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Claudio Meloni

Mese

marzo 2015

L’ipotesi di liberazione di Moro e il piano Viktor

Trattamento Sanitario Obligatorio

In un’intervista rilasciata alla televisione tedesca nel novembre del 1993, il presidente emerito Francesco Cossiga rivela che, nell’ipotesi in cui Aldo Moro fosse stato liberato, era stato previsto un piano, da lui stesso ideato, denominato “Viktor” (viceversa il piano adottato in caso di morte dello statista democristiano sarebbe stato quello denominato “Mike“).

Il piano in questione prevedeva che l’ex presidente del consiglio avrebbe dovuto essere posto in isolamento presso il Policlinico Gemelli. Esso si basava sul presupposto, desunto attraverso il tenore delle lettere scritte durante i 55 giorni della sua prigionia, che Moro evesse fatto propria la percezione “distorta” secondo la quale i veri responsabili della sua prigionia non fossero i brigatisti, ma le persone incaricate di liberarlo, le quali, a suo modo do vedere, avevano fatto di tutto per ritardare la sua liberazione. Secondo Cossiga e gli altri ideatori del piano, questa distorta percezione della realtà avrebbe potuto spingere Moro a dire o fare pubblicamente cose di cui si sarebbe porto pentire. Cossiga racconta una prima volta ai media che ad ideare il piano era stato il procuratore capo di Roma, e poi, successivamente, si corregge, attribuendone la titolarità ai magistrati della Procura generale. I magistrati chiamati in causa, il Procuratore capo Giovanni De Matteo ed i magistrati della Procura Generale Guido Guasco e Andrea Padalino, smentiscono risolutamente queste affermazioni, negando di sapere alcunché di tale piano. Da un esame approfondito è emerso, in seguito, come il piano Viktor fosse contenuto in un documento stilato dal criminologo Franco Ferracuti, membro del comitato di sicurezza istituito presso il ministero dell’Interno, ed iscritto, come tutti gli altri membri del comitato, alla P2. Secondo il documento Ferracuti, durante la prigionia, Moro, aveva sviluppato la cd Sindrome di Stoccolma, in base alla quale un soggetto rapito maturerebbe un sentimento positivo nei confronti dei suoi carcerieri, e di converso, un sentimento negativo vero le forze di polizia e tutte le altere persone impegnate ad ottenere la sua liberazione. La soluzione prospettata nel documento sarebbe stata quella appunto di isolare, dopo i primo contatti con i familiari ed i magistrati inquirenti, Moro dal resto del mondo, trattenendolo all’interno di una struttura sanitaria, con la scusa di verificare le sue condizioni di salute. A ben vedere tale piano prevedeva la facoltà di disporre della persona di Moro, privandola della sua libertà personale, senza che vi fossero le condizioni previste espressamente dall’ordinamento, e soprattutto senza la necessaria pronuncia da parte dell’Autorità Giudiziaria, come disciplinato dall’ordinamento nel caso di trattamento sanitario obbligatorio. A dire il vero Cossiga parlò, nell’intervista, di un consenso da parte dell’ interessato, anche se, onestamente, appare inverosimile che Moro avesse potuto fornire il suo consenso ad una misura così invasiva della sua sfera personale, quale, appunto, la segregazione forzata. Appare invece più logico ipotizzare come lo statista democristiano avrebbe preferito ricevere le cure e le attenzioni di cui aveva bisogno dai suoi familiari, e dunque avrebbe preferito essere curato nella sua abitazione.

Tutto ciò appare in linea con la normativa allora ancora in vigore sull’assistenza psichiatrica ( la legge Basaglia n.833 entrerà in vigore solo nel dicembre del 1978), secondo la legge promulgata da Giolitti nel 1904 e completata nel 1909. Tale normativa, in quanto legge di ordine pubblico, metteva al primo posto i bisogni di protezione della società dai “malati di mente” , subordinando la loro cura alla loro custodia. Ne conseguiva che dovevano essere custodite nei manicomi le persone affette da qualsiasi causa di alienazione mentale, quando, in conseguenza di tale alienazione, fossero risultate pericolose a se o agli altri, o, in alternariva, fossero capaci di cagionare pubblico scandalo (legge n.36/1904).  Dunque il consenso di Moro non era affatto ritenuto necessario ai fini di un suo internamento, con la conseguenza che la privazione della sua libertà personale era possibile sulla base di una semplice condotta che fosse stata ritenuta tale da suscitare il pubblico scandalo.

(cm)

Il dilemma del covo di via Montalcini

Covo BR via Montalcini

Si è già accennato all’ incoerenza delle versioni fornite dai brigatisti che furono i carcerieri di Aldo Moro, i vari Moretti, Braghetti, Maccari e Gallinari, in ordine alla fase del trasporto dell’ostaggio nel covo di via Monalcini. Come si è visto, tutte le ricostruzioni effettuate in sede giudiziaria dai quattro carcerieri, appaiono discordanti tra loro. In partricolare è apparso impossibile per loro ricordare chi fu che andò a prendere Moro nel parcheggio sotterraneo della Standa di via dei Colli Portuensi, trasporto il cui unico particolare certo sembra essere quello relativo al mezzo usato, la Citroen Ami 8. Di contro, tutte le altre fasi del piano, dall’agguato di via Fani, alla successiva fuga, sembrano essere perfettamente vive nella loro memoria. Appaiono ugualmente incoerenti le tracce di sabbia e di vegetazione marina, nonché le spighe “forasacchi” ritrovate negli abiti dello statista democristiano, così come poco credibili risultano le dichiarazioni rilasciate in merito dalla Braghetti e dalla Faranda, circa il preciso utilizzo della sabbia di mare in funzione di depistaggio. Ricordiamo che la sabbia, oltre che nei risvolti, venne ritrovata anche nella parte superiore dei calzini di Moro.

A ciò si aggiungano le tracce di bitume e di sabbia ritrovate, oltre che nelle suole delle scarpe dell’ex presidente del consiglio, anche nei tappetini interni, nei paraurti e nei battistrada delle ruote della Renault 4 rossa in cui venne ritrovato il suo corpo.

Il racconto di Morucci sull’uccisione di Moro

Secondo la versione di Morucci, il primo tra i brigatisti a raccontare il fatto, Moro viene ucciso la mattina del 9 maggio del 1978, tra le 6 e le 6.30 del mattino. Quel giorno Moro viene trasportato in una cesta, dall’appartamento al box auto, quest’ultimo situato nei seminterrati del palazzo di via Montalcini. All’operazione partecipano Moretti, la Braghetti e Maccari. Gallinari no perché ricercato. In realtà poi sappiamo che la foto di Moretti viene trasmessa in televisione il giorno stesso del rapimento di Moro. Dunque, arrivati nel box, Moro viene fatto salire nel bagagliaio della Renault 4, e quindi ucciso da Moretti con una pistola e un mitra. Di seguito il Cadavere dello statista viene trasportato in auto in via Caetani, dove viene lasciata la R4. Moretti poi telefona all’assistente universitario di Moro, il prof. Franco Tritto, per avvisarlo della sua morte e del posto in cui avrebbero potuto ritrovare il suo cadavere.

Le criticità della versione di Morucci

Le criticità di questo racconto possono individuarsi negli orari, nelle fasi del trasporto di Moro nel palazzo di via Montalcini, e nelle modalità della sua esecuzione. Se Moro viene ucciso tra le 6 e le 6.30, e quindi trasportato in via Caetani, tragitto che, a quell’ora, non sembra possa essere compiuto in un periodo di tempo superiore all’ora, per quale motivo la telefonata a Tritto viene fatta solo alle 12.30? Non sembra davvero plausibile l’assunzione, da parte di Moretti, Morucci e Seghetti, di un rischio così grande, posto che entrare in pieno centro con la R4 con dentro il corpo dello statista democristiano, equivaleva quasi automaticamente ad essere scoperti. In merito al trasporto di Moro dall’appartamento al box auto, appare ancora una volta poco credibile la scelta di effettuarlo in mattinata, col rischio, che poi si concretizzò, di incontrare qualche inquilino sulle scale. Si ricorda che Moro, secondo il racconto di Morucci, non era stato sedato durante il trasporto, dunque, essendo egli consapevole di vivere gli ultimi istanti della sua vita, vi era il rischio concreto di una sua richiesta di aiuto. Da questo punto di vista non si comprende la necessità di effettuare il trasporto dall’appartamento al box; ugualmente non si comprende lo scatto di nervi, da parte della Braghetti, nei confronti dell’inquilina incontrata sulle scale durante il trasporto in questione, atto che portò poi l’inquilina ad avvisare la polizia. L’ inquilina, dal canto suo, testimoniò in giudizio di avere visto, attraverso la porta semichiusa del box, la Renault 4 rossa. Inoltre, la scelta di uccidere Moro nel box auto, appare anche questa eccessivamente rischiosa. Dalle risultanze degli esami balistici, è emerso infatti come solo alcuni dei colpi esplosi contro Moro, fossero stati attutiti da silenziatori. Dunque, posto che le pareti dell’intercapedine in cui venne custodito Moro, erano insonorizzate, non si comprende per quale ragione si è corso il rischio di essere scoperti, scegliendo di esplodere i colpi nel box, quando si sarebbe potuta eseguire l’operazione dentro l’intercapedine, in tutta tranquillità. Si aggiunga, poi, che i vari box erano tra loro comunicanti, e quindi il rischio di essere scoperti a seguito degli spari era, concretamente, molto elevato.

Conclusioni

Se le varie criticità individuate nella versione resa in sede giudiziaria da Morucci, singolarmente prese, possono trovare una spiegazione più o meno credibile, viste nel loro complesso, appaiono in grado di spingere a dubitare del racconto complessivo. Ci chiediamo, quindi, per quale ragione, dopo tutto il tempo trascorso, e soprattutto dopo le sentenze passate in giudicato, si sia voluta continuare a sostenere la tesi della prigionia nel covo di via Montalcini. L’unica risposta possibile appare essere quella secondo la quale una veritiera ricostruzione degli avvenimenti avrebbe potuto mettere in crisi la credibilità di tutta l’azione, secondo la versione che Morucci ne ha dato. Per il momento, in mancanza di versioni più credibili circa i fatti narrati, sembra ragionevole poter constatare come vi sia, in tutta la ricostruzione ufficiale della vicenda, una stridente contrapposizione tra la “geometrica potenza” dell’azione di via Fani, e la più rischiosa e lasciata al caso prigionia di via Montalcini, e l’egualmente rischiosa esecuzione di Aldo Moro.

(cm)

La strage di via Fani: luci e ombre nelle versioni dei brigatisti

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La ricostruzione in sede processuale delle fasi del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta fatta dai brigatisti, avviene in modo anomalo. Ricordiamo che nell’azione muoiono gli agenti Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulo Rivera e Francesco Zizzi.

Fino al 1986 tutti i brigatisti che avevano preso parte all’azione ed erano stati arrestati, decidono di non raccontare nulla ai magistrati che li interrogano. Il primo brigatista a fornire la sua versione dei fatti, che poi diverrà la versione ufficiale anche per gli altri, è Valerio Morucci, il quale nel 1986 scrive un primo memoriale, senza però indicare i nomi degli altri membri del gruppo. Questo primo memoriale viene consegnato ai magistrati incaricati delle indagini. Successivamente, un secondo memoriale nel quale compaiono i nomi di tutti i componenti del gruppo, viene consegnato sempre da Morucci a suor Teresilla, una suora che prestava servizio all’interno del carcere nel quale il brigatista era recluso. Questo secondo memoriale ha una vicenda complicata, nel senso che suor Teresilla, invece di consegnarlo subito a Cossiga, come chiedeva Morucci, lo da al direttore dell’organo di stampa della DC, “Il Popolo”. Secondo gli atti processuali, il memoriale arriverà nelle mani di Cossiga solo il 13 marzo del 1990. Sarà poi la presidenza del Consiglio a consegnarlo al capo della polizia e quindi ai magistrati competenti del caso. La fase che precede la consegna del secondo memoriale, è caratterizzata da una fitta attività di incontri in carcere tra i brigatisti, e in particolare Morucci, ed esponenti della Democrazia Cristiana. Molte supposizioni sono state fatte circa il contenuto di questori incontri.  A questo proposito, Alberto Franceschini, uno dei membri fondatori delle BR, che non aveva preso parte a via Fani, disse: “Pensavamo che venissero per cercare di fare un po di chiarezza. Invece no: mi rendevo conto che venivano da noi per conquistare silenzi”.

Occorre ricordare come, già dal terzo giorno successivo a via Fani, vale a dire dal 19 marzo 1986, tutti i giornali, da Repubblica al Corriere, avevano cominciare a sostenere la tesi del complotto internazionale, anche per via del fatto che diversi servizi segreti internazionali, da quello tedesco, a quello statunitense, avevano offerto la loro collaborazione alle autorità italiane.

Ed è proprio nel tentativo di volere allontanare la tesi del complotto esterno, che Morucci, secondo le sue dichiarazioni, decide di scrivere il suo memoriale.

Come risulterà anche dalla sentenza della Corte d’assise di Roma del 16 luglio 1996, tutti gli imputati che hanno preso parte all’azione di via Fani, e che in seguito hanno deciso di raccontare l’accaduto, “hanno esplicitamente avvertito di essere mossi dallo specifico intento di dimostrare che le BR operarono nel sequestro e nell’uccisione dell’on. Moro, in assoluta indipendenza ed autonomia da ogni infiltrazione o suggestione esterna”.

La ricostruzione dell’azione di via Fani

Il primo elemento sul quale appaiono discordanze nel racconto di Morucci, e in seguito anche degli altri partecipanti all’azione, riguarda il loro numero. Mentre in Commissione parlamentare Morucci dichiara che erano in dodici, in Corte d’assise il numero complessivo diventa, sempre secondo Morucci, nove. Leggendo gli atti del processo Moro, il testimone Alessandro Marini, che sopraggiungeva in via Fani sul suo motorino durante l’azione, dichiara che di fronte alle auto di Moro e della scorta vi erano due persone a bordo di una moto Honda, di cui una, quella seduta dietro, imbracciava un mitra. Deposizione concorde è quella resa dal testimone Giovanni Intrevado, il quale vede anche lui i due uomini, di cui uno con il viso coperta da un passamontagna, a bordo della moto Honda. Marini dice anche di essere stato raggiunto, il parabrezza del suo motorino, da uno dei colpi esplosi dal motociclista col mitra. Dunque, sia Morucci che gli altri membri del gruppo, dichiarano di non sapere chi fossero i due motociclisti, sebbene vi siano testimonianze che affermano la loro partecipazione all’azione.

Secondo il testimone Marini, i brigatisti che avrebbero sparato sarebbero stati complessivamente 8, a cui vanno aggiunti i due che prelevano Moro dalla Fiat 130, e gli altri due a bordo della macchina sulla quale viene fatto i salire il presidente della DC per la fuga.

Altro elemento in ordine al quale vi è disaccordo tra le dichiarazioni dei brigatisti e le perizie di laboratorio, è quello delle dinamiche della sparatoria. Dei 91 bossoli rinvenuti, ben 49 risultarono essere stati esplosi dalla stessa arma, un mitra di recente fabbricazione, a differenza delle altre armi.

Altri 22 bossoli risultarono essere esplosi da una seconda arma, i restanti 20 bossoli, dalle altre quattro armi. Dalle dichiarazioni rese in sede dibattimentale da Moretti e Bonisoli, due dei partecipanti all’azione, emerge come tutte le armi in dotazione al gruppo di fuoco, si incepparono.

Tutte tranne due, di cui la prima, il mitra che saprò i 49 colpi, non risulta essere mai stata usata in altre azioni, ne ritrovata.

Riguardo alla dinamica, il teste Pietro Lalli, afferma che uno dei brigatisti, quello del mitra mai ritrovato, esplose due raffiche, molto precise, una, a distanza ravvicinata, indirizzata verso l’auto di Moro, l’altra, verso la scorta che la seguiva. Quindi l’azione è stata posta in essere, in gran parte, da un uomo solo, il quale, pur agendo a volto scoperto, non è mai stato individuato.

Altro elemento importante dell’azione, è quello delle divise: tutti i partecipanti all’azione di via Fani, incluso il brigatista del mitra mai ritrovato, indossavano divise da aviatori. Per molto tempo ci si è interrogati circa l’utilità, per i brigatisti, dell ‘indossare delle divise, posto che, oltre ad aumentare il rischio di essere individuati, avrebbero fatto perdere tempo nella fase di fuga, dovendo ciascuno togliersela e, in seguito, farla sparire.

La conclusione più logica appare essere quella in base alla quale le divise servivano a ridurre al minimo i rischi del fuoco incrociato. Ma se i brigatisti si conoscevano tutti da tempo, quale rischio vi era? L’ipotesi che viene fatta, e che, sottolineiamo, non è suffragata da alcuna prova, è quella secondo la quale vi fossero appartenenti al gruppo di fuoco, che non conoscevano tutti, e che, soprattutto, non erano conosciuti dagli altri. Dalle risultanze processuali emerge dunque che l’azione, durata complessivamente tre minuti, dalle 9.03 alle 9.05, appare essere stata organizzata in modo perfetto, dalla fase di bloccaggio delle due auto, quella di Moro e quella della scorta, all’azione di fuoco. Questo elemento confligge però con quanto dichiarato dai brigatisti in fase processuale, secondo i quali l’azione era stata provata una sola volta, nel giardino di un’abitazione privata, così come non risultano esserci stati addestramenti particolari con le armi. Eppure l’azione si svolge in modo rapido ed efficace, grazie soprattutto al brigatista super addesrato, quello del mitra mai ritrovato.

La fuga da v.Fani e l’arrivo al covo di via Montalcini

Altro elemento del racconto dei brigatisti che stride fortemente, sia in termini di coerenza con l’azione complessiva, che nei termini delle singole deposizioni rese dagli imputati, spesso in disaccordo tra loro, è quello relativo alla fase della fuga da via Fani, in direzione del covo di via Montalcini.

Se da una parte la fase di esecuzione del sequestro, malgrado fosse stata provata solo una volta, si svolge in modo rapido ed efficace, dando l’impressione di essere stata organizzata in modo meticoloso, non altrettanto può dirsi per quanto riguarda la fuga. Morucci, il primo a fornire la versione dei fatti, racconta che da via Fani, il corteo delle auto dei brigatisti, una Fiat 132 blu con a bordo Seghetti e Fiore, oltre a Moro e Moretti, e la Fiat 128 bianca con Morucci e Gallinari, imbocca via Stresa, poi piazza Monte Gaudio, via Belli e quindi via Casale de Bustis. Qui il corteo si ferma per tagliare la catena che impediva l’accesso ad una strada privata, per poi proseguire per via Massimi e quindi via Bitossi. Giunto a questo punto il corteo si ferma ancora una volta per fare scendere Morucci, il quale, con le due borse di Moro, sale su un furgone, un Fiat 850, precedentemente parcheggiato. Il corteo quindi prosegue, e, strada facendo, abbandona la 132 in via Licinio Calvo. Giunto a piazza del Cenacolo, il corteo si ferma per la terza volta: Moro viene fatto entrare dentro una cassa di legno, che Moretti e Fiore caricano dentro il furgone. Il Furgone, con la 128 e una Dyane con a bordo Morucci e Seghetti, prosegue il viaggio, in direzione del parcheggio della Standa di via dei Colli Portuensi.

Il furgone con a bordo Moro entra nel garage della Standa. A questo punto del racconto cominciano le criticità più evidenti. Infatti, nessuno dei membri del gruppo è in grado di dire chi sia stato, a bordo di una Citroen Ami 8, a venire a prendere la cassa con Moro dentro, per portarla nel covo di via Montalcini, distante poche centinaia di metri dalla Standa. Neanche Moretti, rimasto da solo alla guida del furgoncino Fiat. Morucci racconta infatti che giunti nel garage, lui e Seghetti abbandonano Moretti da solo dentro il furgone con la cassa. Ma anche Moretti, interrogato, dichiara di essere andato via dal garage, prima dell’arrivo della Ami 8. Nessuno degli altri brigatisti, nemmeno quelli incaricati di custodire Moro nel covo di via Montalcini, i vari Gallinari, Faranda, Braghetti e Maccari. In merito all’incoerenza tra le varie versioni fornite dagli imputati, la Commissione stragi della dodicesima legislatura ebbe a scrivere nella sua relazione conclusiva che: “le resistenze che i magistrati inquirenti hanno riferito alla Commissione stragi di avere incontrato e di continuare a incontrare da parte dei brigatisti quanto ad una ricostruzione compiuta e credibile dell’agguato e cioè la persistenza di un atteggiamento di chiusura che perdura al di là dei segnalati cedimenti ed abbandoni di più antiche versioni, ormai di provata inattendibilità” non si può fare a meno di notare che “è un atteggiamento che gli inquirenti giudicano sproporzionato rispetto al fine di coprire (eventuali) altri brigatisti rimasti sconosciuti e che sembrerebbe rivelare la volontà di occultare la presenza in via Fani di “forze diverse” e quindi di difendere il carattere “puro”, dal punto di vista rivoluzionario, dell’azione”.

(cm)

Monsignor Mennini, il confessore di Aldo Moro

Mons. Antonello Mennini 

Il 9 marzo il Nunzio apostolico vaticano in Gran Bretagna, l’arcivescovo Mons. Antonello Mennini, è stato audito dalla Commissione parlamentare di inchiesta su Aldo Moro.
Ciò è stato possibile grazie all’intervento di Papa Francesco, che ha sollecitato il prelato a rivelare quanto di sua conoscenza vi fosse, sulla vicenda del rapimento e del successivo omicidio dello statista democristiano. Mons. Mennini è già stato ascoltato diverse volte, sette per l’esattezza, tra magistrati e commissioni d’inchiesta, tuttavia il suo non costituisce un atto dovuto, posto che il prelato, come tutti gli appartenenti al corpo diplomatico, gode di immunità. Mennini, prima di intraprendere la carriera diplomatica, era stato in passato il parroco della chiesa di Piazza dei Giochi Delfici, la chiesa frequentata dalla famiglia Moro, ed in particolare don Antonello, come si faceva chiamare allora, era stato il confessore di Moro.
Durante i 55 giorni del sequestro, Mennini sarà il postino di Moro, ovvero la persona che si prenderà carico, in accordo con le BR, di consegnare le lettere scritte da quest’ultimo. Ma non solo. Secondo quanto dichiarato dal Presidente emerito Francesco Cossiga, all’epoca dei fatti presidente del consiglio, don Antonello avrebbe confessato e somministrato l’estrema unzione a Moro, prima della sua uccisione. Dunque molto probabilmente don Antonello è in grado di sapere dove si trovi il covo delle BR in cui l’ex presidente della DC è stato tenuto nascosto: in effetti alcuni elementi emersi in sede processuale avrebbero sollevato dei dubbi sul fatto che il covo in questione fosse quello di via Montalcini, il luogo in cui venne rinvenuta l’intercapedine nascosta di pochi metri quadrati in cui il politico veniva custodito – e diversi anni dopo anche una parte incompleta dei memoriali di Moro . Mons. Mennini è il figlio di Luigi Mennini, amministratore delegato dello IOR all’epoca della direzione di Paul Marcinkus, e dunque ai tempi di Roberto Calvi e del crack dell’Ambrosiano. Mons. Mennini è anche fratello di Alessandro Mennini, recentemente congedato da papa Francesco, ex delegato della sezione straordinaria dell’ APSA – Patrimonio della Sede Apostolica, la seconda banca dopo lo IOR, che amministra gli immobili di proprietà del vaticano – quella che gestisce gli investimenti dell’istituto in titoli. Il suo successore, mons. Nunzio Scarano, è stato arrestato per la seconda volta nel gennaio 2014, per una vicenda di riciclaggio di denaro.

Qualche domanda a mons. Mennini 
Dunque, essendo una delle poche persone ad aver visto ancora in vita Moro, mons. Mennini molto probabilmente è in grado di sapere dove si trova il covo delle BR in cui l’ex presidente della DC è stato tenuto nascosto. In effetti dall’autopsia eseguita sul corpo dello statista è emerso che le sue condizioni fisiche e muscolari erano buone. Inoltre, sui suoi pantaloni, sono state rinvenute tracce di sabbia e di vegetazione marina, elementi che hanno fatto supporre agli investigatori che il luogo in cui l’uomo politico era stato tenuto prigioniero, si trovasse in prossimità del mare. Del resto, è apparso subito evidente come la grande quantità di fogli scritti a mano da Moro, dalle lettere al memoriale, fosse incompatibile con la restrizione nell’intercapedine di via Montalcini, dove il poco spazio a disposizione non consentiva la presenza di un tavolo e di una sedia. Dunque, delle due l’una: o il carceriere di Moro permetteva allo statista di poter uscire dall’intercapedine e di poter scrivere seduto ad un tavolo, oppure il covo di via Montalcini non è stata l’unica prigione di Moro.

Le ombre sui dispositivi di sicurezza a tutela di Moro
Uno degli elementi che più hanno fatto riflettere negli anni sul rapimento di Moro è stato quello della scarso livello di sicurezza col quale il presidente della DC veniva protetto. Moro era il fautore di quello che allora veniva definito il “compromesso storico”, vale a dire la formazione del primo governo europeo a maggioranza democristiana, sostenuto da un partito comunista. Questo disegno politico era malvisto tanto dal governo sovietico, quanto da quello degli Stati Uniti. Sul fronte interno, le forze in prevalenza di sinistra, contrarie a questo accordo, lo avrebbero contestato con tutte le loro forze, in piazza e nei seggi. Ma non era contraria solo l’opposizione pacifica e democratica. Sempre dalla relazione della Commissione parlamentare emerge come, in data antecedente all’agguato di via Fani, un ergastolano che aveva avuto contatti con brigasti come Socci e Buonavita, reclusi con lui nel carcere di Matera, riferisce alle autorità di sicurezza della struttura penitenziaria di avere appreso che era in preparazione un grosso attentato ad una personalità romana e che era in progetto il sequestro di un’altra personalità, al fine di chiedere la liberazione di alcuni detenuti politici. Il 6 marzo 1978, dieci giorni prima del rapimento di Moro, il Securpena, l’autorità che gestisce la sicurezza nelle carceri, segnala la notizia al SISMI. Il responsabile del SISMI, il generale Santovito (iscritto alla P2), audito in seguito dalla Commissione parlamentare, affermò che la segnalazione arrivò al centro SISMI di Roma ad attentato già avvenuto, e che il motivo del ritardo nella trasmissione della notizia era dato da alcune norme farraginose, che avevano impedito di agire in maniera tempestiva.
Nel 1980 Bettino Craxi rivela di avere appreso da un parlamentare tedesco che Moro era stato scelto come obbiettivo dal terrorismo internazionale. A seguito della scoperta da parte della polizia tedesca e di quella olandese di alcuni documenti rinvenuti in uno delle sedi di tali organizzazioni, era stato appurato che il nominativo di Aldo Moro era stato inserito in una lista di obbiettivi da “colpire”: la lista, che conteneva anche il nome dell’allora presidente della Confindustria tedesca, Schleyer, in seguito rapito dalle RAF, le BR tedesche, faceva riferimento al nome di Alter Man, che, secondo gli inquirenti secondo gli inquirenti tedeschi, altri non era che Aldo Moro, data la corrispondenza delle iniziali. Craxi racconta di avere riferito tale notizia a qualcuno, senza rivelare ne il nome ne il grado e il corpo di appartenenza. Alla domanda circa il motivo per il quale nessuno, tra carabinieri e servizi segreti, avesse mai rivelato tale notizia, Craxi risponde: ” Se i capi delle Armi, dei servizi segreti eccetera, hanno detto di non saperlo, evidentemente lo hanno dimenticato perché io con qualcuno ne ho certamente parlato”.
In seguito, diverse sono le testimonianze rese da comuni cittadini e ritenute attendibili in sede processuale, che raccontano di come Moro e la sua scorta fossero costantemente pedinati e fotografati, fino a pochi giorni prima dell’agguato di via Fani. Tuttavia, malgrado alcune di queste segnalazioni siano giunte a chi di dovere, in epoca antecedente al rapimento, il livello di sicurezza del dispositivo preposto alla salvaguardia dello statista democristiano, non venne in alcun modo mutato. Ma accaddero anche alcuni fatti inquietanti. Ad esempio, quello che si verificò nel luogo in cui venne ferito gravemente alle gambe l’esponente della DC romana Publio Fiori: nell’immediatezza dell’ agguato, comparve su un muro la scritta eloquente quanto inquietante: “Oggi Fiori, domani Moro”.
In uno stralcio della relazione finale della prima Commissione parlamentare d’Inchiesta sul caso Moro, si legge: “Scarsi e sommari sono risultati i servizi di vigilanza e di prevenzione nella zona in cui abitava l’onorevole Moro e nella quale i terroristi hanno potuto pianificare il sequestro e la strage dopo ripetuti controlli e osservazioni delle abitudini dell’onorevole Moro e dei militari addetti alla sua protezione”. […] “e assai carente” fu “anche il controllo dei responsabili del servizio scorte del ministero degli Interni sull’attuazione e la congruità delle consegne e delle istruzioni impartite”.

Servizi di intelligence distratti
Dalle risultanze processuali è emerso anche che, durante l’uccisione della scorta di Moro, fossero presenti, oltre ai brigasti ed ai passanti, anche alcuni rappresentanti dei servizi.
Un testimone presente al momento dell’agguato, Alessandro Marini, ha riferito in sede processuale che, subito dopo la fuga dei brigatisti, un uomo dell’età compresa tra i 35 e i 40 anni, si occupò di coordinare i primi soccorsi ed anche di gestire la viabilità, disponendo anche di una paletta di ordinanza. L’uomo, secondo il teste, si muoveva con una certa disinvoltura, come se svolgesse tale attività per professione. Il personaggio in questione non è mai stato individuato, e tuttavia appare strano come questo non abbia mai sentito il dovere professionale o civile, di riferire alle autorità competenti quanto avesse visto. Sempre dalle carte processuali è emerso come altri due testimoni, Paolo Pistolesi e Gherardo Nucci, che stavano risalendo via Stresa per poi dirigersi verso via Fani, hanno riferito di essere stati bloccati, subito dopo l’agguato, da un uomo con una giacca di colore azzurro, provvisto anche questo di una paletta di ordinanza. L’uomo intimò loro di andare via da quel posto. Anche qui sorgono gli stessi interrogativi: perché questa persona non è mai stata individuata e perché non si è mai fatta sentire su quanto accaduto?
Nella relazione conclusiva della Commissione stragi della decima legislatura, si legge che nel 1991 l’ex agente del SISMI, Pierluigi Ravasio riferisce ai magistrati che la mattina dell’agguato di via Fani, era presente sul luogo il colonnello Camillo Guglielmi, all’epoca dei fatti ufficiale del SISMI, appartenente all’Ufficio controllo e sicurezza, con compiti specifici relativi alla sicurezza di personalità politiche. Guglielmi, interrogato dai giudici, riferisce che si trovava in quel luogo poiché si stava recando a pranzo a casa dell’amico Ravasio, residente in via Stresa.
Data la singolarità, da parte del Guglielmi, del recarsi a pranzo a casa di un amico tra le ore 9.30 e le 10 del mattino, il Ravasio, messo a confronto con Guglielmi, afferma che rispondeva al vero che Guglielmi si era recato casa sua, ma sostiene anche che questi non era stato invitato, e che quindi si trattava di un’ improvvisata. La deposizione di Ravasio era stata messa agli atti della Commissione, attraverso una testimonianza scritta recepita da un membro della stessa Commissione, l’on. Luigi Cipriani. Nella deposizione si fa riferimento come, ad opinione di Ravasio, la presenza di Guglielmi in via Fani derivasse da un preciso ordine impartito dal generale Pietro Musumeci (appartenente alla P2), il quale aveva ricevuto una segnalazione circa il rapimento, da un suo agente infiltrato nelle BR, agente col nome di copertura di Franco. Anche qui la giustificazione data da Guglielmi appare quanto meno fantasiosa, sebbene non vi sia stata alcuna conferma circa le deduzioni del Ravasio. Tuttavia non si può fare a meno di sottolineare come il Guglielmi non abbia mai sentito il dovere professionale o civico di rendere noto, nelle sedi processuali, quanto fosse avvenuto, offrendo il suo contributo personale e disinteressato alla ricerca della verità.

Quelle liste a Castiglion Fibocchi
Il 17 marzo 1981, nell’ambito dell’inchiesta sul finto rapimento di Michele Sindona, inchiesta condotta dalla procura di Milano, i militari della Guardia di Finanza eseguono un mandato di perquisizione presso l’abitazione di Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi (Ar). Tra i vari documenti, i militari trovano delle liste relative agli iscritti ad una loggia massonica segreta, la P2, liste che raccolgono complessivamente 956 iscritti. Tra i nominativi inclusi, vi sono 3 ministri in carica, 2 ex ministri, 38 deputati, 14 magistrati, un segretario di partito, i vertici dei servizi segreti, 52 alti ufficiali dei carabinieri, 37 della Guardia di Finanza, 50 dell’esercito, 29 della Marina, 11 questori, 5 prefetti, 10 presidenti di banca, 70 imprenditori e poi ancora sindaci, primari ospedalieri, notai ed avvocati.
Tra i dirigenti dei servizi iscritti alla P2, troviamo Miceli, Maletti, La Bruna, D’amato Fanelli, Viezzer, Grassini, Pelosi capo del CESIS, il capo del SISMI Santovito, il suo capo di segreteria Musumeci, nonché Di Donato e Salacone dell’ufficio amministrativo, oltre ad una lunga serie di funzionari del SISDE. Per molti di questi ufficiali l’iscrizione alla P2 era avvenuta in epoca molto prossima all’ingresso nei servizi, quasi fosse una precondizione. Dopo un’analisi dei nominativi contenti nelle liste, i giudici milanesi capiscono che attraverso la P2 erano passati molti dei misteri e degli scandali più recenti che avevano investito l’Italia. E così decidono di catalogare il materiale raccolto sotto dieci grandi categorie:
1) P2 e lo scandalo ENI 2) P2 e il Banco Ambrosiano 3) P2 e lo scandalo dei petroli 4) P2 e la magistratura 5) P2 e la Rizzoli 6) P2 e i segreti di Stato 7) P2 e i finanziamenti all’eversione nera 8) P2 e le stragi 9) P2 e il sequestro Moro 10) P2 e il caso Pecorelli.

Pecorelli e i finanziamenti di Gelli
Carmine (Mino) Pecorelli, avvocato e giornalista iscritto alla P2, è il fondatore dell’agenzia stampa OP, Osservatorio Politico, molto vicina agli ambienti dei servizi, tanto da anticipare, rispetto a tutta la stampa, il contenuto delle lettere di Moro. Dagli atti della Commissione Moro risulta che il tenente colonnello dell’ Esercito nonché piduista, Antonio Viezzer raccontò al giornalista Marcello Coppetti che il generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo – dal 1955 al 1962 capo del Sifar, sotto la cui direzione vengono raccolti dossier su circa 15 mila persone, tra politici, giornalisti e personaggi di tendenze politiche di sinistra, in vista di un colpo di stato che avrebbe dovuto essere realizzato nel 1964, da alcune centinaia di ufficiali dell’arma dei Carabinieri, il cd Piano Solo – aveva portato via dagli archivi dei servizi molto materiale, dossier scottanti, con cui ricattare personaggi potenti, carte che poi erano state affidate ad un avvocato di Milano, il quale aveva poi messo tutto al sicuro nel deposito di sicurezza di una banca svizzera. I dossier del SIFAR erano poi finiti nelle mani di Gelli, dai quali il Venerabile ne aveva tratto un enorme potere. Viezzer disse anche che Gelli era amico di Pecorelli e che finanziava ogni anno la sua agenzia OP con 400 milioni di lire. Secondo Coppetti il sequestro di Moro sarebbe stato un affare di Stato.
In una nota del 2 maggio del 1978, Pecorelli scrive: ” I rapitori di Moro non hanno nulla a che spartire con le Brigate Rosse comunemente note. Curcio e compagni non hanno nulla a che fare con il grande fatto politico-tecnicistico del sequestro Moro. La richiesta di uno scambio di prigionieri politici, avanzata dai custodi del presidente democristiano, rappresenta un espediente per tenere calmi i brigatisti di Torino e per scongiurare le loro tempestive confessioni, dichiarazioni sulle trame che si stanno tessendo sopra le loro teste. Curcio e Franceschini in questa fase debbono fornire a quelli che ritengono occasionali alleati una credibile copertura agli occhi delle masse italiane. In cambio otterranno un trattamento di favore. Quando la pacificazione nazionale sarà un fatto compiuto e una grande amnistia verrà tutto a lavare e tutto a obliare”.
Il 17 ottobre 1982, in uno stralcio di una lettera pubblicata su OP, Pecorelli scrive: “Il ministro della polizia sapeva tutto, sapeva persino dove era tenuto prigioniero (Moro), dalle parti del ghetto” e aggiunge: “Perché non è stato fatto nulla?”. In un articolo successivo, pubblicato il 16 gennaio 1979, Pecorelli, preannunciando alcune rivelazioni, scrive: “Ma torneremo a parlare di questo argomento, del furgone, dei piloti, del giovane dal giubbotto azzurro visto in via Fani, del rullino fotografico, del garage compiacente che ha ospitato le macchine servite nell’operazione, del prete contattato dalle BR, della tempestiva lettera di Paolo, del passo carrabile al centro di Roma, delle trattative intercorse, degli sciacalli che hanno giocato al rialzo, dei partiti politici che si sono arrogati il diritto di parlare in nome del parlamento, dei presunti memoriali, degli articoli redazionali scritti in funzione del fatto che lo stesso Moro, che avrebbe intuito che i carabinieri potevano intervenire, aveva paura di restare ferito. Parleremo di Steve R. Pieczenik, vicesegretario di Stato del governo Usa, il quale, dopo aver partecipato per tre settimane alle riunioni di esperti al Viminale, ritornato in America prima che Moro venisse ucciso, ha riferito al Congresso che le disposizioni date da Cossiga in merito alla vicenda Moro erano quanto di meglio si potesse fare… Non diremo che il legionario si chiama “De” e il macellaio “Maurizio” (Moretti)”.
Ma queste rivelazioni non ci saranno, poiché due mesi più tardi, il 20 marzo del 1979, Pecorelli viene assassinato. In merito agli articoli scritti da Pecorelli e relativi al sequestro Moro, il giudice istruttore Monastero, incaricato di istruire il procedimento contro Carminati per l’uccisione del giornalista, scrive: “apparivano particolarmente dettagliati, in alcuni casi ripresi da documentazione segreta o riservata rinvenuta presso la redazione e comunque riflettenti notizie di primissima mano acquisite sovente mentre delicatissime indagini di polizia giudiziaria erano ancora alle prime battute”, e che tra le varie fonti a cui il giornalista attingeva vi erano anche “fonti dei servizi segreti”.
In merito al delitto Pecorelli, verranno processati e prosciolti Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti come mandanti (2003) e Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera come esecutori materiali (1999).

Le borse e il memoriale di Moro
Nella ricostruzione in sede processuale delle fasi del rapimento di Moro, un particolare interessante appare quello del recupero, da parte del brigatista Valerio Morucci, delle due borse appartenute al presidente della DC, dall’auto sulla quale questi viaggiava assieme alla sua scorta.
Dai lavori della Commissione di inchiesta sulla P2 emerge come la vicenda delle borse si intrecci con quella del memoriale scritto da Moro, durante la sua prigionia.
Nei suoi appunti di lavoro Tina Anselmi, Presidente della Commissione, annota, al giorno 5 febbraio 1982, alcuni cenni sulle dichiarazioni rese dal giornalista Marcello Coppetti, collaboratore dei servizi. Secondo il giornalista, il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva un suo infiltrato nelle BR, al quale aveva impartito l’ordine di far sparire le due borse di Moro dal covo di via Montalcini, al momento della scoperta di questo, prima dell’arrivo dei magistrati. In merito la Anselmi si domanda: era stato Andreotti a dare l’ordine di farle sparire?
Le dichiarazioni di Coppetti, vengono in seguito confermate dal generale dei Carabinieri Enrico Galvaligi, ucciso dalle BR il 31 dicembre 1980, il quale dichiara ad un giornalista di Repubblica, che il materiale rinvenuto nel covo di via Montalcini, prima di essere inviato nei laboratori per essere esaminato, viene selezionato da Dalla Chiesa. Anche Gelli conferma alla Commissione che Dalla Chiesa aveva un suo infiltrato nelle BR, al quale aveva affidato il compito di recuperare il materiale di Moro rinvenuto nel covo di via Montalcini. Secondo Gelli, l’infiltrato recuperò solo parte del materiale. A parere di Gelli, Dalla Chiesa sapeva che le BR avevano anche del materiale compromettente di Moro, e per tale ragione il generale si reca da Andreotti per chiedergli carta bianca in ordine al suo recupero. Secondo il Venerabile il materiale di cui si tratta, conteneva anche una parte, coperta dal segreto di Stato, riguardante la magistratura. Dal quadro complessivo tracciato dalle dichiarazioni rese da Coppetti, Galvaligi e Gelli, la Anselmi giunge dunque alle seguenti conclusioni: 1) Che le borse di Moro vengono recuperate da Dalla Chiesa 2) Che Andreotti affida l’incarico del loro recupero, unitamente al memoriale scritto da Moro, a Dalla Chiesa, in quanto teme il loro contenuto 3) Che il memoriale di Moro in mano ai magistrati è incompleto. A tal riguardo, il 24 ottobre del 1978, Pecorelli scriverà, anticipando ancora una volta tutta la stampa, un articolo dal titolo: “memoriali veri, memoriali falsi, gioco al massacro”. Dalla Chiesa, promosso vicecomandante generale dell’Arma nel 1982, verrà ucciso a Palermo in un agguato mafioso, assieme alla moglie, nel settembre dello stesso anno.

Moro, Cirillo e la strage di Bologna
Nel corso della sua audizione in Commissione Moro (VIII legislatura), il 2 marzo 1982 viene tratto in arresto, con l’accusa di falsa testimonianza, il generale dell’arma di Carabinieri Pietro Musumeci. I commissari contestano al generale la sua iscrizione alla loggia P2, iscrizione desunta sia dalle liste ritrovate presso la residenza di Gelli – villa Wanda in località Castglion Fibocchi – sia dalle dichiarazioni rese del generale Nino Lugaresi, successore di Giuseppe Santovito ai vertici del SISMI. Musumeci ha negato – in maniera sfacciata affermano i commissari – la sua iscrizione alla P2, ripetendo più volte di essere massone ma di non ricordarsi il nome della loggia presso la quale era iscritto.
Secondo il generale Lugaresi, l’accoppiata Francesco PazienzaPietro Musumeci rappresentava l’anello di congiunzione tra i servizi segreti e la P2. Questa struttura parallela dei servizi segreti militari, comparirà nuovamente in occasione del rapimento dell’ex assessore regionale campano Ciro Cirillo, e verrà ampiamente documentata dalla relazione presentata in Parlamento dal Comitato di controllo sui servizi. Secondo la relazione, a condurre tutta la trattativa sarebbe stato proprio Musumeci, che all’epoca aveva l’incarico di capo dell’ufficio controllo e sicurezza. l’interrogativo al quale la relazione cerca rispondere è il seguente: come fu che i titolari dei servizi operativi del SISMI, quelli che avevano l’incarico ufficiale di condurre la trattativa, vennero scavalcati da Musumeci, il quale, di fatto, divenne il responsabile della catena di comando che orchestrò il rapimento Cirillo, operazione il cui obbiettivo viene definito “inconfessabile”? La risposta, nel testo della relazione, la offre il presidente della Comitato di controllo, Libero Gualtieri: si può spiegare “solo per il tradimento di chi aveva le più alte responsabilità del servizio”. Secondo quanto scritto dal Giuseppe De Lutiis in “Storia dei servizi segreti in Italia”, il primo a parlare ai giudici milanesi Turone e Colombo, di un gruppo di potere costituitosi, nel corso degli anni Settanta, in seno al comando della prima divisione Pastrengo di Milano, fu il tenete colonnello Nicolò Bozzo.
Oltre a Musumeci, del gruppo avrebbe fatto parte anche il generale Giovanbattista Palumbo, amico di Musumeci, entrambi iscritti alla P2. Dopo alcune frequentazioni con Gelli, Musumeci viene trasferito a Roma, all’undicesima brigata, e dopo pochi anni, nel 1978, entra nel SISMI, protetto del generale Santovito. Durante questo periodo, Musumeci viene impegnato col grado di colonnello in numerose missioni, a partire dalle ricerche del corpo di Aldo Moro nel lago di Duchessa, ricerche principiate da un finto volantino delle BR, volantino che servì solo a sviare le indagini, per passare poi alle ricerche, sollecitate da una soffiata, che individuavano il nascondiglio di Moro, presso la località di Gradoli, in provincia di Viterbo, operazione anche questa di sviamento, funzionale ai brigasti per l’abbandono del covo di via Gradoli. Alcuni anni dopo, nel 1980, promosso generale, Musumeci viene nominato da Santovito, segretario generale del SISMI. A seguito della strage alla stazione di Bologna, all’inizio del 1981, Musumeci invia ai giudici incaricati delle indagini un rapporto, in cui si afferma che i mandanti e gli esecutori della strage erano stati individuati in quattro neonazisti tedeschi. Nel marzo del 1981, a seguito del rinvenimento delle liste della P2 e la successiva rimozione di Santovito, inspiegabilmente Musumeci viene lasciato al suo posto, ed anzi viene promosso. Come accennato, l”ultimo episodio sconcertante che lo vede impegnato in prima linea è stato quello della trattativa a tre, per la liberazione dell’assessore campano Cirillo. Nell’agosto del 1981 sarà finalmente il successore di Santovito, il generale Lugaresi, a sbarazzarsi di Musumeci, mandandolo in pensione.

(cm)

Don Raffae’ e i suoi segreti

NCO di Raffaele Cutolo

Il settantaquattrenne ex capo e ideatore della Nuova Camorra Organizzata (NCO), Raffaele Cutolo, sta scontando quattro ergastoli in regime detentivo duro ( 41bis) nel carcere di Parma, lo stesso di Riina, Bagarella e Carminati. In pratica non puo’ comunicare con l’esterno se non tramite il suo avvocato, puo’ ricevere solo visite dei suoi familiari stretti, la moglie e la figlia, ed ha stringenti limitazioni sui beni personali che gli e’ concesso detenere in cella. In piu’ e’ sorvegliato giorno e notte da telecamere, e ogni volta che si reca nel cortile per l’ora d’aria, e’ sottoposto a perquisizioni corporali dalle guardie carcerarie. Fatta eccezione per un breve periodo di latitanza, tra il 1977 e il 1978, a seguito della fuga dal manicomio giudiziario di Aversa, Cutolo ha vissuto gran parte della sua vita, 51 anni, in cella, 36 dei quali in isolamento totale. Ma nonostante l’ergastolo e il carcere duro o’professore e’ sopravvissuto al suo ex braccio destro e grande accusatore, Pasquale Barra, scomparso recentemente a causa di un infarto. Anche Barra stava scontando diversi ergastoli, per via della lunghissima catena di omicidi di cui era accusato, omicidi il cui numero preciso non e’ conosciuto, si sa solo che e’ compreso  tra 65 e  70. Soprannominato “o’animale” per via dell’ omicidio del boss della mala milanese, Francis Turatello, accoltellato e poi squartato nel carcere di massima sicurezza sardo di Badu e Carros, Barra con le sue rivelazioni (e con quelle dell’altro collaboratore Giovanni Pandico) ha portato a processo, il maxiprocesso alla NCO svoltosi tra il 1983 e l’84, circa 900 camorristi, anche se in alcuni casi, come quello di Enzo Tortora, si e’ trattato di errori grossolani, nel tentativo forse di ottenere forti sconti di pena dai magistrati.

La nascita della Nuova Camorra Organizzata

La camorra ha storicamente un rapporto molto stretto con il carcere. Secondo la tradizione, il carcere e la pena alla quale il camorrista e’ sottoposto, rappresentano uno status symbol, un segno del suo valore di criminale ma anche di uomo d’onore. Ed e’ proprio da questa tradizione ottocentesca che Cutolo va ad attingere, nel costituire la sua NCO. Fornisce una identita’ specifica ai membri dell’ organizzazione, reintroducendo un rito di affiliazione, in modo tale da assicurarsi la loro fedelta’ e soprattutto l’omerta’. Istiutisce anche un sistema solidaristico tra gli affiliati, basato sulla ripartizione degli utili provenienti dalle attivita’ criminali, oltre al sostenimento delle spese legali ed al sostentamento delle famiglie in caso di arresto. Ma non solo. Il livello di potere raggiunto dalla NCO si spinge fino al controllo effettivo di alcune strutture penitenziarie, un vero governo parallelo per le carceri di  Poggioreale, Ascoli Piceno e Bellizzi Irpino. Ed e’ proprio dal carcere che Don Raffae’ da vita alla NCO, una potente organizzazione criminale capace di vantare importanti appoggi esterni, anche istituzionali. Per dare un’idea del potere economico dell’organizzazione, basti pensare che dal marzo 1981 all’aprile 1982, il boss riceve in media una cifra mensile di 4.200.000 lire. E la complicita’ dell’amministrazione carceraria gli consente di spendere questi soldi in vitto e altri beni di conforto. Ma la complicita’ va oltre le mura del carcere, fino a raggiungere il comune di Ottaviano, suo comune di nascita, dove Cutolo riusce ad ottenere  per se e per gli altri affiliati suoi compaesani, certificati di parentela, in modo tale da poter ricevere la visita anche di affiliati alla NCO. Cutolo, riusce anche a far ottenere, attraverso la complicita’ di alcuni psichiatri, certificati di infermita’ mentale per i suoi uomini, cosi’ da da poter avere il loro ricovero in ospedale psichiatrico al posto del carcere, agevolando in tal modo eventuali progetti di fuga. Dunque il carcere e’ il luogo di affiliazione all’organizzazione; del resto Poggioreale, dove Cutolo ha trascorso molto tempo, si trova nel centro di Napoli, ma anche il luogo in cui si regolano i conti all’interno dell’orgnizzazione e con gruppi diversi. Una volta ricevuta dall’esterno la notizia circa “l’infamia” o “l’indegnita’” di un recluso, si mette subito in modo la macchina che provvede alla sua eliminazione fisica. A tal proposito l’organizzazione può anche chiedere il trasferimento in altro carcere del soggetto interessato, in modo tale da agevolare la sua eliminazione, o la rimozione di talune guardie carcerarie non troppo inclini ad adeguarsi alle esigenze della NCO. Talvolta per eliminare alcuni soggetti si attende l’occasione propizia, com ad esempio il terremoto. Durante le forti scosse del 1980 e del 1981, vengono eliminati, complessivamente, sei reclusi. Oltre a Barra, uno dei killer su cui Cutolo può contare era Raffaele Catapano, detto il boia delle carceri. Ma la vera prova della potenza dell’organizzazione è la possibilita’ di disporre di armi automatiche all’interno del carcere, armi mai rinvenute. La disponibilita’ di armi da parte di alcuni reclusi di Poggioreale, porta anche al verificarsi di scontri a fuoco tra fazioni avverse; come quello avvenuto il 5 ottobre del 1982 tra cutoliani e appartenenti al clan rivale dei Bardellino-Nuvoletta-Alfieri (Nuova Famiglia). O come lo scontro a fuoco avvenuto il 27 ottobre dello stesso anno tra cutoliani e guardie carcerarie, per impedire il trasferimento di un detenuto. Nel periodo di maggiore potenza, verso la prima meta’ degli anni ’80, la NCO può vantare 7.000 affiliati, oltre ad avere affari nella produzione del calcestruzzo, nel controllo della spesa pubblica delle amministrazioni e nella gestione di talune imprese, divenute in poco tempo imprese di successo grazie ai metodi mafiosi esercitati nei confronti delle imprese competitrici.

Casillo e l’omicidio Calvi

Il 29 gennaio del 1983, a Roma, un’auto salta in aria non appena il suo conducente gira la chiave di messa in moto. Quell’uomo e’ Vincenzo Casillo, Enzo per gli amici. Un anno dopo il 2 febbraio 1984, il cadavere della sua compagna, Giovanna Matarazzo, viene ritrovato sotterrato in un pilone di cemento.

Casillo e’ uno dei pochi uomini di cui Cutolo si fida ciecamente. Ma oltre ad essere affiliato alla NCO, collabora in maniera ufficiale con il servizio segreto militare, il SISMI.

Il 9 marzo 2007 il collaboratore di giustizia, Pasquale Galasso, nel corso del processo per l’omicidio di Roberto Calvi, riferisce di avere saputo da Giuseppe Cillari, camorrista appartenente al clan Alfieri, indagato per associazione delinquere e per l’omicidio di Casillo, che ad uccidere Roberto Calvi era stato il Casillo, assieme ad elementi legati alla mafia ed ai servizi. Nella requisitoria del pm Tescaroli, emerge come, oltre ad avere partecipato all’omicidio di Calvi, Casillo era in stretto contatto con i vertici dei servizi segreti militari, il generale Santovito, iscritto alla loggia P2. Questa tesi sarà confermata dalle dichiarazioni rese da Oreste Pagano, uomo di fiducia di Alfonso Caruana, arrestato in Canada nel luglio del 1988.

Calvi era stato dunque eliminato da Cosa nostra e dalla camorra per paura che, una volta confermata in secondo grado la condanna per esportazione di valuta, rivelasse di avere riciclato i soldi delle due organizzazioni criminali. Il 9 dicembre 1993 il boss di Cosa nostra, Tommaso Buscetta racconta al giudice Lupacchini, nell’ambito delle indagini sulla Banda della Magliana, che ad uccidere Calvi era stato il boss di Cosa nostra legato a Pippo Calo’, Francesco di Carlo. In base alle perizie, ad uccidere Roberto Calvi sarebbero state almeno due persone, forse una per conto di Cosa nostra e l’altra per conto della camorra.

La camorra e i corleonesi

Una delle ragioni del successo di Cutolo e della sua NCO in Campania è stata l’esigenza di riappropriazione del controllo del territorio e dei traffici illeciti, principlmente il contrabbando di sigarette, fonte di reddito per molte famiglie di napoletani, fino a quel momento gestiti da gruppi criminali autoctoni affiliati a Cosa nostra. La presenza di Cosa nostra a Napoli risale all’epoca del confino di Lucky Luciano. Quest’ultimo era stato inviato in Italia dal governatore dello stato di New York, come condizione per la concessione della grazia. Giunto a Genova nell’aprile del ’47, dopo aver soggiornato prima nel carcere di Marassi e poi in quello dell’Ucciardone, Luciano si stabilisce prima a Capri e poi a Napoli. Dopo alcune denunce a seguito del sequestro, da parte della polizia italiana, di due spedizioni di eroina, e dopo essere stato implicato nella vicenda della raffinazione illegale di eroina da parte della casa farmaceutica Schiapparelli, della quale Luciano conosceva il direttore generale Migliardi, si arriva allo storico summit di Palermo, nell’ ottobre del 1957, tra i vertici di Cosa nostra statunitense e gli omologhi italiani, in piena rivoluzione cubana. Le vicende relative all’isola caraibica avevano imposto una brusca interruzione ai traffici di morfina ed eroina, dato che Cuba veniva utilizzata da tutte le famiglie come base logistica per lo smercio della droga. Nell’ incontro viene deciso, tra le altre cose, un cambio di strategia che include l’introduzione in Italia dell’attivita’ del traffico delle sigarette americane, per il basso rischio in termini repressivi, contro gli elevati margini di profitto. E’cosi’, dunque, che a partire dagli anni Sessanta la presenza di Cosa nostra a Napoli e in Campania si fa piu’ massiccia. E questa nostra controlla non solo il monopolio del contrabbando delle bionde,  ma anche il commercio della droga, la prostituzione, le scommesse, il gioco d’azzardo, le rapine e l’usura. Ai camorristi campani non affiliati a Cosa nostra non resta altra alternativa che sottostare ai corleonesi. Occorre dire che l’arrivo di Cosa nostra è anche il risultato di una serie di eventi tra i quali la chiusura del porto di Tangeri, fino a quel momento il porto franco per eccellenza per i traffici illeciti, ed il conseguente spostamento dei depositi, da parte delle societa’ produttrici di sigarette, lungo le coste jugoslave ed albanesi. A cio’ si deve il cambiamento delle regole di trasporto delle sigarette di contrabbando, per cui le navi che trasportano il carico si fermano lungo le acque territoriali, e per trasbordare la merce impiegano motoscafi veloci. E poi i gruppi criminali che organizzano il carico pretendono il pagamento in anticipo della meta’ del nolo della nave: si tratta di cifre importanti, che richiedono la presenza di un’organizzazione strutturata. In ultimo si deve aggiungere anche l’inasprimento della repressione nei confronti di Cosa nostra conseguente alla strage di Ciaculli, evento che obblighera’ i corleonesi ad adottare in terra sicula, la strategia della sommersione delle attivita’ criminali.

C’e’ infine da sottolineare come in questo strapotere dei corleonesi in terra campana abbia inciso notevolmente anche il soggiorno obbligato al quale furono sottoposti alcuni tra i piu’ rinomati boss, tra i quali Stefano Bontate a Qualiano, Gaetano Riina a Caivano, Salvatore Bagarella a Frattamaggiore, Vincenzo Spadaro a S.Anastasia, Filippo Gioe’ Imperiale a Gragnano, Mario Alonzo a Qualiano, Vincenzo di Maria a Lettere e Giacomo Di Salvo a Marano. Ma la conquista della Campania non e’ indolore, e per potre sconfiggere i vari gruppi di camorristi indipendenti ed i marsigliesi, i corleonesi si alleano con i boss Nuvoletta, Zaza e Sbardellino, che sono i primi camorristi affiliati a Cosa nostra.

La guerra tra NCO e i corleonesi Nuvoletta-Bardellino-Alfieri (Nuova Famiglia)

Dunque la NCO appare, per molti camorristi indipendenti usciti sconfitti dalla guerra contro i corleonesi, un’opportunita’ di riscatto. Lo strapotere dei cutoliani cresce sempre di piu’: nel periodo della sua latitanza, Cutolo conosce molte persone, ed e’ grazie a queste conoscenze che espande il suo dominio oltre la provincia di Napoli, fino ad arrivare a Castellammare di Stabia, all’agro nocerino ed alla provincia di Salerno.

Cutolo non teme i corleonesi, tanto da arrivare ad imporre a Michele Zaza il pagamento di una tangente di 500 milioni sulle attività illecite da questo svolte. Dopo alcuni tentativi pacifici di risoluzione dei contrasti, in particolare una riunione svoltasi nella tenuta di Vallesana, appartenente al boss Lorenzo Nuvoletta, in presenza di Riina, Provenzano e Bagarella (per Cutolo erano presenti il fratello Pasquale ed il braccio destro Vincenzo Casillo), si arriva alla guerra. Ed è una guerra sanguinaria in cui nel solo 1982, anno in cui si registra il piu’ alto numero di omicidi, cadono in 265 tra affiliati e parenti. Muoiono fra gli altri, sotto i colpi dei cutoliani, i fratelli dei boss Carmine Alfieri e Giuseppe Galasso. Ma il 1982 segna anche l’inizio del declino di Cutolo e della NCO. Il non aver permesso ai suoi uomini di intraprendere il traffico di eroina, se da una parte gli ha valso il rispetto e la riconoscenza degli strati piu’ popolari, dall’altra ha precluso a Cutolo quegli enormi introiti di denaro che ingrassarono invece i suoi nemici. Oltre a cio’, i primi pentimenti da parte di alcuni appartenenti alla NCO danno il via ad una stagione giudiziaria, stagione che culmina con le rivelazioni di Pasquale Barra.

Le BR e il rapimento di Ciro Cirillo

Secondo molti invece il vero tracollo di Cutolo e della NCO comincia con la vicenda Cirillo. Il 27 aprile del 1981 l’ex presidente della regione Campania, all’epoca dei fatti assessore regionale ai lavori pubblici, Ciro Cirillo, viene rapito dalle Brigate Rosse a Torre del Greco. Appartenente alla corrente del potente parlamentare democristiano napoletano Antonio Gava, che in seguito sara’ anche ministro dell’interno, Cirillo vive un periodo di prigionia di 89 giorni, durante i quali il suo partito, la Democrazia Cristiana, decide di adottare una linea trattativista a differenza della linea seguita qualche anno prima nei confronti di Aldo Moro. Alla fase delle trattative con le BR partecipano diversi personaggibtra i quali Francesco Pazienza, agente del SISMI e collaboratore di Roberto Calvi, e Raffaele Cutolo. Nel luglio di quello stesso anno le BR uccidono il vicequestore nonche’ capo della squadra mobile di Napoli Antonio Ammaturo. Secondo la ricostruzione effettuata in sede processuale, Ammaturo viene ucciso perchè è in possesso delle prove dei contatti avvenuti tra Cutolo ed alcuni politici nazionali, e le stesse Brigate Rosse. Sempre nel mese di luglio, ma del 1994, il giudice che ha indagato sul caso Cirillo, Carlo Alemi, rilascia un’ intervista alla Bild Zeitung, in seguito parzialmente smentita, in cui rivela il ruolo oscuro giocato dal Sisde in tutta quella vicenda. Alemi rettificherà parzialmente, dicendo che il luogotenente di Cutolo, Vincenzo Casillo, disponva di un tesserino rilasciato dal Sisde, ma di non sapere se il capo della polizia Vincenzo Parisi, all’epoca della vicenda Casillo vicecapo del Sisde, fosse a conoscenza del fatto. Alemi inoltre smentisce il fatto che Parisi si sia recato da alcuni imprenditori napoletani per chiedere loro di pagare il riscatto richiesto dalle BR per la liberazione di Cirillo, in cambio di appalti, di fatto gestendo la trattativa. Alemi pero’ conferma la circostanza secondo la quale, a seguito del rapimento di Cirillo, il Sisde contatta subito Raffaele Cutolo, detenuto in carcere, accompagnando il camorrista latitante Casillo. Oltre a cio’Alemi dichiara che alcune delle persone che parteciparono a vario titolo a quella trattativa, o che semplicemente erano al corrente della stessa, sono morte prematuramente, di morte naturale o perche’ assassinate, e che scomparvero numerosi documenti giudiziari relativi a quel caso, anche se cio’ non ha impedito di condurre a termine l’ inchiesta.

I mandanti dell’omicidio Ammaturo e del suo autista, Pasquale Paola, non sono mai stati individuati, ma al di la’ della versione ufficiale secondo cui si sarebbe trattato di un “favore” che le BR avrebbero fatto a Cutolo, le uniche risultanze certe sono che Ammaturo aveva scoperto che la trattativa per la liberazione di Cirillo era condotta dalla NCO di Cutolo, in collaborazione con alcuni politici della DC.

La Banda della Magliana e il rapimento di Aldo Moro

Raffaele Cutolo, interrogato dal giudice Lupacchini in merito al processo sulla Banda della Magliana, dichiara di avere conosciuto Nicolino Selis, uno dei fondatori della Banda della Magliana, presso il centro clinico del carcere di Poggioreale. In seguito Cutolo reincontrera’ Selis nell’ Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa. Cutolo non ricorda esattamente le date ma ricorda che Selis aveva grande influenza negli ambienti della malavita romana, e che divenne subito suo amico, persona di estrema fiducia al pari del suo braccio destro Enzo Casillo. A seguito dell’ evasione dall’OPG di Aversa Cutolo si rifugia in una masseria situata ad Albanella, residenza appartenuta a Giuseppe Lettieri. Cutolo rintraccia Selis e gli chiede di raggiungerlo. Da quel momento Selis diviene il capozona di Cutolo su Roma. Mentre si trovava ad Albanella durante il sequestro dell’onorevole Moro, Cutolo chiama il suo avvocato, nonche’ compare di anello, Francesco Cangemi, per discutere della sua posizione processuale. Cangemi lo raggiunge, in compagnia di Casillo. In quell’occasione l’avvocato lo sollecita ad attivarsi per ottenere la liberazione di Moro. Dopo qualche titubanza, legata al fatto che fino a quel momento i rapporti con i politici, in genere per questioni di voti, li aveva tenuti Casillo, Cutolo accetta rivolgendosi a Selis per acquisire informazioni in merito alla vicenda.  Alcuni giorni dopo Selis contatta Cutolo per chiedergli un incontro urgente. Giunto ad Albanella Selis rivela a Cutolo di avere scoperto, in modo casuale, il luogo in cui le BR nascondevano Moro. Secondo Selis, la prigione dello statista si trovava nei pressi di un appartamento che lui aveva affittato come nascondiglio per eventuali latitanze. Cutolo comunica prontamente la notizia all’avvocato Cangemi, chidendogli di metterlo in contatto con qualche personalita’ politica, e fissando tale circostanza come condizione per il suo interessamento. Poco tempo dopo Cangemi lo ricontatta, comunicandogli che la sua condizione non era stata accettata, e che quindi la questione poteva considerarsi chiusa. Poco tempo dopo, sempre ad Albanella, Cutolo riceve la visita di Casillo, il quale era in stretti rapporti con alcuni politici di rilevanza nazionale, e gli chiede se si stava ancora interessando al sequestro Moro. Casillo, preoccupato, racconta a Cutolo che i suoi referenti politici gli avevano chiaramente detto che si doveva fare gli affari suoi, e che non doveva più mettere il naso in quella vicenda. Dunque nel 1978, nel periodo di massimo potere di Cutolo e della NCO, la DC decide di non avere bisogno del suo aiuto per salvare la vita di Aldo Moro. Qualche anno più tardi, nel 1981, in occasione del rapimento di Cirillo, l’opinione del partito e dei suoi maggiorenti muta completamente, anche se in seguito il partito imporrà a Cirillo di farsi da parte.

(cm)

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