Cerca

Claudio Meloni

Mese

giugno 2015

L’autonomia delle BR e il ruolo di Giovanni Senzani

Br_processo

Il caso Moro e i nuovi filoni d’indagine 

Nella relazione conclusiva della Commissione parlamentare sulle stragi della decima legislatura viene ribadito come la Procura di Roma aveva scritto, all’epoca,  che “l’incomprensibile comportamento omissivo da parte delle BR poteva e può consentire l’ipotesi di utilizzo delle stesse da parte di centri esterni, di qualsivoglia genere, operanti, se del caso, in un più ampio e composito scenario internazionale e, evidentemente, non in sintonia con le prospettive politiche che erano proprie delle scelte dell’onorevole Moro“.

L’autonomia delle BR

Valerio Morucci, uno dei capi della colonna romana, interrogato dai membri della Commissione stragi della 13 legislatura in merito all’autonomia delle Br ebbe a dire che, se le Br erano state condizionate, non dovevano chiederlo a lui o agli altri suoi compagni, ma che avrebbero dovuto indagare su chi effettivamente aveva avuto il ruolo di condizionarle. Nella sua deposizione Morucci aggiunse poi una frase che getta sulla vicenda Moro un’ombra inquietante: “Io non lo so, ma se voi sapeste dove l’esecutivo delle Brigate Rosse si riuniva a Firenze, si potrebbero aprire nuovi scenari“.

Una nuova Commissione parlamentare d’inchiesta

Con la recente istituzione della Commissione di inchiesta sul caso Moro i familiari degli agenti uccisi dalle BR hanno unanimemente chiesto al procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, Antonio Marini, di indagare in maniera più approfondita sui brigatisti che effettivamente presero parte all’eccidio di via Fani, ed in particolare sui due membri del gruppo che, secondo alcuni testimoni, si trovavano sul luogo dell’agguato a bordo di una moto Honda. Il legale rappresentante delle vittime, l’avvocato Valter Biscotti, chiede inoltre di indagare ulteriormente sulla figura dell’ex terrorista Giovanni Senzani, e più in particolare sul ruolo che ebbe la sua abitazione di Firenze nell’ambito dell’organizzazione del sequestro Moro. L’avvocato sottolinea infatti la concreta possibilità che questo covo, situato a Firenze in via della Pisana, possa essere stato secondo le risultanze in mano al legale la vera cabina di regia del rapimento dello statista democristiano.

Il ruolo di Giovanni Senzani nelle BR

Nel libro scritto dal defunto brigatista Prospero Gallinari, “Un contadino nella metropoli“, emerge come l’appartamento di Senzani fosse già “operativo” nel luglio del 1977, avendo esso ospitato due dei brigatisti che faranno parte del gruppo di fuoco di via Fani, lo stesso Gallinari e Franco Bonisoli. Dunque Giovanni Senzani, figura controversa di brigatista, aderisce ufficialmente alle BR nel 1979 a seguito della sua scarcerazione, ed ha in seguito svolto a lungo il ruolo di  doppiogiochista essendo anche criminologo specializzato alla Berkeley University con incarichi ricevuti dalle università di Firenze e Siena, ma soprattutto consulente del ministero di Grazia e Giustizia. Negli anni Settanta, a Roma, Senzani divide con un informatore dei Servizi un appartamento situato in centro, in via della Vite. Le consulenze che Senzani offre al ministero riguardano proprio le BR, contribuendo alle analisi dei loro comunicati, oltre che alla prospettazione di loro plausibili scenari d’azione. All’interno delle BR il suo compito era invece quello di fornire informazioni sulle carceri speciali in cui erano rinchiusi i loro compagni, oltre che sui magistrati incaricati di decidere sul loro regime detentivo. Tra questi magistrati, vittime della furia omicida delle BR, ricordiamo Palma, Tartaglione e Minervini.

Quando il presidente emerito Francesco Cossiga, dalla lettura del memoriale di Aldo Moro ritrovato nell’ottobre del 1990 nel covo di via Monte Nevoso a Milano, cercò di tracciare il profilo del brigatista che lo aveva interrogato attraverso le domande rivoltegli (domande ricostruite attraverso le risposte date da Moro), ebbe a dire: ” cultura e probabilmente incarico di docente di livello universitario. Appropriate conoscenze della politica italiana in tutti i suoi risvolti o almeno i più significativi, ivi compresi quelli attinenti a impegni più propriamente di governo. Buona cognizione della storia italiana repubblicana. Età medio-adulta, dato che per taluni passaggi storici mostra di sapere reggere una conversazione sulla base di esperienze non ricavate da letture ma in qualche modo vissute direttamente“. A leggerlo oggi, sembra di scorrere l’identikit di Senzani.

Senzani organico alle BR già nel 1977

Ufficialmente Senzani, l’infiltrato delle BR nel ministero, militava nella colonna genovese. Le notizie che si hanno su di lui sono che è stato uno dei pochi a non avere mai parlato con i magistrati, e ciononostante ha ottenuto di scontare gran parte della sua detenzione ai domiciliari. Il suo ingresso nelle BR risalirebbe ufficialmente al 1979. Nel libro di Gallinari, però, la messa a disposizione a Gallinari e Bonisoli del suo appartamento di via della Pisana risalirebbe al luglio del 1977. Quindi almeno due anni prima del suo ingresso nelle BR. Inoltre, dagli atti giudiziari, risulta che la moglie di Senzani raccontò al procuratore Pierluigi Vigna di avere trovato, murato nell’appartamento in questione, un registratore. Dunque il covo era sorvegliato ed erano in corso delle intercettazioni ambientali. Secondo invece il procuratore generale della Toscana, Tindari Baglione, le risultanze fino ad ora emerse farebbero escludere che Senzani avesse rapporti con la colonna toscana delle BR. A quanto risulta, quindi, l’appartamento di via della Pisana era stato usato solo come punto d’appoggio.

I covi fiorentini delle BR

Nel 1978 la digos di Firenze arresta, in un’altro appartamento intestato a Senzani e situato in Borgo Ognissanti, il brigatista Simone Bombaci.  A quell’epoca Senzani non era ancora entrato ufficialmente nelle BR, e dunque non viene indagato. Nel corso della sua udienza in Commissione Moro, il procuratore Tindari Baglione ha raccontato come complessivamente i covi delle BR a Firenze fossero cinque, e dibcome lui si fosse occupato direttamente solo di quello di via Barbieri. In seguito ne è stato individuato anche un sesto, situato in viale Europa, ed un settimo, in zona Sollicciano. Quest’ultimo sembra sia stato la sede della direzione strategica delle BR. Riguardo alle intercettazioni nell’appartamento di via della Pisana, il procuratore ha riferito che a quell’epoca la polizia giudiziaria poteva effettuare solo intercettazioni telefoniche attraverso il gestore di allora, la Sip.

Quindi sembrerebbe che quelle intercettazioni nell’appartamento di via della Pisana non siano state ordinate dai magistrati. Tra i vari reati di cui Senzani si è macchiato c’è l’esecuzione di Roberto Peci, fratello del primo brigatista pentito, Patrizio. Andando oltre l’orrore di quell’omicidio, Roberto non era un brigatista e l’unica sua colpa era quella di continuare a incontrarsi col fratello, l’interpretazione che ne è stata data è stata quella di un messaggio diretto all’allora responsabile dell’antiterrorismo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fautore delle tecniche dell‘infiltraggio e della delazione. Dunque, se un monitoraggio del covo di via della Pisana vi è stato, esattamente come avvenne per il covo di via Gradoli nel quale abitavano Mario Moretti e Adriana Faranda, l’attività investigativa potrebbe essere stata posta in essere dalle forze coordinate dal generale Dalla Chiesa.

(cm)

L’uso di stupefacenti e le conseguenze sulla salute

Ecstasy

Si stima che un totale di 246 milioni di persone, vale a dire 1 su 20 soggetti, di età compresa tra i 15 ed i 64 anni di età, abbia fatto uso di sostanze stupefacenti nel 2013. Ciò rappresenta un incremento di 3 milioni di unità rispetto all’anno precedente, ma, a causa della crescita della popolazione mondiale, l’uso di sostanze illecite è, di fatto, rimasto stabile.

La rilevanza  del problema mondiale della droga diventa più evidente se si considera che più di 1 su 10 consumatori di droga costituisce un consumatore problematico, che soffre di disturbi da uso di droga o di dipendenza. In altre parole, circa 27 milioni di persone, quasi l’intera popolazione di un paese come la Malesia, sono consumatori problematici di stupefacenti. Quasi la metà (12.190.000) di questi tossicodipendenti problematici si iniettano droghe, e si stima che nel 2013, 1,65 milioni di questi saranno affetti dall’ AIDS.

Questo pone un pesante fardello sul sistemi sanitari pubblici in termini di prevenzione, trattamento e cura dei disturbi derivanti dall’uso di sostanza stupefacenti e dalle loro conseguenze sulla salute. Solo uno su sei tra i consumatori problematici di stupefacenti nel mondo, ha accesso alle cure, mentre molti paesi scontano un grave deficit nella fornitura di servizi per la salute. Il numero annuale di decessi per droga (stimato a 187.100 nel 2013) è rimasto relativamente stabile. Un numero inaccettabile di tossicodipendenti continua a perdere la vita prematuramente, spesso a causa di overdose, anche se i decessi da overdose si possono oggi prevenire.

Nonostante le variazioni nazionali e regionali nei trend di consumo delle varie sostanze stupefacenti,   i pochi dati disponibili indicano che l’uso di oppiacei (eroina e oppio) è rimasto stabile a livello globale. Principalmente come risultanza delle tendenze in corso nelle Americhe e in Europa, il consumo di cocaina è, nel complesso, diminuito, mentre l’uso di cannabis e quello non medicinale degli oppiacei farmaceutici è continuato a salire. La tendenza per quanto riguarda gli ATS (stimolanti di tipo anfetaminico) varia da regione a regione, ed alcune aree regionali come il sud-est asiatico hanno fatto riscontrare un aumento nell’uso delle metanfetamine.

Vi sono anche indicazioni che confermano come il numero di persone che necessitano di un trattamento sanitario dovuto al consumo di cannabis, sia in aumento nella maggior parte delle regioni. L’evidenza conferma come siano in crescita i consumatori di droga che soffrono di disturbi da uso di cannabis, ed esistono evidenze crescenti che dimostrano come la cannabis sia divenuta sempre più dannosa. Ciò si ricava dall’ elevata percentuale di persone che entrano per la prima volta in terapia a causa di disturbi derivanti dall’uso della cannabis in Europa, Nord America e Oceania. Secondo le limitate informazioni disponibili, la cannabis è al primo posto tra i tipi di droga per i quali le persone in Africa entrano in trattamento a causa della dipendenza da essa.

La cannabis è di gran lunga la droga più usata all’interno delle carceri. Anche se i dati in materia sono limitati, ci sono evidenze che mostrano come un terzo dei detenuti abbia almeno una volta fatto uso di una droga durante il suo periodo di detenzione. Il consumo di lunga data ed il consumo recente (del mese passato) di eroina nelle carceri è molto superiore rispetto a quello della cocaina, delle anfetamine o dell’ “ecstasy“. Il carcere è un ambiente ad elevato rischio, in cui il consumo di droga, anche quella che si assume per endovena, spesso avviene in condizioni particolarmente pericolose. Questo può spiegare perché l’ambiente carcerario può essere caratterizzato da elevati livelli di malattie infettive, in particolare l’HIV, ma anche l’epatite C e la tubercolosi, oltre che da un limitato accesso alla prevenzione ed al trattamento, cosa che aumenta il rischio di contrarre virus trasmissibili per via ematica.

Il numero di persone che necessitano di trattamento per consumo di ATS  è in aumento a livello globale. Questo è probabilmente attribuibile al peso dei numeri, dato che il consumo di ATS è relativamente elevato in Asia, dove vi è una forte domanda di trattamenti, ma l’esperienza nel trattamento dei disturbi da uso di ATS non è allo stesso livello di quella per il trattamento di disturbi da uso di oppiacei.

Le NPS (Nuove Sostanze Psicoattive) sono commercializzate come droghe alternative rispetto a quelle controllate a livello internazionale e sono accreditate di produrre effetti simili a quelli delle loro controparti “tradizionali”. Esse rappresentano potenzialmente un grave rischio per la salute e la sicurezza pubblica. Le informazioni e la ricerca sul potenziale danno causato dalle NPS sono limitate, ma la proliferazione delle stimate 500 tipologie di NPS, tra cui il mefedrone, costituiscono una seria minaccia per la salute dei consumatori di droga, oltre ad avere aumentato la domanda di trattamenti per consumo di tale tipologia di droga.

La cocaina resta la droga primaria per livelli di consumo in America Latina e nei Caraibi, mentre l’uso di oppiacei rimane la forma più problematica di consumo di droga a livello mondiale. Questo può essere attribuito al rapporto tra l’uso di oppiacei e l’utilizzo di siringhe, HIV, AIDS e le morti per overdose e al fatto che l’uso di oppiacei rappresenti la maggior parte delle casistiche di ammissione a trattamento per uso di droga, in Asia ed Europa.

La percezione da parte del pubblico sulla riabilitazione delle persone dipendenti dall’uso della droga tende a produrre eccessive semplificazioni riguardo ai confini del fenomeno della tossicodipendenza. Non esistono rimedi rapidi e semplici contro la tossicodipendenza. Si tratta di una condizione di salute cronica e, come con altre patologie croniche, le persone colpite restano vulnerabili per tutta la vita e richiedono, perciò, un trattamento a lungo termine e continuo. Vi sono evidenze scientifiche sempre maggiori che dimostrano come numerosi interventi volti a prevenire l’inizio del consumo di droga (o la potenziale transizione verso disturbi da uso di droghe) possono essere efficaci se si rivolgono alle diverse vulnerabilità personali e ambientali dei bambini e dei giovani – fattori che sono in gran parte fuori dal controllo del singolo.

Un certo numero di barriere sociali e strutturali continuano chiaramente a ostacolare l’accesso delle donne al trattamento per dipendenza da droga: a livello globale, solo un tossicodipendente su cinque che entra in trattamento è donna, anche se solo un tossicodipendente su tre è una donna. Una grande quantità di prove ha dimostrato che i fattori sociali e biologici correlati con l’inizio dell’uso di sostanze, l’uso continuato di sostanze e lo sviluppo di problemi legati al consumo di sostanze stupefacenti, variano notevolmente tra uomini e donne.

Gli uomini hanno tre volte le probabilità delle donne di fare uso di cannabis, di cocaina e di anfetamine, mentre le donne sono più propense degli uomini ad abusare di oppiacei e tranquillanti su prescrizione. Poiché la probabilità che l’inizio dell’abuso di tranquillanti su prescrizione e oppiacei su prescrizione possa portare ad un uso regolare o corrente degli stessi, è relativamente elevata rispetto ad altri farmaci, ciò rende tale settore di particolare preoccupazione per le donne. I dati disponibili relativi all’HIV in prevalenza tra persone che si iniettano droghe, mostrano che in molti paesi, le donne che si iniettano droghe sono più vulnerabili all’infezione da HIV rispetto agli uomini, e che la prevalenza di HIV è maggiore tra le donne che si iniettano droghe rispetto agli uomini.

Alcuni progressi sono stati compiuti per raggiungere l’obiettivo fissato nella dichiarazione politica del 2011 sull’ HIV e l’ AIDS, di ridurre del 50 per cento nel 2005 la trasmissione di HIV tra le persone che si iniettano droghe.  Anche se il numero di casi di HIV di nuova diagnosi  tra le persone che si iniettano droghe sono diminuite di circa il 10 per cento, da circa 110.000 nel 2010 a 98.000 nel 2013, è improbabile che questo obiettivo venga raggiunto.

La trasmissione di malattie infettive come l’HIV e l’epatite C e l’insorgenza di overdose sono solo alcuni dei fattori di rischio che portano il livello di mortalità tra le persone che si iniettano droghe a quasi 15 volte quello normalmente previsto per le persone paragonabili con la popolazione generale  per età e sesso.

Non tutte le overdose sono fatali; diversi studi hanno stimato che solo 1 su 20-25 casi di overdose è fatale. Le overdose non letali sono sottostimate e costituiscono un’esperienza comune tra i tossicodipendenti; tuttavia, il rischio cumulativo di morte aumenta con ogni successiva overdose.

Tratto dal rapporto UNODOC “World Drug Report 2015”

traduzione di cm

Dalla mafia tradizionale ai sistemi criminali

pon-presentazione_linea-1_gli-investimenti_delle_mafie-page-013

Nella relazione che il Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, ha esposto il 29-30 marzo 2011 al Parlamento Europeo, vi sono i alcuni elementi fondamentali per comprendere le evoluzioni delle organizzazioni criminali nel nostro paese e nel resto del mondo.

Il primo passo da compiere per poter essere in grado di comprendere i nuovi scenari del crimine organizzato è quello il di sfatare un dato culturale, il cui superamento appare essenziale ai fini dell’organizzazione di un contrasto globale al fenomeno della criminalità economica.

All’estero la mafia viene, per convenienza o per scarsa conoscenza, ancora immaginata come un fattore culturale residuale da stigmatizzare o peggio ancora da sottovalutare. Da diversi anni alcuni studiosi del fenomeno investono le loro capacità e la loro fatica culturale nel cercare di far comprendere come la mafia tradizionale faccia parte oggi di un immaginario storico culturale superato dalla realtà. Oggi la mafia si è fatta impresa, è presente in tutti e cinque i continenti e come tale risponde alle logiche del mercato, fornendo beni e servizi per i quali vi è una domanda conclamata: si va dalla prostituzione al commercio della droga, dallo schiavismo allo sfruttamento del lavoro, dal commercio delle armi allo smaltimento illegale dei rifiuti, dalla falsa fatturazione al riciclaggio, per arrivare al mettersi a servizio di gruppi economici e di potere, al fine di svolgere quei lavori illegali ma al tempo stesso essenziali per il conseguimento di determinati obbiettivi.

Nelle intercettazioni relative all’inchiesta su Mafia Capitale, Massimo Carminati definisce questa funzione come “il mondo di mezzo”, utilizzando un’efficace metafora mutuata dall’Hobbit, per ricomprendere tutta una serie di attività illecite svolte nell’interesse di non meglio identificati potentati economico-politici, attività poste in essere da un’area grigia a metà strada tra la mafia tout court ed il mondo dell’imprenditoria. Nella fattispecie si tratta di attività di pressione, che assumono graduazioni diverse che vanno dalla minaccia fino ad arrivare al pestaggio, sui rappresentanti eletti nelle amministrazioni locali, su politici o su beneficiari di favori, tra i quali anche i prestiti usurai, pressioni finalizzate all’ottenimento di determinate attività economiche (si va dalle licenze edilizie, all’appalto per opere di vario genere, fino ad arrivare all’affidamento diretto o tramite gare falsate, di servizi pubblici). Si tratta, di servizi chiaramente “illegali”, il cd metodo mafioso, per i quali non esiste un mercato, ma che tuttavia manifestano un’esigenza che si materializza in una domanda, domanda alla quale non corrisponde un’offerta “lecita” da parte dei canali legali del mercato.

Scarpinato osserva come, rispondendo a logiche di mercato che oltrepassano spesso i confini di una determinata nazione, tali organizzazioni criminali devono necessariamente trovare un’azione di contrasto che vada oltre gli ambiti penali di un singolo paese, ed oltre al codice penale tradizionale capace di leggere solo la responsabilità personale, visto che si tratta di reati associativi. Ciò che poi si continua a sottovalutare è il peso economico di tali organizzazioni, e la loro capacità di influire negativamente sulla ripartizione delle risorse, oltre che sulle posizioni dominanti all’interno dei vari mercati legali.

Si pensi allo sviluppo delle economie emergenti, quali la Cina e l’India: centinaia di milioni di persone appartenenti alle categorie sociali medio alte, che adottano stili di vita emulativi di quello occidentale, basato quindi anche sul consumo, da parte, in media, del 15% della popolazione, di sostanze stupefacenti. Ciò significa una moltiplicazione esponenziale dei profitti per le organizzazioni criminali che commerciano illegalmente tali sostanze. Profitti che poi trovano il loro inevitabile sbocco sui mercati legali, mercati che vengono inquinati, dunque, da capitali ottenuti illegalmente. La conseguenza è l’inevitabile falsificazione delle regole della concorrenza, con gli operatori legali di mercato scalzati fuori da quelli illegali, grazie ai loro capitali sporchi ed alle loro numerose risorse eccezionali di cui godono. E non sono da sottovalutare le ricadute politiche e democratiche che tale fenomeno ha prodotto all’interno dei singoli stati, non solo quelli dotati di costituzioni ed organi istituzionali più deboli, ma anche di quelli tradizionalmente forti, con l’emergere di classi economiche e politiche espressione delle organizzazioni economiche criminali.

Oltre al rapporto mafia consumatore la relazione del procuratore Scarpinato ha preso in esame anche quello più complesso tra mafia e impresa. Storicamente siamo sempre stati portati a credere come le organizzazioni criminali sfruttassero, attraverso il metodo mafioso, le posizioni economiche delle imprese, estorcendo loro denaro o imponendo determinate assunzioni o l’ottenimento di determinati altri favoritismi. La realtà emersa attraverso alcune inchieste giudiziarie è ben diversa: molte imprese importanti si sono spesso avvalse del metodo mafioso, esclusiva delle organizzazioni criminale, per riuscire a conseguire posizioni dominanti all’interno di vari mercati legali, utilizzando la minaccia e la violenza come un ombrello protezionistico col quale proteggersi dalla concorrenza legale degli altri operatori.

La posizione privilegiata di mercato ottenuta in questo modo ha poi visto il sorgere di posizioni dominanti anche in altri mercati, attraverso la costituzione di cartelli di imprese tutte accomunate dalla violazione delle regole della concorrenza legale, cartelli che controllano l’intera filiera produttiva, dall’approvvigionamento delle materie prime fino al prodotto o servizio finale, e che hanno dato luogo ad una spartizione del mercato su base territoriale.

In questo quadro, le imprese esterne al sistema si sono trovate costrette, per potere operare all’interno del mercato oligopolistico, ad accettare le regole dettate da quelle che controllavano il mercato stesso. Ciò consentiva loro da una parte di eliminare i costi e i rischi della concorrenza, ottenendo una quota prestabilita di utili, e dall’altra di ottenere protezione nei confronti delle organizzazioni criminali esterne o interne al sodalizio. Chi non accettava questo “sistema” si trovava ad affrontare “da solo” sia le organizzazioni criminali tout court che l’ostracismo delle burocrazie amministrative espressione di questi cartelli. Queste modalità di controllo del mercato, che hanno garantito alle imprese che ne facevano parte enormi quote di utili, vengono definite da Scarpinato “Sistemi criminali“, ed il loro peso economico ha consentito alle imprese che ne sono espressione, di instaurare una reale interlocuzione anche con il potere politico, al fine di ottenere favori politici come finanziamenti tramite i fondi europei o l’adozione di provvedimenti legislativi utili agli interessi del sodalizio, ovvero il depotenziamento della legislazione penale fino a quel momento vigente (si pensi, guardando al passato, all’eliminazione del reato del falso in bilancio o alla depenalizzazione dei reati ambientali).

Si arriva dunque, all’interno di questi sistemi criminali, ad una suddivisione e quindi ad una specializzazione dei compiti: con i politici che gestiscono la spesa pubblica e le autorizzazioni amministrative, gli imprenditori l’accesso ai mercati da loro controllati e i mafiosi il riciclaggio del denaro sporco, oltre a quei mercati residuali illegali a cui sopra accennavamo. Suddivisione che coinvolge anche i profitti ottenuti da tali sistemi, tra i vari attori del sodalizio, vale a dire amministratori-politici, imprenditori e mafiosi.

L’evoluzione che si è registrata dagli anni ’90 ad oggi, secondo la relazione di Scarpinato, è che i Sistemi criminali in oggetto sono passati dal controllo dei mercati dell’edilizia e di quelli collegati (ad es. cemento e calcestruzzo) col controllo del 90% degli appalti (elemento che giustifica, in parte, l’aumento dei tempi medi di realizzazione delle opere oltre alla lievitazione del loro costo), al controllo di interi settori dell’economia, in particolare quelli dotati di un tasso di sviluppo e di redditività più elevati.

Parliamo dei mercati finanziari, delle energie alternative, della grande distribuzione, fino ad arrivare  alla sanità privata ad elevato contenuto tecnologico ed allo smaltimento dei rifiuti.

La novità legata all’evoluzione di questi sistemi criminali è rappresentata dal fatto che la magistratura e le forze dell’ordine hanno cominciato ad indagare non più solo su chi svolge la parte più rischiosa dell’attività, vale a dire i mafiosi tradizionali, ma anche sui politici, sugli imprenditori e sugli intermediari che coordinano questo tipo di sistemi.

Arriviamo ora al passaggio cruciale della relazione: Scarpinato sottolinea il fatto che in questi ultimi anni si è registrata una pericolosa compenetrazione tra il mondo degli affari  e quello della criminalità organizzata, e tutto ciò è stato reso possibile grazie alla corruzione, con imprenditori ed altri colletti bianchi che cercano di trarre la massima utilità da quei personaggi contigui al sodalizio ed eletti all’interno delle amministrazioni, o che comunque ricoprono all’interno di queste posizioni dirigenziali apicali, e che godono quindi del potere decisionale.   

La mafia, dunque, agisce come un gruppo economico di pressione, che abusa del suo potere privato, spingendo l’amministratore e il dirigente amministrativo a compiere un abuso del potere pubblico. Questo legame tra lobby private e lobby pubbliche ha costituito l’elemento ricorrente nelle varie inchieste che hanno visto coinvolte organizzazioni criminali non solo nel nord Italia ma anche nel sud. Ciò è stato possibile anche grazie alla maggiore discrezionalità politico-amministrativa, in grado di evitare i controlli, sia quelli ordinari che quelli della magistratura.

La magistratura contabile ha stimato il valore della corruzione presente in Italia in 60 miliardi di euro, pari alla metà di quella esistente tra tutti i paesi dell’UE. La corruzione è quindi diventato il principale canale attraverso cui le mafie penetrano all’interno delle istituzioni pubbliche e dei vari settori dell’economia. Ed è anche il collante che tiene insieme imprenditori, politici, amministratori e mafiosi. Queste strutture affaristico criminali sono sempre più al centro dell’azione di contrasto da parte della magistratura e delle forze di polizia, e rappresentano oggi la vera emergenza criminale nel nostro paese, al pari delle mafie tradizionali che in più parti del Paese hanno ormai soppiantato.

Il livello di omertà che circonda tali Sistemi criminali è molto simile a quello che circonda le organizzazioni criminali tradizionali, e ciò è dovuto spesso alla situazione di illegalità nella quale si trovano i soggetti o le imprese che si servono delle organizzazioni criminali. Ciò significa che denunciare le organizzazioni criminali equivarrebbe ad autodenunciarsi.

Tutto questo per dire come sia necessario contrastare la corruzione al pari delle organizzazioni mafiose, soprattutto per via del fatto che in questi anni alcune riforme adottate dai vari governi che si sono seguiti, hanno contribuito ad elevare il livello di impunità per questo reato. Si pensi a tutti quei reati che si configurano attraverso un uso distorto del potere pubblico, e per i quali si è avuta   una sostanziale depenalizzazione. Anche la riforma della prescrizione ha contribuito a svuotare l’azione penale, annullando processi prima che questi possano arrivare a concludersi in modo naturale. Tutto questo ha contribuito a rendere tutta una serie di reati, dal falso al bilancio, alla corruzione, allo scambio elettorale politico mafioso, i tipici reati dei colletti bianchi, sostanzialmente impuniti.

Anche la scarsa punibilità per i reati valutari quali il riciclaggio e l’autoriciclaggio, contribuisce a mantenere una sostanziale impunità per quelle organizzazioni che riciclano i proventi delle loro attività illecite, o anche i proventi di altre organizzazioni.

Dunque la corruzione non può essere relegata su di un piano secondario nella lotta al contrasto delle organizzazioni criminali, giacchè costituisce oggi, il normale canale di influenza di queste ultime nei confronti del potere politico-amministrativo.

Per poter contrastare in maniera efficace questi sistemi occorre, sottolinea Scarpinato, un diritto penale “comunitario” che stabilisca reati omogenei per i vari stati membri, ma anche strumenti di indagine e di confisca comuni. Ma soprattuto occorre che la magistratura rimanga un potere indipendente dal governo e dagli altri poteri statali, in modo da potere scoprire eventuali contiguità e responsabilità con la politica e con gli imprenditori vicini alla politica.

cm

Prima udienza al processo di appello bis per la strage di Brescia

Piazza della Loggia

Nella prima udienza del processo di appello bis per la strage di Piazza della Loggia, tenutasi oggi a Milano, il rappresentante dell’accusa, il sostituto pg di Milano, Maria Grazia Omboni, ha manifestato un evidente scetticismo di fronte alla documentazione presentata dalla difesa di uno dei due accusati, l’ex responsabile per il Triveneto di Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi.

I referti medici in oggetto afferirebbero a “gravi patologie, fisiche e cognitive” che impedirebbero all’accusato di presenziare al processo, e di converso al medico di comprendere quanto accada in aula dibattimentale. Stante tale situazione, la posizione dell’accusa e quella difesa si starebbero confrontando, con, la prima che avanzerebbe la richiesta di una perizia medica sull’imputato, e la seconda che sarebbe più favorevole, invece, ad un legittimo impedimento, con conseguente sospensione dei lavori. Nella giornata di domani i periti nominati dal tribunale, riferiranno in merito ai tempi tecnici necessari per valutare le condizioni di salute di Maggi. A quel punto la Corte sarà in grado di decidere se considerare la sospensione, con un probabile stralcio della posizione di Maggi, e con il processo procedere con alla sbarra un solo imputato, Maurizio Tramonte.

Analogo scetticismo ha mostrato il Presidente dell’Associazione familiari delle vittime, Manlio Milani, il quale si domanda il motivo per cui le condizioni di salute di Maggi non sarebbero mai state prese in esame in precedenza, ma solo ora che la Cassazione ha evidenziato gravi indizi nei suoi confronti.

In effetti, motivi per valutare le condizioni di salute di Carlo Maria Maggi ci sarebbero stati, posto che l’imputato, in passato, non è mai stato presente in aula nei processi che lo riguardavano.

cm

L’appalto per l’auditorium di Isernia

isernia auditorium

Una delle gare alle quali partecipa il grande accusatore nel processo Balducci-Anemone, Francesco Maria De Vito Piscicelli, con la sua impresa di costruzioni Opere Pubbliche Ambiente srl, è quella relativa all’auditorium di Isernia.

L’amministrazione di Isernia, nel 2005, emana un bando per la costruzione di un auditorium, il cui costo era stato fissato, inizialmente, a 5 milioni di euro. La cifra viene stanziata dalla regione Molise. La gara per il progetto viene vinta dall’architetto Pasquale Culotta. L’opera viene fatta rientrare tra gli “interventi relativi alle Celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia” ed il progetto viene preso in mano dalla Struttura tecnica di missione presso la Presidenza del consiglio (ovvero dalla protezione civile di Guido Bertolaso), che diviene stazione appaltante.

La gara viene vinta da un’associazione temporanea di imprese (ATI) guidata dalla Lupo Rocco spa, ed il governo nomina responsabile unico del procedimento Fabio De Santis. Il coordinatore dei lavori diviene Mauro della Giovanpaola, e al suo fianco viene nominato Riccardo Miccichè. I lavori per l’auditorium, intanto, sono cresciuti in maniera incontrollata, raggiungendo dei di livelli di costo elevatissimi: l’appalto, bandito nel 2005 per un importo di 5 milioni, lieviterà fino a superare i 55 milioni. Il finanziamento dei lavori verrà fatto rientrare tra i fondi stanziati per gli interventi celebrativi dei 150 anni dell’Unità d’Italia.  L’ente che coordinerà tutti i lavori sarà la Struttura di missione presso la Presidenza del Consiglio, ed in questo ambito un ruolo apicale nell’assegnazione degli appalti lo assumerà l’ing. Balducci, in qualità di figura di vertice del Dipartimento per lo Sviluppo e la Competitività del Turismo, istituito anch’esso presso la Presidenza del Consiglio.   

L’audizione dell’ing. Bentivoglio

Nell’udienza di ieri ha reso deposizione l’ing. Enrico Bentivoglio, occupato prima presso il Provveditorato, e in seguito al Consiglio superiore per i lavori pubblici. Nella sua deposizione Piscicelli aveva riferito su come, per poter partecipare alle gare del provveditorato, vi fosse la necessità di fare parte di un sistema di gare, in relazione al quale l’impresa vincitrice era sempre stabilità sin dall’inizio. Tale sistema, definito da Piscicelli “delle gare di appoggio“, comportava la necessità di sostenere degli onerosi costi di progettazione. Piscicelli racconta del costo di 70 mila euro relativo al progetto per la gara del Centrale del tennis, e dei 250 mila per quello relativo all’auditorium di Firenze,  e degli 80 mila per quello di Isernia,  e dei 100 mila per la piscina, in seguito realizzata, di Valco S.Paolo.

Lo studio di progettazione consigliato dallo stesso Bentivoglio, “per cercare di avere maggiori possibilità di aggiudicarsi una gara” afferma Piscicelli, era quello del figlio dell’ex provveditore ai lavori pubblici, dott.ssa Natalia Muzzati, l’ing.  Fabio Frasca.

In relazione alla gara per l’auditorium di Isernia, Piscicelli ha raccontato alla Corte di essere stato contattato dall’ing. Bentivoglio, durante la valutazione economica delle offerte, e di avere ricevuto da questi la certezza di essersi aggiudicato la gara.

Accadrà, invece, che la gara verrà vinta da una associazione temporanea di impresa (ATI) la cui capogruppo era la Lupo Rocco spa. Quando Piscicelli  va a chiedere chiarimenti a Bentivoglio, questi gli avrebbe risposto che sarebbe intervenuta una telefonata da parte del ‘dott. Guido Bertolaso, il quale, su indicazioni di Antonio di Pietro, aveva fornito diverse direttive.

Questi fatti, dichiara Piscicelli, gli sarebbero stati riferiti dall’ing. Bentivoglio.

Il teste ing. Bentivoglio ha raccontato di come le affermazioni fatte da Piscicelli non corrispondano al vero. Tale dichiarazione è avvalorata, secondo Bentivoglio, dalle querele (due) presentate da Antonio di Pietro e dall’ aggiudicatario della gara, l’architetto Lupo, titolare della Lupo Rocco spa, nei confronti del giornale Repubblica, per avere pubblicato un’intervista fatta a Piscicelli, in cui si riportano le dichiarazioni relative ai fatti sopra esposti. Da entrambe le querele, dichiara Bentivoglio, ne è emerso un rinvio a giudizio.

Oltre a ciò l’ing. Bentivoglio dichiara, su domanda del presidente della Corte Montinaro, di non aver mai svolto alcun ruolo ufficiale all’interno delle Commissioni per la valutazione e per l’affidamento della gara, ma di avere fatto parte, in qualità di Responsabile Unico del Procedimento, della fase esecutiva dei lavori. La difesa dell’ing. Balducci chiede a Bentivoglio se, in relazione all’auditorium di Isernia, abbia mai ricevuto indicazioni o pressioni dall’ing. Balducci o sentito o visto di gare attribuite attraverso modalità anomale rispetto al normale andamento delle gare pubbliche, l’ing. Bentivoglio risponde di no.

cm

Balducci, Anemone e la Edelweiss Production

solenero1

Si è svolta il 19 giugno presso la corte d’appello di Roma una nuova udienza del processo alla cricca degli appalti pubblici. Tra i vari testimoni ascoltati, anche il giornalista freelance Igor Uboldi , che dal 2005 al 2007 ha ricoperto la carica di amministratore unico della società di produzione cinematografica Edelweiss Production srl. Secondo l’accusa uno dei modi attraverso i quali il costruttore Diego Anemone avrebbe corrotto l’ex provveditore ai lavori pubblici Angelo Balducci, per ottenere gli appalti per il G8 della Maddalena, quelli per i mondiali di nuoto di Roma 2009 e quelli relativi al 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, sarebbe stato il finanziamento della Edelweiss.

Il pm Roberto Felici ha cercato di dimostrare come la Edelweiss, società di produzione cinematografica che ha prodotto due film, svolgesse unicamente la funzione di finanziare lungometraggi che vedevano la partecipazione di Lorenzo Balducci, figlio di Angelo.

I film in questione sono Il Sole Nero, una produzione italiana diretta del regista polacco Krzysztof Zanussi, ed il film Io, Don Giovanni, una coproduzione italo-spagnola diretta dal regista spagnolo Carlos Saura.

Il teste Uboldi racconta in aula di essere stato coinvolto da Angelo Balducci e da Diego Anemone nell’ attività di produttore cinematografico, e quindi di amministratore unico della Edelweiss, società costituita ex novo con il suo arrivo, il cui scopo era, da principio, quello di produrre unicamente “Il Sole Nero”, distribuito nelle sale nel 2009. Successivamente la società ha prodotto anche il film “Io, Don Giovanni”, progetto che però Uboldi non ha seguito interamente, essendo stato sollevato dall’incarico. Stante a quanto dichiarato dal teste, questi avrebbe convenuto con i suoi dante causa, Balducci Angelo e Anemone Diego, che le risorse per realizzare i film sarebbero state messe a disposizione da quest’ultimo, laddove il ruolo di Uboldi sarebbe stato quello di amministrare tali risorse in qualità di produttore esecutivo.

Il primo incontro avuto con Anemone e Balducci avviene a Roma nel 2005, presso l’Hotel Columbus, in via della Conciliazione. All’incontro sono presenti oltre a Balducci e Anemone, anche il regista Zanussi e lo sceneggiatore Rocco Familiari. Ad esporre il progetto è Rocco Familiari.

La società Edelweiss deve ancora essere costituita, ma è già stabilito che il regista del film sarà  Zanussi.

Uboldi non conosceva ancora Diego Anemone mentre Balducci lo aveva già conosciuto, per avere svolto per suo conto una ricerca. Il teste sapeva che Balducci e Anemone avevano già prodotto il film Gas, diretto da  Fulvio Malchionne,  sempre con la partecipazione di Lorenzo Balducci.

Il presidente chiede al teste se ci sia un collegamento tra questi due produzioni, e Uboldi risponde che il collegamento è dato dal finanziamento di Anemone, finanziamento condizionato alla presenza nel cast di Lorenzo Balducci.

Il teste Uboldi racconta che Balducci gli aveva rivelato che Anemone era un suo caro amico. Rocco Familiari invece, aveva confidato ad Uboldi che Balducci aiutava Anemone nella sua attività edilizia, e in cambio Anemone finanziava i film nei quali recitava il figlio Lorenzo.

Quando Uboldi va a presentare il budget del film ad Anemone, si reca presso la Medea Progetti e Consulenze, lo studio di progettazione che fa capo al costruttore, sito in via XX Settembre. Il budget, redatto da un tecnico da lui presentato, ammontava a 2 milioni e 400 mila euro. Inizialmente il film doveva essere finanziato interamente da Anemone, ma in realtà interviene con una compartecipazione il gruppo Cinecittà Studios, che anticipa una parte dei soldi con l’accordo di rivalersi successivamente sugli incassi. Oltre a Cinecittà Studios e ad Edelweiss, alla produzione partecipa anche iil gruppo francese SBS. In seguito interverrà anche la Rai Cinema, che acquisterà i diritti di trasmissione televisiva. Nella produzione de Il Sole Nero è intervenuto anche il Mibac come sostegno alla distribuzione: i 300 mila euro che vennero messi a disposizione dal ministero verranno assorbiti interamente dal distributore Mikado.

La vicenda della costituzione della Edelweiss è piuttosto complicata. Balducci contatta Uboldi dicendogli che lui e Anemone avevano intenzione di fare un investimento in un film prodotto da Ali Ben Sahid, titolare di una casa di produzione francese, la SBS, distribuita dal gruppo francese UGC, e gli propongono di offrire la sua consulenza. La famiglia Balducci aveva già costituito un società, la RD Film, con la quale aveva partecipato alla produzione del film Gas, film prodotto dalla Blu Cinematografica del gruppo Ferrero, con la partecipazione di Lorenzo Balducci. Uboldi propone allora di costituire ex novo una società a progetto, e nasce così la Edelweiss Production srl. Il 99% delle azioni viene intestato a Rosanna Tau, moglie di Angelo Balducci, mentre ad Uboldi viene attribuita una quota dell’ 1%. Per il disbrigo delle questioni burocratiche a Uboldi deve fare riferimento alla collaboratrice di Anemone, Alida Lucci, ed al commercialista Stefano Gazzani. Uboldi paga direttamente la maestranze, attraverso il libretto di assegni, ma i rapporti con le banche li tengono Diego Anemone e Angelo Balducci, mentre  il bilancio della Edelweiss viene stilato da Gazzani.

Il secondo film prodotto dalla Edelweiss,  “Io, Don Giovanni”, e’ una produzione storica con un budget molto più elevato, intorno agli 8 milioni di euro, con la regia di Carlos Saura e la partecipazione, tra glia altri, di Lorenzo Balducci. Nel corso della produzione Uboldi viene allontanato, e viene sostituito dal Fulvio Rossi. Il film è una coproduzione Italo-spagnola, che ha visto la partecipazione anche della Rai e del Mibac. Il ministero mette a disposizione 1 milione e 800 mila euro, mentre la Rai mette 1 milione e 200 mila euro. La parte restante del finanziamento doveva venire dalla parte spagnola. In realtà ci saranno dei problemi, e a tre settimane dall’inizio delle riprese interviene la Lucky Red di Andrea Occhipinti, che distribuirà anche il film. A partire dal 2007 Uboldi cede la sua quota di azioni della Edelweiss, azioni che vengono rilevate da Viviana Turchi, ex dipendente della Lucky Red, e da Salmina Tanzini, dipendente della Edelweiss, la quale diviene anche amministratrice. I diritti del film verranno acquistati in Tailandia, Canada, Hong Kong, Taiwan e Corea del Sud. Oltre Edelweiss, Mibac, Rai Cinema, tra i produttori compaiono: Eurimages, Television Espanola, Instituto De Creditoficia, Ministero de Cultura, Ciudad de la Luz e Generalità Valenciana.

cm

Strage di Brescia, nuova udienza

piazzadellaloggia

Si è svolta lo scorso 15 giugno, presso la seconda Corte d’assise d’appello di Milano, la nuova udienza del processo d’appello bis per la strage di piazza della Loggia, avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974. Alcune settimane fa il sostituto procuratore, Maria Grazia Omboni, aveva avanzato alla Corte la richiesta per la rinnovazione dibattimentale, richiesta che è stata accolta, nonostante l’opposizione degli avvocati dei due imputati, imputati che sono, ricordiamo, Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi. Sono state accolte, dunque, le richieste da parte dell’accusa e della parte civile, di ammissione di nuove prove, mentre è stata respinta quella di sottoporre ad un nuovo interrogatorio Tramonte. Tra le prove ammesse vi è anche una foto che ritrae il Tramonte a piazza della Loggia il giorno della strage, stante a quanto dichiara un ex compagno di cella dell’imputato. La foto in questione, sottoposta a perizia, avrebbe confermato, con un margine di errore, che una delle persone ritratte, corrisponderebbe all’imputato. Lo tesso perito verrà ascoltato in dibattimento. Gli altri testimoni che verranno ascoltati dalla Corte, cercheranno di chiarire la vicenda delle armi e degli esplosivi nascosti in un casolare situato presso la località Pavese, in provincia di Treviso. A questo proposito si cercherà anche di verificare l’attendibilità delle dichiarazioni rese dal defunto Carlo Digilio. Altro testimone che verrà ascoltato dalla Corte è l’ex sott’ufficiale dei Servizi (Sid), Fulvio Felli, incaricato di gestire, dal 1972 al 1977, la fonte Maurizio Tramonte, alias “Tritone“. Infine verranno presentati alla Corte una serie di documenti, cercando di richiamare la Corte stessa a quegli elementi di logicità che mancarono alla Corte d’assise d’appello di Brescia nel primo appello, e che causarono la censura da parte della Cassazione e la ripetizione dell’appello stesso. La Corte d’assise ha, infine, rigettato l’eccezione di illegittimità relativa alla sede, così come le richieste avanzate dal legale di Maggi, richieste legate allo stato di salute di quest’ultimo. La prossima udienza sarà il 23 giugno.

CM

La gestione dei pentiti di mafia: dal Protocollo Farfalla alla Convenzione AISI-DAP

farfalla

Mani libere con i detenuti, la possibilità di poterli interrogare in qualsiasi momento, senza permessi e carte bollate, e soprattutto senza che i magistrati, fatta eccezione per quelli del DAP, ne sappiano nulla. Dopo il Protocollo Farfalla, il rapporto di collaborazione siglato nel 2004 tra il direttore de Sisde (oggi AISI) Mario Mori e quello del Dipartimento Penitenziario, Giovanni Tinebra, siamo ad un passo ulteriore. Una “Convenzione” tra l’Aisi e il DAP, siglato nel 2010 dall’ex direttore dei servizi civili, Giorgio Piccirillo, e l’ex direttore del Dap Franco Ionta.  Si tratta di un accordo basato più sulla conoscenza reciproca tra i due ex direttori che su una reale esigenza informativa. E la questione assume un aspetto inquietante quando si scopre che il reale motivo dell’accordo è quello di mettere sotto osservazione otto boss mafiosi detenuti in regime di isolamento (41 bis).

Dunque le carceri diventano un grande fratello per i reclusi, con telecamere e microfoni piazzati senza l’autorizzazione dei magistrati, e la possibilità di spiare a piacimento chiunque e in qualsiasi momento. E ovviamente la possibilità di interrogare direttamente i reclusi. E tutto questo rimesso al solo controllo del Copasir, la commissione parlamentare di vigilanza sui servizi.

In pratica quello quello che accade è che la gestione dei principali pentiti di mafia viene rimessa ai servizi, senza nessun filtro della magistratura, e quindi senza nessuna garanzia per i diritti degli imputati. I rischi sono tanti, così come tante sono le informazioni che vengono lasciate esclusivamente in mano ai Servizi. L’art.8 della Convenzione infatti afferma che “Ciascuna delle parti  si impegna a non trasmettere a terzi ne a divulgare le informazioni e i documenti di cui sopra, senza il preventivo consenso dell’altra parte”.

Una esclusività delle informazioni che, a ben vedere, offre un’enorme tutela all’operato dei Servizi, soprattutto di fronte alla magistratura, la quale rimane all’oscuro sia, ripetiamo ancora una volta, sulla gestione dei pentiti, che su quanto accade all’interno delle carceri. Non ci sarebbe nulla di male se la storia dei Servizi di questo paese non fosse così poco edificante: Dalla P2 al Golpe Borghese, al Piano Solo, passando per la Rosa dei Venti e il dossieraggio generalizzato del Sifar del generale De Lorenzo. Per non parlare dei depistaggi in quasi tutti i processi contro le stragi di stato. E, citando anche cose più recenti, le “Rendition“, e lo spionaggio di Tavaroli e Mancini, ufficialmente per conto della Telecom, o quello appaltato, durante il governo Berlusconi, al generale Pollari e a Pio Pompa, ai danni di giornalisti, politici e magistrati non graditi dal governo.

Andando un po’ indietro col tempo, ovvero alla decima legislatura, scopriamo che già la Commissione di indagine sui servizi di informazione e sicurezza, aveva evidenziato, nella relazione conclusiva dell’on.Massimo Teodori, come la magistratura si fosse già avvalsa, in maniera illegale, dei Servizi, in funzione di polizia giudiziaria. Il ministro degli Interni di allora, l’on. Scalfaro, ribadì come questo fatto costituisse un evento eccezionale, e come fosse necessario fare di tutto affinché “a questa eccezionalità non si arrivi…” La relazione ha accertato come, ben lungi dal rappresentare un’eccezionalità, l’intervento dei Servizi in operazioni di competenza della polizia, in particolare in operazioni antimafia, abbia rappresentato la regola piuttosto che l’eccezione. In particolare tutta l’ambigua e illegale gestione dei pentiti è passata in gran parte attraverso i servizi, tanto da far parlare lo stesso ex ministro degli Interni  di una “pericolosissima confusione”.

A questo riguardo è venuta, in seguito, anche la conferma, non priva di significato, secondo cui l’organico dell’Alto Commissariato Antimafia fosse composto da ex dipendenti del SISDE. Se a quel tempo esisteva una legge, la n.801 dell’ottobre 1977, la prima legge organica di riforma dei servizi, che stabiliva il divieto per i Servizi di svolgere funzioni di polizia giudiziaria, dall’altro, riconoscendo alle mafie un potere eversivo di “antistato”,  si ammetteva, implicitamente, la necessità di un suo contrasto “eccezionale”, attraverso degli organi adibiti alla tutela della sovranità delle istituzioni repubblicane.

Ma tutto questo, oltre a creare un’inutile duplicazione delle forze di polizia, visto che di fatto i servizi svolgevano le funzioni di quest’ultima, attribuiva a questi un poter troppo grande, privo dei necessari contrappesi di garanzia, come emerso in alcuni casi limite quali la vicenda Ciolini (SISMI), o l’uccisione di Pierluigi Pagliai (SISDE), o il rapimento dell’assessore regionale campano della DC, Ciro Cirillo (SISMI). Si è trattato, in tutti questi casi, dello svolgimento di una funzione surrogatoria da parte dei Servizi nei confronti della polizia giudiziaria.

Ma oltre a ciò, è apparso chiaramente, evidenziato nei processi di Torino e Milano contro il cosiddetto “clan dei catanesi“, o nei processi contro la ‘ndrangheta che hanno visto protagonista il pentito Pino Scriva, o nel processo per la strage di camorra di Torre Annunziata, con il capostazione del SISMI di Napoli emerso nel ruolo di facilitatore dei confidenti,  come il filo conduttore fosse rappresentato, oltre che dalla violazione della legge n.801, dal fatto di avere compromesso, in maniera irrimediabile, la limpidezza e la regolarità dell’azione giudiziaria.

cm

   

“Bin Laden”, la banconota da 500 euro

Bin Laden

Ad aprile il giornalista di Repubblica, Federico Fubini, pubblicava un articolo sulla banconota da 500 euro, definita “Bin Laden” in quanto, ufficialmente, tutti la conoscono, pur non avendola mai avuta fra le mani. Si tratta della banconota preferita da chi svolge traffici illeciti, dalla droga, alle armi, per passare ai corrotti e ai corruttori, ai mafiosi, ed agli evasori fiscali, tutti quanti accomunati dalla necessità di dovere riciclare i loro soldi sporchi. E il motivo è presto detto: occupano poco spazio. Basti pensare che arrotolate in un pacchetto di sigarette ce ne entrano fino a 20 mila euro, mentre in una ventiquattrore ne entrano circa sei milioni.

Fubini solleva un interrogativo interessante, vale a dire perché nelle banche italiane ne entrano, ogni anno, circa 10 miliardi, e ciò malgrado le banche abbiano, in pratica, smesso di distribuire questa banconota da diverso tempo?

Dai dati raccolti dalla Banca d’Italia emerge come i depositi effettuati in banconote da 500 euro siano in costante crescita, anche se la notizia non è esattamente sulle prime pagine di tutti i giornali. L’anno scorso le banche italiane hanno ricevuto versamenti in banconote da 500 euro, per un valore cento volte superiore rispetto al numero delle banconote dello stesso importo complessivamente distribuite.

E arriviamo, allora, al secondo interrogativo: da dove provengono? Fubini fa notare come questo fenomeno, duri, ormai, già da diversi anni: ad esempio, nel 2010 le banconote da 500 euro versate dai clienti nelle banche erano già otto volte superiori rispetto a quelle – 12 milioni – ritirate presso la Bd’I dal sistema bancario italiano. Al netto dei ritiri esse ammontavano, nel 2010, a più di tre miliardi, e a poco più di quattro nel 2011. A partire dall’anno successivo, il 2012, le banconote da 500 euro depositate in banca crescono in maniera esponenziale, in media dieci miliardi all’anno, negli ultimi tre anni.

I depositi superano il numero di “pezzi ufficiali” messi in circolazione

Dunque, malgrado la legge antiriciclaggio (n.231/2007) e le norme che limitano l’uso del contante (999,00 euro è il limite oltre il quale l’operatore è tenuto a segnalare l’operazione), alcuni italiani hanno potuto tranquillamente versare nei loro conti correnti banconote da 500 euro, senza che nessuno gli abbia chiesto nulla circa la loro provenienza. Si tratta di un’anomalia tutta italiana, che riguarda solo questo tipo di banconota. Il fenomeno è tenuto costantemente sotto esame dall’autorità che nel nostro paese contrasta il fenomeno del riciclaggio, l’Unità di Informazione Finanziaria (UIF). L’allarme era già scoppiato nel 2010 a seguito di un rapporto confidenziale redatto dall’UIF, in cui si diceva, in sostanza, che l’anomala diffusione della banconota da 500 sul territorio italiano costituiva un serio allarme circa la presenza di fenomeni di riciclaggio e/o di finanziamento del terrorismo. Secondo il rapporto, infatti, le transazioni in contanti, e quindi anonime, ammontavano al 91%, contro il 78% in Germania e il 59% in Francia.

In base ai dati relativi ai depositi suddivisi per regione, emerge come vi sia una correlazione positiva tra i depositi in banconote da 500 euro e il flusso delle esportazioni verso l’estero, in ambito regionale (+273% per il Veneto, +3853 per il Trentino, +847 per l’Emilia Romagna, +393 per la Lombardia). Tradotto: i flussi finanziari in uscita dal nostro paese coinvolgono le esportazioni.

Il sociologo Pino Arlacchi, in passato Vicesegretario Generale e Direttore esecutivo dell’UNDCP, il programma antidroga delle Nazioni Unite con sede a Vienna, nel suo libro La mafia imprenditrice ha stimato, fatto 100 l’ammontare complessivo del denaro riciclato, o come lo chiamano negli Stati Uniti “hot money”, nel 50% di esso la porzione derivante dalla grande evasione fiscale e dalla fuga dei capitali “puliti”, provenienti cioè dall’economia lecita, nel 20% il denaro che proviene dalla corruzione dei vertici politici del Terzo Mondo, e nel restante 30% il denaro dei mercati illegali e della criminalità organizzata.

Diverso il discorso per le regioni del sud, in particolare per quelle interessate dal fenomeno delle organizzazioni criminali: in Calabria l’ammontare dei depositi netti effettuati in banconote da 500 euro è di 150 milioni di euro l’anno, in Sicilia e Puglia 350 milioni, in Campania 500 milioni. Ciò significa che è in atto una normalizzazione, valle a dire un rientro costante di flussi di denaro ripuliti, che in parte verranno reinvestiti sul territorio attraverso stipendi, attività commerciali, supermercati, aziende agricole, attività turistiche, immobili, attività che vengono, il più delle volte, intestate a dei prestanome.

Come funziona in alcuni paesi con le banconote di grosso taglio

In Inghilterra, che insieme a Francia, Germania, Danimarca, Italia, Portogallo e Spagna  è uno dei paesi in cui il PIL derivante da attività illecite, cioè dal commercio di droga, dalla prostituzione,  dal contrabbando di alcool e di sigarette, è compreso tra lo 0,7 e lo 0,9 del PIL “legale”, per ridurre il rischio di riciclaggio, l’agenzia governativa che contrasta il crimine organizzato (la SOCA Serious Organized Crime Agency) ha spinto il governo a proibire la vendita, sia da parte delle banche che dei cambia valuta, della banconota da 500 euro.

Il Canada, dove vi è una forte presenza delle organizzazioni criminali, aveva già adottato, alcuni anni fa, un’ analoga misura nei confronti della banconota da mille dollari.

Quando, lo scorso gennaio, il deputato M5S, Francesco D’Uva, ha chiesto al governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco, in un’audizione in Commissione antimafia, se fosse stato possibile adottare in Italia una misura analoga, Visco ha risposto di essere perfettamente a conoscenza del grave squilibrio tra i depositi e i prelievi delle banconote da 500 euro ( 9 miliardi di euro contro 83 milioni). Tuttavia Visco, membro del Governing Council della BCE (la Banca Centrale Europea), riguardo alle possibili contromisure da adottare per contrastare il fenomeno, ha dichiarato: “Con i miei colleghi Governatori, con Draghi e altri, discutiamo di queste cose e posso rispondere che la maggioranza non vuole. Evidentemente servono. A noi non servono” . Visco poi ha aggiunto, nel suo intervento, come, in generale l’uso dei contanti si sia ridotto negli ultimi anni, ed è aumentato, di converso quello dei prelievi da bancomat (ATM), con una maggiore diffusione delle banconote da 50 e da 20 euro, ed una riduzione in circolazione di quelle da 500 e da 200.  Visco ha poi aggiunto: “Le bancone da 500 euro erano molto utilizzate, un tempo, in due località: Forlì e Como. Ovviamente Forlì per San Marino e Como per Chiasso – il fenomeno degli spalloni che esportano valuta era, in quel periodo, in forte ripresa – Noi abbiamo fatto interventi veramente molto efficaci sulle nostre filiali per rivedere totalmente la situazione. Questo è stato l’esito di comportamenti che si erano evidenziati come particolarmente sospetti. Su queste cose chiaramente siamo abbastanza attenti“.

I bonifici anonimi verso i paradisi fiscali e il contante

Da uno studio condotto dalla Banca d’Italia sui bonifici diretti verso i paesi a rischio riciclaggio, grazie alla collaborazione tra l’UIF ed il Dipartimento economia e statistica della Bd’I, è stato possibile individuare determinate aree caratterizzate da un’ elevata anomalia. A parità di condizioni, infatti, è emerso come i flussi diretti verso i paradisi fiscali siano di circa il 36% più elevati di quelli diretti verso tutti gli altri paesi esteri. L’anomalia viene rilevata attraverso un indicatore che evidenzia una correlazione positiva sia con il tasso di criminalità (furti e traffico di droga) della provincia da cui ha origine il flusso, sia con le misure legislative a rischio di riciclaggio vigenti nel paese di destinazione del flusso stesso. Da ciò emerge come vi possa essere una stretta relazione tra i flussi di denaro in uscita dal nostro sistema finanziario, diretti verso i paradisi fiscali, e le banconote di grosso taglio immesse nuovamente nel sistema, delle quali non si riesce ad individuare la provenienza.

Il Parlamento europeo approva la quarta direttiva contro il riciclaggio

Il Parlamento europeo ha recentemente approvato, dopo un lungo iter parlamentare, la quarta direttiva contro il riciclaggio. Il limiti della precedente direttiva e della normativa italiana di attuazione (legge 231/2007), riguardavano, principalmente l’assenza di sanzioni per le banche e i manager che non ottemperavano all’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette. Per la verità tali sanzioni, previste per le banche e i loro dipendenti, sono solo di tipo economico. Si tratta, in ogni caso, di sanzioni che arrivano ad un importo fino al 40% del versamento non segnalato, con multe aggiuntive fino ad un massimo di 50 mila euro. Tutto ciò premia i grandi evasori, riducendosi tutto al pagamento di una multa. Non è prevista alcuna responsabilità di tipo penale per manager e dipendenti di banca, come invece accade per gli avvocati, i notai e i commercialisti che non assolvono l’obbligo di collaborazione.

La Quarta direttiva affronta in parte un tema molto caldo, in relazione alle tecniche più utilizzate per appostare fondi provenienti da attività illecite, vale a dire l’utilizzo delle società anonime (shell company). Ogni anno 70 miliardi di dollari sfuggono dal sistema finanziario europeo, per andare a celarsi in paesi offshore dove l’ordinamento consente di creare società anonime, società per le quali non è possibile conoscere il nome dei loro beneficiari ultimi. Un sondaggio realizzato recentemente in alcuni paesi europei ha mostrato come 4 cittadini su 5 siano favorevoli ad istituire dei registri pubblici per i beneficiari ultimi delle società anonime offshore.

Attualmente, la nuova direttiva consente solo alle forze dell’ordine e ad altre autorità di potere accedere a questi registri, tagliando fuori, però, i giornalisti e le ONG, in quanto privi di un interesse legittimo. Sono esclusi da questo obbligo di pubblicità i trust (fiduciaire in Svizzera e Lussemburgo, anstalt in Lichtenstein) quegli istituti che consentono cioè di gestire patrimoni attraverso soggetti terzi. Tutto ciò agevola, di fatto, la vita di tutti coloro i quali utilizzano questi strumenti normativo per riciclare il denaro sporco, in primis le organizzazioni mafiose, ma anche i grandi corruttori, e gli evasori fiscali.

CM

Su ↑