Caserma Zignani

Nuova udienza ieri del processo contro l’imprenditore Diego Anemone. Tra i testimoni ascoltati dalla Corte, l’architetto Pofi Caterina, professionista assunta a progetto dalla società di progettazioni Medea progetti e consulenze srl, il cui responsabile, nonché socio fondatore era Mauro Della Giovanpaola, e di cui uno dei principali committenti era proprio Diego Anemone. La Medea lavorava inizialmente per il Provveditorato ai lavori pubblici, e solo in un secondo momento ha cominciato ad assumere incarichi da parte della struttura di missione, presso la Presidenza del Consiglio. In questo ambito la Amedea srl ha realizzato diversi progetti, sia in occasione dell’anniversario per l’ Unità d’Italia – il pm Felici chiede alla teste della brochure realizzata a questo proposito – sia in relazione ai lavori per il G8 alla Maddalena. A tal riguardo il teste ha raccontato di come i lavori assunti dalla Medea includessero anche il coordinamento alla progettazione di tutti lotti, la revisione e la fase amministrativa. La complessità di tali attività riferita ad un lavoro di notevoli dimensioni, trattandosi di un arsenale militare composto di 10 lotti nel quale lavoravano ben sette imprese diverse, richiedeva una figura che garantisse nei confronti delle Presidenza del Consiglio la loro corretta realizzazione, nel rispetto dei costi, dei tempi e della normativa vigente. Tale persona era Mauro Della Giovanpaola, che per le ragioni accennate era presente sui cantieri 24 ore su 24. L’incarico di coordinamento dei lavori era stato conferito all’ing. Della Giovanpaola direttamente dalla Presidenza del Consiglio. La stessa teste ha dichiarato di avere ricevuto l’incarico, sempre dalla Presidenza, di verificare la sicurezza in relazione ad uno dei cantieri de La Maddalena.

Il teste Pofi aveva già raccontato ai pm di Perugia di come vi fosse una certa confidenza al telefono tra Anemone e Della Giovanpaola, tanto che il pm Felici le chiede se i due si frequentassero privatamente, domanda alla quale la teste non ha saputo rispondere. La teste ha infine raccontato come la società avesse ridotto notevolmente la sua attività lavorativa a partire dalla fine del 2007, tanto da liquidare alcuni dipendenti e da non rinnovare gli incarichi ai collaboratori esterni.

A partire da quel periodo la società’ di progettazione non ha più ricevuto incarichi dal provveditorato, ne tanto meno da imprese private con le quali invece era solita collaborare. L’attività della società, dichiara la teste, si riduceva dunque gradualmente, fino a limitarsi al completamento di quei pochi cantieri rimasti ancora aperti.

La caserma Zignani di piazza Zama

Altra vicenda affrontata nel corso dell’udienza di ieri è stata quella dei lavori della Caserma Zignani a piazza Zama (RM), sede dell’Aisi. A tal riguardo l’ex colonnello in pensione Sandro Bartolozzi, architetto responsabile dal 2003 al 2006 della progettazione per conto dell’Aisi, l’ex Sisde, ha raccontato di come la gara per il lavori fosse stata vinta dalla ditta Anemone Dino e di come questa avesse affidato la progettazione sempre alla società Medea. Stesso iter per la caserma di Montecomopatri. All’epoca il teste era anche consegnatario degli immobili dell’Agenzia. Ma le modalità di svolgimento della gara stessa insospettivano il teste in relazione a due aspetti: il primo era il fatto che, trattandosi di una gara al ribasso, non si spiegava come la cifra offerta dalla ditta Medea, così come anche l’offerta di altre ditte, fosse composta da una cifra intera, senza alcun decimale. L’ex colonnello Bartolozzi ha trent’anni di esperienza nel suo campo e sa benissimo come, nelle gare al ribasso, l’offerta sia sempre costituita da cifre decimali.  Inoltre la cifra fissata da Anemone- Medea, pari a 5 milioni, superava abbondantemente quella prevista dal suo progetto e questo a causa di scelte relative ad elementi impiantistici non richiesti. Le modifiche riguardavano, tra gli altri, l’ascensore, l’impianto di allarme, l’impianto di condizionamento ed il gruppo elettrogeno.

Dunque Bartolozzi rimaneva nella posizione di non ritenere necessari i lavori proposti dal progetto della Medea, tanto da scrivere una relazione che poi consegnerà alla stazione appaltante, con tanto di appoggio del suo capo, il generale Giampaolo Sechi, e di quello del generale Lorenzo Cherubini. Nel documento Bartolozzi bocciava il progetto della Amedea, chiedendo di apportare ad esso delle specifiche modifiche.  Il colonnello, inoltre, elencava una ad una tutte le voci che avevano causato, a suo dire, la lievitazione dei costi.

Le modifiche nella struttura dell’Aisi 

Anche il generale Mario Mori, capo dell’Aise, si era inizialmente schierato a sostegno del progetto di Bartolozzi, dato che i fondi con cui doveva essere realizzato erano dell’Aisi, e quindi i lavori si sarebbero dovuti svolgere, stando alle direttive impartite, in economia.

Il teste racconta quindi della telefonata ricevuta dal generale Mori volta a sondare la possibilità di modificare il suo progetto, in relazione alla sola parte impiantistica. Il teste ricorda quindi di avere risposto a Mori che una modifica era possibile, ma limitatamente ad un quinto del valore del contratto.  Per tentare di appianare i contrasti, il giorno 24 giugno 2004, viene indetta una riunione tra l’appaltante, nelle figura del colonnello Bartolozzi e del generale Sechi, e l’appaltatore, nella persona di Diego Anemone, con la presenza dell’ing. Balducci, del generale Mori e dell’ing. Della Giovanpaola.

E’ proprio da quest’ultimo che il colonnello Bartolozzi riceve violenti attacchi, a livello professionale, tesi ad ottenere la sua delegittimazione. Ma Il colonnello ribatte colpo su colpo le osservazioni dell’ingegnere, fino ad arrivare al punto in cui Della Giovanpaola propone all’appaltante la rescissione del contratto. Il teste racconta di come Angelo Balducci fosse intervenuto proponendo di coprire la differenza dei costi, pari ad un milione e mezzo di euro, attraverso l’intervento del Provveditorato. Nel caso in questione l’ufficio appaltante era costituito dal Provveditorato ai lavori pubblici, nella persona dell’ing. Balducci. Mori accetta e chiede di aggiungere l’impianto di sicurezza proposto dalla Medea, più sofisticato e costoso. Nel settembre successivo a quell’incontro il colonnello Bartolozzi viene trasferito presso altra sede. Ad ottobre viene rimosso anche il generale Sechi e successivamente viene rimosso anche il generale Cherubini, a capo della divisione amministrativa. In seguito le due divisioni, quella guidata dal generale Sechi e quella di Cherubini, vengono accorpate e a dirigerle viene chiamato il generale Francesco Pittorru. Nel mese di marzo 2005 viene rimosso anche l’ing. Alfredo Mortellaro. Il teste dichiara di non avere più messo piede, una volta destituito, sui cantieri della caserma di piazza Zama, e di avere appreso solo dalla stampa di come i costi per i lavori in questione fossero schizzati ad 11-12 milioni di euro.

Il presidente del tribunale permette all’imputato De Santis, responsabile del progetto della caserma avendo sostituito l’ing. Guglielmi, di rilasciare alcune dichiarazioni. All’epoca dei fatti, De Santis aveva sollevato in merito al progetto le stesse osservazioni mosse dal colonnello Bartolozzi, ed aggiunge che le varianti proposte al progetto riguardavano elementi relativi alla sicurezza interna, elementi che verranno in seguito approvati dal committente, nella persona dell’ing Nardis. Quest’ultimo, scelto dall’appaltante, approverà anche le varianti presentate nel secondo progetto esecutivo.

Per non perdere ulteriore tempo – spiega De Santis – era stato intanto dato inizio a quei lavori non investiti dalle critiche del colonnello Bartolozzi.

Una struttura ad hoc per il gen.Cherubini

Ancora sul tema dei lavori alla caserma di piazza Zama, viene ascoltato il generale in pensione Lorenzo Cherubini. Questi racconta di come, in relazione ai lavori in questione, il progetto iniziale viene inizialmente realizzato da Nardis, al quale poi  subentra il colonnello Bartolozzi. Il teste riferisce che a redigere il progetto esecutivo era stato il colonnello Bartolozzi, il quale però esclude da esso tutti gli aspetti impiantistici.

Bartolozzi aveva previsto nel suo progetto anche la parte impiantistica, ma con costi nettamente inferiori rispetto quelli del progetto della Medea. La parte relativa agli impianti  viene dunque realizzata dall’ing. Della Giovanpaola, ovvero dalla Medea.

I merito allo scontro tra Bortolozzi e Della Giovanpaola sul progetto presentato da quest’ultimo, il teste racconta di come, a seguito dell’offerta di Balducci di pagare la differenza del maggioro costo, il generale Mori sia intervenuto con le precise parole: “Adesso basta, si fa come dice il Provveditore (Balducci)”.

Il generale Cherubini riferisce di come, una volta rimosso dalla divisione amministrativa, sia stato chiamato a dirigere un’ unità costituita ad hoc. Tale struttura era priva di unità operative , fatta eccezione per quella di pronto soccorso. Dunque il generale Cherubini, di fatto, non aveva più alle sue dipendenze alcuna unità. Cherubini infine racconta di come i rapporti tra Bartolozzi e Mori cambiarono totalmente in seguito alla riunione del 24 giugno 2004, anche se i motivi di tale cambiamento non erano chiari. Interviene l’avvocato di De Santis, che mostra una lettera scritta dal suo cliente e indirizzata alla ditta Anemone Dino spa, in cui si ravvisa nel progetto per la caserma di piazza Zama un aumento dei costi del 47% dovuto al gruppo elettrogeno, al sistema antincendio, all’ascensore, all’impianto di sicurezza e a quello di condizionamento.

De Santis chiede all’appaltatore una riduzione del progetto entro 15 giorni dal ricevimento della lettera stessa. Interviene dunque la difesa di Anemone, chiedendo al Generale Cherubini se era a conoscenza dell’esistenza, nel bilancio del Provveditorato, di un fondo che metteva a disposizione somme per coprire i maggiori costi legati all’esecuzione di un dato progetto. Interviene infine l’imputato Balducci rilasciando una spontanea dichiarazione con la quale pone a conoscenza la Corte del fatto che i maggiori costi di esecuzione legati agli impianti di sicurezza erano dovuti alla necessità per l’Aisi di avere, in relazione alla sede di piazza Zama, un maggiore standard di sicurezza, posto che tale sede avrebbe ospitato l’attività più delicata di tutta l’Agenzia.

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