Caserma Zignani

Nuova udienza ieri del processo contro l’imprenditore Diego Anemone, celebrato presso la VII sezione del tribunale penale di Roma. Tra i testimoni ascoltati dal PM Roberto Felici  l’architetto Pofi Caterina. Professionista assunta a progetto dalla società di progettazioni Medea progetti e consulenze srl, societa’ il cui responsabile nonché socio fondatore era Mauro Della Giovanpaola e di cui uno dei principali committenti era proprio Diego Anemone. La Medea lavorava inizialmente per il Provveditorato ai lavori pubblici e solo in un secondo momento ha cominciato ad assumere incarichi anche dalla struttura di missione presso la Presidenza del Consiglio. In questo ambito Medea srl ha realizzato diversi progetti, sia in occasione dell’anniversario per l’ Unità d’Italia – il pm Felici chiede alla teste della brochure realizzata a questo proposito – che con riferimento ai lavori per il G8 della Maddalena.

A questo riguardo il teste ha riferito di come i lavori assunti dalla Medea includessero anche il coordinamento alla progettazione di tutti i lotti, la revisione e la fase amministrativa. La complessità di tali attività riferita ad un lavoro di notevoli dimensioni, trattandosi di un arsenale militare composto da 10 lotti nel quale erano impegnate ben sette imprese diverse, richiedeva una figura in grado di garantire la loro corretta realizzazione, nel rispetto dei costi, dei tempi e della normativa vigente.

Tale persona veniva individuata in Mauro Della Giovanpaola, che per le ragioni accennate era presente sui cantieri 24 ore su 24. L’incarico di coordinatore gli veniva conferito  direttamente dalla Presidenza del Consiglio.

La stessa teste ha dichiarato di avere ricevuto l’incarico, sempre dalla Presidenza, di verificare la sicurezza in relazione ad uno dei cantieri de La Maddalena.

Il teste Pofi aveva già raccontato ai pm di Perugia di come vi fosse una certa confidenza al telefono tra Anemone e Della Giovanpaola, tanto che il PM Felici le chiede se i due si frequentassero privatamente. Domanda alla quale la teste non ha saputo rispondere.

La dott.ssa Pofi ha infine riferito come la società avesse ridotto notevolmente la sua attività lavorativa a partire dalla fine del 2007, tanto da liquidare alcuni dipendenti e da non rinnovare gli incarichi ai collaboratori esterni.

A partire da quel periodo la Medea non ha più ricevuto incarichi dal Provveditorato, ne tanto meno da imprese private con le quali invece era solita collaborare.

L’attività della società si riduceva dunque gradualmente, fino a limitarsi al completamento di quei pochi cantieri rimasti ancora aperti.

 

La caserma Zignani di piazza Zama

Altra vicenda affrontata nel corso dell’udienza di ieri è stata quella dei lavori alla Caserma Zignani a piazza Zama (RM), sede dell’Aisi, l’ex SISDE.

A tal riguardo l’ex colonnello in pensione Sandro Bartolozzi, architetto responsabile dal 2003 al 2006 della progettazione per conto dell’Aisi, ha riferito di come la gara per il lavori fosse stata vinta dalla ditta Anemone Dino e di come questa avesse affidato la progettazione sempre alla Medea srl. Stesso iter per la caserma di Montecomopatri. All’epoca il teste era anche consegnatario degli immobili dell’Agenzia.

Ma le modalità di svolgimento della gara insospettirono Bartolozzi in relazione a due aspetti: il primo era il fatto che, trattandosi di una gara al ribasso, non si spiegava come la cifra offerta dalla Medea, così come anche l’offerta di altre ditte, fosse composta da un numero intero, senza alcun decimale. L’ex colonnello ha trent’anni di esperienza nel suo campo e sa benissimo come, nelle gare al ribasso, l’offerta sia sempre costituita da un numero con cifre decimali.  Inoltre la cifra fissata da Anemone- Medea, pari a 5 milioni, superava abbondantemente quella prevista dal suo progetto e questo a causa di scelte relative ad elementi impiantistici non richiesti.

Le modifiche riguardavano, tra gli altri, l’ascensore, l’impianto di allarme, l’impianto di condizionamento ed il gruppo elettrogeno.

Dunque Bartolozzi rimaneva nella posizione di non ritenere necessari i lavori proposti dal progetto della Medea, tanto da scrivere una relazione che poi consegnerà alla stazione appaltante, con tanto di appoggio del suo capo, il generale Giampaolo Sechi, e di quello del generale Lorenzo Cherubini. Nel documento Bartolozzi bocciava il progetto della Medea, chiedendo di apportare ad esso alcune modifiche.  Il colonnello, inoltre, elencava, una ad una, tutte le voci che avevano causato, a suo dire, la lievitazione dei costi.

Le modifiche nella struttura dell’Aisi 

Anche il generale Mario Mori, capo dell’Aise, si era inizialmente schierato a sostegno del progetto di Bartolozzi, dato che i fondi che dovevano essere impiegati erano dell’Aisi. Dunque i lavori si sarebbero dovuti svolgere, stando alle direttive impartite, in economia.

Il teste racconta della telefonata ricevuta dal generale Mori volta a sondare la possibilità di modificare il suo progetto, in relazione alla sola parte impiantistica. Il teste ricorda di avere risposto a Mori che una modifica era possibile, ma limitatamente ad un quinto del valore del contratto.  Per tentare di appianare i contrasti il giorno 24 giugno 2004 viene indetta una riunione tra l’appaltante, nelle figura del colonnello Bartolozzi e del generale Sechi, e l’appaltatore, nella persona di Diego Anemone, con la presenza dell’ing. Balducci, del generale Mori e dell’ing. Della Giovanpaola.

E’ proprio da quest’ultimo che il colonnello Bartolozzi riceve violenti attacchi a livello professionale, tesi ad ottenere la sua delegittimazione. Ma Il colonnello ribatte colpo su colpo le osservazioni dell’ingegnere, fino ad arrivare al punto in cui Della Giovanpaola propone all’appaltante la rescissione del contratto. Il teste racconta di come Angelo Balducci fosse intervenuto proponendo di coprire la differenza dei costi, pari ad un milione e mezzo di euro, attraverso i fondi del Provveditorato. Nel caso in questione l’ufficio appaltante era costituito dal Provveditorato ai lavori pubblici, nella persona dell’ing. Balducci. Mori accetta e chiede di aggiungere l’impianto di sicurezza proposto dalla Medea, più sofisticato e costoso. Nel settembre successivo a quell’incontro il colonnello Bartolozzi viene trasferito presso altra sede. Ad ottobre viene rimosso anche il generale Sechi e successivamente viene rimosso anche il generale Cherubini,  capo della divisione amministrativa. In seguito le due divisioni, quella guidata dal generale Sechi e quella di Cherubini, vengono accorpate e a dirigerle viene chiamato il generale Francesco Pittorru. Nel mese di marzo 2005 viene rimosso anche l’ing. Alfredo Mortellaro. Il teste dichiara di non avere più messo piede, una volta destituito, sui cantieri della caserma di piazza Zama, e di avere appreso solo dalla stampa di come i costi per i lavori in questione fossero schizzati ad 11-12 milioni di euro.

Il presidente del tribunale permette all’imputato De Santis, responsabile del progetto della caserma avendo sostituito l’ing. Guglielmi, di rilasciare alcune dichiarazioni. All’epoca dei fatti De Santis aveva sollevato in merito al progetto le stesse osservazioni mosse dal colonnello Bartolozzi, ed aggiunge che le varianti proposte riguardavano elementi relativi alla sicurezza interna. Elementi che verranno in seguito approvati dal committente, nella persona dell’ing Nardis. Quest’ultimo, scelto dall’appaltante, approverà anche le varianti presentate nel secondo progetto esecutivo.

Per non perdere ulteriore tempo – spiega De Santis – era stato intanto dato inizio a quei lavori non investiti dalle critiche del colonnello Bartolozzi.

Una struttura ad hoc per il gen.Cherubini

Ancora sul tema dei lavori alla caserma di piazza Zama viene ascoltato il generale in pensione Lorenzo Cherubini. Questi racconta di come, in relazione ai lavori in questione, il progetto iniziale venisse inizialmente realizzato da Nardis, al quale poi  subentrava il colonnello Bartolozzi.

Il teste riferisce che a redigere il progetto esecutivo era stato il colonnello Bartolozzi, il quale però aveva escluso da esso tutti gli aspetti impiantistici.

Bartolozzi aveva previsto nel suo progetto anche la parte impiantistica, ma con costi nettamente inferiori rispetto a quelli del progetto della Medea. La parte relativa agli impianti  viene dunque realizzata dall’ing. Della Giovanpaola, ovvero dalla Medea.

In merito allo scontro tra Bortolozzi e Della Giovanpaola sul progetto presentato da quest’ultimo, il teste racconta di come, a seguito dell’offerta di Balducci di pagare la differenza del maggioro costo, il generale Mori sia intervenuto con le precise parole: “Adesso basta, si fa come dice il Provveditore (Balducci)”.

Il generale Cherubini riferisce inoltre di come, una volta rimosso dalla divisione amministrativa, sia stato chiamato a dirigere un’ unità costituita ad hoc. Tale struttura era priva di unità operative , fatta eccezione per quella di pronto soccorso. Dunque il generale Cherubini, di fatto, non aveva più alle sue dipendenze alcuna unità. Cherubini infine racconta di come i rapporti tra Bartolozzi e Mori cambiarono totalmente in seguito alla riunione del 24 giugno 2004, anche se i motivi di tale cambiamento non erano chiari.

Interviene l’avvocato di De Santis, che mostra una lettera scritta dal suo cliente  indirizzata alla ditta Anemone Dino spa. Nella missiva si ravvisava che nel progetto della caserma di piazza Zama vi fosse un aumento dei costi del 47%, dovuto al gruppo elettrogeno, al sistema antincendio, all’ascensore, all’impianto di sicurezza e a quello di condizionamento.

De Santis, riferisce ancorò il suo avvocato, chiede all’appaltatore una riduzione del progetto entro 15 giorni dal ricevimento della lettera stessa. Interviene dunque la difesa di Anemone, chiedendo al Generale Cherubini se era a conoscenza dell’esistenza, nel bilancio del Provveditorato, di un fondo che metteva a disposizione somme per coprire i maggiori costi legati all’esecuzione di un dato progetto. Interviene infine l’imputato Balducci rilasciando una spontanea dichiarazione con la quale pone a conoscenza la Corte del fatto che i maggiori costi di esecuzione, legati agli impianti di sicurezza, erano dovuti alla necessità per l’Aisi di avere in relazione alla sede di piazza Zama un maggiore standard di sicurezza, visto che tale sede avrebbe ospitato l’attività più delicata di tutta l’Agenzia.

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