Trattamento Sanitario Obligatorio

In un’intervista rilasciata alla televisione tedesca nel novembre del 1993, il presidente emerito Francesco Cossiga rivela che, nell’ipotesi in cui Aldo Moro fosse stato liberato, era stato previsto un piano, da lui stesso ideato, denominato “Viktor” (viceversa il piano adottato in caso di morte dello statista democristiano sarebbe stato quello denominato “Mike“).

Il piano in questione prevedeva che l’ex presidente del consiglio avrebbe dovuto essere posto in isolamento presso il Policlinico Gemelli. Esso si basava sul presupposto, desunto attraverso il tenore delle lettere scritte durante i 55 giorni della sua prigionia, che Moro evesse fatto propria la percezione “distorta” secondo la quale i veri responsabili della sua prigionia non fossero i brigatisti, ma le persone incaricate di liberarlo, le quali, a suo modo do vedere, avevano fatto di tutto per ritardare la sua liberazione. Secondo Cossiga e gli altri ideatori del piano, questa distorta percezione della realtà avrebbe potuto spingere Moro a dire o fare pubblicamente cose di cui si sarebbe porto pentire. Cossiga racconta una prima volta ai media che ad ideare il piano era stato il procuratore capo di Roma, e poi, successivamente, si corregge, attribuendone la titolarità ai magistrati della Procura generale. I magistrati chiamati in causa, il Procuratore capo Giovanni De Matteo ed i magistrati della Procura Generale Guido Guasco e Andrea Padalino, smentiscono risolutamente queste affermazioni, negando di sapere alcunché di tale piano. Da un esame approfondito è emerso, in seguito, come il piano Viktor fosse contenuto in un documento stilato dal criminologo Franco Ferracuti, membro del comitato di sicurezza istituito presso il ministero dell’Interno, ed iscritto, come tutti gli altri membri del comitato, alla P2. Secondo il documento Ferracuti, durante la prigionia, Moro, aveva sviluppato la cd Sindrome di Stoccolma, in base alla quale un soggetto rapito maturerebbe un sentimento positivo nei confronti dei suoi carcerieri, e di converso, un sentimento negativo vero le forze di polizia e tutte le altere persone impegnate ad ottenere la sua liberazione. La soluzione prospettata nel documento sarebbe stata quella appunto di isolare, dopo i primo contatti con i familiari ed i magistrati inquirenti, Moro dal resto del mondo, trattenendolo all’interno di una struttura sanitaria, con la scusa di verificare le sue condizioni di salute. A ben vedere tale piano prevedeva la facoltà di disporre della persona di Moro, privandola della sua libertà personale, senza che vi fossero le condizioni previste espressamente dall’ordinamento, e soprattutto senza la necessaria pronuncia da parte dell’Autorità Giudiziaria, come disciplinato dall’ordinamento nel caso di trattamento sanitario obbligatorio. A dire il vero Cossiga parlò, nell’intervista, di un consenso da parte dell’ interessato, anche se, onestamente, appare inverosimile che Moro avesse potuto fornire il suo consenso ad una misura così invasiva della sua sfera personale, quale, appunto, la segregazione forzata. Appare invece più logico ipotizzare come lo statista democristiano avrebbe preferito ricevere le cure e le attenzioni di cui aveva bisogno dai suoi familiari, e dunque avrebbe preferito essere curato nella sua abitazione.

Tutto ciò appare in linea con la normativa allora ancora in vigore sull’assistenza psichiatrica ( la legge Basaglia n.833 entrerà in vigore solo nel dicembre del 1978), secondo la legge promulgata da Giolitti nel 1904 e completata nel 1909. Tale normativa, in quanto legge di ordine pubblico, metteva al primo posto i bisogni di protezione della società dai “malati di mente” , subordinando la loro cura alla loro custodia. Ne conseguiva che dovevano essere custodite nei manicomi le persone affette da qualsiasi causa di alienazione mentale, quando, in conseguenza di tale alienazione, fossero risultate pericolose a se o agli altri, o, in alternariva, fossero capaci di cagionare pubblico scandalo (legge n.36/1904).  Dunque il consenso di Moro non era affatto ritenuto necessario ai fini di un suo internamento, con la conseguenza che la privazione della sua libertà personale era possibile sulla base di una semplice condotta che fosse stata ritenuta tale da suscitare il pubblico scandalo.

(cm)

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