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Fino agli inizi degli anni settanta il traffico dell’eroina, importata come morfina grezza dalla Turchia, raffinata e poi rivenduta in tutta Europa e soprattutto negli stati Uniti, era in mano al cd clan dei marsigliesi, composto da quattro famiglie corse, i fratelli Venturi, Marcel Francisci, Joseph Orsini e i fratelli Guerini. Le famigli mafiose siciliane erano, fino a quel periodo, incapaci di competere con i marsigliesi, perché troppo impegnate a scontrarsi tra loro per il controllo dei vari traffici illeciti, ma soprattutto perché prive dei mezzi finanziari liquidi necessari ad acquistare, di volta in volta, ingenti partite di morfina. Per la verità alcuni boss importanti come Genco Russo, Angelo La Barbera, Tommaso Buscetta e Gaetano Badalamenti avevano cercato, negli anni cinquanta e sessanta, di controllare una quota importante del mercato dell’eroina, ma con scarsi risultati. Come raccontano infatti alcune inchieste dell’epoca, principalmente quella della McClennan Committee, nella geografia dei traffici dell’eroina, la Sicilia e l’Italia rivestivano solo un ruolo di passaggio per quanto riguarda i grossi quantitativi. La Francia restava sempre il baricentro del mercato globale.

I fondi dell’edilizia primo settore di investimento delle famiglie mafiose

Verso la metà degli anni settanta le cose cominciano cambiare. Le famigli mafiose siciliane, grazie all’appoggio di una classe imprenditoriale siciliana incensurata ma molto spregiudicata, riescono ai trovare i fondi necessari per intraprendere il traffico dell’eroina su larga scala.

Una grossa fonte di liquidità era rappresentata, come accertato dalla Commissione antimafia, dal settore edilizio, primo settore di reinvestimento delle risorse delle attività illecite controllate dalla mafia, grazie a costruttori prestanome dei mafiosi, e grazie soprattutto al fiume di licenze edilizie e all’enorme quantità di terreni agricoli convertiti in edificabili ottenuti attraverso la complicità dell’amministrazione palermitana.

I fondi per lo sviluppo trasferiti dal Governo centrale

Un’altra importante fonte di liquidità per le famiglie mafiose era rappresentata dall’enorme quantità di fondi pubblici, trasferimenti dallo stato centrale alla regione Sicilia, rientranti nella categoria dei “fondi di solidarietà”, non spesi ed accumulati nelle casse delle banche siciliane. I mafiosi hanno sempre avuto dei canali privilegiati di accesso al credito, a prescindere dalle garanzie reali disponibili. Esiste una nutrita letteratura a riguardo. In questo modo le famiglie hanno quindi potuto disporre di grandi quantità di denaro liquido, strumento necessario per poter acquistare grandi partite di morfina grezza proveniente dalla Turchia.

Secondo lo statuto autonomo della regione Sicilia, lo stato è tenuto a versare ogni anno, a titolo di solidarietà internazionale, grandi quantità di denaro pubblico, destinato alla realizzazione di opere pubbliche. Dal 1947 al 1971 i miliardi che lo stato italiano ha trasferito alla regione Sicilia ammontavano a 830, mentre quelli relativi al periodo che va dal 1972 al 1976 ammontavano a 630.

Data l’inerzia degli organi di governo regionali, circa la spesa di tali somme, si veniva così a creare, nelle casse delle banche siciliane, un’ingente giacenza di denaro pubblico, in media attorno ai 300 miliardi, fatto particolarmente grave tanto da preoccupare anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, che nella relazione conclusiva così scrive: ” Dal complesso delle circostanze e dei fatti ora enunciati è derivata, nel corso degli anni, un’anomala giacenza di liquidità, nel senso che il denaro versato alla Regione è rimasto depositato in banca per lunghi periodi e in misura notevole, contribuendo a rendere artificioso il funzionamento del sistema bancario e a favorire fenomeni di intermediazione mafiosi e di parassitismo. In effetti l’accentuazione della liquidità…ha favorito l’impiego di questi capitali in operazioni spesso caratterizzate da intenti speculativi. Una situazione del genere  finisce col costituire un terreno di coltura della mafia, in quanto mette a sua disposizione notevoli possibilità di intervento e apre ampli spazi alle sue iniziative nel settore del credito bancario e dell’impiego delle risorse finanziarie. Non sono infatti mancati casi di concessione di credito su garanzie generiche a persone notoriamente mafiose, come Mariano Licari. Più in generale la gestione bancaria è sembrata svolgersi, in altre occasioni, in contrasto con l’ interesse degli istituti di credito e in deroga alle disposizioni vigenti, legittimando il sospetto di illeciti favoritismi nei confronti di noti personaggi mafiosi”.

I fondi dell’attività di riscossione

In ultimo, un altro importante canale di finanziamento delle famiglie mafiose, era costituito dai fondi dell’attività di riscossione, affidata ad alcune famiglie mafiose, come i fratelli Salvo di Salemi.

Quattro famiglie mafiose hanno gestito l’attività di riscossione erariale per tutta la Sicilia, attraverso un appalto che permetteva loro di gestire la bellezza di 344 esattorie. Tale attività permetteva a queste  quattro famiglie di gestire enormi quantità di denaro, trattenendone una grossa parte, il 10%, contro una media nazionale del 3,3%. Il vantaggio principale della gestione di queste somme derivava, principalmente, dalla possibilità di poter godere di una certa tolleranza in relazione ai tempi entro cui versarle allo Stato centrale. Tale tolleranza riguardava una quota pari al 20% delle entrate totali. Questa enormi massa di denaro liquido disponibile, conferiva alle famiglie legate all’attività di riscossione un enorme potere, che si tramutava in attività speculative prevalentemente nel campo finanziario, oltre a consentire ad altre importanti famiglie mafiose, essenzialmente quattro, di potere entrare nel mercato mondiale dell’eroina.

A questo proposito il parlamentare del PCI Pio La Torre così scriveva nella relazione di minoranza  della Commissione antimafia: ” La Democrazia Cristiana Trapanese.. è oggi in mano ad un gruppo di potere che è dominato dalle famiglie dei Salvo di Salemi, che, come è noto, controlla le famose esattorie comunali di cui si è tanto occupata la nostra Commissione…Negli ultimi anni, si è avuta una prevalenza netta del gruppo Salvo sugli altri (gruppi) e il delinearsi di una loro volontà di controllo della provincia. Questo indipendentemente da tutte le analisi, evidentemente non comprovate, sul traffico di droga che li avrebbe visti finanziatori di una rete distributiva nella quale sarebbe stato rilevantissimo il ruolo di Zizzo (Salvatore, capomafia di Salemi) e di gruppi Alcamesi”.

Il potere economico e politico autonomo delle famiglie mafiose

Dunque i capitali che sono serviti alla mafia siciliana per conquistare il controllo del mercato dell’eroina, provengono, in prevalenza, dalle casse pubbliche. E’ infatti dalle quattro famiglie più ricche e  potenti della Sicilia, quelle che controllavano le esattorie, che proviene il denaro con il quale, intorno alla metà degli anni Settanta, vengono aperti nei dintorni di Palermo, i quattro laboratori  per la raffinazione dell’eroina, dalla morfina grezza. Ciascun laboratorio era in grado di raffinare, grazie ai chimici fatti venire appositamente dalla Francia, 50 chilogrammi di eroina la settimana.   Si consideri che questo rappresenta il passaggio più remunerativo di tutto il traffico. E’ infatti attraverso la raffinazione che un chilogrammo di morfina grezza del valore di 12.000 dollari (1975), una volta trasformato in eroina, viene venduto in Europa a 120-150.000 dollari, e negli Stati Uniti a 250.000 dollari. Gli inquirenti hanno stimato che dalla data presunta della loro apertura (1975-76) fino a quella della loro scoperta, nell’agosto del 1980, i laboratori abbiano raffinato, circa, 4-5 tonnellate di eroina pura l’anno. Si trattava di un quantitativo pari al 30% della domanda di eroina proveniente dagli Stati Uniti, che veniva smerciata, in gran parte, nella città di New York, attraverso una fitta rete di corrieri, importatori e grossisti, per un totale di un centinaio di persone.

Tolti i costi di produzione e di trasporto, l’utile netto annuo del business ammontava, per le famiglie mafiose che lo gestivano, a 700-800 miliardi di lire.

Questa enorme massa di denaro, che affluiva in gran parte in Sicilia, ha consentito da una parte al potere mafioso di rendersi autonomo dalla politica, e quindi di creare attorno alle famiglie mafiose che gestivano il traffico, un enorme consenso. Il settore edile, in cui venivano in prevalenza reinvestiti gli introiti del commercio della droga, oltre a far girare l’economia controllata dalle famiglie mafiose, creava un grosso bacino di clientele attraverso l’occupazione, bacino che poi si tramutava, in sede elettorale, in un cospicuo pacchetto di voti, destinati a far eleggere, non più il politico locale o nazionale che veniva a contrattare favori con le famiglie mafiose, ma rappresentanti diretti delle famiglie.

Anche la borghesia traeva vantaggi da questo nuovo sistema di potere: se il mercato dell’eroina garantisce, seppur con qualche rischio, come del resto tutte le attività illecite, enormi livelli di rendimenti ai capitali investiti, non infrequente è il fenomeno dei borghesi benestanti, siciliani o meno, incensurati, che  investono, saltuariamente, grosse somme nel commercio dell’eroina, ottenendo in caso di esito favorevole, il loro capitale iniziale decuplicato (da 1 a 10-20  infatti il rendimento dalla fase iniziale dell’acquisto della morfina grezza, fino allo smercio in Europa o negli Stati Uniti).

Questa grande autonoma consente di spiegare come sia stato possibile l’eliminazione di personaggi politici di primo livello, come Pio La Torre, e di magistrati e uomini dello Stato, come il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Le famiglie mafiose che hanno controllato fino al 1981 il mercato dell’ eroina

La caratteristica principale delle famiglie che controllavano il traffico dell’eroina, era costituiti dal fitto intreccio di relazioni di parentela che si era venuto a creare tra i suoi componenti. La necessità di un tale genere di legame sta nell’elevato livello di segretezza e nella conseguente necessità di un livello molto elevato di fiducia tra i vari attori del traffico della droga. Il rispetto degli ordini ricevuti, il non approfittare delle fiducia altrui e soprattutto l’impermeabilità di fronte alle pressioni di polizia e magistrati in caso di arresto, venivano in questo modo garantiti. Scrive a questo proposito il pm Giusto Sciacchitano, secondo le risultanze di un rapporto di polizia del maggio 1980: “Punto di partenza (del rapporto) è la considerazione che le quattro famiglie sopraccennate (Gambino, Spatola, Inzerillo e Di Maggio) hanno costituito un gruppo compatto e omogeneo, operante a Palermo e negli USA, gruppo… il cui capo è stato il defunto Carlo Gambino. Quest’utlimo, secondo il rapporto, aveva vincoli di parentela con i fratelli Inzerillo, Giuseppe, Pietro e Antonio, e naturalmente, con tutti i pur numerosi figli di costoro, nonché con Gambino Tommaso e i figli di lui Giovanni, Giuseppe, e Rosario.

Il rapporto descrive quindi la fitta trama di parentela, affinità e comparatico che unisce gli uni agli altri i componenti delle diverse famiglie e che ha reso i quattro nuclei originari in realtà un gruppo unico: così evidenzia che i fratelli Gambino sono cugini dei fratelli Spatola Rosario, Vincenzo e Antonio perché il padre di questi, Salvatore è fratello della madre di Gambino; che Inzerillo Giuseppe ha sposato Di Maggio Giuseppa, sorella di Di Maggio Calogero, Giuseppe e Salvatore, e Di Maggio Calogero ha sposato Spatola Domenica“.

Le famiglie mafiose degli Inzerillo e degli Spatola erano in società nella Inzerillo sanitari, che serviva da copertura all’attività del commercio dell’eroina. Nel gruppo vigeva una stretta suddivisione dei compiti, con la gestione dei laboratori di raffinazione, la spedizione dell’eroina raffinata mediante il suo camuffamento, e i corrieri. Lo scambio eroina contro dollari negli Stati Uniti veniva suddiviso in due fasi distinte, ciascuna delle quali veniva portata avanti da distinti gruppi mafiosi. I dollari venivano cambiati in lire al di fuori dei confini italiani, o attraverso banche svizzere, oppure mediante intermediari di altre attività illecite, come il traffico di armi, oro o diamanti.

Una parte di profitti veniva reinvestita nell’attività, in particolare nell’acquisto di altre partite morfina grezza. Un’altra veniva riciclata attraverso banche svizzere, per poi essere reinvestita in attività lecite in altri paesi, in genere in sudamerica, Argentina e Uruguay. Questa attività veniva svolta in prevalenza da Licio Gelli e da Umberto Ortolani. L’ultima parte, quella più ingente, rientrava in Sicilia per essere impiegata nell’edilizia, in aziende agricole e nel turismo. Ciò spiega il fiorire di tali attività nel corso degli anni settanta-ottanta, in controtendenza rispetto all’andamento del ciclo economico.

E ciò spiega anche il veloce sorgere di numerosi sportelli bancari, in prevalenza banche popolari e cooperative, oltre a svariati istituti privati. E’ stato calcolato che in dieci anni i piccoli istituti bancari presenti in Sicilia siano stati in grado di raddoppiare i cloro impieghi, a scapito delle più blasonate banche di livello nazionale. In particolare Banche cooperative e popolari hanno visto crescere il loro volume di impieghi dai 345 miliardi di lire del 1970, ai 1007 del 1980. In quegli stessi anni gli istituti di  crediti di diritto pubblico sono passati invece da 2280 a 2028.

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