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I grandi gruppi industriali e finanziari, fanno, all’interno delle istituzioni europee, il bello e il cattivo tempo, grazie ad una regolamentazione dell’attività di lobbying molto debole

Per attività di lobbing si intende qualsiasi comunicazione, diretta o indiretta, intrattenuta con pubblici officiali, politici/decisori o rappresentanti eletti, da parte di un gruppo organizzato, e posta in essere al fine di influenzare il processo decisionale pubblico.

Transparency International ha diffuso, qualche giorno fa, uno studio sul livello di regolamentazione dell’attività di lobbying in 19 stati dell’UE e nelle tre principali istituzioni dell’ Unione europea.

L’attività di  pressione svolta dai gruppi economici rientra tra le normali attività svolte a l’interno delle moderne democrazie, tuttavia, trattandosi di un fenomeno capace di influenzare i processi decisionali e legislativi sia nei singoli stati che nelle istituzione sovranazionali, deve necessariamente essere regolamentata. Il rischio evidente è che gli interessi delle lobbies economiche vengano anteposti a quelli dei cittadini.

Lo studio in questione rappresenta la prima completa valutazione dell’attività di lobbying in Europa, con particolare riguardo alla qualità delle risposte fornite, sia dalle istituzioni dell’Ue, che dai singoli stati presi in esame, relativamente ai rischi concreti ed alla reale situazione di ingerenza indebita per quanto riguarda il processo decisionale pubblico.

Il rapporto cerca di rispondere ad una serie di interrogativi fondamentali, come: quali sono le risultanze dal confronto della disciplina normativa dell’attività di lobbying adottata nei paesi esaminati, oppure se gli elettori sono a conoscenza del fatto che alcuni politici del loro paese sono espressione di alcune lobbies economiche, di specifici settori, ricevendo in cambio un compenso economico determinato, o infine se gli elettori possono realmente influire nel processo decisionale pubblico o questo risulta precostituito, in forza delle pressioni esercitate da gruppi economici.

Il lavoro di TI prende in esame, come detto, 19 paesi dell’Unione, tra cui l’Italia, sottoposti, assieme alle tre principali istituzioni comunitarie, ad un attento screening; quest’ultimo si focalizza su tre fattori fondamentali:

– La trasparenza, vale a dire se le relazioni tra funzionari pubblici e lobbisti avvengono alla luce del sole o comunque sono soggette al controllo pubblico.

– L’integrità, ovvero l’esistenza di regole chiare ed applicabili sulla condotta etica sia dei lobbisti che dei funzionari pubblici, e la loro eventuale corretta attuazione.

-La parità di accesso, intesa come l’apertura del processo decisionale pubblico ad una vasta area di interessi o, al contrario, l’apertura ad un ristretto gruppo di soggetti.

Le porte girevoli in Europa girano fuori controllo  

In tutta Europa, le persone potenti sono in grado di muoversi liberamente dal settore pubblico a quello privato (e viceversa), causando un potenziale pregiudizio politico agli ex dipendenti, ovvero un ingiusto vantaggio in favore di determinati gruppi di interesse: è il noto fenomeno delle “porte girevoli“.

Il rapporto in questione rivela come nessuno dei paesi valutati sia in grado di controllare, in maniera  adeguata, il passaggio di funzionari e dirigenti pubblici al settore privato e viceversa, un fenomeno questo che rischia di determinare indebite influenze sulle decisioni politiche.

Anche se la maggior parte dei paesi esaminati dispone di misure normative messe in atto per regolare il fenomeno, quattro di questi sono completamente privi di qualsiasi forma di regolamentazione, malgrado le limitazioni previste per il termine di un rapporto lavorativo costituiscano una normativa prevista a livello internazionale. Inoltre, nei paesi in cui vige una normativa, sono state osservate criticità sia nella costruzione della normativa stessa, che nella sua attuazione.

Fino ad ora l’importanza di ridurre questo serio rischio non è stata presa sufficientemente in esame dai leader politici dei vari paesi europei. I governi e le istituzioni dell’UE dovrebbero introdurre dei “periodi di riflessione” minimi, prima che gli ex funzionari pubblici o ex rappresentanti eletti nelle istituzioni possano lavorare in posizioni di lobbying, in modo tale da evitare il sorgere di conflitti di interesse.

Stato dell’arte sulla regolamentazione dell’attività di lobbying in EU

Le conclusioni del rapporto sono preoccupanti: poco più di un terzo dei paesi valutati nel rapporto (7 di 19, tra cui: Austria, Francia, Irlanda, Lituania, Polonia, Slovenia e Regno Unito) sono dotati di un regolamentazione circa gli obiettivi dell’attività lobbying. Ma anche in questi paesi, la regolamentazione è in gran parte o mal strutturata, o non adeguatamente attuata, il che significa che non riesce a raggiungere gli standard ideali di trasparenza, integrità e parità di accesso. Nel valutare complessivamente tutti i paesi e le istituzioni dell’Unione Europea, con riferimento agli standard rappresentativi delle migliori pratiche, il punteggio medio ottenuto – del 31% , è ben al di sotto della metà dei valori ideali. Solo la Slovenia e la Commissione europea raggiungono un punteggio superiore al 50%. 

La maggior parte dei paesi al centro della crisi finanziaria, Cipro, Spagna, Italia e Portogallo, si trovano in fondo alla classifica degli stati con una regolamentazione, assieme all’Ungheria. Una certa preoccupazione suscita il punteggio conseguito, a seguito dalla valutazione, dal Consiglio d’Europa, una delle istituzione più potenti, che risulta terzultimo con un punteggio del 19%.

Le istituzioni europee hanno ottenuto una valutazione media pari al 36%. Nei paesi indicati i cittadini hanno scarse opportunità di conoscere chi esercita influenza sui loro decisori politici. Pochi sono i paesi che prevedono un registro dei lobbisti, e comunque l’informazione che viene fornita è molto limitata e sporadica. D’altro canto, nei paesi in cui la registrazione è dei lobbisti è prevista, sia i cittadini che i media incontrano molte difficoltà nell’ accedere a questo genere di informazioni. Solamente nei sette paesi indicati e nelle tre istituzioni europee la legge prevede l’esistenza di un registro per le lobbies, ed in alcuni casi anche un’attività di rendicontazione periodica relativa all’attività da esse svolta. Tuttavia l’utilità dei registri delle lobbies esiste solo nel caso in cui essi siano obbligatori e prevedano dei meccanismi di monitoraggio.  Nessuno dei registri esaminati presenta le caratteristiche in questione. Dunque l’esistenza di un registro per le lobbies rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente.

Le lobbies più potenti: finanziaria e farmaceutica 

Con specifico riferimento all’Italia, il nostro paese, assieme ad Estonia, Lituania e Francia ha previsto l’introduzione di una nuova regolamentazione del fenomeno.

Uno dei comparti industriali in cui la pressione esercitata dalle lobbies sui decisori politici si fa molto forte è quello farmaceutico. E’ ormai noto il caso francese del prodotto nato come antidiabetico, in seguito impiegato per ridurre l’appetito e perdere il peso (Mediator), ritirato nel 2004 dai mercati spagnolo ed italiano a causa dei rischi per la salute, e tuttavia mantenuto in quello francese (il prodotto sarà sottoposto ad una verifica entro quest’anno) in conseguenza dell’azione di lobbying della Servier, la società transalpina che ne detiene il brevetto. Il medicinale è stato autorizzato a rimanere sul mercato causando centinaia, forse migliaia di morti evitabili, e a seguito di un’inchiesta da parte del Senato francese, il quotidiano Le Figaro ha accertato l’azione di lobbying dalla Servier, nel tentativo di coprire lo scandalo.

Un altro settore in cui la spinta delle lobbies si fa molto sentire, con ricadute pesanti sull’attività normativa, sia a livello europeo che dei singoli stati membri, è quello dell’industria finanziaria.

I lobbisti del settore finanziario sono tra i più potenti in assoluto, in grado di mobilitare uomini e mezzi senza eguali, in Europa come negli Stati Uniti. Un rapporto redatto da Corporate Europe Observatory (CEO) evidenzia come solo a Bruxelles, l’industria finanziaria spenda ogni anno 120 milioni di euro in attività di lobbying, potendo disporre di un numero di lobbisti pari a 1.700.

Questo enorme disponibilità di risorse si è manifestata in particolare nella fase di consultazione della società civile, in ordine all’adozione della nuova normativa europea in materia di banche e di mercati finanziari: le lobbies finanziarie potevano contare su circa 700 organizzazioni, in un rapporto pari a 7 contro 1, nei confronti dei sindacati e delle organizzazioni della società civile.

Grazie alla pressione di questa potente industria, la normativa adottata dalle istituzione europee è stata giudicata debole e insufficiente, incapace di fornire un reale riordino al settore. Del resto il tema su cui la società civile è stata chiamata ad esprimersi è molto complesso, egli esperti dell’industria finanziaria la fanno da padroni. Anche in Francia la normativa che ambiziosamente mirava a separare le banche commerciali da quelle di raccolta del risparmio, è stata clamorosamente annacquata dalle lobbies finanziarie, tanto da avere solo un efficacia minima sul settore bancario e su quello finanziario. Un ruolo determinante lo svolgono qui i meccanismi delle “porte girevoli”, con gli ex dipendenti del Tesoro dei vari Stati che vengono assunti, con incarichi lautamente remunerati, dalle principali banche ed istituzioni finanziarie private. Fino a poco tempo fa le grandi banche europee non erano iscritte nei registri dei lobbisti istituiti presso le tre principali istituzioni europee. Ma quando la nuova commissione Junker, nominata nel 2014, ha fatto sapere che incontrerà solo lobbisti accreditati, si è innescata una corsa alla registrazione, che ha visto anche le grandi banche schierarsi in prima fila.

Italia al quartultimo posto

In Italia, alcune piccole società farmaceutiche hanno condotto una campagna di pressione per ottenere l’inclusione dei cosiddetti “farmaci orfani” dal Sistema Sanitario Nazionale e dunque  la loro reperibilità negli ospedali. I farmaci orfani sono impiegati nel trattamento delle malattie rare, e, in genere, consentono alle imprese farmaceutiche di ottenere profitti molto bassi.

La loro inclusione tra i farmaci coperti dal SSN li avrebbe resi più sostenibili economicamente, e quindi disponibili per i pazienti che ne avevano bisogno. L’azione trasparente di lobbying, unitamente a una solida base di evidenza e al potere di persuasione, ha permesso al gruppo di piccole imprese di conseguire il loro risultato di salvare i farmaci orfani, mostrando in questo modo il potenziale di un’azione di lobbying sociale positivo.

Nella classifica relativa ai 19 stati esaminati, l’Italia è al quartultimo posto. Riguardo ai punteggi relativi ai criteri di valutazione, l’acceso alle informazioni è stato valutato 33, la registrazione e la disponibilità di dati relativi alle lobbies 10, il controllo dei registri e la trasparenza delle norme è stato valutato Zero,  così come la trasparenza del settore pubblico che include anche l’impronta legislativa.

Per quanto riguarda l’Italia, uno dei luoghi di incontro più famosi per lobbisiti e decisori politici, è il club fedeltà di Alitalia, presso l’aeroporto milanese di Linate.

CM

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