16_1978-03-17-rapimento Moro

La ricostruzione in sede processuale delle fasi del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta fatta dai brigatisti, avviene in modo anomalo. Ricordiamo che nell’azione muoiono gli agenti Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulo Rivera e Francesco Zizzi.

Fino al 1986 tutti i brigatisti che avevano preso parte all’azione ed erano stati arrestati, decidono di non raccontare nulla ai magistrati che li interrogano. Il primo brigatista a fornire la sua versione dei fatti, che poi diverrà la versione ufficiale anche per gli altri, è Valerio Morucci, il quale nel 1986 scrive un primo memoriale, senza però indicare i nomi degli altri membri del gruppo. Questo primo memoriale viene consegnato ai magistrati incaricati delle indagini. Successivamente, un secondo memoriale nel quale compaiono i nomi di tutti i componenti del gruppo, viene consegnato sempre da Morucci a suor Teresilla, una suora che prestava servizio all’interno del carcere nel quale il brigatista era recluso. Questo secondo memoriale ha una vicenda complicata, nel senso che suor Teresilla, invece di consegnarlo subito a Cossiga, come chiedeva Morucci, lo da al direttore dell’organo di stampa della DC, “Il Popolo”. Secondo gli atti processuali, il memoriale arriverà nelle mani di Cossiga solo il 13 marzo del 1990. Sarà poi la presidenza del Consiglio a consegnarlo al capo della polizia e quindi ai magistrati competenti del caso. La fase che precede la consegna del secondo memoriale, è caratterizzata da una fitta attività di incontri in carcere tra i brigatisti, e in particolare Morucci, ed esponenti della Democrazia Cristiana. Molte supposizioni sono state fatte circa il contenuto di questori incontri.  A questo proposito, Alberto Franceschini, uno dei membri fondatori delle BR, che non aveva preso parte a via Fani, disse: “Pensavamo che venissero per cercare di fare un po di chiarezza. Invece no: mi rendevo conto che venivano da noi per conquistare silenzi”.

Occorre ricordare come, già dal terzo giorno successivo a via Fani, vale a dire dal 19 marzo 1986, tutti i giornali, da Repubblica al Corriere, avevano cominciare a sostenere la tesi del complotto internazionale, anche per via del fatto che diversi servizi segreti internazionali, da quello tedesco, a quello statunitense, avevano offerto la loro collaborazione alle autorità italiane.

Ed è proprio nel tentativo di volere allontanare la tesi del complotto esterno, che Morucci, secondo le sue dichiarazioni, decide di scrivere il suo memoriale.

Come risulterà anche dalla sentenza della Corte d’assise di Roma del 16 luglio 1996, tutti gli imputati che hanno preso parte all’azione di via Fani, e che in seguito hanno deciso di raccontare l’accaduto, “hanno esplicitamente avvertito di essere mossi dallo specifico intento di dimostrare che le BR operarono nel sequestro e nell’uccisione dell’on. Moro, in assoluta indipendenza ed autonomia da ogni infiltrazione o suggestione esterna”.

La ricostruzione dell’azione di via Fani

Il primo elemento sul quale appaiono discordanze nel racconto di Morucci, e in seguito anche degli altri partecipanti all’azione, riguarda il loro numero. Mentre in Commissione parlamentare Morucci dichiara che erano in dodici, in Corte d’assise il numero complessivo diventa, sempre secondo Morucci, nove. Leggendo gli atti del processo Moro, il testimone Alessandro Marini, che sopraggiungeva in via Fani sul suo motorino durante l’azione, dichiara che di fronte alle auto di Moro e della scorta vi erano due persone a bordo di una moto Honda, di cui una, quella seduta dietro, imbracciava un mitra. Deposizione concorde è quella resa dal testimone Giovanni Intrevado, il quale vede anche lui i due uomini, di cui uno con il viso coperta da un passamontagna, a bordo della moto Honda. Marini dice anche di essere stato raggiunto, il parabrezza del suo motorino, da uno dei colpi esplosi dal motociclista col mitra. Dunque, sia Morucci che gli altri membri del gruppo, dichiarano di non sapere chi fossero i due motociclisti, sebbene vi siano testimonianze che affermano la loro partecipazione all’azione.

Secondo il testimone Marini, i brigatisti che avrebbero sparato sarebbero stati complessivamente 8, a cui vanno aggiunti i due che prelevano Moro dalla Fiat 130, e gli altri due a bordo della macchina sulla quale viene fatto i salire il presidente della DC per la fuga.

Altro elemento in ordine al quale vi è disaccordo tra le dichiarazioni dei brigatisti e le perizie di laboratorio, è quello delle dinamiche della sparatoria. Dei 91 bossoli rinvenuti, ben 49 risultarono essere stati esplosi dalla stessa arma, un mitra di recente fabbricazione, a differenza delle altre armi.

Altri 22 bossoli risultarono essere esplosi da una seconda arma, i restanti 20 bossoli, dalle altre quattro armi. Dalle dichiarazioni rese in sede dibattimentale da Moretti e Bonisoli, due dei partecipanti all’azione, emerge come tutte le armi in dotazione al gruppo di fuoco, si incepparono.

Tutte tranne due, di cui la prima, il mitra che saprò i 49 colpi, non risulta essere mai stata usata in altre azioni, ne ritrovata.

Riguardo alla dinamica, il teste Pietro Lalli, afferma che uno dei brigatisti, quello del mitra mai ritrovato, esplose due raffiche, molto precise, una, a distanza ravvicinata, indirizzata verso l’auto di Moro, l’altra, verso la scorta che la seguiva. Quindi l’azione è stata posta in essere, in gran parte, da un uomo solo, il quale, pur agendo a volto scoperto, non è mai stato individuato.

Altro elemento importante dell’azione, è quello delle divise: tutti i partecipanti all’azione di via Fani, incluso il brigatista del mitra mai ritrovato, indossavano divise da aviatori. Per molto tempo ci si è interrogati circa l’utilità, per i brigatisti, dell ‘indossare delle divise, posto che, oltre ad aumentare il rischio di essere individuati, avrebbero fatto perdere tempo nella fase di fuga, dovendo ciascuno togliersela e, in seguito, farla sparire.

La conclusione più logica appare essere quella in base alla quale le divise servivano a ridurre al minimo i rischi del fuoco incrociato. Ma se i brigatisti si conoscevano tutti da tempo, quale rischio vi era? L’ipotesi che viene fatta, e che, sottolineiamo, non è suffragata da alcuna prova, è quella secondo la quale vi fossero appartenenti al gruppo di fuoco, che non conoscevano tutti, e che, soprattutto, non erano conosciuti dagli altri. Dalle risultanze processuali emerge dunque che l’azione, durata complessivamente tre minuti, dalle 9.03 alle 9.05, appare essere stata organizzata in modo perfetto, dalla fase di bloccaggio delle due auto, quella di Moro e quella della scorta, all’azione di fuoco. Questo elemento confligge però con quanto dichiarato dai brigatisti in fase processuale, secondo i quali l’azione era stata provata una sola volta, nel giardino di un’abitazione privata, così come non risultano esserci stati addestramenti particolari con le armi. Eppure l’azione si svolge in modo rapido ed efficace, grazie soprattutto al brigatista super addesrato, quello del mitra mai ritrovato.

La fuga da v.Fani e l’arrivo al covo di via Montalcini

Altro elemento del racconto dei brigatisti che stride fortemente, sia in termini di coerenza con l’azione complessiva, che nei termini delle singole deposizioni rese dagli imputati, spesso in disaccordo tra loro, è quello relativo alla fase della fuga da via Fani, in direzione del covo di via Montalcini.

Se da una parte la fase di esecuzione del sequestro, malgrado fosse stata provata solo una volta, si svolge in modo rapido ed efficace, dando l’impressione di essere stata organizzata in modo meticoloso, non altrettanto può dirsi per quanto riguarda la fuga. Morucci, il primo a fornire la versione dei fatti, racconta che da via Fani, il corteo delle auto dei brigatisti, una Fiat 132 blu con a bordo Seghetti e Fiore, oltre a Moro e Moretti, e la Fiat 128 bianca con Morucci e Gallinari, imbocca via Stresa, poi piazza Monte Gaudio, via Belli e quindi via Casale de Bustis. Qui il corteo si ferma per tagliare la catena che impediva l’accesso ad una strada privata, per poi proseguire per via Massimi e quindi via Bitossi. Giunto a questo punto il corteo si ferma ancora una volta per fare scendere Morucci, il quale, con le due borse di Moro, sale su un furgone, un Fiat 850, precedentemente parcheggiato. Il corteo quindi prosegue, e, strada facendo, abbandona la 132 in via Licinio Calvo. Giunto a piazza del Cenacolo, il corteo si ferma per la terza volta: Moro viene fatto entrare dentro una cassa di legno, che Moretti e Fiore caricano dentro il furgone. Il Furgone, con la 128 e una Dyane con a bordo Morucci e Seghetti, prosegue il viaggio, in direzione del parcheggio della Standa di via dei Colli Portuensi.

Il furgone con a bordo Moro entra nel garage della Standa. A questo punto del racconto cominciano le criticità più evidenti. Infatti, nessuno dei membri del gruppo è in grado di dire chi sia stato, a bordo di una Citroen Ami 8, a venire a prendere la cassa con Moro dentro, per portarla nel covo di via Montalcini, distante poche centinaia di metri dalla Standa. Neanche Moretti, rimasto da solo alla guida del furgoncino Fiat. Morucci racconta infatti che giunti nel garage, lui e Seghetti abbandonano Moretti da solo dentro il furgone con la cassa. Ma anche Moretti, interrogato, dichiara di essere andato via dal garage, prima dell’arrivo della Ami 8. Nessuno degli altri brigatisti, nemmeno quelli incaricati di custodire Moro nel covo di via Montalcini, i vari Gallinari, Faranda, Braghetti e Maccari. In merito all’incoerenza tra le varie versioni fornite dagli imputati, la Commissione stragi della dodicesima legislatura ebbe a scrivere nella sua relazione conclusiva che: “le resistenze che i magistrati inquirenti hanno riferito alla Commissione stragi di avere incontrato e di continuare a incontrare da parte dei brigatisti quanto ad una ricostruzione compiuta e credibile dell’agguato e cioè la persistenza di un atteggiamento di chiusura che perdura al di là dei segnalati cedimenti ed abbandoni di più antiche versioni, ormai di provata inattendibilità” non si può fare a meno di notare che “è un atteggiamento che gli inquirenti giudicano sproporzionato rispetto al fine di coprire (eventuali) altri brigatisti rimasti sconosciuti e che sembrerebbe rivelare la volontà di occultare la presenza in via Fani di “forze diverse” e quindi di difendere il carattere “puro”, dal punto di vista rivoluzionario, dell’azione”.

(cm)

Advertisements