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Claudio Meloni

Mese

aprile 2015

La cooperazione internazionale britannica investe nei paradisi fiscali

CDC

Secondo uno studio il settore privato del Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale (DFID) e altre istituzioni impegnate in ambito europeo nello sviluppo, indirizzano quote significative di investimenti nei paradisi offshore.

Più di due terzi degli investimenti effettuati dal braccio privato del dipartimento governativo britannico per lo sviluppo, erano diretti, lo scorso anno, verso paradisi fiscali “notoriamente segreti”, è quanto è scritto in un rapporto che invita le agenzie europee di sviluppo ad essere più trasparenti e responsabili nelle loro attività di investimento.

Lo studio, realizzato dalla Rete Europea sul Debito e lo Sviluppo (Eurodad), ha scoperto che i miliardi di euro destinati a realizzare progetti nei paesi in via di sviluppo, sono stati convogliati verso alcuni dei centri finanziari più segreti al mondo, evadendo il fisco oltre a una serie di regolamenti.

Eurodad osserva che il britannico CDC – l’ex Commonwealth Development Corporation, interamente controllato dal Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale (DFID) – fa un frequente uso di tali giurisdizioni.

Nel 2013, CDC ha investito in nove fondi, sei dei quali risiedono in ben noti paradisi fiscali quali  Mauritius, Singapore, Guernsey e Lussemburgo. Le quote sottoscritte in sei di questi nove fondi, ammontano a 553 milioni di dollari (441milioni di sterline).

Secondo il rapporto, “Il portafoglio titoli di CDC al 31 dicembre 2013 mostra come sia negli investimenti diretti che in quelli indiretti, il modello si basi fortemente sulle giurisdizioni segrete“. Infatti, “Su un totale di 157 fondi di investimento, ben 118 si affidano a giurisdizioni in cui vige il segreto bancario. Tra il 2000 e il 2013, questi fondi hanno ricevuto un totale di 3,8 miliardi di dollari in sottoscrizioni da parte di CDC. ”

Sessantanove dei fondi in questione sono registrati a Mauritius (per un valore di  1,8 miliardi di dollari), mentre altri 26 sono registrati nelle Isole Cayman (909 milioni di dollari). CDC è stato progettato per essere un “pioniere degli investimenti” nei paesi in via di sviluppo. I suoi investimenti netti vengono valutati come aiuti ufficiali, consentendo al Regno Unito di raggiungere l’obbiettivo di destinare agli aiuti lo 0,7% del reddito nazionale. La gran parte dei soldi investiti da CDC passa attraverso fondi di investimento, i quali poi investono in attività produttive nei paesi in via di sviluppo.

Il rapporto Eurodad – dal titolo Going Offshore – individua uno schema simile di utilizzo dei paradisi fiscali con riferimento anche ad altre istituzioni finanziarie di sviluppo europee (DFI).

A giugno dello scorso anno, la Società Belga di Investimento nei Paesi in via di Sviluppo (BIO)  ha sottoscritto quote per un totale di 42 fondi di investimento, di cui 30 domiciliati in paesi che figurano nella top 20, in base all’ indice di segretezza finanziaria stilato dal Tax Justice Network (FSI). Gli investimenti ammontano complessivamente a  207 milioni di dollari.

Alla fine dello scorso anno, 46 ​​dei 165 investimenti attivi nel fondo norvegese Norfund, sono stati destinati verso paesi che risultano essere tra i top 20 nella classifica dei paradisi fiscali off-shore, sempre secondo l’indice FSI. Tali investimenti  ammontano a 339 milioni di dollari.

Almeno sette dei 46 progetti che coinvolgono l’istituzione finanziaria per lo sviluppo (DFI) tedesca Deutsche Investitions und Entwicklungsgesellschaft (DEG), sono stati realizzati attraverso importanti paradisi fiscali come le Isole Cayman e le Mauritius.

L’autore del rapporto Eurodad, l’analista politico Mathieu Vervynckt, ha dichiarato: “I paesi in via di sviluppo perdono ogni anno centinaia di miliardi di euro, attraverso l’elusione e l’evasione fiscale delle imprese. Appare, dunque, contraddittorio che le istituzioni finanziarie per lo sviluppo (DFI), il cui compito è quello di promuovere lo sviluppo e contrastare la povertà, offrano così tanto sostegno a dei centri finanziari noti per essere paradisi fiscali, che permettono di portare avanti tali politiche di evasione ed elusione. ”

In questo modo, ha aggiunto Vervynckt, tali istituzioni per lo sviluppo, siano esse bilaterali o multilaterali, hanno sostanzialmente finanziato e legittimato l’industria offshore.

Il rapporto suggerisce inoltre alcuni modi attraverso i quali tali istituzioni possono migliorare la loro trasparenza, tra cui: investire solo in società e fondi disposti a “rendere pubbliche le informazioni circa i loro beneficiari ultimi e riferire su eventuali conti finanziari off-shore, paese per paese”; garantire che i fondi in cui investono siano – ove possibile – registrati nel paese in cui investono, in modo da essere pienamente responsabili delle loro attività e di  quelle dei loro clienti.

Eurodad chiede inoltre che venga istituito, sotto l’egida delle Nazioni Unite, un organismo intergovernativo di controllo fiscale, tale da consentire ai paesi in via di sviluppo di svolgere un ruolo paritario nella riforma globale delle norme fiscali.

“Stiamo cercando -ha dichiarato Vervynckt – di fare pressione su queste istituzioni, affinché smettano di sostenere quelle aziende che fanno uso dei paradisi fiscali e fare in modo che tutti i dettagli delle loro operazioni finanziarie siano accessibili al pubblico”. “Dopo tutto, tali istituzioni finanziarie (DFI) sono pubbliche, ed hanno il compito di promuovere lo sviluppo, ed è quindi doveroso esigere che siano responsabili verso i contribuenti, che pagano per loro e per gli abitanti dei paesi in via di sviluppo, che esse dovrebbero aiutare.”

Un portavoce di CDC ha dichiarato: “Gli investimenti di CDC contribuiscono alla crescita ed alla creazione di posti di lavoro, necessari ad aiutare le persone ad uscire dalla povertà. Le aziende che sosteniamo, impiegano oltre 1 milione di persone nei paesi in via di sviluppo, e l’anno scorso hanno versato più di 2,3 miliardi di sterline in tasse locali“.

“CDC richiede alle aziende in cui investe, di pagare tutte le tasse da loro dovute, e di evitare di investire in paesi che non sono in linea con i trattati stipulati a livello internazionale con l’OCSE, in merito alla trasparenza fiscale.”

Parlando prima del vertice del G8 del giugno di due anni fa, David Cameron ha dichiarato che l’equità finanziaria è fondamentale per lo sviluppo e ha promesso di cancellare il segreto bancario.

“Stiamo parlando – ha dichiarato Cameron – di aziende corrette, di tasse giuste e di norme globali adeguate che garantiscano che l’apertura offra i benefici che dovrebbe, sia ai paesi ricchi che a quelli poveri” . “L’aiuto allo sviluppo è importante, ma queste cose lo sono ugualmente. E’ giunto è il momento. Questo è l’ordine del giorno. Il mondo dovrebbe essere in grado di raggiungere tali obiettivi. ”

Nel mese di maggio, il Guardian aveva rivelato che CDC ha investito più di  260 milioni di dollari in aiuti ai costruttori di comunità chiuse, centri commerciali e beni di lusso, nei paesi poveri come l’ America Latina, l’ Africa e l’Asia.

Articolo apparso in origine su http://www.theguardian.com/

col titolo originale: “UK aid investments target tax havens”

traduzione di CM

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Il DfID accusato di accrescere la disuguaglianza attraverso il sostegno ai privati

dfid-logo UK Aid

Un rapporto redatto dall’associazione  Global Justice Now punta dito contro Il Dipartimento Britannico per lo Sviluppo Internazionale (DfID) in relazione a progetti privati a sostegno della sanità e dell’l’istruzione 

In un rapporto redatto dall’associazione Global Justice Now è emerso come il governo britannico stia favorendo la disuguaglianza nei paesi più poveri del mondo, finanziando in modo dogmatico progetti di promozione della sanità e dell’educazione del settore privato, invece di utilizzare il denaro pubblico per favorire la crescita di sistemi sanitari ed educativi pubblici.

Intervenendo per affrontare i bisogni delle persone più povere del mondo, il Dipartimento britannico per lo Sviluppo Internazionale (DFID) ha stretto un legame molto ravvicinato con il settore privato, ingrossando le tasche delle grandi corporation, secondo quanto afferma il rapporto intitolato: Profiting from poverty, again (approfittando, ancora una volta, dalla povertà)  pubblicato recentemente dall’associazione Global Justice Now (GJN).

Nick Dearden, direttore del GJN, ha dichiarato: “Gli aiuti internazionali dovrebbero essere utilizzati per sostenere i bisogni umani, attraverso la promozione di servizi pubblici in quei paesi che non hanno gli stessi livelli di benessere economico del Regno Unito. Da questo punto di vista è scioccante il fatto che il DfID promuova dogmaticamente la salute e l’istruzione privata, quando è stato dimostrato che questo tipo di approccio in realtà rafforza le disuguaglianze e mette in pericolo l’accesso a tali servizi”.

Il rapporto ha anche messo in discussione la nomina presso il DfID di Sir Michael Barber, un alto dirigente della Pearson, il più grande produttore al mondo di libri di testo e materiale didattico, così come quella del suo principale consigliere per l’educazione in Pakistan, affermando che ciò configura un conflitto di interessi. Il Dipartimento sovrintende un ambizioso programma di promozione della salute  dell’istruzione del valore di 350 sterline in Pakistan, oltre ad aver collaborato con la Pearson su altri progetti in Tanzania e Zimbabwe.

“Appare profondamente inopportuno che i dirigenti di una società come la Pearson, possano agire in veste ufficiale all’interno del Dipartimento, mentre la loro azienda fornisce servizi commerciali che potrebbero trarre beneficio direttamente dal tipo di decisioni prese dallo stesso DFID”, ha affermato Dearden.

Un portavoce DfID ha affermato: “Le nostre politiche aziendali consentono di prevenire qualsiasi conflitto di interesse possa scaturire dal nostro lavoro.”

La Pearson, che opera in oltre 70 paesi, ha lanciato il suo programma di apprendimento a prezzi accessibili nel 2012. L’iniziativa è promossa da un fondo di venture capital che utilizza gli investimenti in conto capitale “per consentire a milioni di bambini nel mondo -dichiara la società – l’accesso a un’istruzione di qualità ad un prezzo accessibile, redditizio e profittevole “.

Il portavoce della Pearson ha dichiarato: “Come ha messo in chiaro il rapporto di Global Justice Now, esiste un accordo esplicito con il Dipartimento per garantire che il ruolo di Michael Barber non rechi vantaggi alla Pearson‘. Il fondo di apprendimento della Pearson non ha effettuato nessun investimento in Pakistan. ”

In una lettera al capo di gabinetto del primo ministro, Sir Jeremy Heywood, Dearden ha scritto: “Resta il fatto che la Pearson benefici di contratti stipulati dal Dipartimento, nella stessa campo in cui Sir Michael svolge la sua attività lavorativa, vale a dire la promozione in tutto il mondo di un ruolo crescente per gli operatori privati ​​nel campo dell’ istruzione . ”

Venerdì scorso, un gruppo di ONG statunitensi, inglesi e sudafricane, insieme ad un gruppi di insegnanti, ha inviato una lettera aperta a John Fallon, CEO di Pearson. Nella lettera è stato scritto: “Sostenendo l’espansione di una scuola privata a basso costo assieme ad altre pratiche concorrenziali, la Pearson ha essenzialmente fatto in modo di garantire che un gran numero di bambini appartenenti alle fasce più vulnerabili del mondo, non abbia alcuna speranza di ricevere una istruzione gratuita di qualità.”

La lettera aperta è stato pubblicato in concomitanza con la riunione generale annuale della società. Essa portava in calce le firme della Federazione Americana degli Insegnanti, dell’ Unione Nazionale degli insegnanti del Regno Unito, del Sindacato degli Insegnanti Democratici Sudafricani‘, dell’Associazione di Insegnanti e docenti , di Action Aid Regno Unito e della Associazione Nazionale per l’ Educazione.

Il Regno Unito è il paese che più ha investito in progetti del settore privato, rispetto a tutti gli altri paesi ricchi, attirando le critiche della Commissione indipendente per la valutazione dell’ efficacia degli aiuti (ICAI).

“Il dipartimento sembra spesso comportarsi più come un hedge fund [che come un’agenzia di aiuti], investendo capitali insieme a partner bancari quali JP Morgan” ha dichiarato GJN.

Sempre secondo GJN il Dipartimento sta collaborando in questo momento con aziende private quali Coca-Cola, Pricewaterhouse Coopers (PwC) e Adam Smith International, promuovendo il suo ruolo di partner del settore privato in grandi progetti sanitari e educativi.

Il rapporto redatto da GJN sostiene che gli sforzi effettuati dal Dipartimento per promuovere le scuole private a basso costo nei paesi poveri siano “fuori luogo e pericolosi”.

La Sfida per l’Educazione delle Ragazze, un programma promosso dal Dipartimento per un importo di  355 milioni di sterline, che si propone di portare un maggior numero di ragazze a scuola, è gestito da PwC e prevede la realizzazione di una partnership con Coca-Cola in Nigeria.

In Kenya il Dipartimento ha collaborato con la Adam Smith International in un progetto da 25 milioni di sterline, nel tentativo di promuovere l’iscrizione di 5.000 kenioti alle scuole private a basso costo.

Il Dipartimento ha anche destinato milioni di sterline in un progetto volto a favorire operatori non statali, nel tentativo di migliorare la salute dei poveri (Hanshep), promuovendo gli investimenti privati nel settore sanitario in paesi sottosviluppati.

Kishore Singh, il relatore speciale per le Nazioni Unite sul diritto all’educazione, è tra coloro che hanno espresso riserve circa l’istruzione privata: “Vedo [la crescita dell’istruzione privata] non come un progresso, ma come un atto d’accusa verso i governi che non hanno rispettato il loro obbligo di fornire un’istruzione universale, gratuita e di alta qualità a tutti”, ha dichiarato Singh.

Un portavoce del Dipartimento ha dichiarato: “Il Regno Unito si sforza di ottenere i migliori risultati possibili per le persone povere, assumendo una posizione pragmatica su come dovrebbero essere gestiti i servizi. In alcune circostanze (in alcune zone dell’India, in Kenya, in Nigeria e in Pakistan, per esempio), ciò include lo sviluppo di partnership con scuole private a basso costo.

“Il Dipartimento lavora con il settore privato in situazioni in cui il settore pubblico non è sufficientemente presente (ad esempio i quartieri poveri di Nairobi) o dove la presenza dello Stato è così debole che il settore privato è intervenuto per colmare la lacuna. Riconoscendo come le tasse costituiscano ancora un grave ostacolo all’accesso ai servizi da parte dei poveri, il supporto di DfID include progetti di voucher in grado di sovvenzionare l’accesso a scuole private per i più poveri, a bassi costi  ”

Articolo apparso su http://www.theguardian.com col titolo originale: DfID accused of heightening inequality through support for private sector.

Traduzione di CM

Gli appalti pubblici e l’impresa mafiosa

Ministro Lupi visita Cantiere TAV di Chiomonte

 

L’impresa mafiosa deve la sua espansione sul mercato a tre fattori, la cui presenza ha determinato la sua posizione dominante: lo scoraggiamento della concorrenza, la compressione salariale e la disponibilità di risorse finanziarie.

Il passaggio dalla mafia taglieggiatrice alla mafia imprenditrice si realizza intorno alla metà degli anni Settanta. Le cause di questa trasformazione sono diverse, e sono in parte riconducibili alla revoca, da parte statale a partire dal dopoguerra, della delega per l’ordine pubblico, ed alla conseguente marginalizzazione sociale del mafioso, che diviene un normale criminale. Da questa condizione, a partire dalli anni Sessanta, il mafioso si riscatterà, imponendo il monopolio locale della violenza. Ad esempio, verso la metà degli anni Sessanta, in occasione dei lavori per la realizzazione dell‘autostrada Salerno-Reggio Calabria, le imprese subappaltatrici dei lavori sono costretta ad affrontare la questione delle minacce finalizzate al taglieggiamento, da parte delle cosche locali.    Il fenomeno rallenta i lavori, e soprattutto impegna la questura di Reggio Calabria ed i commissariati provinciali, ad organizzare delle “squadre cantieri” per garantire la protezione contro gli attentati ai mezzi ed ai dipendenti delle imprese che realizzavano i lavori in subappalto. Alcune delle imprese vincitrici degli appalti furono anche costrette ad abbandonare i lavori.

Gli anni Settanta vedono la trasformazione dell’attività mafiosa in impresa mafiosa, non più paravento di attività illecite o strumento per riciclare il denaro sporco, ma vera e propria impresa capace di competere sul mercato. Dagli atti relativi al processo contro il boss Paolo De Stefano, che lo vedono imputato assieme ad altra sessanta capi ndranghetisti, emerge come il consorzio COGITAU, vincitore dell’appalto per la realizzazione delle infrastrutture relative al porto ed al quinto polo siderurgico di Gioia Tauro, si fosse rivolto, per i lavori di trasporto, al sindacato degli autotrasportatori mafiosi di Gioia Tauro, ed alla società Edilizia Reggina, controllata dalla famiglia Libri- Di Stefano, in quanto imprese perfettamente competitive, oltre ad essere capaci di garantire la sicurezza per tutta la durata dei lavori.

Il legame tra grande impresa appaltatrice e le cosche mafiose, con le loro propagini imprenditoriali, è talmente forte, che la cerimonia per l’inaugurazione dei lavori del porto di Gioia Tauro, con la posa della prima pietra, viene affidata al boss Gioacchino Piromalli, alla presenza del presidente del Consiglio, Giulio Andreotti.

Dall’ordinanza di rinvio a giudizio del processo contro Paolo De Stefano, emessa dal Tribunale di Reggio Calabria, emerge come le tre principali famiglie ndranghetiste presenti sulla piana, quella facente capo al boss Antonio Macrì, i fratelli Piromalli ed i fratelli De Stefano, si fossero riunite in Gioia Tauro, nel settembre del 1971, per discutere una proposta di “tangente”. L’offerta, pari al 3% del valore complessivo dei lavori relativi al porto ed al polo siderurgico, veniva prorpio dal consorzio Cogitau, in cambino della tranquillità durante lo svolgimento dei lavori. Il rifiuto della somma offerta, sebbene fosse molto ingente, in cambio dell’inserimento di propri uomini all’interno delle imprese subappaltatrici, in funzione di controllo complessivo dei lavori, rivela in se il cambiamento già avvenuto nel DNA delle organizzazioni mafiose.

Il sodalizio tra la grande impresa appaltatrice e l’impresa locale mafiosa evolve, in seguito, in un vero e proprio gruppo di pressione nei confronti dello Stato. Ciò si evidenzia quando il governo accoglie l’istanza proveniente dalle imprese vincitrici di appalti nelle aree del mezzogiorno, istanza rappresentata dalla concessione di un incentivo alla realizzazione dei lavori oggetto dell’appalto, incentivo quantificato in un 15% del loro valore.

Le somme aggiuntive, si dice, servono appunto come viatico, a fronte di una attività che dovrà essere svolta in territori controllati dalle organizzazioni mafiose, con la previsione di andare incontro a pressioni , minacce e attentati, fino alla possibilità concreta di dovere pagare un “pizzo” per potersi garantire il tranquillo svolgimento delle attività lavorative. Nella fattispecie, il sovrapprezzo in questione, proviene da un documento ufficiale della Direzione Generale delle Ferrovie dello Stato, e riferito ai lavori di raddoppio della linea Villa S. Giovanni – Reggio Calabria, documento inserito nell’ordinanza di rinvio a giudizio del processo contro Paolo De Stefano. Si tratta, dunque, del primo riconoscimento ufficiale del costo della mafia, riferito a lavori pubblici realizzati nel mezzogiorno.

La lievitazione ulteriore dei costi di un appalto pubblico, sarà dovuta ad altri fattori, sempre frutto del lavoro di pressione esercitato dal sodalizio imprenditoriale nei confronti dello Stato, fattori quali lavori aggiuntivi, varianti, revisione dei prezzi, ecc. Tutti elementi accrescitivi del valore finale di realizzazione dell’appalto, che rappresenteranno profitti aggiuntivi per il sodalizio imprenditoriale, costituendo il fine e allo stesso tempo la ragione stessa del sodalizio. Sempre dagli atti relativi al processo contro Paolo De Stefano, emerge come i lavori per il raddoppio della tratta ferroviaria Villa S. Giovanni-Reggio Calabria, appalto vinto dalla Cambogi in forza di un ribasso pari all’ 8% (nonostante ci fosse una competitrice che avesse offerto un ribasso del 39%,  e avendo questa da poco realizzato dei lavori analoghi su di una tratta simile, la Messina-Catania), fossero stati appaltati ad imprese del reggino vicine alle cosche. Ebbene, da un valore complessivo dei lavori pari a 5 miliardi e 800 milioni, si arriverà ad un valore finale di 12 miliardi e 800 milioni. Mediamente la differenza tra il prezzo dei lavori appaltati dalla Cambogi e quelli realizzati dalle ditte subappaltatrici sarà del 50-60%.

L’aumento dei costi verrà ripartito tra l’impresa appaltatrice, e le subappaltatrici, e costituirà un extraprofitto rispetto a quel l’incentivo del 15% di cui si è accennato sopra, già incluso nel valore iniziale dell’appalto.

L’impresa mafiosa si mostra in grado di competere anche con imprese esterne, alle quali offrirà beni e servizi a prezzi mediamente superiori a quelli di mercato. Essa riuscirà a scoraggiare l’impresa subappaltatrice esterna e a prenderne il posto, praticando prezzi mediamente più alti per lavori analoghi, oltre ad imporre prezzi più alti anche in relazione alla fornitura dei materiali e della manodopera necessaria.

CM

 

Le banche svizzere trasferiscono i loro consulenti in America Latina

UBS

L’ex dirigente della banca svizzera UBS, Stéphanie Gibaud, rilascia un’intervista al quotidiano Buenos Aires Herald prima di partire per l’Argentina.

Con l’ accusa di evasione fiscale nei confronti della banca HSBC, attualmente sotto i riflettori del Congresso statunitense, la “gola profonda” di un altro gigante bancario rinomato per la sua segretezza, la banca svizzera UBS, afferma di essere in viaggio per l’Argentina per testimoniare, e avverte che le economie emergenti rappresentano l’ultimo obiettivo dei banchieri che promuovono questo tipo di crimine.

Come capo della divisione Marketing e Comunicazione della filiale francese della più grande banca svizzera, Stéphanie Gibaud ha scoperto che il suo lavoro di PR era stato illegalmente utilizzato per attrarre alcune delle persone più ricche di Francia, verso alcuni sistemi di evasione fiscale.

Intervistata dal Buenos Aires Herald, Gibaud racconta di come, a seguito della crisi finanziaria del 2008, la pressione da parte degli Stati Uniti e delle autorità di regolamentazione europee abbia spinto i banchieri a spostare i propri esperti fiscalisti verso le economie emergenti come quelle dell’ America Latina.

Ciò che l’ex manager si aspettava era di essere chiamata a testimoniare di fronte alla Commissione Bicamerale argentina, per rivelare alcuni dei meccanismi sconosciuti utilizzati dai grandi evasori fiscali.

E’ giusto affermare che il suo lavoro in UBS è stato quello di contribuire, anche se inconsapevolmente, ad attirare i risparmi di persone molto ricche verso alcuni paesi, in modo tale da sottrarli al fisco?

Ho svolto il ruolo di responsabile delle pubbliche relazioni per la banca UBS, il che significa che si viaggia in tutto il mondo e si intrattengono i clienti, in modo da convincerli ad investire i loro soldi con me, piuttosto che con i miei concorrenti. La maggior parte del budget della divisione che gestivo era destinata a sviluppare collegamenti con i networks del lusso, per invitare clienti e potenziali clienti in Francia. Ma fin dal primo giorno mi sono resa conto di lavorare con consulenti svizzeri, pur essendo in Francia, che poi ho scoperto essere una pratica illegale. Quando lo scandalo UBS è emerso negli Stati Uniti, ho capito che i clienti americani non potevano essere visitati dai consulenti svizzeri, così ho chiesto al mio direttore se quello che avevamo fatto era normale. A partire dal giorno in cui ho iniziato a fare queste domande, le cose hanno cominciato a complicarsi. Sono stata giudicata come una persona fastidiosa, hanno cominciato mentirmi, fino a trattarmi come una matta con molestie e cose più gravi.

Le autorità ignoravano, non erano interessate o semplicemente rappresentavano interessi non trasparenti (illegali)?

Un paese come la Francia non può essere disinformato. Questi consulenti svizzeri erano qui tutto il tempo, ed erano tra i 100 e i 150, provenienti da Basilea, Losanna, Zurigo e Ginevra. Ho anche lavorato con consulenti provenienti dal Belgio, da Monaco e dal Lussemburgo – che sono anche paradisi fiscali molto vicini al mio paese -, i quali erano qui per trovare clienti disposti a investire i loro soldi altrove. Non mi venga a dire che tutto questo è stato fatto senza che la dogana francese, la polizia, la Banca Centrale di Francia e tutti gli altri se ne accorgessero. Il fatto è che quando il reato coinvolge così tanti soggetti, tutti tacciono.

Come è andato il suo incontro con il presidente della AFIP, l’agenzia delle entrate argentina, Ricardo Echegaray?

Mr. Echegaray e altri quattro signori hanno avuto un incontro con Falciani (l’informatore ex informatico di HSBC) e con me, sei mesi fa, presso il consolato argentino a Parigi. Hervé aveva programmato questo appuntamento con il signor Echegaray, al quale ha detto che eravamo pronti ad aiutare l’Argentina contro l’evasione fiscale. Hervé ha poi spiegato chi ero, in quanto il signor Echegaray non aveva ancora sentito parlare del caso UBS. Gli abbiamo detto che possiamo essere molto utili all’Argentina, spiegando loro come funziona la banca, essendo degli addetti ai lavori. Sappiamo come decodificare tutto quello che fanno. Quello che a una persona normale può sembrare molto oscuro, a noi è molto facile da capire.

Che cosa gli ha spiegato?

Gli ho spiegato la strategia della banca era quella di penetrare networks di persone. E gli ho detto anche che quando il caso degli Stati Uniti contro UBS è emerso nel 2009, la Svizzera ha comunicato per prima che le autorità di regolamentazione europee e statunitensi avrebbero preso dei provvedimenti anche contro queste banche così, tra il 2009 e il 2010, UBS ha iniziato a focalizzare la propria attività sui BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) cercando di penetrare le reti di potenziali clienti nei mercati emergenti. Uno dei miei capi precedenti, il presidente di UBS nel periodo 2007-2008, Gabriel Castello, è finito a lavorare per UBS Sud America. Altre banche svizzere probabilmente hanno fatto altrettanto.

Così il vostro ex capo sta lavorando in America Latina, cercando molto probabilmente di sedurre i clienti latinoamericani convincendoli a spostare i loro soldi altrove.

Assolutamente. Conosco la loro strategia di vendita. Ne hanno diverse, una per ogni network, ad esempio ne hanno una per i giocatori di calcio e di tennis. Ho tutte le loro strategie di vendita per il Sud America.

È qualcosa di simile ad un manuale su come attrarre questi clienti?

Quando sei un consulente è come se hai venduto delle auto: si dispone di una quota di vendite, ma invece di vendere 20 o 30 Mercedes l’anno, il vostro obiettivo è quello di attrarre, diciamo, 5, 10 o 15 milioni in banca, a seconda se sei un consulente giovane o uno più esperto. È necessario disporre di una raccolta netta di denaro fresco in entrata. Per raggiungere questi obiettivi sono previsti numerosi strumenti interni, che spiegano come fare. Io li conosco tutti.

Oltre a queste strategie, hai anche dato a Echegaray una lista di cui eri in possesso?

Ho letto nei media della lista, ma per quanto ne so non esiste una lista che riguardi UBS, a meno che qualcun’altro non l’abbia, ma non io. Abbiamo spiegato a Echegaray che io posso dare loro una mano in merito alla strategia della banca, aiutarlo a capire come sono stati targhettizzati i clienti argentini, e come la banca li aiuta a posizionare i soldi in conti off-shore, e in quali paesi.

E’ venuta in Argentina per testimoniare davanti alla Commissione Bicamerale, che attualmente sta seguendo il caso di HSBC?

Il signor Echegaray avrebbe dovuto rispondere a me questa settimana per quanto riguarda le informazioni sul mio alloggio, quindi non so ancora la data, ma sì, penso di si.

Attirare l’attenzione

Secondo Lei la crisi finanziaria ha centrato maggiormente l’attenzione sulle banche?

Sicuramente lo ha fatto. UBS, che è una delle più potenti banche del mondo, è stato riconosciuta responsabile in tre crisi, la crisi dei mutui subprime, in seguito è emerso che UBS era la banca di supporto di Bernard Madoff (condannato per appropriazione) in Lussemburgo, e poi c’è anche la storia americana che ha visto coinvolto Brad Birkenfeld, l’ex consulente che è andato a raccontare alle autorità americane che “il mio lavoro come consulente è quello di aiutare tutti i clienti americani a nascondere i loro soldi alla IRS (Internal Revenue Service l’Agenzia delle Entrate statunitense).”

Che cosa è successo prima?

Nel 2008 nessuno qui in Europa parlava di evasione fiscale, riciclaggio, paradisi fiscali. Hanno sempre detto che si trattava di casi eccezionali, ma nessuno ha detto che era la banca ad organizzare il riciclaggio di denaro a livello internazionale. In quel momento ho capito che la banca per la quale lavoravo qui in Francia non era mai stata redditizia. Una banca di gestione patrimoniale che non è redditizia, è qualcosa di strano. Hanno aperto filiali in paesi on-shore come Francia, Spagna, Germania, Italia, Grecia, Stati Uniti, Canada, ma qual è lo scopo del gioco se la controllata è un’entità che non rende? Dove finiscono i soldi?

Hai raccontato che eravate seguiti dai Servizi segreti a causa del vostro attivismo, come è potuto accadere?

Nel 2011 sono stata contattato da Antoine Peillon, un giornalista francese,  al quale i servizi di intelligence francesi  avevano detto che ero pedinata e che i miei telefoni erano intercettati.

Faccio un esempio: quando lavoravo come PR per UBS ho trascorso due settimane a Roland Garros, il torneo francese di tennis open, con incredibili giocatori argentini, ed ero costantemente pedinata durante tutto il torneo, erano dietro di me ogni giorno.

Ora le autorità sono più collaborative?

Dall’ingresso al governo di Francois Hollande, nel 2012, le cose sono cambiate. Il giudice sembra vicino a chiudere il caso, e UBS potrebbe pagare una multa il cui importo massimo previsto è di 5 miliardi di euro. Tuttavia, si è scoperto che il nostro ex ministro al Bilancio, Jérôme Cahuzac, aveva un conto presso UBS a Ginevra che non aveva mai dichiarato. Non si può chiedere ai cittadini di non evadere le tasse quando si è i primi a farlo. E da Bercy, il ministero delle Finanze francese, hanno detto che stanno combattendo l’evasione fiscale, ma sappiamo che alcuni dei nomi degli evasori non saranno mai pubblicati e che alcune persone non andranno incontro ad alcun tipo di conseguenza .

Vuoi dire persone con incarichi pubblici?

Sì.

La sicurezza del Whistleblower

Che tipo di aiuto pensi sia necessario per incoraggiare gli informatori?

Abbiamo bisogno di leggi che siano approvate ovunque. Gli Stati Uniti hanno le migliori leggi (per gli informatori), anche se il fenomeno è piuttosto limitato quando si va a vedere quello che è successo a Edward Snowden o a Chelsea Manning, ma almeno nel settore fiscale le condizioni sono migliori.

Per noi qui in Francia la situazione è terribilmente complicata. Abbiamo bisogno di pagarci i nostri avvocati, abbiamo bisogno di un posto di lavoro (magari come dipendenti pubblici per il ministero delle Finanze o qualsiasi altra cosa). In questo momento non sto ovviamente lavorando, perché una volta che fai una cosa di questo tipo, dopo, nessuno vuole più assumerti, dato che tutti pensano che sei pericoloso, anche se abbiamo aiutato il nostro paese. Non dovremmo essere trattati come dei fuorilegge.

Avete perso molto a causa di quello che avete fatto?

Sì. Si perde tutto, la salute, gli amici, il lavoro, la carriera, tutto crolla. Perché i governi sono così riluttanti a proteggerci? Forse perché le nostre democrazie non sono in qualche modo democrazie, o forse perché ci sono leggi per le persone normali che non hanno alcun valore per alcune elite, siano essi politici o personaggi estremamente ricchi? Siamo considerati persona non grata. Ma ciò che facciamo è per l’interesse generale. Non lo facciamo per essere ricchi o famosi. Quando ho rifiutato la richiesta di UBS di distruggere i miei file, non l’ho fatto per avere il mio nome sui tutti i giornali.

Avrebbero dovuto proteggerci da tutto questo, o nessun altro seguirà più il nostro esempio.

@ignacioportes

traduzione di CM

AMA: Chiusa l’era Cerroni

ama “la prossima settimana AMA spa indirà una gara pubblica per affidare la gestione della raccolta indifferenziata” afferma l’ad di AMA, Daniele Fortini.  Una svolta epocale dopo 38 anni nei quali si sono alternati affidamenti diretti e commissariamenti. Il compito che attende l’ex municipalizzata dei rifiuti è da far tremare i polsi: 600 mila tonnellate di rifiuti indifferenziati, fino a questo momento trattati negli impianti della Colari di Cerroni: i due di Malagrotta ed il terzo di Rocca Cencia. Gli anni passati hanno visto sempre l’avvocato Cerroni, patron della Colari, in posizione privilegiata, in forza dei bassi costi che era in grado di proporre. Ma ora sembra che il vento non gonfierà più le vele dell’avvocato, soprannominato il Supremo. Il bando che i tecnici di AMA stanno predisponendo, avrà una durata quadriennale, per un quantitativo di rifiuti da trattare, e in seguito da smaltire via incenerimento, pari a 2,4 milioni di tonnellate. Il totale di rifiuti urbani da trattare previsto dal bando, corrisponde alla quantità di immondizia che la capitale d’Italia riesce a produrre nel giro di un anno e mezzo circa. La pubblicazione del bando, prevista entro la fine della prossima settimana, permetterà di individuare una pluralità di soggetti, tra i quali verrà scelto quello più adatto in base ai criteri fissati dal bando stesso. La svolta in questione arriva a seguito dell’approvazione del decreto Sblocca Italia il quale, grazie all’art.35 comma 6, ha stabilito che chi (amministrazioni comunali) in lItalia ha bisogno di impiegare gli impianti di incenerimento per smaltire i rifiuti prodotti,  lo può fare, su scala nazionale, sulla base delle disponibilità garantite dai vari impianti di incenerimento presenti sulla penisola. Resta ancora da definire l’arbitrato che Cerroni e la Colari hanno intentato contro l’AMA, per 900 milioni di euro. Sempre la prossima settimana infatti, il collegio dei tre arbitri presieduto da Guido Alpa, depositerà il lodo che stabilirà l’accoglimento o meno delle richieste avanzate dall’avvocato, in forza di quel contratto firmato con AMA nel 2009. Con quest’ultimo, AMA spa affidava per 6 mesi alla Colari lo smaltimento dei rifiuti indifferenziati prodotti dalla capitale, attraverso i due impianti di Malagrotta. Lo stesso accordo impegnava AMA a stipulare con Cerroni un contratto decennale per la gestione dei rifiuti indifferenziati, impegno disatteso a seguito dell’inchiesta giudiziaria emersa lo scorso anno, e della conseguente interdittiva antimafia gravante sulla Colari e su tutti i suoi impianti. Dal canto suo AMA ha ottenuto una perizia favorevole dal professor Enrico Laghi, perizia secondo la quale AMA non può avere cagionato alla Colari alcun danno a seguito del mancato rispetto del suddetto obbligo precontrattuale.

cm

Europa: le lobbies e il loro potere incontrastato

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I grandi gruppi industriali e finanziari, fanno, all’interno delle istituzioni europee, il bello e il cattivo tempo, grazie ad una regolamentazione dell’attività di lobbying molto debole

Per attività di lobbing si intende qualsiasi comunicazione, diretta o indiretta, intrattenuta con pubblici officiali, politici/decisori o rappresentanti eletti, da parte di un gruppo organizzato, e posta in essere al fine di influenzare il processo decisionale pubblico.

Transparency International ha diffuso, qualche giorno fa, uno studio sul livello di regolamentazione dell’attività di lobbying in 19 stati dell’UE e nelle tre principali istituzioni dell’ Unione europea.

L’attività di  pressione svolta dai gruppi economici rientra tra le normali attività svolte a l’interno delle moderne democrazie, tuttavia, trattandosi di un fenomeno capace di influenzare i processi decisionali e legislativi sia nei singoli stati che nelle istituzione sovranazionali, deve necessariamente essere regolamentata. Il rischio evidente è che gli interessi delle lobbies economiche vengano anteposti a quelli dei cittadini.

Lo studio in questione rappresenta la prima completa valutazione dell’attività di lobbying in Europa, con particolare riguardo alla qualità delle risposte fornite, sia dalle istituzioni dell’Ue, che dai singoli stati presi in esame, relativamente ai rischi concreti ed alla reale situazione di ingerenza indebita per quanto riguarda il processo decisionale pubblico.

Il rapporto cerca di rispondere ad una serie di interrogativi fondamentali, come: quali sono le risultanze dal confronto della disciplina normativa dell’attività di lobbying adottata nei paesi esaminati, oppure se gli elettori sono a conoscenza del fatto che alcuni politici del loro paese sono espressione di alcune lobbies economiche, di specifici settori, ricevendo in cambio un compenso economico determinato, o infine se gli elettori possono realmente influire nel processo decisionale pubblico o questo risulta precostituito, in forza delle pressioni esercitate da gruppi economici.

Il lavoro di TI prende in esame, come detto, 19 paesi dell’Unione, tra cui l’Italia, sottoposti, assieme alle tre principali istituzioni comunitarie, ad un attento screening; quest’ultimo si focalizza su tre fattori fondamentali:

– La trasparenza, vale a dire se le relazioni tra funzionari pubblici e lobbisti avvengono alla luce del sole o comunque sono soggette al controllo pubblico.

– L’integrità, ovvero l’esistenza di regole chiare ed applicabili sulla condotta etica sia dei lobbisti che dei funzionari pubblici, e la loro eventuale corretta attuazione.

-La parità di accesso, intesa come l’apertura del processo decisionale pubblico ad una vasta area di interessi o, al contrario, l’apertura ad un ristretto gruppo di soggetti.

Le porte girevoli in Europa girano fuori controllo  

In tutta Europa, le persone potenti sono in grado di muoversi liberamente dal settore pubblico a quello privato (e viceversa), causando un potenziale pregiudizio politico agli ex dipendenti, ovvero un ingiusto vantaggio in favore di determinati gruppi di interesse: è il noto fenomeno delle “porte girevoli“.

Il rapporto in questione rivela come nessuno dei paesi valutati sia in grado di controllare, in maniera  adeguata, il passaggio di funzionari e dirigenti pubblici al settore privato e viceversa, un fenomeno questo che rischia di determinare indebite influenze sulle decisioni politiche.

Anche se la maggior parte dei paesi esaminati dispone di misure normative messe in atto per regolare il fenomeno, quattro di questi sono completamente privi di qualsiasi forma di regolamentazione, malgrado le limitazioni previste per il termine di un rapporto lavorativo costituiscano una normativa prevista a livello internazionale. Inoltre, nei paesi in cui vige una normativa, sono state osservate criticità sia nella costruzione della normativa stessa, che nella sua attuazione.

Fino ad ora l’importanza di ridurre questo serio rischio non è stata presa sufficientemente in esame dai leader politici dei vari paesi europei. I governi e le istituzioni dell’UE dovrebbero introdurre dei “periodi di riflessione” minimi, prima che gli ex funzionari pubblici o ex rappresentanti eletti nelle istituzioni possano lavorare in posizioni di lobbying, in modo tale da evitare il sorgere di conflitti di interesse.

Stato dell’arte sulla regolamentazione dell’attività di lobbying in EU

Le conclusioni del rapporto sono preoccupanti: poco più di un terzo dei paesi valutati nel rapporto (7 di 19, tra cui: Austria, Francia, Irlanda, Lituania, Polonia, Slovenia e Regno Unito) sono dotati di un regolamentazione circa gli obiettivi dell’attività lobbying. Ma anche in questi paesi, la regolamentazione è in gran parte o mal strutturata, o non adeguatamente attuata, il che significa che non riesce a raggiungere gli standard ideali di trasparenza, integrità e parità di accesso. Nel valutare complessivamente tutti i paesi e le istituzioni dell’Unione Europea, con riferimento agli standard rappresentativi delle migliori pratiche, il punteggio medio ottenuto – del 31% , è ben al di sotto della metà dei valori ideali. Solo la Slovenia e la Commissione europea raggiungono un punteggio superiore al 50%. 

La maggior parte dei paesi al centro della crisi finanziaria, Cipro, Spagna, Italia e Portogallo, si trovano in fondo alla classifica degli stati con una regolamentazione, assieme all’Ungheria. Una certa preoccupazione suscita il punteggio conseguito, a seguito dalla valutazione, dal Consiglio d’Europa, una delle istituzione più potenti, che risulta terzultimo con un punteggio del 19%.

Le istituzioni europee hanno ottenuto una valutazione media pari al 36%. Nei paesi indicati i cittadini hanno scarse opportunità di conoscere chi esercita influenza sui loro decisori politici. Pochi sono i paesi che prevedono un registro dei lobbisti, e comunque l’informazione che viene fornita è molto limitata e sporadica. D’altro canto, nei paesi in cui la registrazione è dei lobbisti è prevista, sia i cittadini che i media incontrano molte difficoltà nell’ accedere a questo genere di informazioni. Solamente nei sette paesi indicati e nelle tre istituzioni europee la legge prevede l’esistenza di un registro per le lobbies, ed in alcuni casi anche un’attività di rendicontazione periodica relativa all’attività da esse svolta. Tuttavia l’utilità dei registri delle lobbies esiste solo nel caso in cui essi siano obbligatori e prevedano dei meccanismi di monitoraggio.  Nessuno dei registri esaminati presenta le caratteristiche in questione. Dunque l’esistenza di un registro per le lobbies rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente.

Le lobbies più potenti: finanziaria e farmaceutica 

Con specifico riferimento all’Italia, il nostro paese, assieme ad Estonia, Lituania e Francia ha previsto l’introduzione di una nuova regolamentazione del fenomeno.

Uno dei comparti industriali in cui la pressione esercitata dalle lobbies sui decisori politici si fa molto forte è quello farmaceutico. E’ ormai noto il caso francese del prodotto nato come antidiabetico, in seguito impiegato per ridurre l’appetito e perdere il peso (Mediator), ritirato nel 2004 dai mercati spagnolo ed italiano a causa dei rischi per la salute, e tuttavia mantenuto in quello francese (il prodotto sarà sottoposto ad una verifica entro quest’anno) in conseguenza dell’azione di lobbying della Servier, la società transalpina che ne detiene il brevetto. Il medicinale è stato autorizzato a rimanere sul mercato causando centinaia, forse migliaia di morti evitabili, e a seguito di un’inchiesta da parte del Senato francese, il quotidiano Le Figaro ha accertato l’azione di lobbying dalla Servier, nel tentativo di coprire lo scandalo.

Un altro settore in cui la spinta delle lobbies si fa molto sentire, con ricadute pesanti sull’attività normativa, sia a livello europeo che dei singoli stati membri, è quello dell’industria finanziaria.

I lobbisti del settore finanziario sono tra i più potenti in assoluto, in grado di mobilitare uomini e mezzi senza eguali, in Europa come negli Stati Uniti. Un rapporto redatto da Corporate Europe Observatory (CEO) evidenzia come solo a Bruxelles, l’industria finanziaria spenda ogni anno 120 milioni di euro in attività di lobbying, potendo disporre di un numero di lobbisti pari a 1.700.

Questo enorme disponibilità di risorse si è manifestata in particolare nella fase di consultazione della società civile, in ordine all’adozione della nuova normativa europea in materia di banche e di mercati finanziari: le lobbies finanziarie potevano contare su circa 700 organizzazioni, in un rapporto pari a 7 contro 1, nei confronti dei sindacati e delle organizzazioni della società civile.

Grazie alla pressione di questa potente industria, la normativa adottata dalle istituzione europee è stata giudicata debole e insufficiente, incapace di fornire un reale riordino al settore. Del resto il tema su cui la società civile è stata chiamata ad esprimersi è molto complesso, egli esperti dell’industria finanziaria la fanno da padroni. Anche in Francia la normativa che ambiziosamente mirava a separare le banche commerciali da quelle di raccolta del risparmio, è stata clamorosamente annacquata dalle lobbies finanziarie, tanto da avere solo un efficacia minima sul settore bancario e su quello finanziario. Un ruolo determinante lo svolgono qui i meccanismi delle “porte girevoli”, con gli ex dipendenti del Tesoro dei vari Stati che vengono assunti, con incarichi lautamente remunerati, dalle principali banche ed istituzioni finanziarie private. Fino a poco tempo fa le grandi banche europee non erano iscritte nei registri dei lobbisti istituiti presso le tre principali istituzioni europee. Ma quando la nuova commissione Junker, nominata nel 2014, ha fatto sapere che incontrerà solo lobbisti accreditati, si è innescata una corsa alla registrazione, che ha visto anche le grandi banche schierarsi in prima fila.

Italia al quartultimo posto

In Italia, alcune piccole società farmaceutiche hanno condotto una campagna di pressione per ottenere l’inclusione dei cosiddetti “farmaci orfani” dal Sistema Sanitario Nazionale e dunque  la loro reperibilità negli ospedali. I farmaci orfani sono impiegati nel trattamento delle malattie rare, e, in genere, consentono alle imprese farmaceutiche di ottenere profitti molto bassi.

La loro inclusione tra i farmaci coperti dal SSN li avrebbe resi più sostenibili economicamente, e quindi disponibili per i pazienti che ne avevano bisogno. L’azione trasparente di lobbying, unitamente a una solida base di evidenza e al potere di persuasione, ha permesso al gruppo di piccole imprese di conseguire il loro risultato di salvare i farmaci orfani, mostrando in questo modo il potenziale di un’azione di lobbying sociale positivo.

Nella classifica relativa ai 19 stati esaminati, l’Italia è al quartultimo posto. Riguardo ai punteggi relativi ai criteri di valutazione, l’acceso alle informazioni è stato valutato 33, la registrazione e la disponibilità di dati relativi alle lobbies 10, il controllo dei registri e la trasparenza delle norme è stato valutato Zero,  così come la trasparenza del settore pubblico che include anche l’impronta legislativa.

Per quanto riguarda l’Italia, uno dei luoghi di incontro più famosi per lobbisiti e decisori politici, è il club fedeltà di Alitalia, presso l’aeroporto milanese di Linate.

CM

Ventotto squadre di calcio inglesi a rischio di evasione fiscale

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Da una ricerca realizzata dal quotidiano inglese The Guardian, in collaborazione con gli attivisti del Tax Justice Network (TJN), è emerso che importanti pacchetti societari di 28 squadre di calcio inglesi, sono posseduti attraverso società registrate nei paradisi fiscali, attirando così le critiche sul campionato di calcio inglese che consentirebbe alle squadre iscritte di evadere le tasse.

Una su tre delle 92 squadre di calcio della Premier League e delle altre League, sono possedute attraverso società con residenza in alcuni paradisi fiscali, sollevando nei confronti della federazione di calcio inglese l’accusa di favoreggiamento dell’evasione fiscale. Una ricerca svolta sulla proprietà di ventotto squadre di calcio iscritte ai vari campionari di calco inglesi, di cui nove alla Premier League (la serie A inglese), ha verificato come la maggior parte di queste siano costituite dal società off-shore.

Gli attivisti di Tax Justice Network, autori del report intitolato “Il Gioco dei paradisi fiscali”, hanno interrogato i proprietari delle squadre di calcio incriminate, chiedendo loro se esiste il rischio di evasione fiscale, in caso di cessione del club. Fino ad ora nessuno dei proprietari in questione risulta che abbia evaso il fisco. Tuttavia, quei proprietari che risiedono all’estero e che possiedono quote di un club attraverso società registrate in altri paesi, possono essere sospettati di non pagare la tassa sugli utili, attualmente al 28% nella sua aliquota più elevata, nel caso in cui vendessero la loro quota azionaria di club. L’incredibile aumento di proprietari di club rappresentati da società off-shore, proprietari che in passato sono sempre stati inglesi, è cominciato circa dieci anni fa, ed è coinciso con la crescita esponenziale del valore dei diritti tv delle partite di campionato e del connesso aumento di valore dei club di Premier League, e di quelli delle categorie minori con forte probabilità di promozione nel campionato maggiore. “la proprietà di pacchetti azionari del valore di miliardi di sterline, esercitata attraverso Shell companies, significa che esiste un enorme potenziale di rischio di evasione fiscale” afferma George Turner, autore del report di Tax Justice Network.

“Questo dovrebbe rappresentare una forte preoccupazione per i fan di questi club sparsi per l’Inghilterra, i quali dedicano alle loro squadre del cuore molto tempo e buona parte del loro stipendio”. “Il football non è uno dei tanti business, e i paradisi fiscali non possono avere spazio nel football, quale che sia la ragione per la quale gli azionisti li usino”.

Sebbene parecchi club non siano detenuti attraverso shell companies, e la loro residenza rispecchia quella dell’azionista che ne ha la titolarità – inclusi lo Sceicco Mansur proprietario del Manchester City, che risiede ad Abu Dhabi, il proprietario malese dei Queens Park Rangers e la società indiana Venky che possiede i Blackburn Rovers – molti altri club appartengono a società registrate in paesi riconosciuti come paradisi fiscali. Ad esempio le Isole Caiman ospitano ben quattro club: il Manchester United, il Birmingham City, il Coventry City e il Cheltenham Town.

La società che possiede il Manchester City è stata registrata nelle isole Caiman nel 2012, a seguito della quotazione del club presso la borsa di New York (NYSE), e in base ai documenti societari il club appartiene ad un trust “affiliato” alla famiglia Glazer, attraverso una società registrata nello stato americano del Nevada. Sia il Manchester United che la famiglia Glazer non hanno mai fornito una spiegazione circa la ragione dell’utilizzo di questa architettura societaria, e alle domande loro rivolte dal Guardian hanno preferito non rispondere.

L’uomo d’affari americano Stan Kroenke, detiene il 66,8% dell’Arsenal attraverso la società KSE UK Inc, registrata nel Delaware, definito come uno dei pochi paradisi fiscali presenti negli Stati Uniti, a causa dell’anonimato di cui godono gli azionisti e per via del basso livello di imposizione fiscale sulle società. Il club ha preferito non rispondere alla domanda circa un eventuale guadagno derivante dalla vendita del pacchetto azionario del club, e ad una sua tassazione, tuttavia si ritiene che le sue intenzioni siano quelle di non vendere l’Arsenal, almeno nel breve periodo.

Il gruppo Fenway Sports e Randy Lerner, proprietari statunitensi rispettivamente del Liverpool e dell’Aston Villa, si sono rifiutati di dire in quale stato americano risiede la società attraverso cui detengono il loro club di calcio. Lo statunitense proprietario del Sunderland, possiede il suo club attraverso una società, la Drumaville, registrata presso il noto paradiso fiscale di Jersey, che il precedente proprietario irlandese, legato all’ ex presidente Niall Quinn, aveva creato come veicolo societario. Un portavoce del club Fulham ha affermato che lo statunitense titolare del club, Shahid Khan, chiuderà la società registrata presso le Isole Vergini Britanniche, attraverso la quale l’ex titolare, Mohamed Al Fayed deteneva il club, spostando la struttura societaria del club nel Regno Unito.

Altri paesi in cui le società che possiedono club di calcio sono registrate, classificati genericamente come paradisi fiscali per via del basso livello di imposizione fiscale e a causa dell’anonimato di cui godono gli azionisti, includono le isole Bermuda, le isole Bahamas, l’isola di Jersey, l’isola di Man, le Indie Occidentali, il Lussemburgo e l’isola di Guernsey. l club registrati in questi paradisi, variano da quelli molto ricchi, come il Tottenham Hotspur – recentemente posseduto da Joe Lewis attraverso una società registrata nelle Bahamas, ad alcuni molto piccoli, come il Cheltenham, lo Shrewsbury Town ed il Southend United, dove un importante azionista è costituito dalla Mezcal Investments, società registrata nelle Isole Vergini Britanniche.

Il docente di contabilità presso l’università dell’Essex, Prem Sikka, afferma che oltre alla tassa sugli utili societari, possono esservi anche dei vantaggi per la società, nel casi in cui il suo titolare prenda un prestito, per il quale pagherà degli interessi dal Regno Unito. (valuta)

“Questi club rappresentavano il cuore dello loro comunità locali, dalle quali provengono, ancora oggi, gran page dei loro tifosi, e quindi sarebbe giusto che ritornassero con le loro sedi li,” sostiene Sikka.

“Seil proprietario di un club sposta la sua sede dalla comunità di origine, il football diventa solamente business”.

Richard Murphy, direttore di Tax Research UK, afferma che anche nel caso in cui i club siano di proprietà di investitori stranieri, i quali decidano di investirci i loro soldi, la gran parte dei guadagni che il club incassa provengono dalla comunità locale, oltre che dai sottoscrittori degli abbonamenti televisivi, guadagni che poi verranno accumulati nei paradisi fiscali.

“I club di football – afferma Murphy – vengono utilizzati semplicemente come opportunità di business”.

Sia la Premeier League che la Football League non ha risposto direttamente alle critiche circa l’utilizzo  di società con sede nei paradisi fiscali o in altri paesi, da parte dei club, strumento che consentirebbe loro di evadere la tassa sugli utili. La Premeier League ha affermato che tutte le società che possiedono club, anche se sono dei veicoli societari fiscalmente convenienti, devono essere registrati nel Regno Unito, ed in tal modo sarebbero soggetti alla tassazione prevista dalla legge inglese, nel caso in cui ottengano un utile.

I fan del Manchester United hanno condotto una campagna contro l’ingresso nella proprietà del club dei Glazers, ed hanno a lungo protestato contro il debito di 525 milioni di sterline, conseguente all’operazione di acquisto del club, avvenuta nel 2005, criticando l’elevato tasso d’interesse che su di esso viene pagato, tale da annullare gli utili che ogni anno la società riesce a conseguire, così da non dover pagare la tassa sugli utili societari.

Articolo apparso sul sito The Guardian  il 14-04-15

traduzione di CM

Perché i club di calcio inglesi sono posseduti da società con residenza all’estero? 

Ecco le loro risposte

Ben ventotto delle società di calcio inglesi, quasi una su tre, iscritte ai primi quattro campionati di calcio professionistico, sono di proprietà di da società con residenza all’estero; ciò determina un evidente aumentando del rischio di evasione fiscale al momento della loro vendita. Le risposte che sono state date dalle loro dirigenze, alla richiesta del perché di tale condotta, sono le seguenti:

Arsenal

Stan Kroenke, detiene il 66,8% attraverso la KSE UK Inc, con sede nel Delaware (off-shore)

Risposta del Club: non ha voluto commentare gli accordi commerciali privati ​​del signor Kroenke.

Aston Villa

Randy Lerner possiede il club di calcio, attraverso la società Reform Acquisitions LLC, registrata negli Stati Uniti (lo Stato non è stato individuato).

Risposta: il club non ha risposto.

Birmingham City

La società Birmingham International Holdings possiede  il club,  ed è registrata presso le Isole Cayman (paradiso fiscale); la società è quotata alla borsa di Hong Kong.

Risposta del Club: No comment.

Blackburn Rovers

La proprietà del club è della società Venkateshwara Hatcheries Pvt Ltd, registrata in India.

Risposta: il club non ha risposto.

Bolton Wanderers

La società fiduciaria privata Filldraw è la proprietaria del club, ed è registrata nelle Bermuda (paradiso fiscale).

Risposta: il club non ha risposto.

Bournemouth

Maxim Demin possiede il club attraverso la AFCB Enterprises Ltd, la cui sede fiscale non è stata  identificata.

Risposta dal club “Il proprietario preferisce non commentare.”

Charlton Athletic

Roland Duchatelet possiede il club, attraverso la  Staprix NV, una società registrata in Belgio.

Risposta: il club non ha risposto.

Chelttenham Town

La CTFC Investments Ltd, azionista che detiene il  22,4%, è registrata presso le Isole Cayman (off-shore).

Risposta: ” la società dei nostri investitori è registrata in un’altra giurisdizione, semplicemente perché è lì che vivono.”

Coventry City

I fondi di investimento gestiti da SISU Capital, e Arvo Master Fund Ltd, registrata in Isole Cayman, proprio il club.

Risposta da club “La struttura di set-up per un business di gestione del fondo è molto caldaia-piatto.”

Derby County

General Sport Derby Partners LLC, è la società proprietaria del club, ed è registrata negli Stati Uniti (stato non identificato).

Risposta: il club non ha risposto.

Fulham

La Big Cat Holdings, registrata nelle Bermuda, è la società proprietaria del club; la società controllante è Cougar HoldCo London, società registrata in Inghilterra.

Risposta: “La società con sede nelle  Bermuda è in procinto di essere rimossa, ed è esistita solo come struttura temporanea per consentire al sig. Mohamed Al Fayed di vendere la squadra di calcio. La struttura societaria è soggetta alle imposte del Regno Unito. Shahid Khan (il nuovo proprietario) è un residente ai fini fiscali negli Stati Uniti “.

Hartlepool United

La società Independent Oilfields Rentals IOR LTD è la proprietaria del club, ed è registrata nell’isola di Jersey (off-shore).

Risposta: “La società che risulta essere l’ ultima proprietaria del club risiede nell’isola di Jersey, ma il club è di proprietà della società britannica IOR Ltd. IOR ha acquistato il club per motivi calcistici e di business; non c’è mai stata l’intenzione di vendere il club per realizzare un guadagno, e ciò non è mai stato possibile con un club di prima o di seconda divisione. Anche se fosse stato, IOR Ltd non ha nessuna intenzione di evadere nessuna imposta dovuta all’erario inglese. ”

Ipswich Town

Marcus Evans detiene l’87,5% del club tramite la società MEIL, registrata nelle isole Bermuda (off-shore).

Risposta: (dal delegato, Ian Milne): “Ipswich Town è soggetto ad’imposizione fiscale nel Regno Unito. La lunga storia di proprietà del gruppo (Marcus Evans), risale ad epoca antecedente all’acquisizione del club Ipswich Town, e dunque risulta irrilevante. Dato che il club è attualmente in perdita, è molto improbabile che ci possa un guadagno derivante da un’eventuale cessione del club. Non ci si può aspettare da me una speculazione a proposito di una eventuale cessione futuro del club, una volta lo che la squadra abbia ottenuto la promozione in Premier League, posto che nessuno di questi eventi

si è ancora verificato. ”

Leicester City

La famiglia Srivaddhanaprabha risulta essere proprietaria del club, attraverso la società  V & A Holdings, registrata in Thailandia. Fino al 13 settembre 2012 il club è stato posseduto attraverso una società registrata nelle Isole vergini britanniche (paradiso fiscale).

Risposta: il club non ha risposto.

Liverpool

Il club è posseduto attraverso la società Fenway Sports Group , registrata negli Stati Uniti (stato non identificato).

Risposta:  “Il gruppo che detiene la proprietà del club non è intenzionato a commentare ulteriormente ciò che è di dominio pubblico.”

Manchester City

lo Sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan è il proprietario del club attraverso la società  Abu Dhabi United Group, registrata ad Abu Dhabi.

Risposta:  ADUG “è una holding e fino ad oggi non ha fatto altro oltre all’acquisto del club. Date le dimensioni delle perdite legate all’operazione di acquisto è improbabile che noi si debba pagare nel prossimo futuro l’imposta sulle società. Con il più alto tasso di imposizione fiscale nel PAYE (45%, più del 13,8% sulle assicurazioni), le tasse costituiscono la quota più rilevante dei nostri costi (e delle perdite). Non abbiamo alcuna società con residenza estera attraverso cui ridurre il nostro carico  fiscale nel Regno Unito o in altro territorio “.

Manchester United

Il Club è attualmente registrato nelle Isole Cayman ed è quotata alla Borsa di New York. Di proprietà di trust familiare “affiliato” alla famiglia Glazer attraverso alcune società registrate nello stato americano del Nevada (off-shore)

Risposta:  No Comment.

Millwall

La società Chestnut Hill Ventures LLC detiene il 70% del club, ed ha sede nel Delaware (off-shore).  Controllata congiuntamente  da John G Berylson e Richard A Smith, fiduciari del Philip Smith Will Trust, del defunto Philip Smith.

Risposta: “John Berylson ed il Trust del defunto Philip Smith  sono residenti negli Stati Uniti, e sono sottoposti ad una pressione fiscale sia da parte del Massachusetts, che da parte dello stato federale”. Le società di partecipazione, registrata Regno Unito, potrebbe vendere il club, e in questo caso qualsiasi guadagno sarebbe sottoposto alla tassazione del Regno Unito. “Qualora Chestnut Hill Ventures realizzasse un investimento attraverso la Millwall Holdings, la tassazione al quale sarebbe sottoposto un eventuale dividendo, sarebbe ripartita tra i singoli membri della CHV, negli Stati Uniti.”

Preston North End

Trevor Hemmings possiede il club attraverso lasocietà Wordon Ltd, registrata nell’Isola di Man (paradiso fiscale).

Risposta: No comment. Il signor Hemmings reside nell’Isola di Man da più di 30 anni, ed ha intenzione di tenere i suoi beni lì.

Queens Park Rangers

Tony Fernandes, Kamarudin Meranun e Ruben Gnanalingam possiedono  il 66.02% del club, attraverso la società Tune QPR Sdn Bhd, registrata in Malesia. La famiglia Mittal possiede il restante 33% attraverso la società Sea Dream Ltd, il cui domicilio fiscale non è stato dichiarato.

Risposta: No Comment.

Sheffield United

La famiglia McCabe possiede il 50%  del club attraverso una società britannica, l’altro 50% è di proprietà della società UTB LLC, registrata nelle Indie Occidentali, e di proprietà di un trust (fiduciaria) della famiglia del principe Abdullah bin Abdulaziz bin Mosaad Al Saud.

Risposta: “Il principe Abdullah è cittadino saudita ed è normale per i residenti non britannici  detenere le loro quote azionarie attraverso società non britanniche. Non vi è alcuna intenzione da parte dei proprietari di realizzare un guadagno attraverso la vendita della squadra di calcio, ma se si verificassero circostanze eccezionali, la proprietà risulterebbe in capo alla società con sede in Inghilterra Blades Leisure soggetta all’ imposta sulle plusvalenze “.

Sheffield Wednesday

Il club apparteneva a Milan Mandaric, attraverso la UK Football Investments LLC, registrata negli Stati Uniti (stato non identificato). Recentemente è stato acquistato dall’investitore tailandese Dejphon Chansiri.

Risposta: No Comment.

Shrewsbury Town

La società Jefreen Holdings, registrata nelle Isole Vergini britanniche, possiede poco meno del 30% del club.

Risposta: “La Jefreen è azionista da circa otto anni, ed è stata un investitore passivo ma di supporto. Non è il proprietario del club “.

Southend United

La società Mezcal Investiments, registrata nelle Isole Vergini Britanniche, possiede il 70% delle azioni del club.

Risposta: non ha risposto.

Sunderland

La società Ellis Breve possiede il club attraverso la Drumaville, registrata nell’isola di Jersey (off-shore)

Risposta: non ha risposto.

Tottenham Hotspur

Il Trust familiare discrezionale  di Joe Lewis, residente nelle Bahamas,  possiede il club attraverso la società Enic Internazional, registrata nelle Bahamas (paradiso fiscale).

Risposta: “Tottenham Hotspur Ltd è una società registrata nel Regno Unito e come tale paga tutte le tasse nel Regno Unito. Il club non è in grado di commentare le questioni fiscali dei suoi soci, o di quella che potrebbe essere la loro posizione nel caso in cui cedessero in futuro la loro partecipazione nel club. ”

Watford

Il proprietario è Gianpaolo Pozzo, e possiede il club  attraverso la società Hornets Gestione Sarl, registrata in Lussemburgo.

Risposta: “Il signor Gino Pozzo, figlio di Gianpaolo è residente nel Regno Unito, ed è l’unico proprietario della società familiare registrata in Inghilterra. Non ci sono piani diversi che creare un futuro di successo a lungo termine per Watford. ”

Woverhampton Wanderers

Il signor Steve Morgan possiede il club attraverso la società Bridgemere Investments, registrata nell’isola di Guernsey (off-shore).

Risposta: non ha risposto.

Traduzione di CM

Il falsario della Magliana e il piano per eliminare Ingrao

tony-chichiarelli

 

Circa un anno dopo l’uccisione di Aldo Moro, il 14 aprile del 1979, tre ragazzi americani trovano, sul sedile posteriore di un taxi, un borsello da uomo e lo consegnano al comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Roma, colonnello Antonio Cornacchia. Il borsello, il cui proprietario si scoprirà essere Toni Chichiarelli, contiene una pistola con la matricola abrasa, undici munizioni calibro 7,65 e una di grosso calibro (Moro era stato assassinato con dodici colpi di arma da fuoco, di cui undici di piccolo ed uno di grosso calibro), una testina rotante per macchina da scrivere marca IBM, la stessa usata dalle BR nei vari comunicati diramati durante il sequestro, un mazzo contenete nove chiavi, nove come il numero dei membri del commando che rapì Moro e uccise la sua scorta, due flash marca Silvana, come quelli usati nelle uniche due foto polaroid scattate durante il sequestro, un pacchetto di fazzoletti marca Paloma, come quelli usati per tamponare le ferite di Moro e ritrovati sul suo cadavere, una carta stradale con indicato il Lago della Duchessa, una bustina contenente delle pillole come quelle che i medici avevano prescritto a Moro, delle pagine dell’elenco del telefono relative ad alcuni ministeri, con su scritte le cifre di un codice numerico, analogo a quello usato nel comunicato in codice numero uno, e quattro schede di cui la prima contenente un piano per l’eliminazione delle guardie del corpo del presidente della Camera Pietro Ingrao, un’altra riguardante il piano per l’eliminazione del procuratore della Repubblica di Roma Achille Gallucci, incluso il numero di telefono di casa della vittima risalente agli anni sessanta, la terza indicante il piano per il rapimento del presidente dell’ordine degli avvocati di Roma Giuseppe Prisco di Milano, ed in ultimo un piano per l’eliminazione del giornalista Mino Pecorelli, ucciso il 20 marzo 1979, 25 giorni prima del ritrovamento del borsello.

Nella scheda relativa a Pecorelli oltre alla scritta “da eliminare”era annotato l’indirizzo della sua abitazione, il tipo ed il colore della sua auto, inclusa la targa. Nella scheda veniva anche specificato di agire entro e non oltre il 24 marzo, aggiungendo che l’avergli concesso ulteriore tempo avrebbe creato altri problemi. Si specificava inoltre di non rivendicare assolutamente l’omicidio, ma al contrario veniva sottolineata l’esigenza di depistare. In fondo alla scheda compariva la scritta: “Martedì 20 ore 21:40 giunta notizia operazione conclusa positivamente: recuperato materiale non completo, sprovvisto dei paragrafi 162, 168, 174, 177”. Probabilmente i paragrafi a cui si fa riferimento sono quelli del memoriale scritto da Aldo Moro durante i 55 giorni di prigionia, in possesso delle BR, di cui risulta ne avessero fatto anche una fotocopia. Come sappiamo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, su indicazione di Giulio Andreotti, aveva fatto in modo attraverso un suo uomo di fare sparire il memoriale dal covo di via Montalcini a Roma prima dell’arrivo dei magistrati. Una copia più completa di quel memoriale verrà ritrovata nel 1990, in un’ intercapedine creata sotto una delle finestre del covo di via Montenevoso a Milano. Dall’analisi del contenuto del borsello il riferimento a Toni Chichiarelli e al suo contributo all’elaborazione del settimo comunicato delle BR, quello del lago della Duchessa, appare evidente. Così come appare evidente il riferimento  al “contributo” fornito dalla Banda della Magliana all’eliminazione del giornalista Pecorelli, reo di avere per primo messo in dubbio l’autonomia del gruppo dei brigatisti coordinato da Mario Moretti, tanto nell’azione di via Fani quanto nella detenzione dello statista democristiano. Sarà sempre Pecorelli, grazie all’accesso a documenti riservati dei Servizi, a porre l’enfasi su di una prigione delle Br situata nel ghetto ebraico di Roma, così come della possibilità di nascondere la R4 rossa in cui verrà’ rinvenuto il cadavere dello statista, in un garage poco distante da tale prigione. Appare inoltre singolare come ulteriori copie delle quattro schede alle quali si è ora accennato (Ingrao, Gallucci, Prisco e Pecorelli), verranno poi ritrovate il 17 aprile del 1979 in una cabina telefonica, a seguito di una telefonata anonima giunta alla redazione del quotidiano “Vita Sera”, e poi ancora il 17 novembre 1980. Ma perché tanta enfasi su queste schede? Solo per suggerire la stessa regia in tutte le operazioni alle quali si fa riferimento? Si noti inoltre come nella scheda relativa a Pecorelli, quella rinvenuta il 17 aprile nella cabina telefonica, comparisse anche la scritta “Sereno Freato“, il nome di uno dei più stretti collaboratori di Moro, quasi a volere indicare una volta di piu’ la stessa mano.


Chichiarelli e il colpo alla Brink’s Securmark

Il legame tra quel settimo comunicato delle Br ed il falsario Toni Chichiarelli, verrà confermato nel marzo del 1979 da Luciano Dal Bello al maresciallo dei carabinieri Antonio Solinas. Dal Bello verrà poi ucciso a Roma nel settembre del 1984. Qualche mese dopo la confessione di Dal Bello, Chicchiarelli sarà nuovamente implicato in una rapina miliardaria, ufficialmente attribuita alle BR. Nell’ aprile del 1979 quattro uomini, che si fingono agenti di polizia, rapiscono la guardia giurata Franco Parsi in servizio presso l’istituto di credito Brink’s Securmark di Roma. Tenendo la famiglia di Parsi in ostaggio, tre dei falsi agenti si fanno accompagnare dalla guardia giurata all’interno dell’istituto di credito dove rapinano, tra contanti e titoli, 35 miliardi di lire.

All’interno dei locali della banca i tre fotografano l’altra guardia giurata con alle spalle la bandiera delle BR. In realtà i rapinatori, tra i quali Chichiarelli, appartenevano alla malavita romana e  quella messa in scena era solo un tentativo di depistare le indagini. Nel tentativo ulteriore di addebitare quella rapina alle BR i tre autori del colpo abbandonano, nel caveau della banca, una granata dello stesso modello di quella usata per uccidere il colonnello Antonio Varisco, amico di Pecorelli, oltre ad alcuni proiettili calibro 7,65 in dotazione alle forze Nato ed un mazzo di sette chiavi, sette come il numero del falso comunicato delle BR, quello del lago della Duchessa. Nel caveau viene inoltre lasciato un volantino di rivendicazione delle BR.

Appare evidente come lo scopo di tutte quelle tracce fosse quello di ricollegare la stessa mano per quel che riguardava gli omicidi Moro, Pecorelli e Varisco. Il 16 aprile, due giorni più tardi, una telefonata anonima alla redazione del Messaggero avvisava della presenza di un volantino di rivendicazione di quell’azione in un cestino dei rifiuti situato a piazza Gioacchino Belli. Si trattava dello stesso cestino in cui era stato lasciato il “falso” comunicato numero sette, quello del lago della Duchessa. Oltre al volantino gli inquirenti trovano tre bossoli calibro 7,62, dei moduli di versamento intestati alla Brink’s, due foto con il drappo delle BR usato per le foto ad Aldo Moro, uno stralcio del comunicato numero 10 diffuso in codice il 20 maggio 1978, ed un’altra copia delle quattro schede rinvenute nella cabina telefonica, con l’indicazione Sereno Freato in quella su Pecorelli. Tutti questi elementi, il borsello, le schede, la rapina alla Brink’s, il comunicato sulla rapina, sembrano servire, secondo le intenzioni di chi li ha lasciati, a “rivendicare – come scrive il giudice Monastrero – a sé i precedenti depistaggi effettuati in occasione del sequestro Moro”. Secondo il magistrato “Non appare possibile in questa sede… tentare una ricostruzione del perché il Chichiarelli si sia indotto a dattiloscrivere il comunicato cosiddetto del lago della Duchessa… certo il suo excursus politico successivo al 1978, con particolare riferimento al contenuto del borsello, alla testina rotante, alla scheda di Pecorelli, alla rivendicazione della rapina e all’estrema, accertata disinvoltura con la quale lo stesso Chichiarelli si muoveva in un contesto così delicato, appaiono allarmanti…Alcune deduzioni possono trarsi con certezza: durante il sequestro dell’on. Moro fu dato al Chichiarelli l’incarico di dattiloscrivere il cosiddetto comunicato della Duchessa, incarico che Chichiarelli ha assolto con particolare perizia”. E’ possibile ragionevolmente supporre, che lo scopo del rilascio del comunicato delle BR numero sette fosse quello di comunicare alle persone che custodivano Moro, di concludere l’operazione con l’uccisione dello statista. Il giudice Monastero non dispone di elementi sufficienti per risalire ai mandanti di quel comunicato , tuttavia è in grado di escludere con certezza che Chichiarelli fosse in collegamento con le BR. Alcuni testimoni raccontano al giudice che la persona che manovrava Chichiarelli si incontrava spesso con quest’ultimo all’aeroporto di Fiumicino. Del resto anche la moglie di Chichiarelli dichiarò al giudice che il marito non sarebbe stato in grado di progettare e portare a termine operazioni politiche tutto da solo. La moglie racconto’ inoltre di essere stata testimone di un incontro avvenuto tra il marito e una persona che non conosceva e che parlava diverse lingue. Secondo le risultanze processuali Chichiarelli era solito frequentare  Comacchio, un informatore del Sisde. Nella sentenza al processo Moro-quater, il giudice Priore scriverà che l’operazione appare “decisa ed eseguita da entità , organismi o centri con finalità di deflazione della situazione o di sondaggio di reazioni od anche di confusione o depistaggio”. Lo scrittore P. Willan, autore del libro sul caso Moro, riferisce di avere appreso dall’avvocato di parte civile della DC al processo Moro, De Gori, che il falso comunicato della Duchessa venne commissionato a Chichiarelli dai Servizi segreti israeliani e “che dopo quel volantino Moro non poteva più essere salvato”. (cm)

Il rapimento Moro e il ruolo delle principali organizzazioni criminali

A Moro

 

 

Durante i 55 giorni di prigionia di Aldo Moro diverse organizzazioni criminali furono incaricate di individuare il covo in cui il presidente della DC veniva tenuto imprigionato. A tale scopo furono contattati autorevoli referenti che, attraverso gli agganci di cui disponevano in loco, si pensava potessero risalire alla prigione in cui l’ex presidente del consiglio veniva tenuto prigioniero. Malgrado l’impegno, tutti questi tentativi vennero interrotti.

 

Raffaele Cutolo e la NCO

Il primo e più famoso di questi referenti è stato Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata. Nel 1987 Cutolo racconta per la prima volta ad alcuni giornalisti di essere stato incaricato, tramite il suo avvocato, da alcuni esponenti della DC, di vedere se era possibile aprire un canale di trattativa con i brigatisti che avevano sequestrato Aldo Moro. Cutolo contatta il suo uomo su Roma, Nicolino Selis, uno dei fondatori della Banda della Magliana, al quale chiede di scoprire il luogo in cui si trovava il covo in cui veniva tenuto nascosto lo statista democristiano. Dopo alcuni giorni Selis scopre che la prigione di Moro si trovava in un appartamento situato in un condominio di via Gradoli. Cutolo quindi contatta il suo avvocato, ma il suo braccio destro, nonché collaboratore dei servizi Vincenzo Casillo, gli consiglia di lasciar perdere e di non interessarsi più alla faccenda. Qualche anno più tardi, nel 1994, Cutolo, intervistato dal giornalista Minoli fa sapere che, una volta individuata la prigione di Moro in via Gradoli, si mise ad organizzare un blitz per la sua liberazione.

Alcuni anni dopo il giudice istruttore Otello Lupacchini, nel scorso del processo alla Banda della Magliana, interrogando Maurizio Abbatino, viene a sapere che effettivamente Cutolo era stato incaricato da alcuni esponenti della DC di trovare il covo in cui veniva tenuto prigioniero Moro. Nel 1993 Lupacchini interroga Cutolo, il quale conferma le dichiarazioni di Abbatino, aggiungendo che il suo avvocato, Francesco Cangemi, gli disse che quelli della DC gli avevano detto di lasciar perdere.

 

Tommaso Buscetta e Cosa nostra

Nel 1993 Tommaso Buscetta racconta ad un magistrato che durante i 55 giorni del rapimento di Moro, veniva contattato da un tal Ugo Bossi, il quale gli chiese di interessarsi per attivare un canale di trattativa con i brigatisti reclusi nel carcere di Torino, allo scopo di ottenere la liberazione di Aldo Moro. Buscetta racconta però di non avere potuto fare nulla, poiche’non era riuscito ad ottenere il suo trasferimento dal carcere di Cuneo a quello del capoluogo piemontese.

Ugo Bossi, interrogato dai magistrati nell’aprile del 1993, racconta che durante i giorni del sequestro Moro, Frank Coppola, l’anziano boss italo americano al confino a Pomezia, si recò a Milano per visitarlo. In quell’occasione Coppola ebbe modo di dirgli di lasciar perdere la faccenda della liberazione di Moro, in quanto si trattava di una questione troppo complicata per la quale lui non avrebbe potuto fare nulla.

Nel luglio del 1991 il pentito Francesco Marino Mannoia racconta ai magistrati che lo interrogano che durante il sequestro di Moro, Stefano Bontade si era interessato per ottenere la liberazione dell’ex presidente del consiglio. Della cosa poi non se ne fece più nulla, dopo che Pippo Calò gli disse che alcuni membri della DC molto influenti non volevano che Moro fosse liberato.

 

Francesco Varone e la ‘ndrangheta

Nel luglio del 1988 il neofascista condannato all’ergastolo per la strage di Peteano, Vincenzo Vinciguerra, racconta ai magistrati che tal Francesco Varone, detto Rocco il Calabrese, aveva ricevuto l’incarico dall’esponente della DC on. Cazora di individuare il covo in cuoi le Br tenevano custodito Aldo Moro. Dopo alcuni giorni Varone, invitato a Pomezia a casa del boss Frank Coppola, viene convinto da questi e da altri boss presenti a lasciar perdere, che tanto i soldi che gli erano stati promessi per l’incarico glieli avrebbero dati ugualmente. Quando Varone chiede il perché di questo gli viene risposto che c’erano alcuni esponenti della DC che non volevano che Moro fosse liberato: “Quell’uomo deve morire”. Al di la della mancanza di riscontri oggettivi relativi ad alcune di queste dichiarazioni,  ovvero alla mancanza di volontà nell’ottenere la liberazione di Moro, appare comunque sconcertante come diverse organizzazioni criminali, tutte indipendenti tra loro, siano state incaricate di individuare la prigione in cui veniva tenuto prigioniero lo statista democristiano. Appare ugualmente fonte di sconcerto scoprire come ai tentativi in questione sia stata posta fine sia a seguito di fattori interni alle varie organizzazioni, che a fattori esterni, derivanti da altre fonti.   Fin dall’inizio della vicenda Moro la posizione della maggioranza al governo, e segnatamente della DC, fu quella di non trattare con le BR, quali che fossero le loro richieste. Diversa fu invece la posizione dei socialisti e di altre forze politiche dell’arco costituzionale. La fermezza di questa posizione si contrappose in modo stridente con la diversa posizione trattativista che lo stesso partito democristiano tenne qualche anno più tardi, nel 1982, in occasione del rapimento dell’assessore regionale della Campania, Ciro Cirillo, rapimento eseguito anch’esso dalle BR. Cirillo verrà liberato grazie all’intervento del Sifar, e soprattutto a seguito del riscatto pagato alle BR. Un ruolo particolare in questa vicenda viene svolto dal brigatista Giovanni Senzani, rinchiuso in carcere come Cutolo, il quale cercò subito un’interlucuzione con i rapitori attraverso la costituzione del Fronte delle carceri. Grazie a questo intervento Senzani si intaschera’ una cifra pari allora a 500 milioni di lire.

 

La Commissione stragi e la “zona grigia”

La Commissione stragi della dodicesima legislatura rileva nella sua relazione conclusiva che “Non si può omettere di osservare che la concordanza delle varie fonti è davvero impressionante e tale da poter fondare in termini di elevatissima probabilità la convinzione che inizialmente la criminalità organizzata si  sia attivata e sia stata attivata dall’esterno per favorire la liberazione di Moro: e che tale intervento si sia arrestato per valutazioni interne alla criminalità organizzata e per input esterni probabilmente coincidenti. Analogamente impressionante è la convergenza di tali indicazioni verso la individuata “zona grigia” e cioè verso l’intreccio fitto – e non ancora disvelato –  di ambigui rapporti che legarono in ambito romano uomini di vertice delle organizzazioni mafiose e della criminalità locale al mondo di un oscuro affarismo, ad esponenti politici, ad appartenenti della loggia P2 ( autorevolmente indicata come luogo di oltranzismo atlantico ), a settori istituzionali, in particolare dei servizi”.

(cm)

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