NCO di Raffaele Cutolo

Il settantaquattrenne ex capo e ideatore della Nuova Camorra Organizzata (NCO), Raffaele Cutolo, sta scontando quattro ergastoli in regime detentivo duro ( 41bis) nel carcere di Parma, lo stesso di Riina, Bagarella e Carminati. In pratica non puo’ comunicare con l’esterno se non tramite il suo avvocato, puo’ ricevere solo visite dei suoi familiari stretti, la moglie e la figlia, ed ha stringenti limitazioni sui beni personali che gli e’ concesso detenere in cella. In piu’ e’ sorvegliato giorno e notte da telecamere, e ogni volta che si reca nel cortile per l’ora d’aria, e’ sottoposto a perquisizioni corporali dalle guardie carcerarie. Fatta eccezione per un breve periodo di latitanza, tra il 1977 e il 1978, a seguito della fuga dal manicomio giudiziario di Aversa, Cutolo ha vissuto gran parte della sua vita, 51 anni, in cella, 36 dei quali in isolamento totale. Ma nonostante l’ergastolo e il carcere duro o’professore e’ sopravvissuto al suo ex braccio destro e grande accusatore, Pasquale Barra, scomparso recentemente a causa di un infarto. Anche Barra stava scontando diversi ergastoli, per via della lunghissima catena di omicidi di cui era accusato, omicidi il cui numero preciso non e’ conosciuto, si sa solo che e’ compreso  tra 65 e  70. Soprannominato “o’animale” per via dell’ omicidio del boss della mala milanese, Francis Turatello, accoltellato e poi squartato nel carcere di massima sicurezza sardo di Badu e Carros, Barra con le sue rivelazioni (e con quelle dell’altro collaboratore Giovanni Pandico) ha portato a processo, il maxiprocesso alla NCO svoltosi tra il 1983 e l’84, circa 900 camorristi, anche se in alcuni casi, come quello di Enzo Tortora, si e’ trattato di errori grossolani, nel tentativo forse di ottenere forti sconti di pena dai magistrati.

La nascita della Nuova Camorra Organizzata

La camorra ha storicamente un rapporto molto stretto con il carcere. Secondo la tradizione, il carcere e la pena alla quale il camorrista e’ sottoposto, rappresentano uno status symbol, un segno del suo valore di criminale ma anche di uomo d’onore. Ed e’ proprio da questa tradizione ottocentesca che Cutolo va ad attingere, nel costituire la sua NCO. Fornisce una identita’ specifica ai membri dell’ organizzazione, reintroducendo un rito di affiliazione, in modo tale da assicurarsi la loro fedelta’ e soprattutto l’omerta’. Istiutisce anche un sistema solidaristico tra gli affiliati, basato sulla ripartizione degli utili provenienti dalle attivita’ criminali, oltre al sostenimento delle spese legali ed al sostentamento delle famiglie in caso di arresto. Ma non solo. Il livello di potere raggiunto dalla NCO si spinge fino al controllo effettivo di alcune strutture penitenziarie, un vero governo parallelo per le carceri di  Poggioreale, Ascoli Piceno e Bellizzi Irpino. Ed e’ proprio dal carcere che Don Raffae’ da vita alla NCO, una potente organizzazione criminale capace di vantare importanti appoggi esterni, anche istituzionali. Per dare un’idea del potere economico dell’organizzazione, basti pensare che dal marzo 1981 all’aprile 1982, il boss riceve in media una cifra mensile di 4.200.000 lire. E la complicita’ dell’amministrazione carceraria gli consente di spendere questi soldi in vitto e altri beni di conforto. Ma la complicita’ va oltre le mura del carcere, fino a raggiungere il comune di Ottaviano, suo comune di nascita, dove Cutolo riusce ad ottenere  per se e per gli altri affiliati suoi compaesani, certificati di parentela, in modo tale da poter ricevere la visita anche di affiliati alla NCO. Cutolo, riusce anche a far ottenere, attraverso la complicita’ di alcuni psichiatri, certificati di infermita’ mentale per i suoi uomini, cosi’ da da poter avere il loro ricovero in ospedale psichiatrico al posto del carcere, agevolando in tal modo eventuali progetti di fuga. Dunque il carcere e’ il luogo di affiliazione all’organizzazione; del resto Poggioreale, dove Cutolo ha trascorso molto tempo, si trova nel centro di Napoli, ma anche il luogo in cui si regolano i conti all’interno dell’orgnizzazione e con gruppi diversi. Una volta ricevuta dall’esterno la notizia circa “l’infamia” o “l’indegnita’” di un recluso, si mette subito in modo la macchina che provvede alla sua eliminazione fisica. A tal proposito l’organizzazione può anche chiedere il trasferimento in altro carcere del soggetto interessato, in modo tale da agevolare la sua eliminazione, o la rimozione di talune guardie carcerarie non troppo inclini ad adeguarsi alle esigenze della NCO. Talvolta per eliminare alcuni soggetti si attende l’occasione propizia, com ad esempio il terremoto. Durante le forti scosse del 1980 e del 1981, vengono eliminati, complessivamente, sei reclusi. Oltre a Barra, uno dei killer su cui Cutolo può contare era Raffaele Catapano, detto il boia delle carceri. Ma la vera prova della potenza dell’organizzazione è la possibilita’ di disporre di armi automatiche all’interno del carcere, armi mai rinvenute. La disponibilita’ di armi da parte di alcuni reclusi di Poggioreale, porta anche al verificarsi di scontri a fuoco tra fazioni avverse; come quello avvenuto il 5 ottobre del 1982 tra cutoliani e appartenenti al clan rivale dei Bardellino-Nuvoletta-Alfieri (Nuova Famiglia). O come lo scontro a fuoco avvenuto il 27 ottobre dello stesso anno tra cutoliani e guardie carcerarie, per impedire il trasferimento di un detenuto. Nel periodo di maggiore potenza, verso la prima meta’ degli anni ’80, la NCO può vantare 7.000 affiliati, oltre ad avere affari nella produzione del calcestruzzo, nel controllo della spesa pubblica delle amministrazioni e nella gestione di talune imprese, divenute in poco tempo imprese di successo grazie ai metodi mafiosi esercitati nei confronti delle imprese competitrici.

Casillo e l’omicidio Calvi

Il 29 gennaio del 1983, a Roma, un’auto salta in aria non appena il suo conducente gira la chiave di messa in moto. Quell’uomo e’ Vincenzo Casillo, Enzo per gli amici. Un anno dopo il 2 febbraio 1984, il cadavere della sua compagna, Giovanna Matarazzo, viene ritrovato sotterrato in un pilone di cemento.

Casillo e’ uno dei pochi uomini di cui Cutolo si fida ciecamente. Ma oltre ad essere affiliato alla NCO, collabora in maniera ufficiale con il servizio segreto militare, il SISMI.

Il 9 marzo 2007 il collaboratore di giustizia, Pasquale Galasso, nel corso del processo per l’omicidio di Roberto Calvi, riferisce di avere saputo da Giuseppe Cillari, camorrista appartenente al clan Alfieri, indagato per associazione delinquere e per l’omicidio di Casillo, che ad uccidere Roberto Calvi era stato il Casillo, assieme ad elementi legati alla mafia ed ai servizi. Nella requisitoria del pm Tescaroli, emerge come, oltre ad avere partecipato all’omicidio di Calvi, Casillo era in stretto contatto con i vertici dei servizi segreti militari, il generale Santovito, iscritto alla loggia P2. Questa tesi sarà confermata dalle dichiarazioni rese da Oreste Pagano, uomo di fiducia di Alfonso Caruana, arrestato in Canada nel luglio del 1988.

Calvi era stato dunque eliminato da Cosa nostra e dalla camorra per paura che, una volta confermata in secondo grado la condanna per esportazione di valuta, rivelasse di avere riciclato i soldi delle due organizzazioni criminali. Il 9 dicembre 1993 il boss di Cosa nostra, Tommaso Buscetta racconta al giudice Lupacchini, nell’ambito delle indagini sulla Banda della Magliana, che ad uccidere Calvi era stato il boss di Cosa nostra legato a Pippo Calo’, Francesco di Carlo. In base alle perizie, ad uccidere Roberto Calvi sarebbero state almeno due persone, forse una per conto di Cosa nostra e l’altra per conto della camorra.

La camorra e i corleonesi

Una delle ragioni del successo di Cutolo e della sua NCO in Campania è stata l’esigenza di riappropriazione del controllo del territorio e dei traffici illeciti, principlmente il contrabbando di sigarette, fonte di reddito per molte famiglie di napoletani, fino a quel momento gestiti da gruppi criminali autoctoni affiliati a Cosa nostra. La presenza di Cosa nostra a Napoli risale all’epoca del confino di Lucky Luciano. Quest’ultimo era stato inviato in Italia dal governatore dello stato di New York, come condizione per la concessione della grazia. Giunto a Genova nell’aprile del ’47, dopo aver soggiornato prima nel carcere di Marassi e poi in quello dell’Ucciardone, Luciano si stabilisce prima a Capri e poi a Napoli. Dopo alcune denunce a seguito del sequestro, da parte della polizia italiana, di due spedizioni di eroina, e dopo essere stato implicato nella vicenda della raffinazione illegale di eroina da parte della casa farmaceutica Schiapparelli, della quale Luciano conosceva il direttore generale Migliardi, si arriva allo storico summit di Palermo, nell’ ottobre del 1957, tra i vertici di Cosa nostra statunitense e gli omologhi italiani, in piena rivoluzione cubana. Le vicende relative all’isola caraibica avevano imposto una brusca interruzione ai traffici di morfina ed eroina, dato che Cuba veniva utilizzata da tutte le famiglie come base logistica per lo smercio della droga. Nell’ incontro viene deciso, tra le altre cose, un cambio di strategia che include l’introduzione in Italia dell’attivita’ del traffico delle sigarette americane, per il basso rischio in termini repressivi, contro gli elevati margini di profitto. E’cosi’, dunque, che a partire dagli anni Sessanta la presenza di Cosa nostra a Napoli e in Campania si fa piu’ massiccia. E questa nostra controlla non solo il monopolio del contrabbando delle bionde,  ma anche il commercio della droga, la prostituzione, le scommesse, il gioco d’azzardo, le rapine e l’usura. Ai camorristi campani non affiliati a Cosa nostra non resta altra alternativa che sottostare ai corleonesi. Occorre dire che l’arrivo di Cosa nostra è anche il risultato di una serie di eventi tra i quali la chiusura del porto di Tangeri, fino a quel momento il porto franco per eccellenza per i traffici illeciti, ed il conseguente spostamento dei depositi, da parte delle societa’ produttrici di sigarette, lungo le coste jugoslave ed albanesi. A cio’ si deve il cambiamento delle regole di trasporto delle sigarette di contrabbando, per cui le navi che trasportano il carico si fermano lungo le acque territoriali, e per trasbordare la merce impiegano motoscafi veloci. E poi i gruppi criminali che organizzano il carico pretendono il pagamento in anticipo della meta’ del nolo della nave: si tratta di cifre importanti, che richiedono la presenza di un’organizzazione strutturata. In ultimo si deve aggiungere anche l’inasprimento della repressione nei confronti di Cosa nostra conseguente alla strage di Ciaculli, evento che obblighera’ i corleonesi ad adottare in terra sicula, la strategia della sommersione delle attivita’ criminali.

C’e’ infine da sottolineare come in questo strapotere dei corleonesi in terra campana abbia inciso notevolmente anche il soggiorno obbligato al quale furono sottoposti alcuni tra i piu’ rinomati boss, tra i quali Stefano Bontate a Qualiano, Gaetano Riina a Caivano, Salvatore Bagarella a Frattamaggiore, Vincenzo Spadaro a S.Anastasia, Filippo Gioe’ Imperiale a Gragnano, Mario Alonzo a Qualiano, Vincenzo di Maria a Lettere e Giacomo Di Salvo a Marano. Ma la conquista della Campania non e’ indolore, e per potre sconfiggere i vari gruppi di camorristi indipendenti ed i marsigliesi, i corleonesi si alleano con i boss Nuvoletta, Zaza e Sbardellino, che sono i primi camorristi affiliati a Cosa nostra.

La guerra tra NCO e i corleonesi Nuvoletta-Bardellino-Alfieri (Nuova Famiglia)

Dunque la NCO appare, per molti camorristi indipendenti usciti sconfitti dalla guerra contro i corleonesi, un’opportunita’ di riscatto. Lo strapotere dei cutoliani cresce sempre di piu’: nel periodo della sua latitanza, Cutolo conosce molte persone, ed e’ grazie a queste conoscenze che espande il suo dominio oltre la provincia di Napoli, fino ad arrivare a Castellammare di Stabia, all’agro nocerino ed alla provincia di Salerno.

Cutolo non teme i corleonesi, tanto da arrivare ad imporre a Michele Zaza il pagamento di una tangente di 500 milioni sulle attività illecite da questo svolte. Dopo alcuni tentativi pacifici di risoluzione dei contrasti, in particolare una riunione svoltasi nella tenuta di Vallesana, appartenente al boss Lorenzo Nuvoletta, in presenza di Riina, Provenzano e Bagarella (per Cutolo erano presenti il fratello Pasquale ed il braccio destro Vincenzo Casillo), si arriva alla guerra. Ed è una guerra sanguinaria in cui nel solo 1982, anno in cui si registra il piu’ alto numero di omicidi, cadono in 265 tra affiliati e parenti. Muoiono fra gli altri, sotto i colpi dei cutoliani, i fratelli dei boss Carmine Alfieri e Giuseppe Galasso. Ma il 1982 segna anche l’inizio del declino di Cutolo e della NCO. Il non aver permesso ai suoi uomini di intraprendere il traffico di eroina, se da una parte gli ha valso il rispetto e la riconoscenza degli strati piu’ popolari, dall’altra ha precluso a Cutolo quegli enormi introiti di denaro che ingrassarono invece i suoi nemici. Oltre a cio’, i primi pentimenti da parte di alcuni appartenenti alla NCO danno il via ad una stagione giudiziaria, stagione che culmina con le rivelazioni di Pasquale Barra.

Le BR e il rapimento di Ciro Cirillo

Secondo molti invece il vero tracollo di Cutolo e della NCO comincia con la vicenda Cirillo. Il 27 aprile del 1981 l’ex presidente della regione Campania, all’epoca dei fatti assessore regionale ai lavori pubblici, Ciro Cirillo, viene rapito dalle Brigate Rosse a Torre del Greco. Appartenente alla corrente del potente parlamentare democristiano napoletano Antonio Gava, che in seguito sara’ anche ministro dell’interno, Cirillo vive un periodo di prigionia di 89 giorni, durante i quali il suo partito, la Democrazia Cristiana, decide di adottare una linea trattativista a differenza della linea seguita qualche anno prima nei confronti di Aldo Moro. Alla fase delle trattative con le BR partecipano diversi personaggibtra i quali Francesco Pazienza, agente del SISMI e collaboratore di Roberto Calvi, e Raffaele Cutolo. Nel luglio di quello stesso anno le BR uccidono il vicequestore nonche’ capo della squadra mobile di Napoli Antonio Ammaturo. Secondo la ricostruzione effettuata in sede processuale, Ammaturo viene ucciso perchè è in possesso delle prove dei contatti avvenuti tra Cutolo ed alcuni politici nazionali, e le stesse Brigate Rosse. Sempre nel mese di luglio, ma del 1994, il giudice che ha indagato sul caso Cirillo, Carlo Alemi, rilascia un’ intervista alla Bild Zeitung, in seguito parzialmente smentita, in cui rivela il ruolo oscuro giocato dal Sisde in tutta quella vicenda. Alemi rettificherà parzialmente, dicendo che il luogotenente di Cutolo, Vincenzo Casillo, disponva di un tesserino rilasciato dal Sisde, ma di non sapere se il capo della polizia Vincenzo Parisi, all’epoca della vicenda Casillo vicecapo del Sisde, fosse a conoscenza del fatto. Alemi inoltre smentisce il fatto che Parisi si sia recato da alcuni imprenditori napoletani per chiedere loro di pagare il riscatto richiesto dalle BR per la liberazione di Cirillo, in cambio di appalti, di fatto gestendo la trattativa. Alemi pero’ conferma la circostanza secondo la quale, a seguito del rapimento di Cirillo, il Sisde contatta subito Raffaele Cutolo, detenuto in carcere, accompagnando il camorrista latitante Casillo. Oltre a cio’Alemi dichiara che alcune delle persone che parteciparono a vario titolo a quella trattativa, o che semplicemente erano al corrente della stessa, sono morte prematuramente, di morte naturale o perche’ assassinate, e che scomparvero numerosi documenti giudiziari relativi a quel caso, anche se cio’ non ha impedito di condurre a termine l’ inchiesta.

I mandanti dell’omicidio Ammaturo e del suo autista, Pasquale Paola, non sono mai stati individuati, ma al di la’ della versione ufficiale secondo cui si sarebbe trattato di un “favore” che le BR avrebbero fatto a Cutolo, le uniche risultanze certe sono che Ammaturo aveva scoperto che la trattativa per la liberazione di Cirillo era condotta dalla NCO di Cutolo, in collaborazione con alcuni politici della DC.

La Banda della Magliana e il rapimento di Aldo Moro

Raffaele Cutolo, interrogato dal giudice Lupacchini in merito al processo sulla Banda della Magliana, dichiara di avere conosciuto Nicolino Selis, uno dei fondatori della Banda della Magliana, presso il centro clinico del carcere di Poggioreale. In seguito Cutolo reincontrera’ Selis nell’ Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa. Cutolo non ricorda esattamente le date ma ricorda che Selis aveva grande influenza negli ambienti della malavita romana, e che divenne subito suo amico, persona di estrema fiducia al pari del suo braccio destro Enzo Casillo. A seguito dell’ evasione dall’OPG di Aversa Cutolo si rifugia in una masseria situata ad Albanella, residenza appartenuta a Giuseppe Lettieri. Cutolo rintraccia Selis e gli chiede di raggiungerlo. Da quel momento Selis diviene il capozona di Cutolo su Roma. Mentre si trovava ad Albanella durante il sequestro dell’onorevole Moro, Cutolo chiama il suo avvocato, nonche’ compare di anello, Francesco Cangemi, per discutere della sua posizione processuale. Cangemi lo raggiunge, in compagnia di Casillo. In quell’occasione l’avvocato lo sollecita ad attivarsi per ottenere la liberazione di Moro. Dopo qualche titubanza, legata al fatto che fino a quel momento i rapporti con i politici, in genere per questioni di voti, li aveva tenuti Casillo, Cutolo accetta rivolgendosi a Selis per acquisire informazioni in merito alla vicenda.  Alcuni giorni dopo Selis contatta Cutolo per chiedergli un incontro urgente. Giunto ad Albanella Selis rivela a Cutolo di avere scoperto, in modo casuale, il luogo in cui le BR nascondevano Moro. Secondo Selis, la prigione dello statista si trovava nei pressi di un appartamento che lui aveva affittato come nascondiglio per eventuali latitanze. Cutolo comunica prontamente la notizia all’avvocato Cangemi, chidendogli di metterlo in contatto con qualche personalita’ politica, e fissando tale circostanza come condizione per il suo interessamento. Poco tempo dopo Cangemi lo ricontatta, comunicandogli che la sua condizione non era stata accettata, e che quindi la questione poteva considerarsi chiusa. Poco tempo dopo, sempre ad Albanella, Cutolo riceve la visita di Casillo, il quale era in stretti rapporti con alcuni politici di rilevanza nazionale, e gli chiede se si stava ancora interessando al sequestro Moro. Casillo, preoccupato, racconta a Cutolo che i suoi referenti politici gli avevano chiaramente detto che si doveva fare gli affari suoi, e che non doveva più mettere il naso in quella vicenda. Dunque nel 1978, nel periodo di massimo potere di Cutolo e della NCO, la DC decide di non avere bisogno del suo aiuto per salvare la vita di Aldo Moro. Qualche anno più tardi, nel 1981, in occasione del rapimento di Cirillo, l’opinione del partito e dei suoi maggiorenti muta completamente, anche se in seguito il partito imporrà a Cirillo di farsi da parte.

(cm)

Advertisements