Michele Sindona

Tra le varie dichiarazioni rilasciate alla stampa dall’ex funzionario della banca inglese HSBC, Hervè Falciani, in merito alla lista di evasori fiscali, due, a parere di chi scrive, meritano una particolare attenzione: la prima è quella secondo la quale il sistema di evasione fiscale messo in piedi dalla banca inglese era ben studiato, basato su una perfetta conoscenza della normativa fiscale vigente in ogni singolo paese; l’altra è quella secondo la quale la lista è stata utilizzata per ricattare alcuni politici, obbligandoli ad adottare nel loro paese politiche di austerità.  Si è fatto il nome della madre dell’ex primo ministro greco George Papandreou, titolare di un deposito da 500 milioni di euro presso la HSBC, soldi sottratte al fisco ellenico. Nel 2011 a capo delle negoziazioni con la troika (FMI, BCE, CE) c’era l’ex primo ministro francese Nicolas Sarkozy, il quale sembra abbia usato la lista di Falciani per ricattare Papandreu, obbligandolo ad adottare nel suo paese le politiche recessive imposte dalla troika.

Per cercare di comprendere la ritrosia che suscita nei governi il tema dell’evasione fiscale, occorre partire da due assunti di base: il primo è quello secondo cui “pecunia non olet“, il denaro non ha odore, e il secondo, più tecnico, è quello secondo il quale i canali finanziari utilizzati dall’evasione fiscale sono gli stessi impiegati dalle mafie per ripulire i proventi delle loro attività illecite.

Nell’estate del 2012 il colosso bancario inglese HSBC, è stato costretto a chiedere pubblicamente scusa di fronte al Senato degli Stati Uniti, per avere “ripulito” miliardi di dollari appartenenti ai cartelli messicani della coca, esponendo così il sistema finanziario americano ai rischi connessi al riciclaggio di narcodollari, e del denaro destinato a finanziare il terrorismo. Per tale ragione la banca ha patteggiato con il governo federale americano una multa da 1.92 miliardi di dollari, la seconda in assoluto per importo.

La lista dei 500

L’intreccio evasione fiscale e riciclaggio, condito con il ricatto in puro stile mafioso, è un tema già affrontato dalla cronaca italiana, in occasione della vicenda del banchiere siciliano Michele Sindona.

Il giornalista Gianni Barbacetto, nella prefazione al libro di Nick Toshes, dal titolo: “Il mistero Sindona“, così descrive il banchiere di Patti: “Si trasferisce a Milano nel 1946, senza una lira, ospite di un cugino, lasciando a Messina moglie e figlia. Apre uno studio di consulenza tributaria. All’inizio paga l’affitto del suo ufficio “in natura”, offrendo in cambio al proprietario la sua consulenza. Ma diventa in poco tempo il fiscalista più ricercato della città, grazie alla sua specializzazione in elusione fiscale, e anche qualcosa di più. Sindona diventa, per la ricca borghesia milanese in espansione, il mago delle tasse, l’esperto dei conti cifrati in Svizzera, il profeta degli allora pressoché sconosciuti paradisi fiscali. Precorre i tempi aprendo per sé, già nel 1950, una società in Lichtenstein: la Fasco AG, che diverrà il centro segreto del suo impero finanziario. Nel corso degli anni Cinquanta, la fama dell’avvocato di Patti che si è installato a Milano diventa nazionale. Lo Studio Sindona di via Turati diventa il più importante d’Italia. Negli anni, centinaia di clienti di alto livello gli affidano i loro capitali da nascondere all’estero. E questo gli porta non soltanto ricchezza, ma anche potere, perché è lui ad avere in mano l’elenco, riservatissimo, dei loro nomi, allineati in quella che è stata chiamata la “lista dei 500″, fonte di mille indiscrezioni e mille ricatti”.

Sindona la massoneria e la mafia

Un’altro tassello importante nel puzzle che ricostruisce la figura dell’avvocato banchiere di Patti, ci viene offerto dalle dichiarazioni che il collaboratore di giustizia, Gioacchino Pennino, uomo d’onore, medico specialista e massone, affiliato all’ordine di Rito scozzese antico e accettato, di cui era Grande Sovrano il principe Alliata di Monreale (quest’ultimo appartenuto alla famiglia mafiosa di Brancaccio), rese al processo “Omicidio di Roberto Calvi“. Secondo Pennino, affiliato allo stesso ordine era anche, oltre ad Angelo Cosentino (responsabile della famiglia di Santa Maria del Gesù a Roma), ad Antonio Schifando, Pippo Calò e Luigi Faldetta (tutti e tre uomini d’onore), lo stesso Michele Sindona. Nella requisitoria allo stesso processo, il pm Luca Tescaroli dedica una parte importante all’ investimento di flussi di denaro di Cosa nostra nelle holding di Sindona, e il trasferimento di parte di dette risorse a Roberto Calvi. In essa si afferma che Pennino riferisce di avere appreso da Stefano Bontate (capo mafioso e massone), e soprattutto da Giacomo Vitale (uomo d’onore) che i proventi  illeciti delle famiglie di Santa Maria del Gesù, di Uditore-Passo del Rigano, facenti capo rispettivamente a Bontate e a Inzerillo, erano stati convogliati nelle holding di Sindona, assieme ai soldi di altre famiglie collegate alle due sopra citate. Pennino racconta inoltre di avere appreso come, a seguito del crack della Banca Privata di Sindona, parte di questi soldi erano stati restituiti alle famiglie legittime proprietarie, e parte erano invece confluite nel Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, e che questo fatto offriva maggiori vantaggi, dato che lo statuto dell’Ambrosiano permetteva di fare operazioni che alla Banca Privata non erano consentite. Pennino inoltre riferisce che mentre Sindona si era dimostrato corretto, restituendo alle famiglie i soldi che queste gli avevano affidato, Calvi non aveva dimostrato analoga correttezza.

Il sistema Sindona

Sindona aveva riciclato i soldi dei suoi clienti, mafiosi e non, utilizzando lo Ior, azionista della Banca Privata Italiana, come banca offshore (il Vaticano gode di extraterritorialità), e finanziando le società del suo gruppo per fare acquisizioni, vedi la Franklin Bank, o appostando i fondi in depositi fiduciari presso banche estere compiacenti, per poi riversarli in società estere del suo gruppo. In merito al sistema che aveva tentato di salvare Sindona dal crack e dal carcere, addossando il buco di bilancio della sua banca (oltre 200 milardi di lire) all’erario, e quindi alla collettività, si mossero politici  e personaggi di primo piano, tra cui Andreotti, Stammati, Evangelisti, De Carolis. Ma anche Barone e Guarino della Banca di Roma, Gelli, Bonomi, Sogno, Orlandi e Spagnuolo, quest’ultimo cacciato dalla magistratura per tale ragione. Vale la pena leggere un passaggio della requisitoria di 221 pagine, con cui il giudice Guido Viola accusa Sindona di essere il mandante dell’omicidio Ambrosoli: “E’ una storia di intrighi, di minacce, di estorsioni, di violenze, di intimidazioni, di collusioni con ambienti politici, massonici e mafiosi.. ne scaturisce uno spaccato estremamente inquietante della realtà italiana su cui occorrerebbe attentamente meditare. Di fronte agli sforzi ed alle difficoltà  di quanti erano impegnati a ricercare la verità per assicurare alla giustizia i responsabili di gravi reati, si sono sviluppate spesso manovre occulte, subdole, losche, a volte impalpabili. Finanzieri senza scrupoli, avventurieri della peggiore risma, faccendieri, magistrati poco corretti, mafiosi, esponenti massonici, delinquenti comuni, tutti spinti dalla potenza del denaro e dal germe della corruzione, si sono mossi freneticamente sullo sfondo di questa vicenda. Ma quel che è ancora più grave è il ruolo forse esercitato o solo promesso, nel perfezionamento del piano di salvataggio di Sindona, da taluni esponenti politici di primo piano. Con tali “padrini” Sindona aveva il diritto di sentirsi protetto e sicuro dell’impunità. Un onesto servitore della giustizia, Ambrosoli, fu lasciato solo, l’unico che con Mario Sarcinelli (dg di Banca d’Italia) seppe dire di no ad un piano di salvataggio scandaloso. In un modo o nell’altro entrambi avrebbero pagato con la loro onesta fermezza: l’uno con la vita, l’altro con il coinvolgimento in una allucinante vicenda giudiziaria”.

Più della legge poté l’amicizia

La lista dei cinquecento che, tra politici ed industriali, esportarono grazie alla banca di Sindona, la Finabank, valuta in Svizzera, commettendo per ciò un reato, non venne mai ritrovata. L’amministratore delegato del Banco di Roma, Mario Barone, amico d’infanzia di Sindona, venne anche arrestato per non avere rivelato i nomi indicati sula lista. Ancora oggi, a distanza di anni, non uno di quei nomi è stato mai fatto. In compenso il Banco di Roma, nel cui cda siedevano, oltre a Mario Barone, anche Ventriglia e Guidi, decise di accollarsi l’onere della restituzione, assumendo la gestione delle operazioni di risarcimento, e stanziando a tal fine 25 milioni di dollari. Senza alcun clamore i cinquecento evasori, attraverso procedure “veloci e privilegiate”, poterono dunque rientrare in possesso dei loro soldi.

(cm)

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