Mons. Antonello Mennini 

Il 9 marzo il Nunzio apostolico vaticano in Gran Bretagna, l’arcivescovo Mons. Antonello Mennini, è stato audito dalla Commissione parlamentare di inchiesta su Aldo Moro.
Ciò è stato possibile grazie all’intervento di Papa Francesco, che ha sollecitato il prelato a rivelare quanto di sua conoscenza vi fosse, sulla vicenda del rapimento e del successivo omicidio dello statista democristiano. Mons. Mennini è già stato ascoltato diverse volte, sette per l’esattezza, tra magistrati e commissioni d’inchiesta, tuttavia il suo non costituisce un atto dovuto, posto che il prelato, come tutti gli appartenenti al corpo diplomatico, gode di immunità. Mennini, prima di intraprendere la carriera diplomatica, era stato in passato il parroco della chiesa di Piazza dei Giochi Delfici, la chiesa frequentata dalla famiglia Moro, ed in particolare don Antonello, come si faceva chiamare allora, era stato il confessore di Moro.
Durante i 55 giorni del sequestro, Mennini sarà il postino di Moro, ovvero la persona che si prenderà carico, in accordo con le BR, di consegnare le lettere scritte da quest’ultimo. Ma non solo. Secondo quanto dichiarato dal Presidente emerito Francesco Cossiga, all’epoca dei fatti presidente del consiglio, don Antonello avrebbe confessato e somministrato l’estrema unzione a Moro, prima della sua uccisione. Dunque molto probabilmente don Antonello è in grado di sapere dove si trovi il covo delle BR in cui l’ex presidente della DC è stato tenuto nascosto: in effetti alcuni elementi emersi in sede processuale avrebbero sollevato dei dubbi sul fatto che il covo in questione fosse quello di via Montalcini, il luogo in cui venne rinvenuta l’intercapedine nascosta di pochi metri quadrati in cui il politico veniva custodito – e diversi anni dopo anche una parte incompleta dei memoriali di Moro . Mons. Mennini è il figlio di Luigi Mennini, amministratore delegato dello IOR all’epoca della direzione di Paul Marcinkus, e dunque ai tempi di Roberto Calvi e del crack dell’Ambrosiano. Mons. Mennini è anche fratello di Alessandro Mennini, recentemente congedato da papa Francesco, ex delegato della sezione straordinaria dell’ APSA – Patrimonio della Sede Apostolica, la seconda banca dopo lo IOR, che amministra gli immobili di proprietà del vaticano – quella che gestisce gli investimenti dell’istituto in titoli. Il suo successore, mons. Nunzio Scarano, è stato arrestato per la seconda volta nel gennaio 2014, per una vicenda di riciclaggio di denaro.

Qualche domanda a mons. Mennini 
Dunque, essendo una delle poche persone ad aver visto ancora in vita Moro, mons. Mennini molto probabilmente è in grado di sapere dove si trova il covo delle BR in cui l’ex presidente della DC è stato tenuto nascosto. In effetti dall’autopsia eseguita sul corpo dello statista è emerso che le sue condizioni fisiche e muscolari erano buone. Inoltre, sui suoi pantaloni, sono state rinvenute tracce di sabbia e di vegetazione marina, elementi che hanno fatto supporre agli investigatori che il luogo in cui l’uomo politico era stato tenuto prigioniero, si trovasse in prossimità del mare. Del resto, è apparso subito evidente come la grande quantità di fogli scritti a mano da Moro, dalle lettere al memoriale, fosse incompatibile con la restrizione nell’intercapedine di via Montalcini, dove il poco spazio a disposizione non consentiva la presenza di un tavolo e di una sedia. Dunque, delle due l’una: o il carceriere di Moro permetteva allo statista di poter uscire dall’intercapedine e di poter scrivere seduto ad un tavolo, oppure il covo di via Montalcini non è stata l’unica prigione di Moro.

Le ombre sui dispositivi di sicurezza a tutela di Moro
Uno degli elementi che più hanno fatto riflettere negli anni sul rapimento di Moro è stato quello della scarso livello di sicurezza col quale il presidente della DC veniva protetto. Moro era il fautore di quello che allora veniva definito il “compromesso storico”, vale a dire la formazione del primo governo europeo a maggioranza democristiana, sostenuto da un partito comunista. Questo disegno politico era malvisto tanto dal governo sovietico, quanto da quello degli Stati Uniti. Sul fronte interno, le forze in prevalenza di sinistra, contrarie a questo accordo, lo avrebbero contestato con tutte le loro forze, in piazza e nei seggi. Ma non era contraria solo l’opposizione pacifica e democratica. Sempre dalla relazione della Commissione parlamentare emerge come, in data antecedente all’agguato di via Fani, un ergastolano che aveva avuto contatti con brigasti come Socci e Buonavita, reclusi con lui nel carcere di Matera, riferisce alle autorità di sicurezza della struttura penitenziaria di avere appreso che era in preparazione un grosso attentato ad una personalità romana e che era in progetto il sequestro di un’altra personalità, al fine di chiedere la liberazione di alcuni detenuti politici. Il 6 marzo 1978, dieci giorni prima del rapimento di Moro, il Securpena, l’autorità che gestisce la sicurezza nelle carceri, segnala la notizia al SISMI. Il responsabile del SISMI, il generale Santovito (iscritto alla P2), audito in seguito dalla Commissione parlamentare, affermò che la segnalazione arrivò al centro SISMI di Roma ad attentato già avvenuto, e che il motivo del ritardo nella trasmissione della notizia era dato da alcune norme farraginose, che avevano impedito di agire in maniera tempestiva.
Nel 1980 Bettino Craxi rivela di avere appreso da un parlamentare tedesco che Moro era stato scelto come obbiettivo dal terrorismo internazionale. A seguito della scoperta da parte della polizia tedesca e di quella olandese di alcuni documenti rinvenuti in uno delle sedi di tali organizzazioni, era stato appurato che il nominativo di Aldo Moro era stato inserito in una lista di obbiettivi da “colpire”: la lista, che conteneva anche il nome dell’allora presidente della Confindustria tedesca, Schleyer, in seguito rapito dalle RAF, le BR tedesche, faceva riferimento al nome di Alter Man, che, secondo gli inquirenti secondo gli inquirenti tedeschi, altri non era che Aldo Moro, data la corrispondenza delle iniziali. Craxi racconta di avere riferito tale notizia a qualcuno, senza rivelare ne il nome ne il grado e il corpo di appartenenza. Alla domanda circa il motivo per il quale nessuno, tra carabinieri e servizi segreti, avesse mai rivelato tale notizia, Craxi risponde: ” Se i capi delle Armi, dei servizi segreti eccetera, hanno detto di non saperlo, evidentemente lo hanno dimenticato perché io con qualcuno ne ho certamente parlato”.
In seguito, diverse sono le testimonianze rese da comuni cittadini e ritenute attendibili in sede processuale, che raccontano di come Moro e la sua scorta fossero costantemente pedinati e fotografati, fino a pochi giorni prima dell’agguato di via Fani. Tuttavia, malgrado alcune di queste segnalazioni siano giunte a chi di dovere, in epoca antecedente al rapimento, il livello di sicurezza del dispositivo preposto alla salvaguardia dello statista democristiano, non venne in alcun modo mutato. Ma accaddero anche alcuni fatti inquietanti. Ad esempio, quello che si verificò nel luogo in cui venne ferito gravemente alle gambe l’esponente della DC romana Publio Fiori: nell’immediatezza dell’ agguato, comparve su un muro la scritta eloquente quanto inquietante: “Oggi Fiori, domani Moro”.
In uno stralcio della relazione finale della prima Commissione parlamentare d’Inchiesta sul caso Moro, si legge: “Scarsi e sommari sono risultati i servizi di vigilanza e di prevenzione nella zona in cui abitava l’onorevole Moro e nella quale i terroristi hanno potuto pianificare il sequestro e la strage dopo ripetuti controlli e osservazioni delle abitudini dell’onorevole Moro e dei militari addetti alla sua protezione”. […] “e assai carente” fu “anche il controllo dei responsabili del servizio scorte del ministero degli Interni sull’attuazione e la congruità delle consegne e delle istruzioni impartite”.

Servizi di intelligence distratti
Dalle risultanze processuali è emerso anche che, durante l’uccisione della scorta di Moro, fossero presenti, oltre ai brigasti ed ai passanti, anche alcuni rappresentanti dei servizi.
Un testimone presente al momento dell’agguato, Alessandro Marini, ha riferito in sede processuale che, subito dopo la fuga dei brigatisti, un uomo dell’età compresa tra i 35 e i 40 anni, si occupò di coordinare i primi soccorsi ed anche di gestire la viabilità, disponendo anche di una paletta di ordinanza. L’uomo, secondo il teste, si muoveva con una certa disinvoltura, come se svolgesse tale attività per professione. Il personaggio in questione non è mai stato individuato, e tuttavia appare strano come questo non abbia mai sentito il dovere professionale o civile, di riferire alle autorità competenti quanto avesse visto. Sempre dalle carte processuali è emerso come altri due testimoni, Paolo Pistolesi e Gherardo Nucci, che stavano risalendo via Stresa per poi dirigersi verso via Fani, hanno riferito di essere stati bloccati, subito dopo l’agguato, da un uomo con una giacca di colore azzurro, provvisto anche questo di una paletta di ordinanza. L’uomo intimò loro di andare via da quel posto. Anche qui sorgono gli stessi interrogativi: perché questa persona non è mai stata individuata e perché non si è mai fatta sentire su quanto accaduto?
Nella relazione conclusiva della Commissione stragi della decima legislatura, si legge che nel 1991 l’ex agente del SISMI, Pierluigi Ravasio riferisce ai magistrati che la mattina dell’agguato di via Fani, era presente sul luogo il colonnello Camillo Guglielmi, all’epoca dei fatti ufficiale del SISMI, appartenente all’Ufficio controllo e sicurezza, con compiti specifici relativi alla sicurezza di personalità politiche. Guglielmi, interrogato dai giudici, riferisce che si trovava in quel luogo poiché si stava recando a pranzo a casa dell’amico Ravasio, residente in via Stresa.
Data la singolarità, da parte del Guglielmi, del recarsi a pranzo a casa di un amico tra le ore 9.30 e le 10 del mattino, il Ravasio, messo a confronto con Guglielmi, afferma che rispondeva al vero che Guglielmi si era recato casa sua, ma sostiene anche che questi non era stato invitato, e che quindi si trattava di un’ improvvisata. La deposizione di Ravasio era stata messa agli atti della Commissione, attraverso una testimonianza scritta recepita da un membro della stessa Commissione, l’on. Luigi Cipriani. Nella deposizione si fa riferimento come, ad opinione di Ravasio, la presenza di Guglielmi in via Fani derivasse da un preciso ordine impartito dal generale Pietro Musumeci (appartenente alla P2), il quale aveva ricevuto una segnalazione circa il rapimento, da un suo agente infiltrato nelle BR, agente col nome di copertura di Franco. Anche qui la giustificazione data da Guglielmi appare quanto meno fantasiosa, sebbene non vi sia stata alcuna conferma circa le deduzioni del Ravasio. Tuttavia non si può fare a meno di sottolineare come il Guglielmi non abbia mai sentito il dovere professionale o civico di rendere noto, nelle sedi processuali, quanto fosse avvenuto, offrendo il suo contributo personale e disinteressato alla ricerca della verità.

Quelle liste a Castiglion Fibocchi
Il 17 marzo 1981, nell’ambito dell’inchiesta sul finto rapimento di Michele Sindona, inchiesta condotta dalla procura di Milano, i militari della Guardia di Finanza eseguono un mandato di perquisizione presso l’abitazione di Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi (Ar). Tra i vari documenti, i militari trovano delle liste relative agli iscritti ad una loggia massonica segreta, la P2, liste che raccolgono complessivamente 956 iscritti. Tra i nominativi inclusi, vi sono 3 ministri in carica, 2 ex ministri, 38 deputati, 14 magistrati, un segretario di partito, i vertici dei servizi segreti, 52 alti ufficiali dei carabinieri, 37 della Guardia di Finanza, 50 dell’esercito, 29 della Marina, 11 questori, 5 prefetti, 10 presidenti di banca, 70 imprenditori e poi ancora sindaci, primari ospedalieri, notai ed avvocati.
Tra i dirigenti dei servizi iscritti alla P2, troviamo Miceli, Maletti, La Bruna, D’amato Fanelli, Viezzer, Grassini, Pelosi capo del CESIS, il capo del SISMI Santovito, il suo capo di segreteria Musumeci, nonché Di Donato e Salacone dell’ufficio amministrativo, oltre ad una lunga serie di funzionari del SISDE. Per molti di questi ufficiali l’iscrizione alla P2 era avvenuta in epoca molto prossima all’ingresso nei servizi, quasi fosse una precondizione. Dopo un’analisi dei nominativi contenti nelle liste, i giudici milanesi capiscono che attraverso la P2 erano passati molti dei misteri e degli scandali più recenti che avevano investito l’Italia. E così decidono di catalogare il materiale raccolto sotto dieci grandi categorie:
1) P2 e lo scandalo ENI 2) P2 e il Banco Ambrosiano 3) P2 e lo scandalo dei petroli 4) P2 e la magistratura 5) P2 e la Rizzoli 6) P2 e i segreti di Stato 7) P2 e i finanziamenti all’eversione nera 8) P2 e le stragi 9) P2 e il sequestro Moro 10) P2 e il caso Pecorelli.

Pecorelli e i finanziamenti di Gelli
Carmine (Mino) Pecorelli, avvocato e giornalista iscritto alla P2, è il fondatore dell’agenzia stampa OP, Osservatorio Politico, molto vicina agli ambienti dei servizi, tanto da anticipare, rispetto a tutta la stampa, il contenuto delle lettere di Moro. Dagli atti della Commissione Moro risulta che il tenente colonnello dell’ Esercito nonché piduista, Antonio Viezzer raccontò al giornalista Marcello Coppetti che il generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo – dal 1955 al 1962 capo del Sifar, sotto la cui direzione vengono raccolti dossier su circa 15 mila persone, tra politici, giornalisti e personaggi di tendenze politiche di sinistra, in vista di un colpo di stato che avrebbe dovuto essere realizzato nel 1964, da alcune centinaia di ufficiali dell’arma dei Carabinieri, il cd Piano Solo – aveva portato via dagli archivi dei servizi molto materiale, dossier scottanti, con cui ricattare personaggi potenti, carte che poi erano state affidate ad un avvocato di Milano, il quale aveva poi messo tutto al sicuro nel deposito di sicurezza di una banca svizzera. I dossier del SIFAR erano poi finiti nelle mani di Gelli, dai quali il Venerabile ne aveva tratto un enorme potere. Viezzer disse anche che Gelli era amico di Pecorelli e che finanziava ogni anno la sua agenzia OP con 400 milioni di lire. Secondo Coppetti il sequestro di Moro sarebbe stato un affare di Stato.
In una nota del 2 maggio del 1978, Pecorelli scrive: ” I rapitori di Moro non hanno nulla a che spartire con le Brigate Rosse comunemente note. Curcio e compagni non hanno nulla a che fare con il grande fatto politico-tecnicistico del sequestro Moro. La richiesta di uno scambio di prigionieri politici, avanzata dai custodi del presidente democristiano, rappresenta un espediente per tenere calmi i brigatisti di Torino e per scongiurare le loro tempestive confessioni, dichiarazioni sulle trame che si stanno tessendo sopra le loro teste. Curcio e Franceschini in questa fase debbono fornire a quelli che ritengono occasionali alleati una credibile copertura agli occhi delle masse italiane. In cambio otterranno un trattamento di favore. Quando la pacificazione nazionale sarà un fatto compiuto e una grande amnistia verrà tutto a lavare e tutto a obliare”.
Il 17 ottobre 1982, in uno stralcio di una lettera pubblicata su OP, Pecorelli scrive: “Il ministro della polizia sapeva tutto, sapeva persino dove era tenuto prigioniero (Moro), dalle parti del ghetto” e aggiunge: “Perché non è stato fatto nulla?”. In un articolo successivo, pubblicato il 16 gennaio 1979, Pecorelli, preannunciando alcune rivelazioni, scrive: “Ma torneremo a parlare di questo argomento, del furgone, dei piloti, del giovane dal giubbotto azzurro visto in via Fani, del rullino fotografico, del garage compiacente che ha ospitato le macchine servite nell’operazione, del prete contattato dalle BR, della tempestiva lettera di Paolo, del passo carrabile al centro di Roma, delle trattative intercorse, degli sciacalli che hanno giocato al rialzo, dei partiti politici che si sono arrogati il diritto di parlare in nome del parlamento, dei presunti memoriali, degli articoli redazionali scritti in funzione del fatto che lo stesso Moro, che avrebbe intuito che i carabinieri potevano intervenire, aveva paura di restare ferito. Parleremo di Steve R. Pieczenik, vicesegretario di Stato del governo Usa, il quale, dopo aver partecipato per tre settimane alle riunioni di esperti al Viminale, ritornato in America prima che Moro venisse ucciso, ha riferito al Congresso che le disposizioni date da Cossiga in merito alla vicenda Moro erano quanto di meglio si potesse fare… Non diremo che il legionario si chiama “De” e il macellaio “Maurizio” (Moretti)”.
Ma queste rivelazioni non ci saranno, poiché due mesi più tardi, il 20 marzo del 1979, Pecorelli viene assassinato. In merito agli articoli scritti da Pecorelli e relativi al sequestro Moro, il giudice istruttore Monastero, incaricato di istruire il procedimento contro Carminati per l’uccisione del giornalista, scrive: “apparivano particolarmente dettagliati, in alcuni casi ripresi da documentazione segreta o riservata rinvenuta presso la redazione e comunque riflettenti notizie di primissima mano acquisite sovente mentre delicatissime indagini di polizia giudiziaria erano ancora alle prime battute”, e che tra le varie fonti a cui il giornalista attingeva vi erano anche “fonti dei servizi segreti”.
In merito al delitto Pecorelli, verranno processati e prosciolti Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti come mandanti (2003) e Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera come esecutori materiali (1999).

Le borse e il memoriale di Moro
Nella ricostruzione in sede processuale delle fasi del rapimento di Moro, un particolare interessante appare quello del recupero, da parte del brigatista Valerio Morucci, delle due borse appartenute al presidente della DC, dall’auto sulla quale questi viaggiava assieme alla sua scorta.
Dai lavori della Commissione di inchiesta sulla P2 emerge come la vicenda delle borse si intrecci con quella del memoriale scritto da Moro, durante la sua prigionia.
Nei suoi appunti di lavoro Tina Anselmi, Presidente della Commissione, annota, al giorno 5 febbraio 1982, alcuni cenni sulle dichiarazioni rese dal giornalista Marcello Coppetti, collaboratore dei servizi. Secondo il giornalista, il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva un suo infiltrato nelle BR, al quale aveva impartito l’ordine di far sparire le due borse di Moro dal covo di via Montalcini, al momento della scoperta di questo, prima dell’arrivo dei magistrati. In merito la Anselmi si domanda: era stato Andreotti a dare l’ordine di farle sparire?
Le dichiarazioni di Coppetti, vengono in seguito confermate dal generale dei Carabinieri Enrico Galvaligi, ucciso dalle BR il 31 dicembre 1980, il quale dichiara ad un giornalista di Repubblica, che il materiale rinvenuto nel covo di via Montalcini, prima di essere inviato nei laboratori per essere esaminato, viene selezionato da Dalla Chiesa. Anche Gelli conferma alla Commissione che Dalla Chiesa aveva un suo infiltrato nelle BR, al quale aveva affidato il compito di recuperare il materiale di Moro rinvenuto nel covo di via Montalcini. Secondo Gelli, l’infiltrato recuperò solo parte del materiale. A parere di Gelli, Dalla Chiesa sapeva che le BR avevano anche del materiale compromettente di Moro, e per tale ragione il generale si reca da Andreotti per chiedergli carta bianca in ordine al suo recupero. Secondo il Venerabile il materiale di cui si tratta, conteneva anche una parte, coperta dal segreto di Stato, riguardante la magistratura. Dal quadro complessivo tracciato dalle dichiarazioni rese da Coppetti, Galvaligi e Gelli, la Anselmi giunge dunque alle seguenti conclusioni: 1) Che le borse di Moro vengono recuperate da Dalla Chiesa 2) Che Andreotti affida l’incarico del loro recupero, unitamente al memoriale scritto da Moro, a Dalla Chiesa, in quanto teme il loro contenuto 3) Che il memoriale di Moro in mano ai magistrati è incompleto. A tal riguardo, il 24 ottobre del 1978, Pecorelli scriverà, anticipando ancora una volta tutta la stampa, un articolo dal titolo: “memoriali veri, memoriali falsi, gioco al massacro”. Dalla Chiesa, promosso vicecomandante generale dell’Arma nel 1982, verrà ucciso a Palermo in un agguato mafioso, assieme alla moglie, nel settembre dello stesso anno.

Moro, Cirillo e la strage di Bologna
Nel corso della sua audizione in Commissione Moro (VIII legislatura), il 2 marzo 1982 viene tratto in arresto, con l’accusa di falsa testimonianza, il generale dell’arma di Carabinieri Pietro Musumeci. I commissari contestano al generale la sua iscrizione alla loggia P2, iscrizione desunta sia dalle liste ritrovate presso la residenza di Gelli – villa Wanda in località Castglion Fibocchi – sia dalle dichiarazioni rese del generale Nino Lugaresi, successore di Giuseppe Santovito ai vertici del SISMI. Musumeci ha negato – in maniera sfacciata affermano i commissari – la sua iscrizione alla P2, ripetendo più volte di essere massone ma di non ricordarsi il nome della loggia presso la quale era iscritto.
Secondo il generale Lugaresi, l’accoppiata Francesco PazienzaPietro Musumeci rappresentava l’anello di congiunzione tra i servizi segreti e la P2. Questa struttura parallela dei servizi segreti militari, comparirà nuovamente in occasione del rapimento dell’ex assessore regionale campano Ciro Cirillo, e verrà ampiamente documentata dalla relazione presentata in Parlamento dal Comitato di controllo sui servizi. Secondo la relazione, a condurre tutta la trattativa sarebbe stato proprio Musumeci, che all’epoca aveva l’incarico di capo dell’ufficio controllo e sicurezza. l’interrogativo al quale la relazione cerca rispondere è il seguente: come fu che i titolari dei servizi operativi del SISMI, quelli che avevano l’incarico ufficiale di condurre la trattativa, vennero scavalcati da Musumeci, il quale, di fatto, divenne il responsabile della catena di comando che orchestrò il rapimento Cirillo, operazione il cui obbiettivo viene definito “inconfessabile”? La risposta, nel testo della relazione, la offre il presidente della Comitato di controllo, Libero Gualtieri: si può spiegare “solo per il tradimento di chi aveva le più alte responsabilità del servizio”. Secondo quanto scritto dal Giuseppe De Lutiis in “Storia dei servizi segreti in Italia”, il primo a parlare ai giudici milanesi Turone e Colombo, di un gruppo di potere costituitosi, nel corso degli anni Settanta, in seno al comando della prima divisione Pastrengo di Milano, fu il tenete colonnello Nicolò Bozzo.
Oltre a Musumeci, del gruppo avrebbe fatto parte anche il generale Giovanbattista Palumbo, amico di Musumeci, entrambi iscritti alla P2. Dopo alcune frequentazioni con Gelli, Musumeci viene trasferito a Roma, all’undicesima brigata, e dopo pochi anni, nel 1978, entra nel SISMI, protetto del generale Santovito. Durante questo periodo, Musumeci viene impegnato col grado di colonnello in numerose missioni, a partire dalle ricerche del corpo di Aldo Moro nel lago di Duchessa, ricerche principiate da un finto volantino delle BR, volantino che servì solo a sviare le indagini, per passare poi alle ricerche, sollecitate da una soffiata, che individuavano il nascondiglio di Moro, presso la località di Gradoli, in provincia di Viterbo, operazione anche questa di sviamento, funzionale ai brigasti per l’abbandono del covo di via Gradoli. Alcuni anni dopo, nel 1980, promosso generale, Musumeci viene nominato da Santovito, segretario generale del SISMI. A seguito della strage alla stazione di Bologna, all’inizio del 1981, Musumeci invia ai giudici incaricati delle indagini un rapporto, in cui si afferma che i mandanti e gli esecutori della strage erano stati individuati in quattro neonazisti tedeschi. Nel marzo del 1981, a seguito del rinvenimento delle liste della P2 e la successiva rimozione di Santovito, inspiegabilmente Musumeci viene lasciato al suo posto, ed anzi viene promosso. Come accennato, l”ultimo episodio sconcertante che lo vede impegnato in prima linea è stato quello della trattativa a tre, per la liberazione dell’assessore campano Cirillo. Nell’agosto del 1981 sarà finalmente il successore di Santovito, il generale Lugaresi, a sbarazzarsi di Musumeci, mandandolo in pensione.

(cm)

Advertisements