guardia di Finanza di Napoli ha sequestrato, nel luglio 2014, beni per 15 milioni di euro.

cm

Annunci