casalesi

In una relazione della Direzione Investigativa Antimafia di un anno fa si legge come, a seguito dell’arresto dei vari capi dell’organizzazione dei casalesi, i vari Giuseppe Setola, Francesco Bidognetti e Francesco Schiavone, le varie famiglie federate al clan si stessero riorganizzando ai vertici, con l’ingresso di nuove figure legate da vincoli di parentela: “La fazione Schiavone – leggiamo nel documento – che rimane la più numerosa, pericolosa e ben organizzata, sarebbe ora gestita da un congiunto di “Sandokan“, alias Francesco Schiavone”. Lo stesso dicasi per i clan “Zagaria”, con i due fratelli Pasquale e Antonio Zagaria in carcere, e l’ingresso alla guida del clan di un loro parente, affiancato da altri membri giovani, e Bidognetti, attualmente guidato da un congiunto del boss Francesco Bidognetti, alias Cicciotto mezzanotte.  “La crisi economica –  scrive la DIA – avrebbe peraltro spinto i casalesi a diversificare e rimodulare le attività economiche alla ricerca di illeciti e più immediati profitti. Da sempre presente nel litorale Domizio e nel sud pontino, il clan criminale del casertano aveva fino ad oggi mantenuto un profilo basso, il clima necessario per poter rilevare economicamente attività lecite in crisi. Dunque il sud pontino terra di riciclaggio e di reinvestimenti dei proventi delle attività illecite. Le modalità sono analoghe a quelle adottate dal clan Pagnozzi, recentemente disarticolato da DIA e carabinieri, attraverso l’operazione “Tulipano“. Come si ricorderà il clan in questione, autoctono ma di estrazione campana, imponeva attraverso l’uso della violenza, agli esercizi commerciali dei quartieri romani del Tuscolano e di Cinecittà (Roma sud), videogiochi e macchine VLT di ultima generazione. I sodali del clan si recavano dai gestori dei bar e delle sale giochi imponendo loro di cambiare le macchine già installate, con quelle gestite dalla loro organizzazione. L’esigenza del clan era di triplice natura: riciclare i proventi della vendita della droga in attività lecite, ricercare profitti capaci di assicurare, attraverso attività lecite, entrate stabili, controllare il territorio. Il tutto attraverso metodi mafiosi, vale a dire minacce ed uso di violenza.

Dicevamo, le tre principali famiglie federate nei casalesi e interessate da questa riorganizzazione, hanno da sempre avuto un interesse specifico nel basso Lazio, così come sottolineato dalla relazione della DIA: la zona sconta una “radicata presenza delle organizzazioni criminali campane“. Ma in una fase di piena riorganizzazione della politica, le alleanze e i referenti all’interno delle amministrazioni locali sono saltate, dunque la strategia di reinvestimento dei proventi illeciti del clan subisce, anche questo, una riorganizzazione. Il basso profilo si impone sempre.

E quindi niente più appalti per i quali fornire calcestruzzo o cemento, oltre alle ditte subappaltatrici amiche, o servizi pubblici, come quello dei rifiuti, da mungere. Il settore dello smaltimento dei rifiuti urbani delle amministrazioni, come dimostrato dalla truffa perpetuata dalla società Ecologia ’89, società gestita da Gaetano Cerci e di proprietà della famiglia Bidognetti ma frutto dell’ingegno criminale di Cipriano Chianese, ai danni di alcuni comuni del Lazio, non appare più praticabile.      Non resta dunque ai casalesi, che reinvestire i loro soldi sporchi in attività lecite, come quella dei videogiochi, applicando però il metodo mafioso al fine di scoraggiare la libera concorrenza, imponendo così, con minacce e violenza, le proprie macchine slot e vlt. Slot dunque, ma non solo.  Gli investimenti dei casalesi nel basso Lazio riguardano anche l’edilizia, il turismo, alberghi, ristoranti e il commercio delle auto.

Si diceva, poc’anzi, dell’avvocato Chianese, imprenditore inizialmente impegnato nel settore dello smaltimento dei rifiuti speciali, in seguito entrato, con i casalesi, nel business dello smaltimento illecito di rifiuti tossici, attraverso la discarica Resit di Giuliano. Le indagini condotte dalla procura di Napoli hanno dimostrato infatti come, nella discarica Resit, siano stati smaltiti illegalmente, tra gli altri, anche i fanghi tossici della Acna di Cengio. Ed è proprio nel Lazio, tra Roma e il sud pontino, che il ministro ai rifiuti dei casalesi, ricchissimo, aveva acquistato diverse proprietà. A seguito dell’inchiesta sull’impianto di riciclaggio dei rifiuti realizzato a Parete, il comune nel quale Chianese risiede, i magistrati campani Vertaldi , Forte e Cairo, emettono un’ordinanza di sequestro dei beni a lui intestati, da cui emerge come “l’avvocato”, oltre a possedere alcune quote della Resit e della Griciplast, possedesse un fabbricato con terreno e altri due terreni in località Parete, un complesso a uso industriale e artigianale composto da quattro edifici nella stessa località, due appartamenti a Roma, cinque a Caserta, un complesso alberghiero a Formia, otto terreni in località Giuliano, un’imbarcazione di venti metri presso il porto turistico di Gaeta, un fabbricato e un terreno a Sperlonga, oltre a vari titoli e contanti, per un valore di venti milioni di euro, detenuti presso vari istituti di credito del casertano.

CM

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