Madonna di Polsi

Vent’anni fa la ‘ndrangheta era ancora una mafia rurale specializzata nei sequestri di persona. Oggi può essere paragonata ad una multinazionale che fattura 52,6 miliardi di euro l’anno, la quarta in Italia per volume di affari.

Buon vespro e santa sera a tutti li santisti“. E’ così che si salutano tra loro gli affiliati alla ‘ndrangheta, o come la chiamano loro, la santa, prima di iniziare una riunione. E alla ‘ndrangheta viene anche associata la religione, con la Madonna di Polsi, luogo simbolico per i santisti da un lato, e dall’altro la figura del “nostro santo Cristo“, vale a dire il primo santista, che tradizione vuole sia nato il 25 dicembre, data in cui gli sarebbe stata incisa una croce sulla spalla sinistra. Ma l’immagine che questo saluto rende al nostro immaginario, quella di un gruppetto di “sgarristi” seduti al tavolino di un bar mentre discutono delle estorsioni riscosse a commercianti e imprenditori di zona, non corrisponde alla realtà. La ‘ndrangheta moderna è un’organizzazione criminale che, sebbene conservi alcuni elementi tipici della tradizione, associati principalmente all’esigenza di segretezza e di centralità dell’organizzazione stessa, è stata capace di adeguarsi ai mutamenti profondi intervenuti nell’economia e nell’imprenditoria. Il sostituto procuratore di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, racconta al giornalista Ferruccio Pinotti di come un tempo la ‘ndrangheta fosse “proporzionata all’economia agricola”. Il cambiamento è intervenuto in coincidenza con la politica delle opere pubbliche. “Massoneria, ‘ndrangheta, camorra e mafia – afferma Gratteri – si giovano del trasversalismo che ormai impera anche nei rapporti tra politica e crimine organizzato”. Proviamo a risalire al periodo storico in cui questo cambiamento è intervenuto.

Al volgere degli anni Sessanta, racconta il professore e saggista esperto di ‘ndrangheta, Antonio Nicaso: “alcuni esponenti di ‘ndrangheta e di Cosa nostra hanno dato vita o aderito a logge coperte, nelle quali si sono saldate strategie anche con forze eversive”. La mafia in Sicilia, al pari della ‘ndrangheta in Calabria, venivano utilizzate dalle massonerie internazionali e dalle forze legate al patto atlantico, inizialmente, durante la seconda guerra mondiale, per preparare lo sbarco degli alleati, e in seguito, durante gli anni ’50-’60, per contrastare il dilagare delle forze politiche di sinistra: basti pensare alla strage di Portella della Ginestra.

Da Osso, Mastrosso e Carcagnosso a Garibaldi, Mazzini e La Marmora 

Tra gli anni Sessanta e Settanta la ‘ndrangheta crea al suo interno una sua enclave, composta di membri dell’organizzazione appartenenti a logge massoniche coperte. Il passaggio a cui si fa riferimento è molto importante, poiché si riflette anche in alcuni elementi formali dell’organizzazione stessa: nello specifico la storia della ‘ndrangheta si rifà a tre cavalieri spagnoli (non a caso anche la massoneria si richiama all’ordine cavalleresco dei Templari), Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i quali, partiti da Toledo, sede di nascita del loro ordine cavalleresco risalente al 1412, vennero incarcerati per circa trent’anni nell’isola di Favignana, all’interno di un carcere borbonico. Conclusa la loro prigionia, i tre si divisero, dirigendosi chi in Sicilia, chi in Campania e chi in Calabria, per fondare, così narra la storia, le tre principali organizzazioni criminali. Questo passaggio si salda con la storia della massoneria italiana, a partire dal Risorgimento, dal che ne risulta che le figure mitiche dei tre cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso, vengono sostituite oggi, da Garibaldi, Mazzini e La Marmora, tre eroi risorgimentali, tutti e tre storici rappresentanti della massoneria ufficiale italiana.

La riprova di quanto detto viene fornita dai dati relativi alla presenza di iscritti alla massoneria in Calabria, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta: si parla di circa 2.500 iscritti, la maggior parte dei quali affiliati a logge coperte, non riconosciute dai tre principali obbedienze massoniche italiane, e contrarie all’articolo 18 della Costituzione. A proposito della collusione tra ‘ndrangheta e massoneria deviata, ebbe ad esprimersi nel 2007 anche il Vescovo di Locri, monsignor Giancarlo Bregantini, il quale, in occasione di un convegno organizzato dalla Caritas a Falerna (Cz) affermò: “La mafia è diventata ancora più insidiosa perché ora è meno evidente e stringe sempre più i rapporti con la massoneria”.

Anche l’ex procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, nel febbraio del 2006, disse, in una intervista rilasciata alla testata News Settimanale, a proposito dei legami tra ‘ndrangheta e massoneria deviata: ” è la mafia più potente, l’agente monopolistico del traffico degli stupefacenti. Ha collegamenti internazionali in Germania e in Francia e con logge massoniche coperte che non appartengono alla massoneria ufficiale: centri di interessi, di incontri, di agevolazioni”.

Il monopolio del traffico della cocaina ed il potere economico

Dunque la ‘ndrangheta è oggi la più potente tra le organizzazioni criminali, tanto da essere riconosciuta interlocutore unico dai narcotrafficanti colombiani, e l’autorevolezza di cui gode, le deriva in parte dal suo potere economico, e in parte dagli appoggi politico-istituzionali che è stata in grado di costruirsi.

Se gli agganci con il mondo imprenditoriale e dei “colletti bianchi” sono funzionali al riciclaggio ed al reinvestimento degli enormi flussi di denaro liquido provenienti dal traffico di droga, quelli con il mondo politico servono ad ottenere affidamenti ed appalti, rispettivamente nei servizi locali e nelle opere pubbliche, altro settore in cui le ‘ndrine riciclano gli ingenti proventi delle loro attività illecite.

Un ulteriore luogo comune da sfatare è quello secondo il quale un’organizzazione mafiosa, per essere tale, deve necessariamente avere il pieno controllo del territorio in cui si trova. Da ciò ne deriva l’impossibilità di affermare che vi sia la mafia anche nelle regioni del nord-centro Italia. Questa conclusione è ampiamente smentita dai fatti, in particolare dalle più recenti inchieste giudiziarie: le regioni Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Lazio e Veneto sono solo le ultime nelle quali la magistratura e le forze dell’ordine hanno accertato la presenza di ‘ndrangheta.

Qui occorre metter in chiaro che quando si parla di presenza mafiosa non si intende il pieno controllo del territorio, come accade in Calabria o in Sicilia con Cosa nostra, bensì una forte capacità da parte di questa organizzazione di inserirsi nelle attività economiche ed in particolare negli appalti pubblici, attraverso un’ intensa contiguità, al livello locale, con i partiti politici.

A questo proposito Nicola Gratteri parla di “un trasversalismo che coinvolge sinistra, destra e centro, senza distinzioni”. E ancora: “La situazione – afferma il sostituto procuratore –  in questo senso è persino peggiore che in passato: nella cosiddetta Prima Repubblica c’erano due blocchi di potere che erano realmente contrapposti ed esercitavano un controllo reciproco; ora domina l’omologazione, tutti dialogano con tutti: ma dietro questo dialogo si celano gli interessi reali, che talvolta sconfinano con l’economia criminale. Tutti sono in affari con tutti. Questo essere tutti assieme, nell’accezione peggiore del termine, genera un decadimento accelerato”.

Una multinazionale da 52,6 miliardi di fatturato

A questo proposito vengono in mente alcune recenti inchieste della magistratura, le quali hanno accertato il coinvolgimento tanto dei partiti di destra, quanto di quelli di centro e di sinistra, nel garantire appalti ad imprese di costruzione o a cooperative legate alla ‘ndrangheta, spesso in cambio di voti. Un sistema molto ben collaudato dalla ‘ndrangheta, tanto da essere esportato anche in Germania, così come è emerso dall’inchiesta Fastweb- Telecom Italia Sparkle, con cui la magistratura ha neutralizzato un’associazione a delinquere dedita alla truffa ai danni dell’erario, in relazione a servizi di telefonia che evadevano l’IVA, e i cui proventi venivano riciclati grazie ad alcuni colletti bianchi, tra cui l’avvocato Paolo Di Girolamo, eletto nella circoscrizione estero al senato alle politiche del 2008,  grazie ai voti raccolti dalla ‘ndrangheta tra le famiglie di emigrati italiani in Germania. Nell’inchiesta era infatti coinvolto anche Franco Pugliese, esponente della cosca calabrese degli Arena di Isola Capo Rizzuto, assolto dall’accusa di voto di scambio ma condannato per avere reperito schede bianche, sulle quali veniva inserito il nome del Di Girolamo, tra le famiglie di emigrati italiani in Germania, principalmente a Stoccarda e Francoforte.

Se fino a vent’anni fa la ‘ndrangheta era ancora una mafia rurale specializzata nei sequestri di persona, oggi può essere paragonata ad una multinazionale che fattura 52,6 miliardi di euro l’anno, la quarta in Italia per fatturato (fonte sole 24 ore). Dunque una multinazionale specializzata nel traffico della cocaina, di cui detiene il monopolio, ma anche in quello internazionale dei rifiuti tossici e delle  armi, nel riciclaggio di titoli trafugati, e, come già detto, negli appalti pubblici. Per avere un idea circa i canali di riciclaggio utilizzati, è sufficiente basarsi su quanto afferma la polizia tedesca, secondo la quale la ‘ndrangheta rappresenta il primo investitore italiano nella borsa di Francoforte, con una partecipazione azionaria rilevante anche nel gigante del petrolio russo Gazprom.

(cm)

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