Covo BR via Montalcini

Si è già accennato all’ incoerenza delle versioni fornite dai brigatisti che furono i carcerieri di Aldo Moro, i vari Moretti, Braghetti, Maccari e Gallinari, in ordine alla fase del trasporto dell’ostaggio nel covo di via Monalcini. Come si è visto, tutte le ricostruzioni effettuate in sede giudiziaria dai quattro carcerieri, appaiono discordanti tra loro. In partricolare è apparso impossibile per loro ricordare chi fu che andò a prendere Moro nel parcheggio sotterraneo della Standa di via dei Colli Portuensi, trasporto il cui unico particolare certo sembra essere quello relativo al mezzo usato, la Citroen Ami 8. Di contro, tutte le altre fasi del piano, dall’agguato di via Fani, alla successiva fuga, sembrano essere perfettamente vive nella loro memoria. Appaiono ugualmente incoerenti le tracce di sabbia e di vegetazione marina, nonché le spighe “forasacchi” ritrovate negli abiti dello statista democristiano, così come poco credibili risultano le dichiarazioni rilasciate in merito dalla Braghetti e dalla Faranda, circa il preciso utilizzo della sabbia di mare in funzione di depistaggio. Ricordiamo che la sabbia, oltre che nei risvolti, venne ritrovata anche nella parte superiore dei calzini di Moro.

A ciò si aggiungano le tracce di bitume e di sabbia ritrovate, oltre che nelle suole delle scarpe dell’ex presidente del consiglio, anche nei tappetini interni, nei paraurti e nei battistrada delle ruote della Renault 4 rossa in cui venne ritrovato il suo corpo.

Il racconto di Morucci sull’uccisione di Moro

Secondo la versione di Morucci, il primo tra i brigatisti a raccontare il fatto, Moro viene ucciso la mattina del 9 maggio del 1978, tra le 6 e le 6.30 del mattino. Quel giorno Moro viene trasportato in una cesta, dall’appartamento al box auto, quest’ultimo situato nei seminterrati del palazzo di via Montalcini. All’operazione partecipano Moretti, la Braghetti e Maccari. Gallinari no perché ricercato. In realtà poi sappiamo che la foto di Moretti viene trasmessa in televisione il giorno stesso del rapimento di Moro. Dunque, arrivati nel box, Moro viene fatto salire nel bagagliaio della Renault 4, e quindi ucciso da Moretti con una pistola e un mitra. Di seguito il Cadavere dello statista viene trasportato in auto in via Caetani, dove viene lasciata la R4. Moretti poi telefona all’assistente universitario di Moro, il prof. Franco Tritto, per avvisarlo della sua morte e del posto in cui avrebbero potuto ritrovare il suo cadavere.

Le criticità della versione di Morucci

Le criticità di questo racconto possono individuarsi negli orari, nelle fasi del trasporto di Moro nel palazzo di via Montalcini, e nelle modalità della sua esecuzione. Se Moro viene ucciso tra le 6 e le 6.30, e quindi trasportato in via Caetani, tragitto che, a quell’ora, non sembra possa essere compiuto in un periodo di tempo superiore all’ora, per quale motivo la telefonata a Tritto viene fatta solo alle 12.30? Non sembra davvero plausibile l’assunzione, da parte di Moretti, Morucci e Seghetti, di un rischio così grande, posto che entrare in pieno centro con la R4 con dentro il corpo dello statista democristiano, equivaleva quasi automaticamente ad essere scoperti. In merito al trasporto di Moro dall’appartamento al box auto, appare ancora una volta poco credibile la scelta di effettuarlo in mattinata, col rischio, che poi si concretizzò, di incontrare qualche inquilino sulle scale. Si ricorda che Moro, secondo il racconto di Morucci, non era stato sedato durante il trasporto, dunque, essendo egli consapevole di vivere gli ultimi istanti della sua vita, vi era il rischio concreto di una sua richiesta di aiuto. Da questo punto di vista non si comprende la necessità di effettuare il trasporto dall’appartamento al box; ugualmente non si comprende lo scatto di nervi, da parte della Braghetti, nei confronti dell’inquilina incontrata sulle scale durante il trasporto in questione, atto che portò poi l’inquilina ad avvisare la polizia. L’ inquilina, dal canto suo, testimoniò in giudizio di avere visto, attraverso la porta semichiusa del box, la Renault 4 rossa. Inoltre, la scelta di uccidere Moro nel box auto, appare anche questa eccessivamente rischiosa. Dalle risultanze degli esami balistici, è emerso infatti come solo alcuni dei colpi esplosi contro Moro, fossero stati attutiti da silenziatori. Dunque, posto che le pareti dell’intercapedine in cui venne custodito Moro, erano insonorizzate, non si comprende per quale ragione si è corso il rischio di essere scoperti, scegliendo di esplodere i colpi nel box, quando si sarebbe potuta eseguire l’operazione dentro l’intercapedine, in tutta tranquillità. Si aggiunga, poi, che i vari box erano tra loro comunicanti, e quindi il rischio di essere scoperti a seguito degli spari era, concretamente, molto elevato.

Conclusioni

Se le varie criticità individuate nella versione resa in sede giudiziaria da Morucci, singolarmente prese, possono trovare una spiegazione più o meno credibile, viste nel loro complesso, appaiono in grado di spingere a dubitare del racconto complessivo. Ci chiediamo, quindi, per quale ragione, dopo tutto il tempo trascorso, e soprattutto dopo le sentenze passate in giudicato, si sia voluta continuare a sostenere la tesi della prigionia nel covo di via Montalcini. L’unica risposta possibile appare essere quella secondo la quale una veritiera ricostruzione degli avvenimenti avrebbe potuto mettere in crisi la credibilità di tutta l’azione, secondo la versione che Morucci ne ha dato. Per il momento, in mancanza di versioni più credibili circa i fatti narrati, sembra ragionevole poter constatare come vi sia, in tutta la ricostruzione ufficiale della vicenda, una stridente contrapposizione tra la “geometrica potenza” dell’azione di via Fani, e la più rischiosa e lasciata al caso prigionia di via Montalcini, e l’egualmente rischiosa esecuzione di Aldo Moro.

(cm)

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