Cerca

Claudio Meloni

Mese

maggio 2015

Sud Pontino e litorale domizio: terra di affari per i casalesi

casalesi

In una relazione della Direzione Investigativa Antimafia di un anno fa si legge come, a seguito dell’arresto dei vari capi dell’organizzazione dei casalesi, i vari Giuseppe Setola, Francesco Bidognetti e Francesco Schiavone, le varie famiglie federate al clan si stessero riorganizzando ai vertici, con l’ingresso di nuove figure legate da vincoli di parentela: “La fazione Schiavone – leggiamo nel documento – che rimane la più numerosa, pericolosa e ben organizzata, sarebbe ora gestita da un congiunto di “Sandokan“, alias Francesco Schiavone”. Lo stesso dicasi per i clan “Zagaria”, con i due fratelli Pasquale e Antonio Zagaria in carcere, e l’ingresso alla guida del clan di un loro parente, affiancato da altri membri giovani, e Bidognetti, attualmente guidato da un congiunto del boss Francesco Bidognetti, alias Cicciotto mezzanotte.  “La crisi economica –  scrive la DIA – avrebbe peraltro spinto i casalesi a diversificare e rimodulare le attività economiche alla ricerca di illeciti e più immediati profitti. Da sempre presente nel litorale Domizio e nel sud pontino, il clan criminale del casertano aveva fino ad oggi mantenuto un profilo basso, il clima necessario per poter rilevare economicamente attività lecite in crisi. Dunque il sud pontino terra di riciclaggio e di reinvestimenti dei proventi delle attività illecite. Le modalità sono analoghe a quelle adottate dal clan Pagnozzi, recentemente disarticolato da DIA e carabinieri, attraverso l’operazione “Tulipano“. Come si ricorderà il clan in questione, autoctono ma di estrazione campana, imponeva attraverso l’uso della violenza, agli esercizi commerciali dei quartieri romani del Tuscolano e di Cinecittà (Roma sud), videogiochi e macchine VLT di ultima generazione. I sodali del clan si recavano dai gestori dei bar e delle sale giochi imponendo loro di cambiare le macchine già installate, con quelle gestite dalla loro organizzazione. L’esigenza del clan era di triplice natura: riciclare i proventi della vendita della droga in attività lecite, ricercare profitti capaci di assicurare, attraverso attività lecite, entrate stabili, controllare il territorio. Il tutto attraverso metodi mafiosi, vale a dire minacce ed uso di violenza.

Dicevamo, le tre principali famiglie federate nei casalesi e interessate da questa riorganizzazione, hanno da sempre avuto un interesse specifico nel basso Lazio, così come sottolineato dalla relazione della DIA: la zona sconta una “radicata presenza delle organizzazioni criminali campane“. Ma in una fase di piena riorganizzazione della politica, le alleanze e i referenti all’interno delle amministrazioni locali sono saltate, dunque la strategia di reinvestimento dei proventi illeciti del clan subisce, anche questo, una riorganizzazione. Il basso profilo si impone sempre.

E quindi niente più appalti per i quali fornire calcestruzzo o cemento, oltre alle ditte subappaltatrici amiche, o servizi pubblici, come quello dei rifiuti, da mungere. Il settore dello smaltimento dei rifiuti urbani delle amministrazioni, come dimostrato dalla truffa perpetuata dalla società Ecologia ’89, società gestita da Gaetano Cerci e di proprietà della famiglia Bidognetti ma frutto dell’ingegno criminale di Cipriano Chianese, ai danni di alcuni comuni del Lazio, non appare più praticabile.      Non resta dunque ai casalesi, che reinvestire i loro soldi sporchi in attività lecite, come quella dei videogiochi, applicando però il metodo mafioso al fine di scoraggiare la libera concorrenza, imponendo così, con minacce e violenza, le proprie macchine slot e vlt. Slot dunque, ma non solo.  Gli investimenti dei casalesi nel basso Lazio riguardano anche l’edilizia, il turismo, alberghi, ristoranti e il commercio delle auto.

Si diceva, poc’anzi, dell’avvocato Chianese, imprenditore inizialmente impegnato nel settore dello smaltimento dei rifiuti speciali, in seguito entrato, con i casalesi, nel business dello smaltimento illecito di rifiuti tossici, attraverso la discarica Resit di Giuliano. Le indagini condotte dalla procura di Napoli hanno dimostrato infatti come, nella discarica Resit, siano stati smaltiti illegalmente, tra gli altri, anche i fanghi tossici della Acna di Cengio. Ed è proprio nel Lazio, tra Roma e il sud pontino, che il ministro ai rifiuti dei casalesi, ricchissimo, aveva acquistato diverse proprietà. A seguito dell’inchiesta sull’impianto di riciclaggio dei rifiuti realizzato a Parete, il comune nel quale Chianese risiede, i magistrati campani Vertaldi , Forte e Cairo, emettono un’ordinanza di sequestro dei beni a lui intestati, da cui emerge come “l’avvocato”, oltre a possedere alcune quote della Resit e della Griciplast, possedesse un fabbricato con terreno e altri due terreni in località Parete, un complesso a uso industriale e artigianale composto da quattro edifici nella stessa località, due appartamenti a Roma, cinque a Caserta, un complesso alberghiero a Formia, otto terreni in località Giuliano, un’imbarcazione di venti metri presso il porto turistico di Gaeta, un fabbricato e un terreno a Sperlonga, oltre a vari titoli e contanti, per un valore di venti milioni di euro, detenuti presso vari istituti di credito del casertano.

CM

Processo Anemone: la caserma Zignani

Caserma Zignani

Nuova udienza ieri del processo contro l’imprenditore Diego Anemone. Tra i testimoni ascoltati dalla Corte, l’architetto Pofi Caterina, professionista assunta a progetto dalla società di progettazioni Medea progetti e consulenze srl, il cui responsabile, nonché socio fondatore era Mauro Della Giovanpaola, e di cui uno dei principali committenti era proprio Diego Anemone. La Medea lavorava inizialmente per il Provveditorato ai lavori pubblici, e solo in un secondo momento ha cominciato ad assumere incarichi da parte della struttura di missione, presso la Presidenza del Consiglio. In questo ambito la Amedea srl ha realizzato diversi progetti, sia in occasione dell’anniversario per l’ Unità d’Italia – il pm Felici chiede alla teste della brochure realizzata a questo proposito – sia in relazione ai lavori per il G8 alla Maddalena. A tal riguardo il teste ha raccontato di come i lavori assunti dalla Medea includessero anche il coordinamento alla progettazione di tutti lotti, la revisione e la fase amministrativa. La complessità di tali attività riferita ad un lavoro di notevoli dimensioni, trattandosi di un arsenale militare composto di 10 lotti nel quale lavoravano ben sette imprese diverse, richiedeva una figura che garantisse nei confronti delle Presidenza del Consiglio la loro corretta realizzazione, nel rispetto dei costi, dei tempi e della normativa vigente. Tale persona era Mauro Della Giovanpaola, che per le ragioni accennate era presente sui cantieri 24 ore su 24. L’incarico di coordinamento dei lavori era stato conferito all’ing. Della Giovanpaola direttamente dalla Presidenza del Consiglio. La stessa teste ha dichiarato di avere ricevuto l’incarico, sempre dalla Presidenza, di verificare la sicurezza in relazione ad uno dei cantieri de La Maddalena.

Il teste Pofi aveva già raccontato ai pm di Perugia di come vi fosse una certa confidenza al telefono tra Anemone e Della Giovanpaola, tanto che il pm Felici le chiede se i due si frequentassero privatamente, domanda alla quale la teste non ha saputo rispondere. La teste ha infine raccontato come la società avesse ridotto notevolmente la sua attività lavorativa a partire dalla fine del 2007, tanto da liquidare alcuni dipendenti e da non rinnovare gli incarichi ai collaboratori esterni.

A partire da quel periodo la società’ di progettazione non ha più ricevuto incarichi dal provveditorato, ne tanto meno da imprese private con le quali invece era solita collaborare. L’attività della società, dichiara la teste, si riduceva dunque gradualmente, fino a limitarsi al completamento di quei pochi cantieri rimasti ancora aperti.

La caserma Zignani di piazza Zama

Altra vicenda affrontata nel corso dell’udienza di ieri è stata quella dei lavori della Caserma Zignani a piazza Zama (RM), sede dell’Aisi. A tal riguardo l’ex colonnello in pensione Sandro Bartolozzi, architetto responsabile dal 2003 al 2006 della progettazione per conto dell’Aisi, l’ex Sisde, ha raccontato di come la gara per il lavori fosse stata vinta dalla ditta Anemone Dino e di come questa avesse affidato la progettazione sempre alla società Medea. Stesso iter per la caserma di Montecomopatri. All’epoca il teste era anche consegnatario degli immobili dell’Agenzia. Ma le modalità di svolgimento della gara stessa insospettivano il teste in relazione a due aspetti: il primo era il fatto che, trattandosi di una gara al ribasso, non si spiegava come la cifra offerta dalla ditta Medea, così come anche l’offerta di altre ditte, fosse composta da una cifra intera, senza alcun decimale. L’ex colonnello Bartolozzi ha trent’anni di esperienza nel suo campo e sa benissimo come, nelle gare al ribasso, l’offerta sia sempre costituita da cifre decimali.  Inoltre la cifra fissata da Anemone- Medea, pari a 5 milioni, superava abbondantemente quella prevista dal suo progetto e questo a causa di scelte relative ad elementi impiantistici non richiesti. Le modifiche riguardavano, tra gli altri, l’ascensore, l’impianto di allarme, l’impianto di condizionamento ed il gruppo elettrogeno.

Dunque Bartolozzi rimaneva nella posizione di non ritenere necessari i lavori proposti dal progetto della Medea, tanto da scrivere una relazione che poi consegnerà alla stazione appaltante, con tanto di appoggio del suo capo, il generale Giampaolo Sechi, e di quello del generale Lorenzo Cherubini. Nel documento Bartolozzi bocciava il progetto della Amedea, chiedendo di apportare ad esso delle specifiche modifiche.  Il colonnello, inoltre, elencava una ad una tutte le voci che avevano causato, a suo dire, la lievitazione dei costi.

Le modifiche nella struttura dell’Aisi 

Anche il generale Mario Mori, capo dell’Aise, si era inizialmente schierato a sostegno del progetto di Bartolozzi, dato che i fondi con cui doveva essere realizzato erano dell’Aisi, e quindi i lavori si sarebbero dovuti svolgere, stando alle direttive impartite, in economia.

Il teste racconta quindi della telefonata ricevuta dal generale Mori volta a sondare la possibilità di modificare il suo progetto, in relazione alla sola parte impiantistica. Il teste ricorda quindi di avere risposto a Mori che una modifica era possibile, ma limitatamente ad un quinto del valore del contratto.  Per tentare di appianare i contrasti, il giorno 24 giugno 2004, viene indetta una riunione tra l’appaltante, nelle figura del colonnello Bartolozzi e del generale Sechi, e l’appaltatore, nella persona di Diego Anemone, con la presenza dell’ing. Balducci, del generale Mori e dell’ing. Della Giovanpaola.

E’ proprio da quest’ultimo che il colonnello Bartolozzi riceve violenti attacchi, a livello professionale, tesi ad ottenere la sua delegittimazione. Ma Il colonnello ribatte colpo su colpo le osservazioni dell’ingegnere, fino ad arrivare al punto in cui Della Giovanpaola propone all’appaltante la rescissione del contratto. Il teste racconta di come Angelo Balducci fosse intervenuto proponendo di coprire la differenza dei costi, pari ad un milione e mezzo di euro, attraverso l’intervento del Provveditorato. Nel caso in questione l’ufficio appaltante era costituito dal Provveditorato ai lavori pubblici, nella persona dell’ing. Balducci. Mori accetta e chiede di aggiungere l’impianto di sicurezza proposto dalla Medea, più sofisticato e costoso. Nel settembre successivo a quell’incontro il colonnello Bartolozzi viene trasferito presso altra sede. Ad ottobre viene rimosso anche il generale Sechi e successivamente viene rimosso anche il generale Cherubini, a capo della divisione amministrativa. In seguito le due divisioni, quella guidata dal generale Sechi e quella di Cherubini, vengono accorpate e a dirigerle viene chiamato il generale Francesco Pittorru. Nel mese di marzo 2005 viene rimosso anche l’ing. Alfredo Mortellaro. Il teste dichiara di non avere più messo piede, una volta destituito, sui cantieri della caserma di piazza Zama, e di avere appreso solo dalla stampa di come i costi per i lavori in questione fossero schizzati ad 11-12 milioni di euro.

Il presidente del tribunale permette all’imputato De Santis, responsabile del progetto della caserma avendo sostituito l’ing. Guglielmi, di rilasciare alcune dichiarazioni. All’epoca dei fatti, De Santis aveva sollevato in merito al progetto le stesse osservazioni mosse dal colonnello Bartolozzi, ed aggiunge che le varianti proposte al progetto riguardavano elementi relativi alla sicurezza interna, elementi che verranno in seguito approvati dal committente, nella persona dell’ing Nardis. Quest’ultimo, scelto dall’appaltante, approverà anche le varianti presentate nel secondo progetto esecutivo.

Per non perdere ulteriore tempo – spiega De Santis – era stato intanto dato inizio a quei lavori non investiti dalle critiche del colonnello Bartolozzi.

Una struttura ad hoc per il gen.Cherubini

Ancora sul tema dei lavori alla caserma di piazza Zama, viene ascoltato il generale in pensione Lorenzo Cherubini. Questi racconta di come, in relazione ai lavori in questione, il progetto iniziale viene inizialmente realizzato da Nardis, al quale poi  subentra il colonnello Bartolozzi. Il teste riferisce che a redigere il progetto esecutivo era stato il colonnello Bartolozzi, il quale però esclude da esso tutti gli aspetti impiantistici.

Bartolozzi aveva previsto nel suo progetto anche la parte impiantistica, ma con costi nettamente inferiori rispetto quelli del progetto della Medea. La parte relativa agli impianti  viene dunque realizzata dall’ing. Della Giovanpaola, ovvero dalla Medea.

I merito allo scontro tra Bortolozzi e Della Giovanpaola sul progetto presentato da quest’ultimo, il teste racconta di come, a seguito dell’offerta di Balducci di pagare la differenza del maggioro costo, il generale Mori sia intervenuto con le precise parole: “Adesso basta, si fa come dice il Provveditore (Balducci)”.

Il generale Cherubini riferisce di come, una volta rimosso dalla divisione amministrativa, sia stato chiamato a dirigere un’ unità costituita ad hoc. Tale struttura era priva di unità operative , fatta eccezione per quella di pronto soccorso. Dunque il generale Cherubini, di fatto, non aveva più alle sue dipendenze alcuna unità. Cherubini infine racconta di come i rapporti tra Bartolozzi e Mori cambiarono totalmente in seguito alla riunione del 24 giugno 2004, anche se i motivi di tale cambiamento non erano chiari. Interviene l’avvocato di De Santis, che mostra una lettera scritta dal suo cliente e indirizzata alla ditta Anemone Dino spa, in cui si ravvisa nel progetto per la caserma di piazza Zama un aumento dei costi del 47% dovuto al gruppo elettrogeno, al sistema antincendio, all’ascensore, all’impianto di sicurezza e a quello di condizionamento.

De Santis chiede all’appaltatore una riduzione del progetto entro 15 giorni dal ricevimento della lettera stessa. Interviene dunque la difesa di Anemone, chiedendo al Generale Cherubini se era a conoscenza dell’esistenza, nel bilancio del Provveditorato, di un fondo che metteva a disposizione somme per coprire i maggiori costi legati all’esecuzione di un dato progetto. Interviene infine l’imputato Balducci rilasciando una spontanea dichiarazione con la quale pone a conoscenza la Corte del fatto che i maggiori costi di esecuzione legati agli impianti di sicurezza erano dovuti alla necessità per l’Aisi di avere, in relazione alla sede di piazza Zama, un maggiore standard di sicurezza, posto che tale sede avrebbe ospitato l’attività più delicata di tutta l’Agenzia.

cm

Deutsche Bank: multa di 2,5 miliardi di dollari per manipolazione del Libor

Deutsche Bank

Deutsche Bank ha accettato di pagare la multa record di 2,5 miliardi dollari per porre fine alle indagini governative britanniche e statunitensi, a seguito dell’ accusa di avere manipolato i tassi di interesse a livello globale, appena pochi mesi dopo che altre sei banche (Bank of America, Citibank, JP Morgan, HSBC, Royal Bank of Scotland e UBS) hanno pagato 4,3 miliardi dollari per accuse analoghe . Gli attivisti sostengono che le banche avrebbero dovuto affrontare un processo penale.

“La domanda che ci facciamo è la seguente: ma la pena comminata è adeguata al crimine commesso?”, scrive Angela McClellan di Transparency International. “Noi pensiamo di no: perché consentire un accordo ad un’impresa che ha deciso di non collaborare con l’inchiesta? Inoltre, data la gravità della situazione, cosa che una grossa multa tende a sorvolare, si dovrebbero prendere in considerazione anche la possibilità di muovere delle accuse penali “.

Le banche sono state accusate di avere manipolato il sistema globale dei tassi di interesse per 360.000 miliardi di dollari di contratti finanziari, in particolare attraverso il tasso londinese di offerta interbancaria (London Inter Bank Offer Rate LIBOR). Tale LIBOR viene stabilito dall’associazione dei banchieri inglesi (British Bankers Association) che pubblica una media dei tassi segnalati verbalmente dai banchieri partecipanti. Da questo tipo di tasso dipendono almeno 150 diversi tipi di prestiti – soprattutto i prestiti giornalieri tra banche, anche se, in ultima analisi, esso influenza anche il tasso dei prestiti al consumo come i mutui, i prestiti per gli acquisti di auto e le anticipazioni su carta di credito.

Posto che i tassi LIBOR vengono fissati sulla base di conversazioni private che hanno luogo tra un ristretto gruppo di persone, e che non sono soggetti a verifica, secondo alcuni informatori le banche hanno continuato a fissare illegalmente tali tassi per oltre 30 anni, aumentando i loro profitti.

Gli investigatori governativi hanno pubblicato le trascrizioni dei messaggi scambiati tra gli operatori, per dimostrare che hanno deliberatamente truccato i tassi di interesse.

Ad esempio, il 20 agosto del 2007, Mark Wong della Deutsche Bank, è stato intercettato mentre scriveva: “E ‘semplicemente incredibile come con la fissazione dei tassi Libor si possa far fare tanto denaro o farne perdere in caso contrario. E’ un cartello ora a Londra. “

Due giorni dopo, Jezri Mohideen, responsabile a Singapore dei prodotti finanziari in yen per Royal Bank of Scotland, chiede ad alcuni operatori di aiutarlo nel truccare i tassi di LIBOR.

Mohideen: “Qual è la chiamata sul Libor?» Trader 2: “Dove ti piacerebbe, il Libor?» Trader 3: “Sentimenti contrastanti, ma soprattutto mi piacerebbe che fosse più basso, in modo che il mondo possa iniziare ad avere senso “Trader 4:”. Tutto il mondo HF [hedge fund] vi bacerà, invece di chiamarmi, se Libor scenderà più in basso “Trader 2:”. Ok, sposterò la curva verso il basso di 1 punto base, forse di più, se posso . “

Secondo i termini del nuovo accordo legale, la Deutsche Bank ha accettato di pagare la pesante multa prevista per le violazioni dei regolatori, in modo da far cessare le indagini. La Commissione degli Stati Uniti relativa ai futures sulle Commodity (CFTC) ha già ricevuto dalla banca 800 milioni di dollari di multa, il Dipartimento di Giustizia americano 775 milioni dollari in sanzioni penali, il Dipartimento dei Servizi Finanziari dello Stato di New York  600 milioni di dollari di sanzioni normative mentre l’ Authority del Regno Unito sulla Condotta Finanziaria (FCA) ha ricevuto 344 milioni dollari in multe.

Lo scorso novembre anche Bank of America, Citibank, JP Morgan, HSBC, Royal Bank of Scotland e UBS hanno accettato di pagare una multa all’autorità di regolazione, in cambio della cessazione delle indagini. Citibank e JP Morgan hanno pagato, singolarmente, un totale di 1 miliardo di dollari – 350.000.000 di dollari a CFTC e 310.000.000 dollari ciascuna all’Ufficio dell’autority della Liquidità degli Stati Uniti. La banca svizzera UBS ha pagato 371 milioni dollari all’AFD  e 134 milioni in  Franchi Svizzeri  (138 milioni dollari) di multa alla FINMA, l’autority finanziaria svizzera.

Le autority sostengono che l’interesse pubblico sia stato rispettato in quanto le banche hanno ammesso che il loro personale si era organizzato per commettere una frode.

“Dobbiamo ricordare che i mercati non sono in grado di manipolare se stessi: Ci vuole il dolo o la colpa grave da parte di qualcuno” ha dichiarato in un’intervista alla stampa Benjamin Lawsky, il sovrintendente ai servizi finanziari per lo stato di New York . “I dipendenti di Deutsche Bank si sono impegnati in uno sforzo diffuso teso a manipolare i tassi di interesse di riferimento a scopo di lucro.”

“Una divisione della Deutsche Bank ha avuto l’idea di realizzare profitti, senza riguardo per l’integrità del mercato,” ha dichiarato in un comunicato stampa Georgina Philippou, direttore esecutivo presso FCA. “Questo scandalo non ha coinvolto solo pochi individui, ma, in talune sedi, è apparso profondamente radicato.”

Alcuni osservatori sostengono che la conoscenza dei meccanismi di manipolazione sembrava essersi esteso ben oltre una singola divisione. “Sembra difficile immaginare che una situazione come quella attuale in cui dei comportamenti fraudolenti possano essere posti in essere su larga scala senza che la direzione esecutiva ne fosse a conoscenza o avesse chiuso almeno un occhio,”  ha dichiarato al Financial Times Tony Brown, amministratore delegato di Bivonas Law.

Infatti, la FCA ha osservato che Deutsche Bank dichiarato il falso dicendo di avere posto in essere dei controlli sui trader del LIBOR, pur avendo, accidentalmente, distrutto prove; ed ha impiegato due anni per fornire le ulteriori informazioni richieste dagli investigatori.

Date tali circostanze, Angela McClellan ha dichiarato che l’ammontare delle multe rappresenta, per i dirigenti senior, niente di più di uno schiaffo sul polso.

“Anche se l’importo dell’ammenda sembra molto elevato, l’effetto dissuasivo delle ammende risulta, anche in questo caso, discutibile. L’impatto previsto sugli utili di Deutsche Bank sarà minimo “, ha scritto. “Il deterrente più efficace nei confronti dei comportamenti poco etici sono le sanzioni ai singoli. Esiste ancora la possibilità che possano essere mosse delle accuse penali. Se le persone incriminate hanno una certa anzianità e le indagini penali andranno avanti, ciò invierebbe un forte segnale alla comunità bancaria, quale quello che i cattivi comportamenti danno luogo a sanzioni personali. “

Su questo punto molti sono d’accordo. David Pereiz, socio dello studio legale newyorkese Reisman, Peirez, Reisman e Capobianco, ha dichiarato al Wall Street Journal: “Se alcuni dirigenti come i membri del board della banca, pur non essendo stati coinvolti direttamente, sono responsabile, essi dovrebbero andare in prigione,”. Altrimenti i comportamenti sbagliati non cesseranno mai.

Lo scandalo della manipolazione del tasso di interesse è solo uno dei numerosi scandali che circondano le grandi banche globali. Quindici grandi banche sono attualmente indagate per agiotaggio sul mercato globale dei cambi per 5.300 miliardi di dollari. Il valore complessivo finale delle multe comminate nello scandalo dei cambi è stato stimato essere circa 41 miliardi dollari.

Non a caso, le banche oggetto di indagine sono le stesse implicate anche nello scandalo sulla manipolazione dei tassi di interesse. Secondo la rivista di settore Euromoney, infatti, solo quattro di queste grandi banche controllano, insieme, più della metà del mercato dei cambi.

Barclays, la banca inglese, detiene il 10,2 per cento del mercato, Citigroup, banca statunitense, detiene il 14,9 per cento, Deutsche Bank, tedesca, ha una quota del 15,2 per cento, mentre UBS, svizzera, ha 10,1 per cento.

Tratto da http://www.globalresearch.ca

Titolo originale: “Deutsche Bank Pays $2.5 Billion Fine for Interest Rate Rigging”

Traduzione di CM

Lobbying e porte girevoli: due aspetti della corruzione non ancora regolati

porte_girevoli

Se in Europa la Commissione guidata da Junker ha strettamente regolato l’attività di lobbying, imponendo ai membri della sua commissione di incontrare solamente rappresentanti di gruppi di interesse regolarmente registrati negli appositi registri per la trasparenza, in Italia, dopo il timidi tentativi del governo Letta, e malgrado i passi in avanti nella lotta alla corruzione, la questione sembra ancora in alto mare. C’è da dire che nel resto d’Europa la regolamentazione dell’attività lobbistica non ha ancora raggiunto i livelli della Commissisone Europea, ma è anche vero che la questione si pone con maggiore priorità per quei paesi caratterizzati da una elevata corruzione, e tra questi, come è risaputo, vi è anche l’Italia. Secondo la classifica stilata da Trasparency International, nel rapporto “Lobbying in Europe“, su 19 paesi presi in considerazione, il nostro paese si colloca in 17a posizione, precedendo Cipro e l’Ungheria. Tra i 19 paesi presi in esame dal rapporto, solo 7 hanno adottato una legislazione sull’attività di lobbying. Nel rapporto di Transparency si legge come tra i paesi a maggiore rischio di permeabilità del settore pubblico, rispetto alle pressioni delle lobby private, vi siano, oltre all’Italia, anche la Spagna ed il Portogallo, che sono anche i paesi europei più colpiti dalla crisi economica. Sempre nel rapporto si legge come tra gli effetti negativi dell’attività di lobbying vi sia la sostanziale inefficacia delle riforme adottate nella regolamentazione di alcuni settori chiave dell’economia: ad esempio le lobby finanziarie si sono mostrate particolarmente attive in molti paesi, attraverso un depotenziamento delle riforme legislative tese a regolamentare l’attività bancaria e finanziaria. La Francia, da questo punto di vista, ne è l’esempio più evidente.

Un’altra pratica, non adeguatamente regolamentata, attraverso cui si manifesta la permeabilità del settore pubblico alle lusinghe di quello privato, è quella delle porte girevoli, in inglese “revolving doors“. Anche in questo caso l’assenza di una disciplina influisce negativamente sulla qualità delle norme adottate, in  modo particolare in quei campi in cui le lobby sono più attive, come quello energetico, quello finanziario e quello sanitario. In Italia il passaggio dal settore pubblico a quello privato, e viceversa, risulta particolarmente agevole, consentendo a rappresentanti eletti nelle istituzioni centrali di portare dentro le istituzioni stesse gli interessi delle lobbies che rappresentano, e  viceversa nei gruppi privati, la disponibilità degli ex eletti a continuare a curare quegli stessi interessi.

In una sezione intitolata Revolving Door Watch, osservatorio sulle porte girevoli, il sito “Corporate Europe Observatory“, l’Osservatorio sulle Corporation Europee elenca tutti quei rappresentanti eletti nel parlamento europeo o ex commissari, o membri di agenzie o uffici dell’Unione che sono passati, una volta terminato il loro mandato, a svolgere un’attività lavorativa dipendente o di consulenza, per conto di una corporation privata. Tra i nomi più famosi vi troviamo quello di Neelie Kroes, olandese, ex membro della Commissione con incarico sull’agenda digitale, attualmente impiegata come Special adviser per conto di Bank of America e Merrill Lynch, o l’ex commissaria europea ai trasporti, l’estone Siim Kallas, attualmente consulente per la multinazionale di servizi di e-governament Nortal, o ancora l’ex presidente della Commissione Herman Van Rompuy, belga, attualmente nell’advisory board di Tomorrow Lab, multinazionale statunitense di consulenza e di progettazione, o come l’ex commissario all’agricoltura, il portoghese Joao Pacheco, attuale direttore del per il marcato europeo della multinazionale del settore alimentare Allen F Johnson & Associates, o come l’avvocato maltese Gayle Kimberley, ex membro del Consiglio d’Europa, attualmente lobbista della multinazionale svedese del tabacco Swedish Match, o Ivan Rogers, ex responsabile per la Barclays Capital delle imprese del settore pubblico, attualmente rappresentante permanente del governo britannico nell’Unione Europea, o come la bulgara Meglena Kuneva, ex commissario per la protezione dei consumatori, attualmente membro non esecutivo del board di BNP Paribas, o come la belga Suzy Renckens, ex responsabile dell’unità sugli OGM presso l’Autorità europea sulla sicurezza degli alimenti, attualmente Regional Manager per la multinazionale nel settore delle biotecnologie Syngenta. Per quanto riguarda gli italiani, svettano Vincenzo Salvatore, ex capo dell’Ufficio legale dell’ Agenzia Europea dei Medicinali, attualmente consulente senior per la Sidley Austin LLP, multinazionale nel campo medico, e Stefano Marino, ex direttore del settore legale e della proprietà intellettuale per conto della multinazionale del settore biomedico Sigma-Tau, attualmente capo del settore legale dell’Agenzia Europea per i medicinali.

CM

Black out: le Imprese energetiche ci lasciano all’oscuro sulla loro attività di lobbying

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Mentre alcuni tra i più grandi inquinatori si sono riuniti a Parigi in occasione del Business & Climate Summit, sperando di dettare l’agenda dei prossimi negoziati sui cambiamenti climatici in seno alle Nazioni Unite il prossimo inverno, se diamo uno sguardo all’ultima edizione del rapporto LobbyFacts (Tutto sulle Lobby) osserviamo come vengano alla luce tutte le pressioni, in termini di spesa economica, esercitate a Bruxelles attraverso l’attività di lobbying, oltre ad alcuni seri problemi di rendicontazione.

Da quando si è insediata la nuova Commissione europea, nel novembre del 2014, la politica energetica è diventata uno dei temi centrali all’ordine del giorno dei lavori dell’Unione. La creazione della figura del ‘vicepresidente responsabile dell’Unione per l’Energia’ in seno alla Commissione europea, mostra come l’energia si collochi tra le principali preoccupazioni dei funzionari europei.

Se da un lato le grandi imprese energetiche sono pronte a spendere cifre astronomiche in sontuosi convegni, quando si tratta di fare trasparenza sulla loro attività di lobbying si mostrano molto meno disponibili. Questo articolo prende in esame alcune delle principali aziende energetiche che svolgono attività di lobbying nell’UE, divulgando le informazioni contenute nel registro volontario per la trasparenza dell’UE, e relative agli anni  2013 e al 2014. La comparazione è resa possibile grazie ai dati contenuti nel vecchio registro volontario per la trasparenza, fornito da LobbyFacts, e quelli del nuovo registro.

I casi qui presentati sono solo alcuni degli esempi di informazioni non attendibili o fuorvianti che le aziende energetiche divulgano in relazione alle loro attività di lobbying. L’elevato numero di voci non attendibili contenute nel registro volontario, evidenzia la necessità di un registro obbligatorio sulle lobby, così come di controlli molto più incisivi sulla qualità delle informazioni in esso contenute.

L’improvvisamente moltiplicazione della spesa per attività di lobbying

Tra il 2013 e il 2014 alcune imprese hanno dichiarato un significativo aumento della spesa per attività di lobbying nell’UE.

La multinazionale dell’energia Enel è quella che ha fatto registrare il più ripido aumento nelle spese per attività di lobbying di tutto il settore energetico. Secondo i dati del suo registro, solo in relazione al mercato comunitario le spese di lobbying sono salite da 450.000 a 500.000 euro nel 2013 a 2.000.000-2.249.999 nel 2014 – un aumento superiore al 400%. Nello stesso periodo il personale impiegato nell’attività lobbistica è aumentato da 7a 24 unità. La variazione dei costi relativa all’attività lobbistica sembra quanto meno discutibile. Mentre Enel dichiara di aver pagato nel 2014 400.000 euro per quote di iscrizione ad una serie di associazioni di categoria di cui era già membro, nella maggior parte dei casi, anche nel 2013. A meno che le quote di adesione non siano aumentate drasticamente, le voci relative al 2013 costituiscono, molto probabilmente, un caso di spese sottostimate.

La multinazionale petrolifera BP ha dichiarato che le sue spese per attività di lobbying sono quasi raddoppiate. Esse sono infatti passate da 1.250.000 -1.500.000 euro nel 2013 a 2.500.000-2.999.999 nel 2014, nonostante il numero dei lobbisti impiegati, in tutto cinque, non siano aumentati. A guardare bene non risulta agevole individuare la ragione di questo significativo aumento: la somma dichiarata nel registro relativa a spese di consulenze  per attività di lobby è rimasta più o meno la stessa,  e l’appartenenza di BP ad associazioni di categoria si è addirittura ridotta nello stesso periodo di tempo.

Tagli significativi nelle spese lobbistiche

Eppure, in controtendenza rispetto alla rilevanza assunta dalle questioni energetiche, diverse altre società hanno riportato nel loro registro per la trasparenza, tagli importanti nelle spese per attività di lobbying. La differenza tra alcuni dei dati relativi al 2013 e quelli analoghi del 2014 è così grande da far sorgere dubbi circa la loro veridicità.

La multinazionale francese del gas e dell’elettricità Engie (ex GDF Suez) ha fatto registrare la più elevata diminuzione della spesa per attività lobbistica, passando da 2.500.000-2.750.000 di euro nel 2013 a quella notevolmente inferiore di  9.999 euro nel 2014. Il numero di persone impiegate in attività di lobbying nell’UE è sceso da 12, di cui solo 2 erano i lobbisti accreditati, nel 2013 a 4 nel 2014, con la completa eliminazione del personale con accesso al Parlamento Europeo. Eppure, anche se Engie ha ridotto il numero di lobbisti impiegati a 4, risulta irrealistico ipotizzare che l’ammontare dei loro stipendi ed il monte delle loro ore di lavoro – almeno 14 riunioni ad alto livello con la Commissione europea dal 1 dicembre 2014 – possa essere coperto attraverso un budget inferiore ai 10.000 euro. Engie sponsorizza anche il Summit Business & Climate (Affari e Clima) che si terrà questa settimana a Parigi.

Allo stesso modo, la società svedese Vattenfall, il quinto più grande fornitore di energia elettrica in Europa, ha dichiarato nel suo registro per la trasparenza, una spesa per attività di lobbbying inferiore ai 10.000 euro, sebbene abbia dichiarato di impiegare, a tempo pieno, 4 lobbisti e 5 membri del personale con accesso al Parlamento europeo. Secondo i dati contenuti nel registro per la trasparenza di Vattenfall, i costi dell’attività di lobbying si riferiscono a 2010, rappresentando sicuramente un errore, in quanto la voce è stata aggiornata nel maggio 2015. Nel mese di gennaio 2015, pur dichiarando di impiegare lo stesso numero di lobbisti, Vattenfall ha riportato costi di lobby compresi tra i 250.000 e i 300.000 euro. Vattenfall è uno dei principali sponsor del forum delle imprese sul clima organizzato dalle Nazioni Unite, che si sta tenendo, a partire dal 21 maggio, a Parigi.

La controversa impresa inglese che si occupa di fracking, Cuadrilla Resources, ha dichiarato che i costi della loro attività di lobbying sono diminuiti da 50.000-100.000 euro nel 2013 a meno di 9.999 euro nel 2014. Il personale impiegato nell’attività di lobbying è sceso da 70 nel 2013 a 1 su 2014. Sebbene sia molto probabile che Cuadrilla abbia sovrastimato il numero delle persone impiegate nel 2013 – non sembra realistico che 70 lobbisti possano essere coperti da un budget inferiore ai 100.000 euro. I dati recentemente pubblicati inferiori a 10.000 euro e relativi all’attività di lobbying nell’UE, sono, tuttavia, sorprendentemente bassi, data l’importanza all’interno dell’ agenda politica europea,  delle questioni energetiche e soprattutto del gas. Ad esempio, Cuadrilla presiede uno dei due gruppi di lavoro appena creati in seno alla  Commissione europea,  di esperti sullo sviluppo del gas di scisto, ed è anche rappresentata da una seconda persona all’interno del team di esperti.  Friends of Earth Europa ha recentemente abbandonato il gruppo di esperti, a causa dei dubbi circa il predominio, all’interno del gruppo, dei membri pro-fracking.

La compagnia petrolifera norvegese Statoil ha dichiarato che i costi relativi alla sua attività di lobbying sono scesi, in modo significativo, da 800.000-900.000 euro nel 2013 a 50.000-99.999 euro nel 2014. È interessante notare, tuttavia, come il personale coinvolto in tale attività non sia cambiato tra il 2013 e il 2014 (7 Persone ). Tuttavia la Commissione europea ha riferito di avere avuto, tra dicembre 2014 e maggio 2015, 11 incontri ad alto livello con i lobbisti della Statoil, la qualcosa risulta davvero notevole per una società che dichiara di spendere meno di 100.000 euro l’anno in attività di lobbying. Statoil risulta essere anche relatore al Business & Climate Summit di Parigi.

La società finlandese fornitrice di energia elettrica Fortum ha dichiarato che la sua spesa per attività lobbistica è diminuita di oltre il 90%, da 250.000-300.000 nel 2013 a 10.000-24.999 nel 2014. Tuttavia, il numero di persone coinvolte in tale attività è praticamente rimasto immutato, passando da 10 persone nel 2013 a 8 nel 2014. Con 4-5 persone che lavorano a tempo pieno nell’ attività di lobbying, i numeri dichiarati da Fortum indicano, quasi sicuramente, una sottostima.

Diminuzioni nei costi di lobbying sono stati pubblicati anche dal fornitore tedesco di energia EnBW Energie Baden-Württemberg AG. In questo caso i costi di lobbying sono presumibilmente scesi da 1.200.000 euro nel 2013, a 990.000 euro nel 2014. Tuttavia, il numero di personale coinvolto è aumentato, nello stesso periodo, da 4 a 6 unità.

Nel nuovo registro dati finanziari incompleti 

Alcune imprese energetiche hanno fornito informazioni finanziarie solo parziali per il 2014.

Ad esempio, il fornitore francese di energia Alstom e la società energetica britannica SSE hanno fornito solo informazioni relative al periodo compreso tra aprile 2013 e marzo 2014.

Diverse società di energia di grandi dimensioni come il gigante petrolifero francese Total, e la Endesa, la più grande società di servizi pubblici di Spagna (di proprietà dell’ italiana Enel), non hanno fornito alcun dato finanziario relativo al 2014, come richiesto, a partire dal 2013, dalle norme del Registro per la trasparenza e da quelle sulle informazioni.

Il fornitore spagnolo di energia Iberdrola ha pubblicato i dati finanziari a partire dal 2013. Nel suo ultimo aggiornamento relativo al marzo 2015, la società ha dichiarato che i costi di lobbying per il 2013 sono stati tra i 500.000 e 599.999 euro, mentre due mesi prima aveva dichiarato spese, per lo stesso periodo, tra i 600.000 e i 700.000 euro.

Nuove imprese registrate

Alla fine di aprile, diverse nuove imprese del settore energetico si sono unite al registro per la trasparenza nell’UE, cinque anni dopo il suo lancio. La loro registrazione coincide con la nuova politica potata avanti dalla Commissione europea, mirata a condurre riunioni ad alto livello solo con lobbisti iscritti nel registro. Tali accordi comprendono anche la società madre di British Gas, Centrica, la quale ha dichiarato, per il 2014, spese per attività di lobbying comprese tra i 200.000 e i 299.000 euro. La compagnia petrolifera e del gas Baltec, anche lei recentemente iscritta al registro, che ha dichiarato di avere speso, nel 2014,  3.490.095 di euro per attività di lobbying nell’UE, impiegando 40 persone, costituisce, quasi sicuramente, un altro caso di sovrastima, dato che Baltec è una società che si occupa di ingegneria e di realizzazione di prodotti, con meno di 50 dipendenti, ed è quindi altamente improbabile che possa impiegare 40 lobbisti interni.

Conclusione

Con i negoziati internazionali sul clima di Parigi, e con la posizione centrale assunta, nell’UE, dalla discussione sull’Unione dell’Energia, è fondamentale sapere chi è che sta cercando di influenzare la politica climatiche ed energetiche dell’Unione. Tuttavia, l’attuale registro per la trasparenza è pieno di informazioni inesatte e poco plausibili sulle imprese energetiche che svolgono attività di lobbying su questi temi. Allo stesso tempo, le stesse aziende rappresentano giocatori di elevato profilo nei negoziati internazionali sul clima, una lobby che cerca di proteggere i profitti delle imprese e, quindi, di boicottare gli stessi negoziati.

L’Alleanza per la Trasparenza delle Lobby e per una Regolamentazione Etica (ALTER-EU), di cui Friends of Heart Europa è membro, ha appena lanciato una campagna in favore della creazione di un registro sulla trasparenza obbligatorio e di elevata attendibilità. Tale registro dovrebbe finalmente permettere al pubblico di sapere chi sta influenzando il nostro futuro energetico.

Tratto da http://corporateeurope.org

Titolo originale: “Black out: Imprese del settore energetico lasciandoci all’oscuro loro lobbying Ue”.

Traduzione di CM

I teorici della mafia imprenditrice

Falcone_borsellino

Nel libro “La mafia imprenditrice” il sociologo Pino Arlacchi analizza la trasformazione del fenomeno mafioso da epifenomeno storico-sociale, legato ad una determinata area territoriale, a fenomeno economico-imprenditoriale criminale a carattere internazionale. L’elemento che ha determinato questo salto di qualità è stato, senza ombra di dubbio, a partire dalla metà degli anni Settanta, il controllo del mercato dell’eroina. Tale attività, fonte di un’enorme quantità di denaro sporco, ha portato l’autore, e le persone che hanno collaborato con lui, a riflettere, per la prima volta, sul tema del riciclaggio. 

Tra gli esperti e amici che hanno collaborato agli studi ed alle riflessioni dalle quali il libro trae spunto, vi sono Pio La Torre, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per far comprendere l’elevato livello delle riflessioni e di studi di cui si sta parlando, si pensi che da uno di questi, completato nel 1978 dello stesso autore, nacque il disegno di legge poi approvato col nome di legge Rognoni-La Torre (n.646/82), col quale veniva introdotto, per la prima volta, nel nostro ordinamento il reato di associazione mafiosa, ma anche misure come la confisca ed il sequestro dei beni ed il carcere duro per i mafiosi.

I paradisi fiscali centro di attrazione dei capitali illeciti

Le riflessioni sul riciclaggio prendono spunto dal fenomeno di privatizzazioni (illegali) che investì la Russia guidata da Boris Yeltsin, a dalla conseguente enorme fuga di capitali che si venne ad innescare.

Dalla fine degli anni Ottanta alla fine degli anni Novanta, circa 200 miliardi di dollari, pari al 57% del Pil russo varcarono, senza mai fare più ritorno, i confini dell’ex Unione Sovietica. Ogni anno, in media,  una cifra compresa tra i 15 e i 20 miliardi di dollari lasciava illegalmente il paese, dissanguando l’economia. Ma dove andavano a finire tutti questi soldi? Il principio che l’autore del libro pone come massima in queste questioni è: cifra piccola, banca piccola, cifra grande, banca grande.

Traducendo concettualmente tale regola base, se una piccola cifra di denaro sporco viene riciclata in una grande banca, le autorità della banca, per una questione puramente formale, tenderanno a denunciare la somma e chi cercherà di ripulirla, poiché le piccole cifre non rientrano, in genere, in una politica di gestione discutibile, anche nel caso di una banca disposta a violare le regole. Allo stesso modo, una grande somma nei conti di una piccola banca, da nell’occhio, anche se viene spezzettata in più conti distinti, grazie anche a sofisticati software antiriciclaggio.

Resta ancora da risolvere il dilemma di dove finiscono tutti questi soldi, una volta contabilizzati dalla banca. La risposta è relativamente semplice quanto densa di sfaccettature: in genere queste grandi somme, finiscono nei conti di i grandi banche internazionali, collegate con i mercati finanziari alternativi, quali i paradisi fiscali ed il mercato degli eurodollari.

nel caso dei dollari sottratti dal clan Yeltsin a seguito delle privatizzazioni, le indagini riuscirono ad individuare, nel 1999, 10 miliardi di dollari nei conti della Banca di New York. Una somma enorme.

Il riciclaggio ed il pool di Palermo: il contributo di Giovanni Falcone

I primi tentativi di studio sistematico dei meccanismi di riciclaggio adottati dalle famiglie mafiose, in collaborazione con la Procura di Palermo, risalgono ai primi anni Ottanta. L’impianto delle prime raffinerie di morfina grezza nei dintorni del capoluogo siciliano era cominciati verso la metà degli anni Settanta, ed i risultati, ben visibili, anche se la maggior parte dei proventi veniva spedita oltre confine, erano forniti da un incredibile aumento, più che sospetto, dei depositi riconducibili alla mafia, nelle piccole banche siciliane. Questa evidente sincronia, permise di indirizzare le indagini sulle raffinerie, riuscendo a interrompere il flusso di eroina diretto negli Stati Uniti e nel resto d’Europa. Si pensi che la droga prodotta rappresentava il 30% della domanda del mercato statunitense. Eppure, tolte le famiglie di esattori, i Salvo in primis, non vi erano in Sicilia grossi patrimoni di recente costituzione, che potessero lasciar supporre di un loro collegamento con la droga. Dunque era evidente come il denaro finisse altrove. Dati i divieti imposti dagli Stati Uniti, con i quali, a partire dai primi anni Settanta, veniva impedito alle banche svizzere che si ostinavano a mantenere il segreto sui depositi sospetti, di accedere a Wall Street, si arrivò al 1977 alla firma tra Stati Unti e Svizzera di un accordo di assistenza giudiziaria che imponeva a quest’ultima la collaborazione sulle indagini relative alle organizzazioni criminali, lasciando “debitamente” fuori dai controlli bancari la corruzione e l’evasione fiscale.

Intanto le mete dei soldi sporchi erano cambiate, preferendo il segreto bancario e soprattutto il sistema delle fiduciarie Lussemburghesi e del Liechtenstein.

I meccanismi di Sindona e Calvi

Un’attento studio sui sistemi utilizzati da due fra i principali attori del riciclaggio dei soldi della mafia, si era rivelato superato. Infatti, se da una parte il finanziere Michele Sindona privilegiava le speculazioni sui mercati valutari, il banchiere Roberto Calvi, grazie agli sportelli bancari aperti in tutto il mondo, e principalmente in paradisi fiscali quali il Lussemburgo, il Nicaragua e le Bahamas, era in grado di muovere rapidamente grandi cifre, facendole poi schermare da sistemi di società anonime, titolari dei conti impiegati. Dunque l’anonimato dei beneficiari delle società garantiva l’interruzione delle tracce relative al denaro sporco. Lo spunto utile all’individuazione dei soldi della mafia venne offerto da uno studio dal titolo:”The Use of Offshore Banks and Companies“, realizzato da uno staff del Senato degli Stati Uniti, guidato dallo studioso Richard Blum. Secondo la ricerca, la destinazione presa dalla maggior parte del denaro sporco – hot money – era quella dei paradisi fiscali  del mercato degli eurodollari, ovvero tutti quei mercati, al di fuori degli Stati Uniti, in cui venivano scambiati dollari.

Il valore delle transazioni che si concludono ogni giorno sui mercati finanziari, supera abbondantemente i 700 miliardi di dollari, ma solo una piccola parte di questi è legata al flusso commerciale mondiale. La restante parte corrisponde alla porzione più instabile del sistema finanziario globale. I paradisi fiscali e i mercati degli eurodollari rientrano in questa parte dei mercati finanziari, caratterizzati da un’ elevata instabilità. In essa finiscono, oltre ai soldi dei mafiosi, anche i fondi neri delle multinazionali, usati per corrompere i vari governi, i prestiti interbancari, i fondi frutto della corruzione e di ogni genere di attività illecita. Si trattava di quell’enorme massa di denaro estremamente volatile e altamente speculativa, che attaccava le economie instabili impoverendole, come accadde nei primi anni Ottanta al Messico del presidente Josè Lopez Portillo.

Anche Giovanni Falcone lesse il rapporto sui paradisi fiscali, rimanendone molto impressionato. L’osservazione che fece, subito dopo la lettura, fu la seguente:”Questi paradisi fiscali mi sembrano un’immensa torre di Babele. Ma forse questa è solo l’apparenza. Ci deve essere un centro da qualche parte. E se esiste può essere davvero il centro dell’inferno”.

In realtà i centri del male sono più d’uno, e lui ne aveva appena conosciuto un’altro, quello politico, che dietro una veste apparentemente formale, nascondeva oscuri giochi di potere, in cui la vita umana rappresenta solo una variabile indeterminata.

Oltre a quello, ve ne erano altri di centri, alcuni dei quali rappresentati sicuramente da località amene, in cui il segreto bancario e l’afflusso di capitali di dubbia origine rappresentavano la ragione stessa dell’esistenza del centro.

cm

Balducci e Anemone ovvero la “cricca” degli appalti pubblici 2a parte

Piscicelli De Vito

Francesco Maria Vito Piscitelli

De Vito Piscicelli, dal 2000 al 2010 di professione imprenditore edile, titolare dell’impresa Opere Pubbliche Ambiente spa, rispondendo al pm, dichiara di avere conosciuto Angelo Balducci nel 2000, essendogli stato presentato dal dott. Antonello Colosi, all’epoca Provveditore ai lavori pubblici.

Diego Anemone invece gli viene presentato nel 2007 dal Balducci, in occasione di un invito per un caffè al Grand Hotel di Roma. Balducci descrisse Anemone come un grande imprenditore nonché una persona a lui particolarmente cara, un “fratellino”. Dopo circa un mese, durante il periodo natalizio, Piscicelli viene contattato da Anemome, che gli dice che aveva vino l’appalto per una delle opere relative ai mondiali di nuoto.

In quella circostanza Anemone gli dice che c’è la necessità di versare 150 mila euro, soldi destinati ad una sorta di raccolta, che poi sarebbe stata distribuita a varie figure politiche. L’ordine dii raccogliere il denaro gli viene dato, così dice Anemone, da Balducci.

Piscicelli raccoglie dunque la somma, ricordando però che Balducci gli aveva detto, poco tempo dopo averlo conosciuto, di non dare mai soldi senza il suo consenso.

Piscicelli chiama Anemone, dicendogli di avere preparato la somma. Anemone chiede a Piscicelli la cortesia di andare a portargli i soldi nel suo ufficio, in una traversa di via Nomentana, in quanto aveva sulla sua scrivania un’ ingente somma di denaro, e dunque non può muoversi.

Arrivato in ufficio, Piscicelli, vede, dentro la stanza di Anemone, disposta sopra un tavolo di cristallo, un’ enorme quantità di denaro contante. Piscicelli da ad Anemone una busta contenente i soldi, in tutto 145 mila euro, e gli chiede di telefonare a Balducci.  Anemone chiama per telefono Balducci e gli passa Piscicelli, che viene tranquillizzato da Balducci.

Piscicelli ribadisce che la richiesta di soldi da parte di Anemone è stata fatta con garbo, con le seguenti parole: “Tu lo conosci, lui non chiede nulla”. Questo episodio sarebbe accaduto nel 2007.

Il pm chiede a Piscicelli a quali gare ha partecipato con la società Opere Pubbliche Ambiente spa, a seguito della conoscenza di Balducci. Il teste risponde che, a partire dal 2002, ha cominciato a partecipare a gare attraverso il provveditorato ai lavori pubblici, vincendone inizialmente due, quella relativa alla scuola di polizia di Nettuno, e quindi quella della caserma della Guardia di Finanza in Sardegna (Oristano). L’ultima gara vinta è quella relativa alla costruzione della piscina coperta di Valco S.Paolo. Complessivamente, le gare alle quali ha partecipato sarebbero un centinaio.

Il meccanismo delle gare di appoggio

Sovente ad alcune gare indette dal provveditorato ai lavori pubblici del Lazio, alle quali Piscicelli viene chiamato a partecipare, gli viene chiesto, tramite una telefonata, di non presentare alcuna offerta, oppure di presentarla con un determinato ribasso. La chiamata proviene, in genere, dall’ufficio contratti del provveditorato ai lavori pubblici.

Questo voleva dire, chiaramente, che la gara in questione l’avrebbe vinta qualcun’altro già stabilito.

Piscicelli dichiara che lui accettava questo stato di cose, per non essere escluso dal meccanismo delle gare. La partecipazione ad alcune di queste gare, infatti, vedi grandi eventi e mondiali di nuoto, trattandosi di lavori importanti, richiedeva una fase di progettazione economicamente molto onerosa.

Ad esempio, per la progettazione dell’auditorium di Firenze Piscicelli ha speso circa 250 mila euro, mentre per quello di Isernia 80 mila euro, e per la piscina dei mondiali di nuoto di Roma, 100 mila euro.

Il progettista veniva sempre indicato.

L’ing. Enrico Bentivoglio, della struttura di missione, dice a Piscicellii che se voleva avere maggiori possibilità di aggiudicarsi una gara, doveva scegliere determinati progettisti. Nello specifico gli venne indicato l’ing. Frasca, figlio dell’ex provveditore ai lavorio pubblici, dott.ssa Natalia Muzzati. Piscicelli dichiara che tutte le gare relative ai grandi eventi erano truccate.

In relazione ai lavori per i Mondiali di nuoto di Roma 2009, lo stadio del Centrale del Tennis, la piscina di Valco S.Paolo, il Museo dello Sport e altri due poli natatori, erano tutte gare alle quali Piscicelli aveva deciso di partecipare. Balducci, però, lo invita a partecipare solo alla gara per lo stadio del Centrale del Tennis. La progettazione per questa gara è costata a Piscicelli 70 mila euro. Quando però il teste si presenta in sede di apertura delle offerte, trova anche il rappresentante di un’altro raggruppamento di imprese, e a quel punto Piscicelli capisce che la gara l’avrebbe vinta l’altro. L’idea che Piscicelli si è fatto è quella di essere stato strumentalizzato, per dare “appoggio” ad un vincitore certo. Di questo ne ebbe la certezza in occasione della gara.

In relazione alla gara per l’auditorium di Firenze, la cui progettazione costò 250 mila euro, Piscicelli viene contattato dal consulente del provveditorato, ing. Mauro Della Giovanpaola, il quale gli chiede, su indicazione di Balducci, quale fosse il ribasso da lui praticato. Poco tempo dopo Piscicelli  chiama l’ing. Vincenzo Di Nardo, dell’impresa capogruppo Baldassini-Tognozzi-Pontello, per capire se sapeva qualcosa sulla gara, e Di Nardo gli dice che quella gara, la gara per l’auditorium di Firenze, l’avrebbe vinta la SAC spa in associazione con la Igit spa riconducibile a Diego Anemone, su indicazione di Walter Veltroni.

Per la gara relativa all’auditorium di Isernia, viene contattato dall’ing. Bentivoglio, il quale gli comunica, prima dell’apertura delle buste, che la gara l’avrebbe vinta lui. E invece Piscicelli arriva secondo, e quando va chiedere spiegazioni a Bentivoglio, questi gli racconta che purtroppo era intervenuta una telefonata del dott. Guido Bertolaso, su richiesta di Antonio Di Pietro, che aveva dato diverse indicazioni.

Dazione continua

Alcuni giorno dopo l’aggiudicazione del polo natatorio di Valco S.Paolo, Piscicelli viene contattato per telefono dall’ing. Enrico Bentivoglio, responsabile del provvedimento, il quale gli chiede una dazione di 50 mila euro. Bentivoglio ha sempre fatto parte dello staff di Balducci. La richiesta dei soldi interviene appena due giorni dopo l’aggiudicazione dei lavori, senza che vi siano particolari esigenze di pagamento. Era chiaro che senza la dazione in questione, la gara non sarebbe stata aggiudicata. Dopo alcuni giorni Bentivoglio chiede altri 20 mila euro. Anemone invece ne chiede 150 mila. In relazione ai pagamenti, l’architetto  Paolo Zini, che emetteva in bella copia l’emissione dello stato di avanzamento dell’opera, chiede al teste, ad ogni stato di avanzamento, 10 mila euro, 15 mila nei giorni festivi. Gli stati di avanzamento sono stati, complessivamente, undici. I soldi venivano sempre dati in contanti, dentro una busta. Piscicelli, avendo parlato con altri imprenditori incontrati al provveditorato, come lui aggiudicatari di gare relative a grandi eventi, viene a sapere che la oprassi era la stessa per tutti. Un’altro personaggio che rivolgeva a Piscicelli continue richieste di soldi era Della Giovanpaola, anche se la maggior parte delle volte Piscicelli si è astenuto. Piscicelli dichiara di non avere visto direttamente fazioni di denaro, ne è in grado di riferire di determinati imprenditori. L’ing. Claudio Rinaldi chiede a Piscicelli, una dazione da 100 mila euro, da parte del presidente del comitato organizzativo dei mondiali, il senatore di Forza Italia Paolo Barelli. La dazione, secondo Rinaldi, serviva ad appianare gli ostacoli che venivano posti dalla federazione Nazionale di Nuoto.

Nel dicembre del 2008, in una busta chiusa, Piscicelli porta i soldi a Rinaldi, al quale aveva dato appuntamento all’Hotel De Russie. Arrivato all’appuntamento, Rinaldi prende la busta e ne chiede altri 250 mila per la fine lavori, soldi che Piscicelli non ha mai consegnato.

In occasione dell’appalto per la scuola di Polizia di Nettuno, l’ing. Di Maggio chiede e a Piscitelli una dazione da 10 mila euro.

Piscicelli è già stato condannato in primo grado con Fabio De Santis e Riccardo Fusi per corruzione, in relazione alla vicenda della Scuola dei Marescialli di Firenze.

cm

Balducci e Anemone: la “cricca” degli appalti pubblici

anemone-balducci

Si è svolta ieri, davanti all’ottava sezione penale del tribunale di Roma la nuova udienza del processo contro l’associazione criminale che vede imputati l’ex provveditore alle opere pubbliche, Angelo Balducci, gli imprenditori Diego e Daniele Anemone, l’ex responsabile della protezione civile, Guido Bertolaso, l’ex commissario straordinario ai mondiali di nuoto Claudio Rinaldi, il funzionario pubblico Mauro Della Giovanpaola, l’ex provveditore alle opere pubbliche in Toscana Fabio De Santis ed altre 11 persone.

L’indagine è nata a Firenze nel 2010, con la scoperta di un sistema di corruzione relativo i lavori per la costruzione della Scuola dei Marescialli. E veniva di seguito trasferita prima a Perugia e quindi a Roma. La ricostruzione fatta dai pm Roberto Felici e Ilaria Calò, titolari dell’ inchiesta, è partita dalla definizione fatta dai pm di Firenze, che descrivono  come “gelatinoso” il sistema di appalti e delle commesse pubbliche riconducibili all’ex provveditore ai lavori pubblici Angelo Balducci.

E così il gip fiorentino rinviava a giudizio, in quello che è stato il primo troncone dell’inchiesta, l’imprenditore Diego Anemone, e i funzionari Mauro Della Giovanpaola e Fabio De Santis.

Dalle intercettazioni dei Ros era però già emerso come il sistema di potere Balducci-Anemone avesse influenzato buone parte delle principali gare relative a lavori di rilevanza nazionale.

E’ così, dunque, che il processo di Firenze si riunisce a quello sul G8 della Maddalena e a quello dei lavori per i Mondiali di nuoto di Roma 2009  (e ad altri sulle grandi opere), presso il tribunale di Roma, dove, nel settembre del 2013, il gip Massimo Di Lauro rinvia a giudizio Guido Bertolaso, Diego e Daniele Anemone, Angelo Balducci, Claudio Rinaldi, Mauro Della Giovanpaola, Fabio De Santis ed altri 11. Il 30 maggio del 2014 è poi scattato il sequestro del Salaria Sport Village e di tutte le altre attività riconducibili, tramite delle società fiduciarie, al gruppo dei due fratelli Anemone.

Tale sequestro, disposto dal Tribunale di Roma sezione misure preventive, viene giustificato in quanto Diego Anemone è un soggetto, si legge sulle carte processuali, “dedito abitualmente a traffici delittuosi, in relazione al vivere abitualmente con proventi di attività delittuose, in un particolare contesto criminale che opera in altissimi ambienti istituzionali”.

I pm Felici e Calò descrivono l’associazione criminale riconducibile agli imputati come la messa in atto di un uso “sistematico della corruzione e di articolati illeciti tributari diretti a camuffare erogazioni di tangenti ed il reinvestimento dei proventi delle attività illecite”.

Dalle indagini è dunque emerso “un fenomeno di corruzione esteso e sistematico che vedeva da un lato un’intera gerarchia di funzionari pubblici corrotti, e dall’altro un numero chiuso di imprese favorite, prime fra tutte quelle del gruppo Anemone”.

Le novità introdotte dai testi auditi nell’udienza di ieri

Il sistema corruttivo si basava, quindi, su appalti truccati relativi a grandi opere o a grandi eventi, vinti sistematicamente dalle stesse imprese, grazie al pagamento di tangenti sotto forma di denaro contante o di appartamenti venduti a prezzi inferiori rispetto al loro valore reale.

Manfredi Geraldini

Lo schema viene ricostruito dal teste Manfredi Geraldini, che dichiara, su domanda del pm Felici,  di avere venduto tre unità immobiliari di una stessa palazzina, sita in via della Pigna, dietro il Pantheon. Titolare della palazzina sarebbe stato l’immobiliarista di Bolzano Peter Paul Pohl (avendola acquistata nel 2003 dal Vaticano). In poco tempo l’immobile passa ad Immobilpigna srl, il cui rappresentante legale è Diego Anemone, fiduciario di Lorenzo e Filippo Balducci.

A parziale saldo di quella palazzina l’architetto Angelo Zampolini emette, per conto degli Anemone, un assegno da 350 mila euro all’ordine di Schlandeserser Bau Gmbh srl di Merano, facente capo a Pohl. Il 5 novembre Zampolini emette altri due assegni il primo di 65 mila euro intestato a Giampiero Scardaoni, il secondo dell’importo di 435 mila euro, a Manfredi Gerardini. Tale somma sarebbe stata usata dal figlio di Angelo Balducci, Lorenzo, quale acconto relativo all’acquisto di un appartamento in via della Pigna 19. Sempre da quell’immobile, la famiglia Balducci acquista altri due appartamenti

Daniela Degan

In relazione alle attività in comune tra Diego Anemone e Angelo Balducci, la teste di professione commercialista, Daniela Degan, dichiara di avere costituito una società fiduciaria, la Stube spa, in nome e per conto dei fratelli Anemone, per l’intestazione fiduciaria di quote societarie: in particolare le società risalenti ai fratelli Anemone sono tre: Sociatà Sportiva Romana srl, la Immobilpigna srl e il Salaria Sporting Village.  Tutte e tre erano possedute attraverso fiduciarie create dalla Degan, i cui beneficiari erano: Lorenzo e Filippo Balducci per la Immobilpigna srl, i fratelli Anemone per il Salaria Sporting Village, Daniele Anemone per la Società sportiva Romana srl. Dopo un anno Immobilpigna srl vende tutte le unità immobiliari al costruttore Luca Parnasi, realizzando il plusvalore record di 4 milioni di euro. A tal riguardo  ha dichiarato: “Ci accordammo con Diego Anemone per un prezzo complessivo di 12,5 milioni di euro più l’iva pari a 1,7 milioni. Che io sappia, prima dell’acquisto da parte mia non sono stati fatti lavori. Ho provveduto a ristrutturare completamente l’intero immobile che era quasi un rudere”.  Anche se dalla contabilità della Immobilpigna risulterebbe una fattura da 4,3 milioni, intestata alla ditta Anemone, per lavori di restauro. Secondo la guardia di finanza, tale fattura sarebbe stata “Liquidata con molteplici pagamenti effettuati nell’arco del 2005. E’ stato appurato che i lavori di ristrutturazione non sono mai stati eseguiti dall’impresa emittente né da altre società riconducibili al gruppo Anemone. Il plusvalore derivante dalla compravendita immobiliare sarebbe stato abbattuto fiscalmente attraverso il ricorso a una fattura per operazioni inesistenti emessa da una società del medesimo gruppo”. (tratto da Romanzo Immobiliare di E.Beretta)

Natalia Muzzati

Altro teste la cui deposizione appare di una certa rilevanza è Natalia Muzzati, soprannome Lili, funzionario del ministero delle infrastrutture e stretta collaboratrice di Balducci. Il ruolo della Muzzati è risultato essere determinante in relazione all’assegnazione dei lavori per i mondiali di nuoto.

La funzionaria del MLP racconta di come, essendo impiegata presso la direzione del personale presso il ministero, sia stata portata dall’on. Francesco Rutelli alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.  Il figlio delle Muzzati, l’ingegnere Fabio Frasca, risulterà anche lui determinante all’interno del sistema della “cricca”, in quanto veniva caldeggiato all’imprenditore De Vito Piscitelli – così questi ha dichiarato – per la realizzazione della progettazione delle gare alle quali veniva invitato. Un'”opzione” obbligata per avere maggiori possibilità di aggiudicarsi l’appalto.

La Muzzati racconta di come l’ing. Della Giovanpaola fosse un professionista privato che aveva ricevuto una veste pubblica di coordinatore della struttura tecnica grazie all’intervento delle presidenza del consiglio. Della Giovanpaola era consulente dei lavori per il G8 della Maddalena. Muzzati riferisce di avere presieduto la Commissione incaricata di verificare i requisiti richiesti e le competenze tecniche dei vari candidati invitati alle gare per la realizzazione di opere pubbliche o grandi eventi. Le gare complessive erano dieci e i bandi previsti erano aperti a livello europeo, secondo l’offerta economicamente vantaggiosa. Le varie offerte poi passavano all’esame delle commissioni tecniche (in tot. 10), i cui membri variavano, nominati di volta in volta dal responsabile della struttura tecnica, l’ing. Fabrizi. Muzzati dichiara che l’ing. De Santis era stato assunto da lei al ministero dei Lavori Pubblici, e poi da lei “incontrato nuovamente” presso la struttura tecnica. Nel 2007 il teste Muzzati ha ricoperto la carica di Provveditore ai lavori pubblici. Riguardo all’aggiudicazione delle gare, il punteggio massimo era 70, anche se non sempre la gara veniva assegnata a chi aveva totalizzato il punteggio numericamente più alto. Ogni gara veniva considerata a se stante. Ogni appalto aveva la sua commissione tecnica, chiamata ad esprimere un giudizio tecnico, successivo all’esame dei requisiti.  (segue)

cm

L’uso dei fondi pubblici per il controllo del mercato dell’eroina

gambino

Fino agli inizi degli anni settanta il traffico dell’eroina, importata come morfina grezza dalla Turchia, raffinata e poi rivenduta in tutta Europa e soprattutto negli stati Uniti, era in mano al cd clan dei marsigliesi, composto da quattro famiglie corse, i fratelli Venturi, Marcel Francisci, Joseph Orsini e i fratelli Guerini. Le famigli mafiose siciliane erano, fino a quel periodo, incapaci di competere con i marsigliesi, perché troppo impegnate a scontrarsi tra loro per il controllo dei vari traffici illeciti, ma soprattutto perché prive dei mezzi finanziari liquidi necessari ad acquistare, di volta in volta, ingenti partite di morfina. Per la verità alcuni boss importanti come Genco Russo, Angelo La Barbera, Tommaso Buscetta e Gaetano Badalamenti avevano cercato, negli anni cinquanta e sessanta, di controllare una quota importante del mercato dell’eroina, ma con scarsi risultati. Come raccontano infatti alcune inchieste dell’epoca, principalmente quella della McClennan Committee, nella geografia dei traffici dell’eroina, la Sicilia e l’Italia rivestivano solo un ruolo di passaggio per quanto riguarda i grossi quantitativi. La Francia restava sempre il baricentro del mercato globale.

I fondi dell’edilizia primo settore di investimento delle famiglie mafiose

Verso la metà degli anni settanta le cose cominciano cambiare. Le famigli mafiose siciliane, grazie all’appoggio di una classe imprenditoriale siciliana incensurata ma molto spregiudicata, riescono ai trovare i fondi necessari per intraprendere il traffico dell’eroina su larga scala.

Una grossa fonte di liquidità era rappresentata, come accertato dalla Commissione antimafia, dal settore edilizio, primo settore di reinvestimento delle risorse delle attività illecite controllate dalla mafia, grazie a costruttori prestanome dei mafiosi, e grazie soprattutto al fiume di licenze edilizie e all’enorme quantità di terreni agricoli convertiti in edificabili ottenuti attraverso la complicità dell’amministrazione palermitana.

I fondi per lo sviluppo trasferiti dal Governo centrale

Un’altra importante fonte di liquidità per le famiglie mafiose era rappresentata dall’enorme quantità di fondi pubblici, trasferimenti dallo stato centrale alla regione Sicilia, rientranti nella categoria dei “fondi di solidarietà”, non spesi ed accumulati nelle casse delle banche siciliane. I mafiosi hanno sempre avuto dei canali privilegiati di accesso al credito, a prescindere dalle garanzie reali disponibili. Esiste una nutrita letteratura a riguardo. In questo modo le famiglie hanno quindi potuto disporre di grandi quantità di denaro liquido, strumento necessario per poter acquistare grandi partite di morfina grezza proveniente dalla Turchia.

Secondo lo statuto autonomo della regione Sicilia, lo stato è tenuto a versare ogni anno, a titolo di solidarietà internazionale, grandi quantità di denaro pubblico, destinato alla realizzazione di opere pubbliche. Dal 1947 al 1971 i miliardi che lo stato italiano ha trasferito alla regione Sicilia ammontavano a 830, mentre quelli relativi al periodo che va dal 1972 al 1976 ammontavano a 630.

Data l’inerzia degli organi di governo regionali, circa la spesa di tali somme, si veniva così a creare, nelle casse delle banche siciliane, un’ingente giacenza di denaro pubblico, in media attorno ai 300 miliardi, fatto particolarmente grave tanto da preoccupare anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, che nella relazione conclusiva così scrive: ” Dal complesso delle circostanze e dei fatti ora enunciati è derivata, nel corso degli anni, un’anomala giacenza di liquidità, nel senso che il denaro versato alla Regione è rimasto depositato in banca per lunghi periodi e in misura notevole, contribuendo a rendere artificioso il funzionamento del sistema bancario e a favorire fenomeni di intermediazione mafiosi e di parassitismo. In effetti l’accentuazione della liquidità…ha favorito l’impiego di questi capitali in operazioni spesso caratterizzate da intenti speculativi. Una situazione del genere  finisce col costituire un terreno di coltura della mafia, in quanto mette a sua disposizione notevoli possibilità di intervento e apre ampli spazi alle sue iniziative nel settore del credito bancario e dell’impiego delle risorse finanziarie. Non sono infatti mancati casi di concessione di credito su garanzie generiche a persone notoriamente mafiose, come Mariano Licari. Più in generale la gestione bancaria è sembrata svolgersi, in altre occasioni, in contrasto con l’ interesse degli istituti di credito e in deroga alle disposizioni vigenti, legittimando il sospetto di illeciti favoritismi nei confronti di noti personaggi mafiosi”.

I fondi dell’attività di riscossione

In ultimo, un altro importante canale di finanziamento delle famiglie mafiose, era costituito dai fondi dell’attività di riscossione, affidata ad alcune famiglie mafiose, come i fratelli Salvo di Salemi.

Quattro famiglie mafiose hanno gestito l’attività di riscossione erariale per tutta la Sicilia, attraverso un appalto che permetteva loro di gestire la bellezza di 344 esattorie. Tale attività permetteva a queste  quattro famiglie di gestire enormi quantità di denaro, trattenendone una grossa parte, il 10%, contro una media nazionale del 3,3%. Il vantaggio principale della gestione di queste somme derivava, principalmente, dalla possibilità di poter godere di una certa tolleranza in relazione ai tempi entro cui versarle allo Stato centrale. Tale tolleranza riguardava una quota pari al 20% delle entrate totali. Questa enormi massa di denaro liquido disponibile, conferiva alle famiglie legate all’attività di riscossione un enorme potere, che si tramutava in attività speculative prevalentemente nel campo finanziario, oltre a consentire ad altre importanti famiglie mafiose, essenzialmente quattro, di potere entrare nel mercato mondiale dell’eroina.

A questo proposito il parlamentare del PCI Pio La Torre così scriveva nella relazione di minoranza  della Commissione antimafia: ” La Democrazia Cristiana Trapanese.. è oggi in mano ad un gruppo di potere che è dominato dalle famiglie dei Salvo di Salemi, che, come è noto, controlla le famose esattorie comunali di cui si è tanto occupata la nostra Commissione…Negli ultimi anni, si è avuta una prevalenza netta del gruppo Salvo sugli altri (gruppi) e il delinearsi di una loro volontà di controllo della provincia. Questo indipendentemente da tutte le analisi, evidentemente non comprovate, sul traffico di droga che li avrebbe visti finanziatori di una rete distributiva nella quale sarebbe stato rilevantissimo il ruolo di Zizzo (Salvatore, capomafia di Salemi) e di gruppi Alcamesi”.

Il potere economico e politico autonomo delle famiglie mafiose

Dunque i capitali che sono serviti alla mafia siciliana per conquistare il controllo del mercato dell’eroina, provengono, in prevalenza, dalle casse pubbliche. E’ infatti dalle quattro famiglie più ricche e  potenti della Sicilia, quelle che controllavano le esattorie, che proviene il denaro con il quale, intorno alla metà degli anni Settanta, vengono aperti nei dintorni di Palermo, i quattro laboratori  per la raffinazione dell’eroina, dalla morfina grezza. Ciascun laboratorio era in grado di raffinare, grazie ai chimici fatti venire appositamente dalla Francia, 50 chilogrammi di eroina la settimana.   Si consideri che questo rappresenta il passaggio più remunerativo di tutto il traffico. E’ infatti attraverso la raffinazione che un chilogrammo di morfina grezza del valore di 12.000 dollari (1975), una volta trasformato in eroina, viene venduto in Europa a 120-150.000 dollari, e negli Stati Uniti a 250.000 dollari. Gli inquirenti hanno stimato che dalla data presunta della loro apertura (1975-76) fino a quella della loro scoperta, nell’agosto del 1980, i laboratori abbiano raffinato, circa, 4-5 tonnellate di eroina pura l’anno. Si trattava di un quantitativo pari al 30% della domanda di eroina proveniente dagli Stati Uniti, che veniva smerciata, in gran parte, nella città di New York, attraverso una fitta rete di corrieri, importatori e grossisti, per un totale di un centinaio di persone.

Tolti i costi di produzione e di trasporto, l’utile netto annuo del business ammontava, per le famiglie mafiose che lo gestivano, a 700-800 miliardi di lire.

Questa enorme massa di denaro, che affluiva in gran parte in Sicilia, ha consentito da una parte al potere mafioso di rendersi autonomo dalla politica, e quindi di creare attorno alle famiglie mafiose che gestivano il traffico, un enorme consenso. Il settore edile, in cui venivano in prevalenza reinvestiti gli introiti del commercio della droga, oltre a far girare l’economia controllata dalle famiglie mafiose, creava un grosso bacino di clientele attraverso l’occupazione, bacino che poi si tramutava, in sede elettorale, in un cospicuo pacchetto di voti, destinati a far eleggere, non più il politico locale o nazionale che veniva a contrattare favori con le famiglie mafiose, ma rappresentanti diretti delle famiglie.

Anche la borghesia traeva vantaggi da questo nuovo sistema di potere: se il mercato dell’eroina garantisce, seppur con qualche rischio, come del resto tutte le attività illecite, enormi livelli di rendimenti ai capitali investiti, non infrequente è il fenomeno dei borghesi benestanti, siciliani o meno, incensurati, che  investono, saltuariamente, grosse somme nel commercio dell’eroina, ottenendo in caso di esito favorevole, il loro capitale iniziale decuplicato (da 1 a 10-20  infatti il rendimento dalla fase iniziale dell’acquisto della morfina grezza, fino allo smercio in Europa o negli Stati Uniti).

Questa grande autonoma consente di spiegare come sia stato possibile l’eliminazione di personaggi politici di primo livello, come Pio La Torre, e di magistrati e uomini dello Stato, come il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Le famiglie mafiose che hanno controllato fino al 1981 il mercato dell’ eroina

La caratteristica principale delle famiglie che controllavano il traffico dell’eroina, era costituiti dal fitto intreccio di relazioni di parentela che si era venuto a creare tra i suoi componenti. La necessità di un tale genere di legame sta nell’elevato livello di segretezza e nella conseguente necessità di un livello molto elevato di fiducia tra i vari attori del traffico della droga. Il rispetto degli ordini ricevuti, il non approfittare delle fiducia altrui e soprattutto l’impermeabilità di fronte alle pressioni di polizia e magistrati in caso di arresto, venivano in questo modo garantiti. Scrive a questo proposito il pm Giusto Sciacchitano, secondo le risultanze di un rapporto di polizia del maggio 1980: “Punto di partenza (del rapporto) è la considerazione che le quattro famiglie sopraccennate (Gambino, Spatola, Inzerillo e Di Maggio) hanno costituito un gruppo compatto e omogeneo, operante a Palermo e negli USA, gruppo… il cui capo è stato il defunto Carlo Gambino. Quest’utlimo, secondo il rapporto, aveva vincoli di parentela con i fratelli Inzerillo, Giuseppe, Pietro e Antonio, e naturalmente, con tutti i pur numerosi figli di costoro, nonché con Gambino Tommaso e i figli di lui Giovanni, Giuseppe, e Rosario.

Il rapporto descrive quindi la fitta trama di parentela, affinità e comparatico che unisce gli uni agli altri i componenti delle diverse famiglie e che ha reso i quattro nuclei originari in realtà un gruppo unico: così evidenzia che i fratelli Gambino sono cugini dei fratelli Spatola Rosario, Vincenzo e Antonio perché il padre di questi, Salvatore è fratello della madre di Gambino; che Inzerillo Giuseppe ha sposato Di Maggio Giuseppa, sorella di Di Maggio Calogero, Giuseppe e Salvatore, e Di Maggio Calogero ha sposato Spatola Domenica“.

Le famiglie mafiose degli Inzerillo e degli Spatola erano in società nella Inzerillo sanitari, che serviva da copertura all’attività del commercio dell’eroina. Nel gruppo vigeva una stretta suddivisione dei compiti, con la gestione dei laboratori di raffinazione, la spedizione dell’eroina raffinata mediante il suo camuffamento, e i corrieri. Lo scambio eroina contro dollari negli Stati Uniti veniva suddiviso in due fasi distinte, ciascuna delle quali veniva portata avanti da distinti gruppi mafiosi. I dollari venivano cambiati in lire al di fuori dei confini italiani, o attraverso banche svizzere, oppure mediante intermediari di altre attività illecite, come il traffico di armi, oro o diamanti.

Una parte di profitti veniva reinvestita nell’attività, in particolare nell’acquisto di altre partite morfina grezza. Un’altra veniva riciclata attraverso banche svizzere, per poi essere reinvestita in attività lecite in altri paesi, in genere in sudamerica, Argentina e Uruguay. Questa attività veniva svolta in prevalenza da Licio Gelli e da Umberto Ortolani. L’ultima parte, quella più ingente, rientrava in Sicilia per essere impiegata nell’edilizia, in aziende agricole e nel turismo. Ciò spiega il fiorire di tali attività nel corso degli anni settanta-ottanta, in controtendenza rispetto all’andamento del ciclo economico.

E ciò spiega anche il veloce sorgere di numerosi sportelli bancari, in prevalenza banche popolari e cooperative, oltre a svariati istituti privati. E’ stato calcolato che in dieci anni i piccoli istituti bancari presenti in Sicilia siano stati in grado di raddoppiare i cloro impieghi, a scapito delle più blasonate banche di livello nazionale. In particolare Banche cooperative e popolari hanno visto crescere il loro volume di impieghi dai 345 miliardi di lire del 1970, ai 1007 del 1980. In quegli stessi anni gli istituti di  crediti di diritto pubblico sono passati invece da 2280 a 2028.

cm

  

Su ↑