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Circa un anno dopo l’uccisione di Aldo Moro, il 14 aprile del 1979, tre ragazzi americani trovano, sul sedile posteriore di un taxi, un borsello da uomo, e lo consegnano al comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Roma, colonnello Antonio Cornacchia. Il borsello, il cui proprietario si scoprirà essere Toni Chicchiarelli, contiene una pistola con la matricola abrasa, undici munizioni calibro 7,65 e una di grosso calibro (Moro era stato assassinato con dodici colpi di arma da fuoco, di cui undici di piccolo ed uno di grosso calibro), una testina rotante per macchina da scrivere marca IBM, la stessa usata dalle BR nei vari comunicati diramati durante il sequestro, un mazzo contenete nove chiavi, nove come il numero dei membri del commando che rapì Moro e uccise la sua scorta, due flash marca Silvana, come quelli usati nelle uniche due foto polaroid scattate durante il sequestro, un pacchetto di fazzoletti marca Paloma, come quelli usati per tamponare le ferite di Moro e ritrovati sul suo cadavere, una carta stradale con indicato il Lago della Duchessa, una bustina contenente delle pillole come quelle che i medici avevano prescritto a Moro, delle pagine dell’elenco del telefono relative ad alcuni ministeri, con su scritte le cifre di un codice numerico, analogo a quello usato nel comunicato in codice numero uno, e quattro schede di cui la prima contenente un piano per l’eliminazione delle guardie del corpo del presidente della Camera Pietro Ingrao, un’altra riguardante il piano per l’eliminazione del procuratore della Repubblica di Roma Achille Gallucci, incluso il numero di telefono di casa della vittima risalente agli anni sessanta, la terza indicante il piano per il rapimento del presidente dell’ordine degli avvocati di Roma Giuseppe Prisco di Milano, ed in ultimo un piano per l’eliminazione del giornalista Mino Pecorelli, ucciso il 20 marzo 1979, 25 giorni prima del ritrovamento del borsello. Nella scheda relativa a Pecorelli oltre alla scritta “da eliminare”era annotato l’indirizzo della sua abitazione, il tipo ed il colore della sua auto, inclusa la targa. Nella scheda veniva anche specificato di agire entro e non oltre il 24 marzo, aggiungendo che l’avergli concesso ulteriore tempo avrebbe creato altri problemi. Si specificava inoltre di non rivendicare assolutamente l’omicidio, ma al contrario veniva sottolineata l’esigenza di depistare. In fondo alla scheda compariva la scritta: “Martedì 20 ore 21:40 giunta notizia operazione conclusa positivamente: recuperato materiale non completo, sprovvisto dei paragrafi 162, 168, 174, 177”. Probabilmente i paragrafi a cui si fa riferimento sono quelli del memoriale scritto da Aldo Moro durante i 55 giorni di prigionia, in possesso delle BR, di cui risulta ne avessero fatto anche una fotocopia. Come sappiamo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, su indicazione di Giulio Andreotti, aveva fatto in modo attraverso un suo uomo di fare sparire il memoriale dal covo di via Montalcini a Roma prima dell’arrivo dei magistrati. Una copia più completa di quel memoriale verrà ritrovata nel 1990, in un’ intercapedine creata sotto una delle finestre del covo di via Montenevoso a Milano. Dall’analisi del contenuto del borsello il riferimento a Toni Chichiarelli e al suo contributo all’elaborazione del settimo comunicato delle BR, quello del lago della Duchessa, appare evidente. Così come appare evidente il riferimento  al “contributo” fornito dalla Banda della Magliana all’eliminazione del giornalista Pecorelli, reo di avere per primo messo in dubbio l’autonomia del gruppo dei brigatisti coordinato da Mario Moretti, tanto nell’azione di via Fani quanto nella detenzione dello statista democristiano. Sarà sempre Pecorelli, grazie all’accesso a documenti riservati dei Servizi, a porre l’enfasi su di una prigione delle Br situata nel ghetto ebraico di Roma, così come della possibilità di nascondere la R4 rossa in cui verrà’ rinvenuto il cadavere dello statista, in un garage poco distante da tale prigione. Appare inoltre singolare come ulteriori copie delle quattro schede alle quali si è ora accennato (Ingrao, Gallucci, Prisco e Pecorelli), verranno poi ritrovate il 17 aprile del 1979 in una cabina telefonica, a seguito di una telefonata anonima giunta alla redazione del quotidiano “Vita Sera”, e poi ancora il 17 novembre 1980. Ma perché tanta enfasi su queste schede? Solo per suggerire la stessa regia in tutte le operazioni alle quali si fa riferimento? Si noti inoltre come nella scheda relativa a Pecorelli, quella rinvenuta il 17 aprile nella cabina telefonica, comparisse anche la scritta “Sereno Freato“, il nome di uno dei più stretti collaboratori di Moro, quasi a volere indicare una volta di piu’ la stessa mano.

Chichiarelli e il colpo alla Brink’s Securmark

Il legame tra quel settimo comunicato delle Br ed il falsario Toni Chichiarelli, verrà confermato nel marzo del 1979 da Luciano Dal Bello al maresciallo dei carabinieri Antonio Solinas. Dal Bello verrà poi ucciso a Roma nel settembre del 1984. Qualche mese dopo la confessione di Dal Bello, Chichiarelli sarà nuovamente implicato in una rapina miliardaria, ufficialmente attribuita alle BR. Nell’ aprile del 1979 quattro uomini, che si fingono agenti di polizia, rapiscono la guardia giurata Franco Parsi in servizio presso l’istituto di credito Brink’s Securmark di Roma. Tenendo la famiglia di Parsi in ostaggio, tre dei falsi agenti si fanno accompagnare dalla guardia giurata all’interno dell’istituto di credito, dove rapinano 35 miliardi di lire, tra contanti e titoli. All’interno dei locali della banca i tre fotografano l’altra guardia giurata con alle spalle la bandiera delle BR. In realtà i rapinatori, tra i quali Chichiarelli, appartenevano alla malavita romana e  quella messa in scena era solo un tentativo di depistare le indagini. Nel tentativo ulteriore di addebitare quella rapina alle BR i tre autori del colpo abbandonano, nel caveau della banca, una granata dello stesso modello di quella usata per uccidere il colonnello Antonio Varisco, amico di Pecorelli, oltre ad alcuni proiettili calibro 7,65 in dotazione alle forze Nato ed un mazzo di sette chiavi, sette come il numero del falso comunicato delle BR, quello del lago della Duchessa. Nel caveau viene inoltre lasciato un volantinoed di rivendicazione delle BR.

Appare evidente come lo scopo di tutte quelle tracce fosse quello di ricollegare la stessa mano per quel che riguardava gli omicidi Moro, Pecorelli e Varisco. Il 16 aprile, due giorni più tardi, una telefonata anonima alla redazione del Messaggero avvisava della presenza di un volantino di rivendicazione di quell’azione in un cestino dei rifiuti situato a piazza Gioacchino Belli. Si trattava dello stesso cestino in cui era stato lasciato il “falso” comunicato numero sette, quello del lago della Duchessa. Oltre al volantino gli inquirenti trovano tre bossoli calibro 7,62, dei moduli di versamento intestati alla Brink’s, due foto con il drappo delle BR usato per le foto ad Aldo Moro, uno stralcio del comunicato numero 10 diffuso in codice il 20 maggio 1978, ed un’altra copia delle quattro schede rinvenute nella cabina telefonica, con l’indicazione Sereno Freato in quella su Pecorelli. Tutti questi elementi, il borsello, le schede, la rapina alla Brink’s, il comunicato sulla rapina, sembrano servire, secondo le intenzioni di chi li ha lasciati, a “rivendicare – come scrive il giudice Monastrero – a sé i precedenti depistaggi effettuati in occasione del sequestro Moro”. Secondo il magistrato “Non appare possibile in questa sede… tentare una ricostruzione del perché il Chichiarelli si sia indotto a dattiloscrivere il comunicato cosiddetto del lago della Duchessa… certo il suo excursus politico successivo al 1978, con particolare riferimento al contenuto del borsello, alla testina rotante, alla scheda di Pecorelli, alla rivendicazione della rapina e all’estrema, accertata disinvoltura con la quale lo stesso Chichiarelli si muoveva in un contesto così delicato, appaiono allarmanti…Alcune deduzioni possono trarsi con certezza: durante il sequestro dell’on. Moro fu dato al Chichiarelli l’incarico di dattiloscrivere il cosiddetto comunicato della Duchessa, incarico che Chichiarelli ha assolto con particolare perizia”. E’ possibile ragionevolmente supporre, che lo scopo del rilascio del comunicato delle BR numero sette fosse quello di comunicare alle persone che custodivano Moro, di concludere l’operazione con l’uccisione dello statista. Il giudice Monastero non dispone di elementi sufficienti per risalire ai mandanti di quel comunicato , tuttavia è in grado di escludere con certezza che Chichiarelli fosse in collegamento con le BR. Alcuni testimoni raccontano al giudice che la persona che manovrava Chichiarelli si incontrava spesso con quest’ultimo all’aeroporto di Fiumicino. Del resto anche la moglie di Chichiarelli dichiarò al giudice che il marito non sarebbe stato in grado di progettare e portare a termine operazioni politiche tutto da solo. La moglie racconto’ inoltre di essere stata testimone di un incontro avvenuto tra il marito e una persona che non conosceva e che parlava diverse lingue. Secondo le risultanze processuali Chichiarelli era solito frequentare  Comacchio, un informatore del Sisde. Nella sentenza al processo Moro-quater, il giudice Priore scriverà che l’operazione appare “decisa ed eseguita da entità , organismi o centri con finalità di deflazione della situazione o di sondaggio di reazioni od anche di confusione o depistaggio”. Lo scrittore P. Willan, autore del libro sul caso Moro, riferisce di avere appreso dall’avvocato di parte civile della DC al processo Moro, De Gori, che il falso comunicato della Duchessa venne commissionato a Chichiarelli dai Servizi segreti israeliani e “che dopo quel volantino Moro non poteva più essere salvato”. (cm)

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