Memoriale Moro  

Nel 1990 l’appartamento di via Montenevoso a Milano che aveva ospitato uno dei covi delle BR, viene dissequestrato dall’autorità giudiziaria e ceduto ad alcuni privati. Nell’ottobre dello stesso anno, durante dei lavori di ristrutturazione, un operaio scopre che un pannello agganciato attraverso dei chiodi alla parete sottostante ad una finestra nasconde un mitra, alcuni detonatori,  una pistola con delle munizioni, una borsa con 60 milioni ed una cartella contenente dei manoscritti. I documenti contenuti nella cartella, completamente nuovi, sono gli scritti di Aldo Moro. Tra di essi vi sono 190 fotocopie di manoscritti contenenti lettere e disposizioni testamentarie, 2 fotocopie della trascrizione dattilografica della lettera a Taviani, 229 fotocopie relative al memoriale di Moro.

Delle 190 fotocopie, 114 sono costituite da lettere e testamenti che non sono mai stati recapitati ai rispettivi destinatari. Delle  229 pagine fotocopiate del memoriale, invece, 53 sono completamente nuove rispetto alla copia del memoriale ritrovato nel covo di via Montalcini, a Roma. Il materiale ritrovato a Milano è incompleto, in quanto mancano le sei lettere recapitate ai rispettivi destinatari, durante i giorni del sequestro. I quali destinatari le hanno poi rese pubbliche. Mancano quindi quelle lettere mai recapitate, ritrovate nel covo di via Montalcini, e mancano infine alcune pagine del memoriale, elemento questo dedotto dai rinvii contenuti in alcune parti del testo del documento, parti che, appunto, non è stato possibile individuare.

Mancano infine i nastri degli interrogatori a cui le BR sottoposero Moro e le relative trascrizioni. E’ possibile oggi affermare che il complesso delle analisi espresse da Moro nel suo memoriale, oltre ad essere lucide e fredde, riprendono pensieri e giudizi già espressi nelle sedi istituzionali, in occasione di riunioni della vita istituzionale del partito. Le critiche più feroci dello statista democristiano riguardano la deriva etica, culturale e politica del partito, deriva che l’avrebbe portato, secondo al sua previsione, alla sua scomparsa, o comunque ad una sostanziale insignificanza politica.

Il giudizio sulla situazione politica italiana e sul suo ruolo porta Moro a fare un bilancio su quello che avrebbe potuto essere e non è stato nello sviluppo della democrazia di questo Paese. Si tratta in conclusione del testamento politico di Moro, testamento in cui lo statista, sulla base di elaborate analisi, traccia una traiettoria sul futuro della politica e del Paese in generale, riuscendo ad essere un valido profeta.


Confronto tra le lettere e il memoriale

Da un’attenta analisi testuale dei documenti ritrovati a Milano è possibile concludere che esiste una notevole differenza tra il contenuto delle lettere, non sempre coerente, talvolta non chiaro e in alcuni momenti contraddittorio, ed il contenuto del manoscritto, coerente nel suo contenuto e rivelatore di un notevole grado di lucidità di ragionamento e di profondità da parte del suo autore.

Questa apparente doppia attitudine compositiva di Moro trova una facile giustificazione: mentre il memoriale, infatti, è scritto in completa libertà (gli stralci rinvenuti a via Montalcini erano dattiloscritti mentre i fogli di via Montenevoso erano scritti a mano da Moro), costituendo un approfondimento ma più spesso un’ introduzione di nuovi temi  rispetto alle domande dei suoi carcerieri, le lettere, dovendo raggiungere persone situate all’esterno, subiscono l’azione di una censura.

Per essere più precisi il contenuto delle lettere viene praticamente concordato con i brigatisti, secondo le esigenze strategiche di questi ultimi. Inoltre le missive, e ancor più quelle composte da più fogli, hanno una numerazione progressiva, mentre il memoriale contiene riferimenti numerici attraverso i quali è possibile risalire alle domande che gli sono state rivolte. E ancora. Analizzando il testo delle lettere è possibile ricostruire, malgrado la censura, l’intento di Moro di inviare, tra le righe, alcuni messaggi criptici, comprensibili solo dai loro destinatari.

In particolare nelle lettere alla moglie, alcuni riferimenti a persone o circostanze note solo a loro hanno permesso di ricostruire il contenuto dei messaggi che Moro intendeva comunicare alla stessa moglie ed ai figli.


Le lettere alla famiglia e il ruolo di don Mennini

Da una lettera indirizzata al suo confessore don Antonello Mennini, Moro mostra di essere sicuro di poter utilizzare il prete per ricevere ed inviare notizie alla sua famiglia. Tale sicurezza sembra si possa ricavare dal fatto che siano stati proprio i suoi sequestratori a scegliere il prete come postino. Sta di fatto che nella lettera a don Mennini Moro scrive: “Vorrei raccogliessi notizie sulla salute di casa e ti tenessi pronto a rispondere quando mi sarà possibile domandartelo. Mi potrebbe scrivere qualche rigo? Tramite te?“.

In un’altra lettera, sempre a don Mennini, Moro scrive: “Altre (lettere) contenenti alcune indicazioni, chissà dove e chissà come si potranno trovare. Ho pensato dunque  di unire il tutto, di darti il pacchetto, perché lo tenga te. Terrai tutto per te e, a tempo debito, ne parlerai a voce con mia moglie per vedere il da farsi“.

In una lettera alla moglie Eleonora, Moro scrive: “Ora temo che tutto questo sia disperso per ricomparire, se ricomparirà, chissà quando e come. Allora ho deciso di scrivere alla meglio, per dire l’essenziale, e di affidare tutto a don Antonello Mennini, che lo tenga con se finchè non abbia parlato di persona con te“.


Il memoriale, l’interrogatorio e quegli argomenti non chiesti

Malgrado l’intento iniziale di divulgare gli esiti dell’interrogatorio, i brigatisti distruggeranno sia le domande alle quali Moro era stato sottoposto che le risposte che Moro aveva dato, stravolgendo il copione iniziale del “processo del popolo”.

Dunque, sia il testo delle domande sia i nastri in cui queste erano state registrate assieme alle risposte, sono irreperibili.

Tuttavia il memoriale, attraverso gli argomenti trattati ed i riferimenti numerici alle pagine in cui essi vengono affrontati, ha permesso di ricostruire le domande dell’interrogatorio. Queste sono in tutto sedici, e ad esse vengono dedicati, complessivamente, ventinove brani del memoriale in oggetto.

Altri nove brani risultano completamente autonomi da questi, riguardando argomenti come: il rapimento e la crisi politica; la posizione dei tecnici nell’ultimo governo; la politica italiana nei confronti del Medio Oriente ed il ruolo degli Stati Uniti; la Costituzione e la rottura con i comunisti; un’analisi della funzione da Moro svolta nella DC; la DC nella strategia della tensione; il referendum sull’aborto ed il ruolo di Andreotti e Fanfani; il futuro della DC.

Le sedici domande attorno alle quali si è articolato l’interrogatorio sono invece le seguenti: la nascita del centro sinistra e il tentativo golpista del generale De Lorenzo; la strage di piazza Fontana e il ruolo delle Dc nella strategia della tensione; la riforma dei Servizi segreti; i contributi economici della DC; la negoziazione del prestito del Fondo Monetario Internazionale; l’affare Lockheed; il governo Andreotti della non sfiducia; il ruolo degli ambasciatori USA in Italia; la DC come centro di un sistema di potere e il ruolo delle cariche istituzionali; la ristrutturazione della DC e il ruolo dei nuovi tecnocrati; i rapporti della DC con gli Agnelli; La funzione del DC Medici alla presidenza della Montedison; i rapporti tra DC e finanza pubblica; la strategia antiguerriglia della Nato (Gladio); i rapporti di Cossiga con carabinieri e polizia; i rapporti della DC con la stampa.


I giudizi sugli uomini politici

Questa sezione del memoriale riprende in parte il tono di quella lettera nella quale si chiedeva ai familiari di non volere, in caso di morte, i funerali di stato, e nemmeno la presenza di politici.

Dopo una serie di condanne rivolte a diversi colleghi di partito, Moro afferma: “Questa essendo la situazione, io desidero dare atto che alla generosità delle BR devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà. Di ciò sono profondamente grato. Per quanto riguarda il resto, dopo quello che è accaduto e le riflessioni che ho riassunto più sopra, non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della DC. Rinuncio a tutte le cariche, esclusa qualsiasi candidatura futura, mi dimetto dalla DC, chiedo al presidente della Camera di trasferirmi al gruppo misto. Per parte mia non ho commenti da fare e mi riprometto di non farne neppure in risposta a quelli altrui“.

Sembrerebbe che questa scomunica nei confronti del suo partito sia stata imposta allo statista quale condizione per ottenere la salvezza. Cosa che però, purtroppo, non si verificò. E dunque si potrebbe concludere che anche il memoriale fosse destinato ad essere reso pubblico come quelle lettere consegnate dai brigatisti ai loro destinatari.

Riguardo al giudizio su alcuni uomini politici, a proposito del segretario Benigno Zaccagnini il presidente Moro scrive: ” (è) una pallida ombra… dolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazione, appassionato senza passione, il peggior segretario che abbia avuto la DC“. Di Flaminio Piccoli invece: “Lei sbaglia da sempre e sbaglierà sempre, perché è costituzionalmente chiamato all’errore. E l’errore è, in fondo, senza cattiveria“.

A proposito di Giovanni Galloni scrive: “Sa tutto ma, sapendo tutto, nulla sa della vita e dell’amore“. Su Francesco Cossiga: “Se dovessi esporre con una certa riservatezza il mio pensiero direi che in questa vicenda mi è parso fuori posto, come ipnotizzato. Da chi? Da Berlinguer o da Andreotti? Se posso avanzare un’ipotesi, era ipnotizzato da Berlinguer piuttosto che da Andreotti, con il quale lega a prezzo di qualche difficoltà. Io voglio dire questo: I) la posizione non mi è parsa la sua, e cioè saggia, meditata, riflettuta ed anche guidata. Perché Cossiga ha bisogno di essere guidato, per rendere bene nei suoi compiti. II) la posizione gli era evocata per suggestione e in certo modo inconsapevolmente imposta. E’ chiaro che una cosa è che si subisca un’ imposizione; un’altra che si sia accompagnati fino a persuadersi che quello che si fa sia il meglio a farsi. Insomma; non era persuaso ma subiva“.

E poi aggiunge: “Cossiga ha il limite di avere collaboratori esterni al ministero, amici personali, uomini d’ingegno”.

Su Giulio Andreotti invece il giudizio è molto pesante, il che presuppone la consapevolezza di una sua diretta responsabilità sulla vicenda:”e’ l’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e del potere costituzionale dello Stato e di assoluta indifferenza per quei valori umanitari i quali fanno tutt’uno con i valori umani. Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. E questo è l’onorevole Andreotti, del quale gli altri sono stati tutti gli obbedienti esecutori degli ordini. Il che non vuol dire che li reputi capaci di pietà. Erano portaordini e al tempo stesso incapaci di capire, di soffrire, di avere pietà“.

Si parla poi ancora di Andreotti in altre parti del memoriale, con riferimento allo scandalo Italcasse, o al terribile viaggio in America, terminato con il pranzo offerto da Michele Sindona, che Moro e l’ambasciatore per l’Italia all’ONU Egidio Ortona avevano cercato in ogni modo di evitare. Si parla anche della nomina dell’esponente DC Giuseppe Medici alla Montedison: “sono le cose che sa fare Andreotti con immensa furberia, la quale però aggrava sempre più la crisi di identità morale e politica di cui soffre acutamente la DC“.

Si parla anche di Andreotti con riferimento alle poco chiare rivelazioni alla stampa in merito ai rapporti tra Guido Giannettini e i Servizi; e si parla sempre del Divo con riferimento al fatto che sapeva muoversi molto agevolmente nei rapporti con i colleghi della CIA (in aggiunta al piano della diplomazia), in modo tale da riuscire ad essere informato di rapporti riservati realizzati da organi italiani e statunitensi.

In relazione al suo rapimento, Moro, ha la forte convinzione di una diretta responsabilità di Andreotti, tanto da scrivere che Andreotti era favorevole ad una linea dura “con il proposito di sacrificare senza scrupolo quegli che è stato il patrono e il realizzatore degli attuali accordi di governo“.

In un altro passaggio del suo memoriale Moro scrive: “Questi sono i precedenti. In presenza dei quali io mi sarei atteso, a parte i valori umanitari che hanno rilievo per tutti, che l’onorevole Andreotti, grato dell’investitura che gli avevo dato, desideroso di fruire di quel consiglio che con animo veramente aperto mi ripromettevo di non fargli mancare, si sarebbe agitato, si sarebbe preoccupato, avrebbe temuto un vuoto, avrebbe pensato si potesse sospettare che, visto com’erano andate le cose, preferisse non avere consiglieri e quelli suoi inviarli invece alle BR“.

E prosegue: “Nulla di quello che pensavo o temevo è poi invece accaduto. Andreotti è restato indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria… Doveva mandare avanti il suo disegno reazionario, non deludere i comunisti, non deludere i tedeschi e chi sa quanti altri ancora… Tornando poi a Lei, onorevole Andreottti, per nostra disgrazia e per disgrazia del paese (che non tarderà ad accorgersene) a capo del governo, non è mia intenzione rievocare la sua grigia carriera. Non è questa una colpa.  Si può essere grigi ma onesti; grigi ma buoni; grigi ma pieni di fervore.

Ebbene, onorevole Andreotti, è proprio questo che Le manca…Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell’insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochissimi democristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un po’ di più, un po’ di meno, ma passerà senza lasciare traccia. Non le basterà la cortesia diplomatica del presidente Carter…per passare alla storia. Passerà alla triste cronaca, soprattutto ora, che le si addice…Ecco tutto. Non ho niente di cui ringraziarla e per quello che Ella è non ho neppure risentimento. Le auguro buon lavoro, onorevole Andreotti, con il suo inimitabile gruppo dirigente e che Iddio le risparmi l’esperienza che ho conosciuto, anche se tutto serve a scoprire del bene negli uomini, purchè non si tratti di presidenti del Consiglio in carica“.


Giudizi sulla situazione politica italiana: il ruolo dei Servizi italiani nella strategia della tensione

Nel capitolo relativo al giudizio sulla situazione politica attraversata dall’Italia, vi è una parte relativa alla strategia della tensione e al ruolo che hanno avuto in questo ambito i Servizi, in particolare il Sid. Scrive a questo riguardo Moro: “la strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia sui binari della “normalità“… si può presumere che paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati ad un certo indirizzo, vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi informazioni.

Su significative presenze della Grecia e della Spagna fascista non può esservi dubbio e lo stesso servizio italiano per avvenimenti venuti poi largamente in luce e per altri precedenti (presenza accertata in casa Sid di molteplici deputati missini, inchiesta di Padova, persecuzione contro la consorte dell’ambasciatore Ducci, falsamente accusata di essere spia polacca) può esser considerato uno di quegli apparati italiani sui quali grava maggiormente il sospetto di complicità, del resto accennato in una sentenza incidentale del processo di Catanzaro…

Fautori ne erano in genere coloro che nella nostra storia si trovano periodicamente, e cioè in ogni buona occasione che si presenti, dalla parte di (chi) respinge le novità scomode e vorrebbe tornare all’antico“.

Per quanto riguarda la strage di piazza Fontana, ovvero quella che di fatto diede inizio alla strategia della tensione, Moro afferma: “Si può domandare se gli appoggi venivano solo da quella parte (Grecia e Spagna), o se altri Servizi segreti del mondo occidentale vi fossero comunque implicati. La tecnica di lavoro di queste centrali rende molto difficile, anche a chi fosse abbastanza addentro alle cose, di avere la prova di certe connivenze. Non si può ne affermare ne escludere. La presenza straniera a mio avviso c’era. Guardando ai risultati si può affermare, come effetto di queste azioni, la grave destabilizzazione del nostro paese, da me più volte rilevata anche in sede parlamentare“.

Tornando al tema specifico dei Servizi, Moro sottolinea come, all’epoca in cui era ministro degli Esteri, il Sid fosse particolarmente polarizzato a destra, la quale cosa “induceva a valorizzare alcune operazioni di controspionaggio che per ragioni di politica internazionale avrebbero potuto essere trattate con maggiore discrezione o almeno con più opportuna scelta dei tempi… C’era qualcuno che intendeva usare il Sid in senso politico ed in una certa direzione politica”.

Sul tema della riforma dei Servizi, e della lotta per il loro controllo, Moro afferma: “Mi pare che esca vincitore, avendo straordinaria abilità ad impadronirsi di tutte le leve, il presidente del Consiglio. Ed è giusto che le masse, i partiti, gli organi dello Stato siano bene attenti, senza diffidenza pregiudiziale, ma anche senza disattenzione, al personaggio che la legge ha voluto detentore di tutti i segreti di Stato, i più delicati salvo il controllo, da sperimentare, dell’apposita commissione parlamentare. Questa persona detiene nelle sue mani un potere enorme, all’interno e all’estero, di fronte al quale i dossier di cui si parlava ai tempi di Tambroni francamente impallidiscono. E soprattutto la situazione deve essere considerata avendo presente l’esperienza del passato, l’inquinamento del trentennio che appunto deprechiamo“.

In relazione alla rete stay-behind legata alla Nato, Moro afferma che sull’organizzazione militare alleata non viene posta alcuna enfasi particolare, sottolineando come, tuttavia, qualche cosa di più rilevante aveva cominciato ad esser organizzato in ambito europeo. Il pensiero di Moro a questo riguardo si conclude con la seguente affermazione, peraltro non terminata: “L’organizzazione avrebbe dovuto fare passi da gigante in due o tre mesi, ma“.

Relativamente al nuovo governo, il cui voto parlamentare si sarebbe dovuto tenere il giorno del suo rapimento, il 16 marzo 1978, Moro afferma: “Matura il proposito di dimostrare che un momento politico è finito e ne comincia un altro. Un altro nel quale la volontà comunista di pulizia e di chiarezza non potrà essere bloccata più dalla volontà della DC o, se si vuole essere ancora più precisi, da accordi della DC con altri partiti ed in particolare con il partito socialista. In realtà il 20 giugno non è soltanto la fine dell’egemonia della DC, è anche la fine del suo sistema di alleanze che non si è più ricostituito e neppure è risorto dopo le intese dalle quali nasce il presente governo”.

Purtroppo questo disegno non si realizzerà mai, essendo il rapimento di Moro l’occasione (casuale?) per la creazione di un governo di unità nazionale, sostenuto anche dal PCI, che vede assistere con costernazione sia la Chiesa che gli ambienti confindustriali, che gli stessi operai, oltre ovviamente la comunità internazionale.

Per quanto riguarda il gradimento della politica di Moro da parte degli Stati Uniti, ed in particolare la politica mediorientale, l’ex prendente della DC afferma: “Il nuovo orientamento pro arabo, o almeno più calibrato di Europa e Italia, continua ad essere mal digerito dagli americani che sul fatto, sulle modalità, sui limiti, sui presupposti politici del dialogo euroarabo continuano ad intervenire, con l’effetto di rallentare alquanto il ritmo dell’operazione e di svuotarla di una parte del suo contenuto. Questa era in larga parte la posizione personale di Kissinger che del resto non ne fece mistero e coltivò un’animosità per la parte italiana e per la mia persona, che venne qualificata, come mi fu chiarito in sede obiettiva e come risultò da episodi certamente spiacevoli, come protesa ad una intesa indiscriminata con il PCI mentre la mia, come è noto, è una meditata e misurata valutazione politica, come ho avuto modo di esporla e realizzarla nelle fortunose vicende di questi ultimi tempi“.

Sul piano dei rapporti tra USA e Europa, così come Kissinger intendeva concepirli, Moro scrive: “Il segretario di Stato aveva proclamato…l’anno dell’Europa e cioè uno sforzo di collocazione dell’Europa nel quadro mondiale e nel contesto della politica americana. L’intendimento apparente di esaltazione dell’Europa nel quadro mondiale e nel contesto della politica americana. L’intendimento apparente di esaltazione dell’Europa era in realtà, come fu subito (ma invano) rilevato, altamente riduttivo, poiché si trattava di ridurre l’Europa a dimensione regionale, lasciando ovviamente all’America lo spazio proprio della grandissima potenza con riflesso mondiale. E ciò, va sottolineato, in senso non solo politico ma ovviamente economico e militare. Le reazione naturalmente non mancarono, ma sia pure con qualche tempo e qualche fatica, furono fatte rientrare. Rientrare nel senso dell’adeguamento alle esigenze americane..Cadde così l’unico tentativo, che fu fatto con un certo impegno da parte europea, di rivendicare la propria identità ed autonomia e restò il fatto di uno spazio economico che, a parte gli sforzi,  in declino per commerciare a base di prestiti con l’est europeo, i tentativi del diligo eurarabo e le iniziative individuali di questo o quel paese, fu saldamente legato a quello americano…In questa realtà delicata e complessa dovrà inserirsi il partito comunista, dimostrare se e come esso sia capace di non soggiacere a un meccanismo che corrisponde a una logica diversa dalla sua“.

Sul tema della questione morale, nel suo memoriale Moro fa un excursus sull’involuzione del suo partito, tornando all’epoca in cui, assieme a molto suoi colleghi di partito, militava nell’Azione Cattolica, periodo in cui si era “democristiani cristiani” e in cui si affrontava la politica con una certa “ingenuità e freschezza e fede“.

E ancora: “L’animo era dunque questo: aggiornare la vecchia (e ormai superata) dottrina sociale cristiana, ormai in rapida evoluzione, alla luce del Codice di Malines e di quello di Camaldoli, dare alla proprietà, di cui allora si parlava ancora con un certo rilievo, un’autentica funzione sociale; sviluppare, in armonia con la tradizione popolare del partito, una politica nella quale davvero gli interessi popolari, con le molteplici istituzioni collaterali, fossero dominanti.    La struttura era molto rigogliosa ma più semplice e umana… E’ l’epoca nella quale la successione tra i gruppi dirigenti avviene con più facilità, nell’ambito della stessa matrice cattolica e senza accanite lotte di potere“.

In seguito si è innescato un processo di laicizzazione, fenomeno che ha avuto il suo apice, secondo Moro: “nella terza o addirittura nella quarta DC che sta per nascere nell’ultimissima fase degli anni Settanta. Francamente questa progressiva laicizzazione, auspicata da molti, può essere una necessità di contenuti tecnocratici e di conquista del consenso sociale, ma non è un bene, ne facilita equilibri costruttivi nella complessa realtà politica italiana“.

Tale processo di laicizzazione, unito ad un processo di integrazione plurinazionale innescato in ambito europeo, produce, all’interno del partito, l’afflusso di ceti laici, di opportunismi, di clientele. A tal riguardo Moro afferma: “La maggiore ricchezza delle vita sociale pone al partito maggiori funzioni di rappresentanza, di guida, di organizzazione, di ramificazione interna e perciò con correnti aventi ciascuna il proprio compito ed adeguatamente finanziate spesso dai ceti economici e sociali che dall’assolvimento di quelle funzioni dovrebbero trarre profitto. La lotta interna al partito scade a lotta di potere, perdendosi le caratteristiche ideali delle correnti come dialettica democratica. Il capo corrente è il gestore dei propri interessi e di quelli del gruppo, in condizioni di spartirsi il potere nel governo e soprattutto nel sottogoverno“.

In questa maniera si viene a minare “il circuito  dell’innovazione democratica sia nel paese, per la lunga e invariata gestione del potere pur nel mutare delle alleanze, sia nel partito, dove gruppi di potere ora si scontrano ora si sorreggono a vicenda e traggono motivo di singolare durevolezza dalla gestione del potere fine a se stesso“.

In questa maniera si viene a creare “un nuovo tipo di partito: un partito sensibile a spunti culturali, tecnocratico, piuttosto indifferente sul piano ideologico, in cui però il contenuto di innovazione si esaurisce a ben vedere, solo nel fisiologico rinnovamento dei gruppi parlamentari, ed alla presenza di un qualificato gruppetto di tecnici dell’economia in Senato. Troppo poco di fronte all’enorme cumulo di novità che la vita di oggi porta con sé e diventa fatalmente novità e serietà dei compiti di partito“.

La crisi della politica che è sostanzialmente una conseguenza della crisi dei partiti, investe anche le modalità di finanziamento di questi ultimi. I primi finanziamenti ai partiti provenivano dal canale confindustriale, con Confindustria rappresentata all’epoca da Costa: “Era considerata una cosa naturale. De Gasperi, capo del governo e in certo senso dei partiti di maggioranza, riceveva le sovvenzioni e le distribuiva secondo equità. Dall’esterno, bisogna dirlo francamente, in molteplicità di rivoli, affluivano per un numero di anni gli aiuti della Cia, finalizzati ad una auspicata omogeneità della politica interna ed estera italiana ed americana. Francamente bisogna dire che non è questo un bel modo, un modo dignitoso di armonizzare le proprie politiche. Perché quando ciò, per una qualche ragione è bene che avvenga, deve avvenire in libertà, per autentica convinzione, al di fuori di ogni condizionamento. E invece qui si da un brutale do ut des“.

Dal mescolarsi tra mondo degli affari e politica scaturisce quindi “la sensazione di sporco diffuso, di piccolo e medio profitto, di una notevole indifferenza per le esigenze e i diritti del paese che contribuisce a dare a quest’epoca la caratteristica di un regime che si va corrompendo ed esaurendo, quasi consumato in se stesso dalle proprie irrimediabili deficienze. In particolare forte è il collegamento Banche-DC: al potere in voti della DC corrisponde un eccesso di potere finanziario…E un sistema, quello cioè della spartizione del potere non sempre tra i partiti, spesso nell’ambito dello stesso partito“.

Sempre riguardo al finanziamento dei partiti, Moro scrive ancora: “I finanziamenti non sono mai mancati alle forze politiche italiane pur proporzionati alle ridotte esigenze che caratterizzavano all’inizio la loro opera. Poi.. si sono andati ingrandendo sia per quanto riguarda i partiti, sia per quanto riguarda le loro articolazioni, le correnti. Il problema è attenuato, ma non chiuso dal finanziamento pubblico: Il fenomeno in verità riguarda diverse forze politiche e non solo la DC. Resta però un problema particolarmente presente e particolarmente sentito in questo partito, sia per le sue dimensioni ed esigenze, sia per lo spirito il quale, anche come retaggio di una antica tradizione, dovrebbe animare e in parte anima specie i giovani militanti, posti in contrasto tra il rigore della coscienza ed alcune esigenze di servizio…I partiti, e in particolare la DC, sono di fronte a molteplici esigenze cui provvedere, dando la sensazione di un continuo rappezzamento, giorno dopo giorno, di un tessuto che minaccia di non andare a posto come dovrebbe, con i crismi della piena legalità. L’avvilente vicenda dell’ Italcasse, che si ha il torto di ritenere meglio dimenticabile di altre, la singolare vicenda del debitore Caltagirone, che tratta su mandato politico la successione del direttore generale, lo scandalo delle banche scadute e non rinnovate dopo otto o nove anni, le ambiguità sul terreno dell’edilizia e dell’urbanistica, la piaga di appalti e forniture considerata occasione di facili guadagni, questo colpisce tutti, ma specie i giovani, e fa di queste cose, alle quali la DC non è certo estranea, uno dei grandi fattori negativi della vita nazionale. Dispiace che si parli di democratici cristiani, per dire dei visitatori dei castelli e dei porti del signor Cruciani o come di coloro che lo presentarono, lo accreditarono, lo scelsero per altri uffici, senza avere l’onestà di dire che l’ordine sulla base del quale il presidente dell’IRI faceva la sua scelta era un ordine politico del quale egli non portava la responsabilità”. Moro infine sottolinea come questa sua forte critica, rivolta in tempi non sospetti al partito ed alla sula classe dirigente, gli era costata la carica di presidente della repubblica, carica che andò a Giovanni Leone: “Tanto poco dominavo il partito che in questo caso fui battuto da altro eminente parlamentare“. (cm)

 

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