Roberto Calvi

 

A seguito dell’annullamento delle indagini svolte negli anni che vanno dal 1997 al 2003, nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria sulla morte di Roberto Calvi, il principale filone sul quale gli inquirenti fonderanno la ricostruzione delle motivazioni che hanno portato alla morte del banchiere milanese è rappresentato dal tema del riciclaggio dei soldi della mafia. Tale elemento ha giocato un ruolo decisivo nell’ attribuire una svolta alle indagini, unitamente alle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Angelo Siino, il quale ha riferito di avere ricevuto dal boss Nitto Santapaola la confidenza secondo cui Roberto Calvi era stato assassinato – ci tiraru o coddu”-.

Attraverso le dichiarazioni rese dai pentiti e dai collaboratori di giustizia nel processo sull’omicidio di Roberto Calvi, è stato possibile delineare i ruoli svolti da Sindona, Calvi e Gelli, in ordine ai loro rapporti con Cosa nostra. In particolare sia le dichiarazioni dell’ex boss Lorenzo Del Gesù, che quelle del collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino, concordano sul ruolo svolto da Roberto Calvi e dal Banco Ambrosiano, quale parte essenziale del complesso meccanismo di riciclaggio del denaro delle attività illecite di Cosa nostra. Nello specifico Pennino riferisce quanto gli era stato raccontato da Stefano Bontate, Giuseppe Marsala e Giacomo Vitale, e cioè di come inizialmente questo ruolo fosse svolto da Michele Sindona attraverso le sue holding, e come, in seguito al fallimento della Franklin Bank e di tutte le holding del banchiere di Patti, tutto il denaro fosse in parte stato restituito alle famiglie legittime proprietarie, e in parte fosse confluito nelle casse del Banco Ambrosiano. Pennino, sempre sulla base di quanto riferito dai tre collaboratori, si spinge poi a confrontare la posizione di Sindona, definito corretto per avere restituito tutto il denaro che gli era stato affidato, con quella di Calvi, del quale sottolinea la scorrettezza per avare trattenuto un’ingente quantità del denaro delle famiglie mafiose facenti capo ai boss Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo.

Qui è utile ricollegare uno stralcio delle dichiarazioni rese nello stesso procedimento, dall’ex boss Lorenzo Del Gesù, secondo il quale parte delle risorse delle famiglie mafiose, erano state impiegate da Calvi e da Marcinkus nel finanziamento di alcuni progetti destinati a contrastare i regimi comunisti, come quello legato al sindacato polacco Solidarnosc, e quello relativo al finanziamento di attività antigovernative in Nicaragua.

Il tema della suddivisione dei compiti tra Sindona, Calvi e Gelli viene affrontato nel corso del dibattimento, attraverso le dichiarazioni del pentito Marino Mannoia, secondo il quale mentre Sindona riciclava i soldi di Bontate, almeno fino al crack delle sue banche, i soldi di Pippo Calò venivano da questo affidati a Roberto Calvi e a Licio Gelli. Con l’arresto e la successiva morte di Sindona, sempre secondo le dichiarazioni di Mannoia, Calvi comincia a gestire anche i soldi delle famiglie uscite vincenti dalla guerra di mafia, ovvero quelle che facevano capo ai boss Pippo Calò, Totò Riina e Bernardo Brusca. Una parte di questi soldi era investita in borsa, un’altra era depositata in conti presso alcune banche svizzere, ed un’altra ancora era depositata presso il Banco Ambrosiano. Mannoia dichiara che i soldi spariti a seguito del crack del Banco Ambrosiano erano finiti nei tre principali impieghi individuati da Gelli, Ortolani  (ovvero la P2) e Marcinkus, vale a dire il finanziamento di Solidarnosc, l’acquisto del Corriere della Sera (per la verità l’input era partito da Eugenio Cefis, potente presidente di Montedison nonchè membro P2, come Gelli e Ortolani) ed il finanziamento illecito dei partiti.

(cm)

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