Ministro Lupi visita Cantiere TAV di Chiomonte

 

L’impresa mafiosa deve la sua espansione sul mercato a tre fattori, la cui presenza ha determinato la sua posizione dominante: lo scoraggiamento della concorrenza, la compressione salariale e la disponibilità di risorse finanziarie.

Il passaggio dalla mafia taglieggiatrice alla mafia imprenditrice si realizza intorno alla metà degli anni Settanta. Le cause di questa trasformazione sono diverse, e sono in parte riconducibili alla revoca, da parte statale a partire dal dopoguerra, della delega per l’ordine pubblico, ed alla conseguente marginalizzazione sociale del mafioso, che diviene un normale criminale. Da questa condizione, a partire dalli anni Sessanta, il mafioso si riscatterà, imponendo il monopolio locale della violenza. Ad esempio, verso la metà degli anni Sessanta, in occasione dei lavori per la realizzazione dell‘autostrada Salerno-Reggio Calabria, le imprese subappaltatrici dei lavori sono costretta ad affrontare la questione delle minacce finalizzate al taglieggiamento, da parte delle cosche locali.    Il fenomeno rallenta i lavori, e soprattutto impegna la questura di Reggio Calabria ed i commissariati provinciali, ad organizzare delle “squadre cantieri” per garantire la protezione contro gli attentati ai mezzi ed ai dipendenti delle imprese che realizzavano i lavori in subappalto. Alcune delle imprese vincitrici degli appalti furono anche costrette ad abbandonare i lavori.

Gli anni Settanta vedono la trasformazione dell’attività mafiosa in impresa mafiosa, non più paravento di attività illecite o strumento per riciclare il denaro sporco, ma vera e propria impresa capace di competere sul mercato. Dagli atti relativi al processo contro il boss Paolo De Stefano, che lo vedono imputato assieme ad altra sessanta capi ndranghetisti, emerge come il consorzio COGITAU, vincitore dell’appalto per la realizzazione delle infrastrutture relative al porto ed al quinto polo siderurgico di Gioia Tauro, si fosse rivolto, per i lavori di trasporto, al sindacato degli autotrasportatori mafiosi di Gioia Tauro, ed alla società Edilizia Reggina, controllata dalla famiglia Libri- Di Stefano, in quanto imprese perfettamente competitive, oltre ad essere capaci di garantire la sicurezza per tutta la durata dei lavori.

Il legame tra grande impresa appaltatrice e le cosche mafiose, con le loro propagini imprenditoriali, è talmente forte, che la cerimonia per l’inaugurazione dei lavori del porto di Gioia Tauro, con la posa della prima pietra, viene affidata al boss Gioacchino Piromalli, alla presenza del presidente del Consiglio, Giulio Andreotti.

Dall’ordinanza di rinvio a giudizio del processo contro Paolo De Stefano, emessa dal Tribunale di Reggio Calabria, emerge come le tre principali famiglie ndranghetiste presenti sulla piana, quella facente capo al boss Antonio Macrì, i fratelli Piromalli ed i fratelli De Stefano, si fossero riunite in Gioia Tauro, nel settembre del 1971, per discutere una proposta di “tangente”. L’offerta, pari al 3% del valore complessivo dei lavori relativi al porto ed al polo siderurgico, veniva prorpio dal consorzio Cogitau, in cambino della tranquillità durante lo svolgimento dei lavori. Il rifiuto della somma offerta, sebbene fosse molto ingente, in cambio dell’inserimento di propri uomini all’interno delle imprese subappaltatrici, in funzione di controllo complessivo dei lavori, rivela in se il cambiamento già avvenuto nel DNA delle organizzazioni mafiose.

Il sodalizio tra la grande impresa appaltatrice e l’impresa locale mafiosa evolve, in seguito, in un vero e proprio gruppo di pressione nei confronti dello Stato. Ciò si evidenzia quando il governo accoglie l’istanza proveniente dalle imprese vincitrici di appalti nelle aree del mezzogiorno, istanza rappresentata dalla concessione di un incentivo alla realizzazione dei lavori oggetto dell’appalto, incentivo quantificato in un 15% del loro valore.

Le somme aggiuntive, si dice, servono appunto come viatico, a fronte di una attività che dovrà essere svolta in territori controllati dalle organizzazioni mafiose, con la previsione di andare incontro a pressioni , minacce e attentati, fino alla possibilità concreta di dovere pagare un “pizzo” per potersi garantire il tranquillo svolgimento delle attività lavorative. Nella fattispecie, il sovrapprezzo in questione, proviene da un documento ufficiale della Direzione Generale delle Ferrovie dello Stato, e riferito ai lavori di raddoppio della linea Villa S. Giovanni – Reggio Calabria, documento inserito nell’ordinanza di rinvio a giudizio del processo contro Paolo De Stefano. Si tratta, dunque, del primo riconoscimento ufficiale del costo della mafia, riferito a lavori pubblici realizzati nel mezzogiorno.

La lievitazione ulteriore dei costi di un appalto pubblico, sarà dovuta ad altri fattori, sempre frutto del lavoro di pressione esercitato dal sodalizio imprenditoriale nei confronti dello Stato, fattori quali lavori aggiuntivi, varianti, revisione dei prezzi, ecc. Tutti elementi accrescitivi del valore finale di realizzazione dell’appalto, che rappresenteranno profitti aggiuntivi per il sodalizio imprenditoriale, costituendo il fine e allo stesso tempo la ragione stessa del sodalizio. Sempre dagli atti relativi al processo contro Paolo De Stefano, emerge come i lavori per il raddoppio della tratta ferroviaria Villa S. Giovanni-Reggio Calabria, appalto vinto dalla Cambogi in forza di un ribasso pari all’ 8% (nonostante ci fosse una competitrice che avesse offerto un ribasso del 39%,  e avendo questa da poco realizzato dei lavori analoghi su di una tratta simile, la Messina-Catania), fossero stati appaltati ad imprese del reggino vicine alle cosche. Ebbene, da un valore complessivo dei lavori pari a 5 miliardi e 800 milioni, si arriverà ad un valore finale di 12 miliardi e 800 milioni. Mediamente la differenza tra il prezzo dei lavori appaltati dalla Cambogi e quelli realizzati dalle ditte subappaltatrici sarà del 50-60%.

L’aumento dei costi verrà ripartito tra l’impresa appaltatrice, e le subappaltatrici, e costituirà un extraprofitto rispetto a quel l’incentivo del 15% di cui si è accennato sopra, già incluso nel valore iniziale dell’appalto.

L’impresa mafiosa si mostra in grado di competere anche con imprese esterne, alle quali offrirà beni e servizi a prezzi mediamente superiori a quelli di mercato. Essa riuscirà a scoraggiare l’impresa subappaltatrice esterna e a prenderne il posto, praticando prezzi mediamente più alti per lavori analoghi, oltre ad imporre prezzi più alti anche in relazione alla fornitura dei materiali e della manodopera necessaria.

CM

 

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