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Si è svolta il 26 maggio scorso, a Milano, la prima udienza in Cassazione, relativa alla terza istruttoria, del processo contro i presunti responsabili della strage di piazza della Loggia, strage  avvenuta a Brescia il 28 maggio del 1974. Nella carneficina che ne seguì, causata dall’esplosione di una bomba contenuta all’interno di un cestino per i rifiuti, durante un comizio contro le stragi di matrice fascista, perirono otto persone, ed altre centodue rimasero ferite. Sul banco degli imputati siedono oggi il medico veneziano Carlo Maria Maggi, ex dirigente per il Triveneto del movimento di estrema destra Ordine Nuovo, e Maurizio Tramontana, ex collaboratore dei servizi segreti (SID). 

L’iter processuale della vicenda è stato particolarmente complesso, grazie anche alla costante opera di depistaggio svolta dall’Ufficio Affari Riservati dei servizi, fin dall’immediatezza dell’evento delittuoso. Basti pensare all’ordine impartito ai pompieri di ripulire il luogo della strage dopo solo due ore dallo scoppio della bomba,  e prima dell’arrivo dei magistrati; o alla scomparsa dei reperti prelevati in ospedale dai corpi delle vittime e dei feriti. Nella prima istruttoria, il 2 giugno 1979 i giudici della corte d’Assise di Brescia condannano all’ergastolo Luigi Papa, quale esecutore materiale, e a dieci anni Ermanno Buzzi.

Prima dell’appello, Buzzi viene strangolato in carcere dai neofascisti Mario Tuti e Pierluigi Concutelli, entrambi ordinovisti. Il processo d’appello, che termina nel marzo del 1982, vede l’assoluzione di tutti gli imputati, assoluzione confermata anche in Cassazione (1985). A seguito delle rivelazioni rese dal alcuni pentiti, si apre, nel 1984, la seconda istruttoria, che vede rinviare a giudizio Cesare Ferri, Alessandro Stepanoff e Sergio Latini. Nel maggio 1987 i tre vengono assolti in primo grado per insufficienza di prove, e in seguito, nel 1989, prosciolti in appello con formula piena. La Corte di Cassazione confermerà, poco dopo, la sentenza. Nella terza istruttoria, il 19 maggio 2005 la Cassazione richiede l’arresto per Delfo Zorzi, residente in Giappone e non estraibile, in quanto divenuto, nel frattempo, cittadino nipponico (il Giappone concede l’estradizione solo a seguito di condanna definitiva, a conclusione del terzo grado di giudizio). Il 15 maggio 2008 sono rinviati a giudizio Delfo Zorzi, Pino Rauti, Francesco Delfino, Maurizio Tramonte, Carlo Maria Maggi, Giovanni Maifredi.

Il 14 aprile 2012 la Corte d’Assise di Appello di Brescia conferma l’assoluzione per tutti gli imputati, condannando le parti civili al rimborso delle spese processuali, e individuando, al contempo, le responsabilità per tre ex ordinovisti ormai deceduti: Carlo Digilio, Ermanno Buzzi e Marcello Soffiati. Il 21 febbraio 2014 la Corte di Cassazione annulla l’assoluzione di Maggi e Tramonti, confermando quelle di Zorzi e Delfino.

Nella vicenda più recente, un ruolo determinante lo hanno avuto due figure, quella del generale dei Carabinieri Francesco Delfino, e quella del neofascista condannato all’ergastolo per la strage di Peteano, Vincenzo Vinciguerra. Quest’ultimo ha recentemente rivelato, per averlo appreso da fonti interne al carcere e vicine agli ambienti ordinovisti, che in piazza della Loggia i carabinieri presenti   per svolgere, quel fatidico 28 maggio 1974, servizio di ordine pubblico, avevano ricevuto l’ordine di spostarsi perché “non dovevano essere loro a morire ma i manifestanti”. L’ex neofascista ha svelato, inoltre, l’esistenza di una “confessione scritta e firmata dagli autori della strage”.

Vinciguerra ribadisce dunque, se ancora ce ne fosse il bisogno, che l’obiettivo della bomba  non erano i carabinieri, come invece era accaduto a Peteano, ma i civili, così come confermò anche il giudice istruttore Zorzi, che in un’ordinanza redatta prima di lasciare l’ufficio istruzione, scrisse: “Quei sette chili di esplosivo furono lo strumento non di una strage indiscriminata, di un atto di terrorismo puro, di un proditorio “sparo nel mucchio” finalizzato a seminare il panico e un diffuso senso d’insicurezza in relazione qualunque situazione di vita quotidiana, ma un vero e proprio attacco diretto e frontale all’essenza stessa della democrazia; ossia al diritto dei membri della polis di ritrovarsi nell’agorà e di esprimere lì, direttamente, senza mediazioni di sorta, la propria soggettività politica, individuale e collettiva”. Il generale Delfino, scomparso nel settembre del 2014, all’indomani di quel fatidico 28 maggio assunse, in qualità di ufficiale del Nucleo investigativo,  la guida delle indagini. Bisognerà però attendere trent’anni per sapere che nel suo lavoro investigativo, l’ufficiale aveva volutamente coperto dei terroristi di destra, e per questo venne rinviato a giudizio e condannato in primo grado nella terza istruttoria del processo, con l’accusa di concorso in strage, accusa dalla quale venne assolto in appello.

CM

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