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Nel settembre del 2009 il pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti, le cui rivelazioni hanno consentito agli inquirenti di venire a conoscenza dei luoghi in cui erano state affondate le “navi dei veleni“, ritenuto dunque fonte attendibile, racconta al settimanale l’Espresso alcuni particolari sul covo delle BR di via Gradoli, a Roma. Fonti riferisce al giornalista Riccardo Bocca che nel marzo del 1978, a seguito del sequestro dello statista democristiano, il braccio destro di Ciriaco De Mita, Riccardo Misasi, e l’on. Vito Napoli contattano Sebastiano Romeo, il capo della ‘ndrina di cui Fonti faceva parte. La richiesta che giunge da Roma è di aiuto, nel tentativo di individuare il covo in cui le BR tenevano prigioniero l’on. Aldo Moro. Romeo spedisce a Roma il suo uomo Fonti, con l’incarico di incontrarsi con un agente dei Servizi. Fonti racconta anche di un incontro con l’ex segretario della DC, Benigno Zaccagnini, dal quale apprende che, attraverso alcuni appartenenti della Banda della Magliana, si era venuto a sapere che Moro era tenuto in un covo situato a Roma, in via Gradoli 96.

Qualche anno più tardi infatti, nel processo alla Banda della Magliaia, Maurizio Abatino racconterà al giudice istruttore Otello Lupacchini, di come il capo della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, avesse ricevuto attraverso il suo legale di fiducia un analogo incarico da alcuni esponenti della DC,  e di come Cutolo avesse interessato di questa faccenda il suo referente romano, (nonché membro della Banda) Nicolino Selis. Ascoltato dal giudice Lupacchini, Cutolo confermerà le dichiarazioni di Abbatino, raccontando, inoltre, come Selis avesse anche organizzato un blitz per liberare Moro, e di come, a seguito dell’intervento di Vincenzo Casillo suo braccio destro nonché collaboratore del Sismi, non se ne fece più nulla.

Fonti racconta a Bocca del suo incontro con l’agente dei servizi (Sismi) Pino, e di come tramite questi sia stato introdotto presso il centro di Forte Braschi dove conosce l’allora capo del Sismi, gen. Giuseppe Santovito. Era il 4 aprile del 1978. Tornato in Calabria Fonti riceve dal suo capo il contrordine: “i politici hanno cambiato idea”. Dunque non se ne fa più nulla.

Occorrerà aspettare il 18 aprile quando finalmente le forze di polizia faranno irruzione, in maniera fortuita,  nell’interno 8 di via Gradoli 96. Sempre quel 18 aprile, a seguito della diramazione del comunicato n.7 delle Br, le forze di polizia si concentrano in massa in una località situata in provincia di Rieti, alla ricerca del cadavere di Aldo Moro. Secondo le indicazioni il corpo dello statista era stato segnalato nel fondo di un lago situato a 1.800 metri di altitudine, al confine tra Lazio e Abruzzo, il lago della Duchessa. Sono solo gli ultimi stralci di una storia, quella del covo di via Gradoli, che raccoglie nel suo dipanarsi giornalistico elementi politici, medianici e di sicurezza interna, oltre che di criminalità organizzata. Infatti il 3 aprile del 1978, nel corso di una seduta spiritica tenuta in un’abitazione bolognese alla quale prendono parte alcuni professori universitari, tra cui anche il futuro presidente dell’IRI Romano Prodi, emerge il riferimento Gradoli quale luogo di prigionia del presidente della DC. L’indicazione, apparsa credibile, giunge al capo della polizia.  Ma esattamente un mese prima, il 18 marzo, una giovane studentessa universitaria di origini egiziane, Lucia Mokbel, sorella di quel Gennaro incriminato di frode fiscale e riciclaggio nella vicenda Fastweb-Telecom Sparkle, e residente anche lei in via Gradoli 96, riferisce agli agenti di polizia che stanno controllando tutti gli appartamenti di quel condominio che nell’appartamento accanto al suo, il numero 8, vive l’ingegner Mario Borghi, alias Mario Moretti. La Mokbel riferisce inoltre che la notte del 17 marzo, il giorno dopo l’azione di via Fani, lei e la sua coinquilina hanno udito distintamente il rumore di un trasmettitore Morse. Il sottufficiale Domenico Merola, responsabile delle perquisizioni, dichiarerà in seguito di non avere ricevuto l’ordine specifico di perquisire l’appartamento dell’ing. Borghi, e dunque non avendo trovato nessuno e non essendo autorizzato a forzare la porta, si limitò a chiedere informazioni ai vicini, i quali garantirono in favore dell’inquilino assente. Lucia Mokbel racconta invece di avere consegnato agli agenti giunti sul luogo una nota diretta ad un funzionario di polizia di sua conoscenza, il dott. Cioppa, una nota scritta in cui raccontava della presenza nell’appartamento accanto al suo dell’apparecchio per segnalazioni Morse. Di quel foglio si perderà ogni traccia.

Appare strano come di questo elemento gli inquirenti non terranno nessun conto quando, proveniente da Bologna, riceveranno il giorno 3 aprile l’indicazione Gradoli. Occorrerà aspettare quel 18 aprile, giorno in cui grazie all’indicazione dell’inquilino sottostante all’interno 8, giungerà la lamentela per una perdita di acqua proveniente da quell’appartamento.

Quando i vigili del fuoco faranno irruzione scopriranno oltre alla perdita di acqua armi, esplosivi, divise e documenti appartenenti alle BR. Quel covo era stato volutamente “bruciato”, deduzione frutto della scoperta della causa dell’allagamento: la doccia lasciata completamente aperta.

CM

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