A Moro

 

 

Durante i 55 giorni di prigionia di Aldo Moro diverse organizzazioni criminali furono incaricate di individuare il covo in cui il presidente della DC veniva tenuto imprigionato. A tale scopo furono contattati autorevoli referenti che, attraverso gli agganci di cui disponevano in loco, si pensava potessero risalire alla prigione in cui l’ex presidente del consiglio veniva tenuto prigioniero. Malgrado l’impegno, tutti questi tentativi vennero interrotti.

 

Raffaele Cutolo e la NCO

Il primo e più famoso di questi referenti è stato Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata. Nel 1987 Cutolo racconta per la prima volta ad alcuni giornalisti di essere stato incaricato, tramite il suo avvocato, da alcuni esponenti della DC, di vedere se era possibile aprire un canale di trattativa con i brigatisti che avevano sequestrato Aldo Moro. Cutolo contatta il suo uomo su Roma, Nicolino Selis, uno dei fondatori della Banda della Magliana, al quale chiede di scoprire il luogo in cui si trovava il covo in cui veniva tenuto nascosto lo statista democristiano. Dopo alcuni giorni Selis scopre che la prigione di Moro si trovava in un appartamento situato in un condominio di via Gradoli. Cutolo quindi contatta il suo avvocato, ma il suo braccio destro, nonché collaboratore dei servizi Vincenzo Casillo, gli consiglia di lasciar perdere e di non interessarsi più alla faccenda. Qualche anno più tardi, nel 1994, Cutolo, intervistato dal giornalista Minoli fa sapere che, una volta individuata la prigione di Moro in via Gradoli, si mise ad organizzare un blitz per la sua liberazione.

Alcuni anni dopo il giudice istruttore Otello Lupacchini, nel scorso del processo alla Banda della Magliana, interrogando Maurizio Abbatino, viene a sapere che effettivamente Cutolo era stato incaricato da alcuni esponenti della DC di trovare il covo in cui veniva tenuto prigioniero Moro. Nel 1993 Lupacchini interroga Cutolo, il quale conferma le dichiarazioni di Abbatino, aggiungendo che il suo avvocato, Francesco Cangemi, gli disse che quelli della DC gli avevano detto di lasciar perdere.

 

Tommaso Buscetta e Cosa nostra

Nel 1993 Tommaso Buscetta racconta ad un magistrato che durante i 55 giorni del rapimento di Moro, veniva contattato da un tal Ugo Bossi, il quale gli chiese di interessarsi per attivare un canale di trattativa con i brigatisti reclusi nel carcere di Torino, allo scopo di ottenere la liberazione di Aldo Moro. Buscetta racconta però di non avere potuto fare nulla, poiche’non era riuscito ad ottenere il suo trasferimento dal carcere di Cuneo a quello del capoluogo piemontese.

Ugo Bossi, interrogato dai magistrati nell’aprile del 1993, racconta che durante i giorni del sequestro Moro, Frank Coppola, l’anziano boss italo americano al confino a Pomezia, si recò a Milano per visitarlo. In quell’occasione Coppola ebbe modo di dirgli di lasciar perdere la faccenda della liberazione di Moro, in quanto si trattava di una questione troppo complicata per la quale lui non avrebbe potuto fare nulla.

Nel luglio del 1991 il pentito Francesco Marino Mannoia racconta ai magistrati che lo interrogano che durante il sequestro di Moro, Stefano Bontade si era interessato per ottenere la liberazione dell’ex presidente del consiglio. Della cosa poi non se ne fece più nulla, dopo che Pippo Calò gli disse che alcuni membri della DC molto influenti non volevano che Moro fosse liberato.

 

Francesco Varone e la ‘ndrangheta

Nel luglio del 1988 il neofascista condannato all’ergastolo per la strage di Peteano, Vincenzo Vinciguerra, racconta ai magistrati che tal Francesco Varone, detto Rocco il Calabrese, aveva ricevuto l’incarico dall’esponente della DC on. Cazora di individuare il covo in cuoi le Br tenevano custodito Aldo Moro. Dopo alcuni giorni Varone, invitato a Pomezia a casa del boss Frank Coppola, viene convinto da questi e da altri boss presenti a lasciar perdere, che tanto i soldi che gli erano stati promessi per l’incarico glieli avrebbero dati ugualmente. Quando Varone chiede il perché di questo gli viene risposto che c’erano alcuni esponenti della DC che non volevano che Moro fosse liberato: “Quell’uomo deve morire”. Al di la della mancanza di riscontri oggettivi relativi ad alcune di queste dichiarazioni,  ovvero alla mancanza di volontà nell’ottenere la liberazione di Moro, appare comunque sconcertante come diverse organizzazioni criminali, tutte indipendenti tra loro, siano state incaricate di individuare la prigione in cui veniva tenuto prigioniero lo statista democristiano. Appare ugualmente fonte di sconcerto scoprire come ai tentativi in questione sia stata posta fine sia a seguito di fattori interni alle varie organizzazioni, che a fattori esterni, derivanti da altre fonti.   Fin dall’inizio della vicenda Moro la posizione della maggioranza al governo, e segnatamente della DC, fu quella di non trattare con le BR, quali che fossero le loro richieste. Diversa fu invece la posizione dei socialisti e di altre forze politiche dell’arco costituzionale. La fermezza di questa posizione si contrappose in modo stridente con la diversa posizione trattativista che lo stesso partito democristiano tenne qualche anno più tardi, nel 1982, in occasione del rapimento dell’assessore regionale della Campania, Ciro Cirillo, rapimento eseguito anch’esso dalle BR. Cirillo verrà liberato grazie all’intervento del Sifar, e soprattutto a seguito del riscatto pagato alle BR. Un ruolo particolare in questa vicenda viene svolto dal brigatista Giovanni Senzani, rinchiuso in carcere come Cutolo, il quale cercò subito un’interlucuzione con i rapitori attraverso la costituzione del Fronte delle carceri. Grazie a questo intervento Senzani si intaschera’ una cifra pari allora a 500 milioni di lire.

 

La Commissione stragi e la “zona grigia”

La Commissione stragi della dodicesima legislatura rileva nella sua relazione conclusiva che “Non si può omettere di osservare che la concordanza delle varie fonti è davvero impressionante e tale da poter fondare in termini di elevatissima probabilità la convinzione che inizialmente la criminalità organizzata si  sia attivata e sia stata attivata dall’esterno per favorire la liberazione di Moro: e che tale intervento si sia arrestato per valutazioni interne alla criminalità organizzata e per input esterni probabilmente coincidenti. Analogamente impressionante è la convergenza di tali indicazioni verso la individuata “zona grigia” e cioè verso l’intreccio fitto – e non ancora disvelato –  di ambigui rapporti che legarono in ambito romano uomini di vertice delle organizzazioni mafiose e della criminalità locale al mondo di un oscuro affarismo, ad esponenti politici, ad appartenenti della loggia P2 ( autorevolmente indicata come luogo di oltranzismo atlantico ), a settori istituzionali, in particolare dei servizi”.

(cm)

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