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Claudio Meloni

Mese

febbraio 2015

Ponzellini e la banca per gli amici

Massimo Ponzellini

L’ex presidente della Banca Popolare di Milano, Massimo Ponzellini, è stato rinviato a giudizio dal gip Alessandro Simion. Ponzellini è accusato, assieme ad altre 14 persone, di reati che vanno dall’associazione a delinquere, all’appropriazione indebita al riciclaggio, solo per citare quelli più gravi: avrebbe creato, in concorso con altri, una struttura parallela alla banca e deviata, attraverso la quale avrebbe distribuito 233 milioni di euro di finanziamenti illeciti a soggetti diversi, tra i quali anche persone segnalate da ambienti politici e imprenditoriali. In cambio Ponzellini avrebbe ottenuto tangenti per un importo che si aggirerebbe sui 2,4 milioni di euro.

Nell’ordinanza di perquisizione locale e personale con la quale chiede e ottiene gli arresti del manager, la procura di Milano scrive: “Emerge con sempre maggior forza, durante il periodo di presidenza di Ponzellini alla BPM, la sistematicità di un mercimonio, che non si è arrestato di fronte ad alcuna barriera, sia pure quella di provenire a finanziare soggetti in rapporti con la criminalità organizzata”.

La BPM è per tradizione la banca dei milanesi, un istituto di credito i cui correntisti sono sempre stati, in maggioranza, cittadini di Milano, così come milanesi sono sempre state le imprese ed i privati ai quali la banca ha erogato crediti. Attraverso questa politica l’istituto è diventato, dal 1865, anno in cui è stato fondato, al 2012, l’undicesima banca per capitalizzazione in Italia, con un milione e trecentomila clienti. Con i due anni e passa di presidenza Ponzellini la situazione si capovolge, e gli impieghi dell’area di Roma diverranno primi in assoluto per importo, rispetto al resto d’Italia.

Storia e frequentazioni di un banchiere sui generis

Bolognese, sessantaquattrenne, di famiglia agiatissima, Massimo Ponzellini oltre ad avere sposato una Segafredo, racconta di se di avere una passione per le donne e le auto di lusso.

La storia vuole che da ex braccio destro di Romano Prodi, quando questi ricopriva la carica di ministro dell’Industria (1978-79), Ponzellini sia passato nel 2002 al centro destra, grazie all’amicizia di Luigi Bisignani, ma soprattutto a quella di Giulio Tremonti. Ed è proprio l’ex ministro dell’Economia che, in forza di un accordo con l’ex segretario della CISL Sergio Bonanni, essendo che la Cisl era l’associazione di maggior peso all’interno dell’associazione dei soci-dipendenti della banca, “Amici di BPM”, lo nomina nell’aprile del 2009 ( con il benestare di Umberto Bossi ) presidente di BPM.

Nel giugno del 2011 Bankitalia sottopone BPM a un’ispezione, al termine della quale trasmette gli atti alla procura di Milano. Agli ispettori balzano agli occhi, oltre alle gravi lacune nella governance della banca, i criteri di concessione dei crediti ed il mancato rispetto dei presidi antiriciclaggio. Da un attento esame dei bilanci, i magistrati individuano una situazione ancor più grave:  una grave incoerenza tra gli impieghi e la vocazione dell’istituto. In particolare la concessione del 43% dei crediti erogati al settore immobiliare, rispetto al settore manifatturiero tradizionalmente più vicino alla banca. In più la gran parte dei crediti vengono concessi a gruppi i cui titolari sono legati al Ponzellini da rapporti di stretta amicizia, come il gruppo Ligresti, il gruppo Caltagirone, il gruppo Finsevi ed il gruppo Atlantis (Corallo), ed in relazione ai quali vi è stata una diretta attivazione dello stesso presidente dell’istituto.

Il quadro probatorio ricostruito dalla procura delinea la presenza di un sodalizio delinquenziale i cui responsabili sarebbero, oltre al Ponzellini, Francesco Corallo, patron della Atlantis, nonché figlio di Gaetano Corallo, vicino alla mafia e amico del boss catanese legato ai corleonesi, Nitto Santapaola, il direttore generale della BPM Enzo Chiesa, il commercialista Guido Rubbi, l’ex parlamentare PDL Marco Milanese, l’avvocato Onorio Battista Amoroso, l’ex consulente personale di Ponzellini Antonio Cannarile.

Il duo Ponzellini-Cannarile

Proprio quest’ultimo, assieme a Ponzellini, sarebbe stato il creatore della “struttura parallela”, con la collaborazione del dg della banca, Enzo Chiesa. Secondo il gip “il rapporto Ponzellini-Cannarile è oltremodo anomalo ed espressione di un accordo di base in virtù del quale il primo è stato posto a fianco del secondo per tutelare determinati interessi presso BPM. Per altro verso – prosegue il gip – Ponzellini, tramite Cannarile, si assicura il contatto con tali interessi, data la possibilità di quest’ultimo di accedere ai massimi livelli imprenditoriali, politici e istituzionali.

I soggetti che si rivolgono a Cannarile, dal canto loro, sono consapevoli di utilizzare un canale non ordinario di BPM”. Da notare che Cannarile non era dipendente della banca, ma risultava legato a Ponzellini da un contratto di consulenza, per il quale avrebbe ricevuto compensi per 50 mila euro lordi l’anno (il gip oltre a definirlo vago e indeterminato, scoprirà un ulteriore rimborso spese di 62 mila euro, incompatibile con l’attività svolta). Inoltre Cannarile, classe ’74, aveva avuto in precedenza solo un incarico, nel 2003, come amministratore delegato della Francavilla Multiservizi, società partecipata dal comune di Francavilla, rapporto di lavoro conclusosi nel novembre del 2005. La Francavilla Multiservizi Fontana spa, che sotto la guida di Cannarile passerà da una perdita di 80 mila euro, a 120 mila euro, verrà dichiarata fallita nel 2009 dal tribunale di Taranto.

Ciononostante Antonio Canarile diventa l’alter ego di Ponzellini, in particolare viene delegato a seguire le pratiche per l’apertura di linee di credito in favore di politici e imprenditori, o per dirla con le parole del gip: il “soggetto delegato a seguire i rapporti dai quali derivano pagamenti corruttivi”.

La passione per il gioco d’azzardo

Uno degli elementi ricorrenti nella vicenda BPM-Ponzellini, è la presenza di amici in affari nel mondo del gioco d’azzardo. A partire da Antonio Cannarile, socio di Marco Dell’Utri, figlio di Marcello, nella Jackpot Game. Secondo le cronache, sembrerebbe stato proprio Marco Dell’Utri a presentare Cannarile a Ponzellini. Francesco Corallo, che nel 2004 ha ricevuto dallo Stato italiano la concessione per il 30% del mercato delle slot-machine, malgrado la società intestataria della concessione, la Atlantis World-Betplus, abbia sede nel paradiso fiscale delle Antille Olandesi, e sia da questi controllata attraverso una serie di società off-shore e di trust.  Francesco Corallo, che secondo sentenza emessa nel 2010 dal Tribunale penale di Roma non ha rapporti personali ne di affari col padre Gaetano, è fino ad ora latitante, a seguito di un mandato di cattura per associazione a delinquere spiccato nei suoi confronti dai giudici di Milano, per i fidi a lui concessi da BPM, dietro la dazione di laute tangenti.

Sempre nelle Antille, per la precisione nell’isola di Sint Marteen, Francesco Corallo possiede tre casinò. E proprio in quest’ isola si sarebbe nascosto da latitante nel 1986 – secondo le dichiarazioni del pentito Angelo Siino – Nitto Santapaola, a seguito dell’omicidio del prefetto di Palermo, generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro, e dell’agente di scorta Domenico Russo. Ed è la passione per il gioco d’azzardo ad aver trasmesso al figlio il padre Gaetano, avendo fondato nel 1982 in questa stessa isola il casinò Rouge et Noir. Gaetano è stato condannato a sette anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione – nei primi due gradi di giudizio era associazione mafiosa – avendo partecipato alla tentata scalata da parte di Cosa nostra al Casinò di Sanremo. In passato Corallo senior, organizzava a Catania viaggi con soggiorno nei casinò delle Bermuda e dell’ex Jugoslavia. Cosa nostra ha da sempre privilegiato l’attività dei casinò, essendo questa un eccezionale strumento per il lavaggio dei fiumi di denaro liquido proveniente da attività illecite, principalmente il commercio degli stupefacenti.

VLT: Il concessionario è attore e arbitro 

Tornando al sodalizio criminale attraverso cui gli imputati avrebbero ottenuto crediti dalla banca grazie alla corruzione, il ruolo determinante è stato quello svolto da Francesco Corallo e dalla sua Atlantis World-Betplus. Corallo, sulla base di un accordo stipulato con Marco Milanese, accordo volto al reperimento delle risorse destinate ad offrire copertura economica al decreto Abruzzo 2009, chiede alla BPM un prestito per potere acquistare le slot machine necessarie. Per inquadrare meglio il ruolo di Francesco Corallo, occorre partire dall’assunto secondo cui lo Stato italiano, per reperire maggiori entrate in modo agevole, ha puntato molto sul gioco d’azzardo legale, che, con un volume di affari vicino ai trenta miliardi di euro e soprattutto a causa della riscossione agevolata, ha costituito e costituisce un interlocutore privilegiato per i governi di vario colore che si sono seguiti nell’ultimo decennio.

A onor del vero c’è da dire che il vantaggio è stato reciproco, in quanto, oltre a godere di un trattamento fiscale privilegiato, con condoni e chiusure di un occhio, e spesso di tutti e due, tale canale di riscossione ha svolto un ruolo decisivo in particolare nella regolamentazione normativa dell’intero settore. Questo è quanto ha raccontato ai magistrati di Milano Guido Marino, titolare della Mag Associati, uno studio di consulenza fiscale con sede a Roma, che negli anni passati ha offerto i suoi servigi ai Monopoli di Stato, e che vanta attualmente tra i suoi clienti Sisal, Snai e Lottomatica.

La collaborazione tra la Mag Associati e la Atlantis avviene in epoca antecedente alla presentazione da parte del governo, della disciplina legislativa relativa alle Video Lottery (VLT), le slot machine di ultima generazione. Il consulente, dietro richiesta della Atlantis, ha elaborato uno studio sulla disciplina delle caratteristiche tecniche delle macchine, sui loro luoghi di ricezione, nonché sulla determinazione di un’aliquota di imposta. Lo studio è stato in seguito presentato da Atlantis al ministero dell’Economia e delle Finanze, ed in seguito assunto dai Monopoli di Stato quale proposta normativa. Come racconterà Marino ai magistrati, lo studio si basava sull’accordo stipulato tra Milanese e Corallo in relazione al decreto Abruzzo 2009. Dunque ci troviamo di fronte ad un giocatore, Atlantis, che ha sede nei paradisi fiscali, che detta le regole all’arbitro, lo Stato italiano, e che in questo caso specifico è anche il figlio di una persona contigua alla mafia, condannata a sette anni e mezzo per associazione criminale.

Il partito delle slot e delle VLT

In questo quadro la politica non solo abdica al suo ruolo naturale di regolatore delle attività produttive, ammesso che le slot machine le VLT lo siano, ma finisce per passare nel campo “avverso”, diventando anche da un punto di vista formale, rappresentante di quegli interessi. Ci riferiamo al fatto che fino al 2008, durante il governo Berlusconi, il rappresentante legale della Atlantis Italia è stato il deputato PDL nonché finiano, Amedeo Laboccetta. Ed è proprio quest’ultimo, come membro della Commissione Finanze della Camera, a presentare un emendamento con il quale viene abolito l’obbligo del certificato antimafia fino al terzo grado di parentela, per l’ottenimento della concessione dei giochi d’azzardo. Nel frattempo Laboccetta, beneficiario di un versamento da 50 mila euro da parte di Corallo, era stato fotografato in compagnia di Fini, seduto al tavolo di uno dei casinò del patron della Atlantis, a Sint Marteen.

Ma il peso di Laboccetta nel settore delle slot e delle VLT si evince quando la procura di Milano indaga Francesco Corallo, nei confronti del quale la Corte dei Conti contesta un danno erariale di 31 milioni, a seguito della scoperta da parte della Guardia di Finanza che le macchine della Atlantis, predisposte nelle aree di fruizione, erano scollegate dal sistema informatico della SOGEI (sistema che calcola per ogni giocata la quota destinata allo Stato), per riciclaggio, a seguito del rilascio della concessione alla Atlantis.

Di fronte al rischio concreto di perdere la concessione, Corallo comincia a fare pressione sul segretario di Gianfranco Fini, affinché si attivi a difesa dei suoi interessi. La Guardia di Finanza si presenta negli uffici della Atlantis per perquisirli, ed ecco che irrompe l’onorevole Laboccetta, che si impossessa di un portatile appartenente a Corallo, dichiarando agli inquirenti che si tratta del suo. Quando, a seguito del parere favorevole della Giunta per le autorizzazioni a procedere, gli esperti informatici della procura di Milano riescono a mettere le mani su questo portatile, si rendono conto che la sua memoria è stata completamente cancellata. Un lavoro svolto in maniera professionale, tanto da non lasciare alcuna traccia.

Altro importante referente in Parlamento nel settore dei giochi era il deputato Marco Milanese, uno dei membri dell’ associazione a delinquere nell’inchiesta sulla BPM. Milanese, ex ufficiale della Guardia di Finanza, dopo aver lasciato l’arma nel 2004 ed essersi laureato, diviene braccio destro di Giulio Tremonti. Viene eletto alla Camera nel 2008, dove diviene membro delle Commissioni bilancio e finanze. Nel luglio del 2011 la procura di Napoli richiede l’arresto di Milanese, con l’accusa di fare parte di una presunta loggia segreta (P4), in forza della quale l’ex finanziere avrebbe rivelato all’imprenditore suo accusatore e vecchio amico d’infanzia, Paolo Viscione, la presenza di due inchieste giudiziarie nei suoi confronti.

Da un’analisi patrimoniale risulterà che dal 2004 al 2007 sui conti correnti dell’ex finanziere erano transitati 6 milioni di euro. Milanese cercherà di giustificarne la provenienza dicendo che si trattava dei proventi di una vendita immobiliare. In realtà erano la prova della tangente versata da Viscione. Ma nel settembre dello stesso anno, grazie ad un accordo tra Lega e PDL, Milanese si salva: la Camera vota in maggioranza contro il suo arresto (320 no contro 306 si). In seguito la procura di Roma chiederà la condanna di Milanese ad un anno, per una presunta tangente da 250 mila euro, tangente mascherata attraverso la vendita di un’imbarcazione, in relazione alla nomina di Fabrizio Testa a presidente della Tecnosky, società controllata da ENAV.

(cm)

Sindona, Calvi, Gelli e i soldi della mafia

Roberto Calvi

 

A seguito dell’annullamento delle indagini svolte negli anni che vanno dal 1997 al 2003, nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria sulla morte di Roberto Calvi, il principale filone sul quale gli inquirenti fonderanno la ricostruzione delle motivazioni che hanno portato alla morte del banchiere milanese è rappresentato dal tema del riciclaggio dei soldi della mafia. Tale elemento ha giocato un ruolo decisivo nell’ attribuire una svolta alle indagini, unitamente alle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Angelo Siino, il quale ha riferito di avere ricevuto dal boss Nitto Santapaola la confidenza secondo cui Roberto Calvi era stato assassinato – ci tiraru o coddu”-.

Attraverso le dichiarazioni rese dai pentiti e dai collaboratori di giustizia nel processo sull’omicidio di Roberto Calvi, è stato possibile delineare i ruoli svolti da Sindona, Calvi e Gelli, in ordine ai loro rapporti con Cosa nostra. In particolare sia le dichiarazioni dell’ex boss Lorenzo Del Gesù, che quelle del collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino, concordano sul ruolo svolto da Roberto Calvi e dal Banco Ambrosiano, quale parte essenziale del complesso meccanismo di riciclaggio del denaro delle attività illecite di Cosa nostra. Nello specifico Pennino riferisce quanto gli era stato raccontato da Stefano Bontate, Giuseppe Marsala e Giacomo Vitale, e cioè di come inizialmente questo ruolo fosse svolto da Michele Sindona attraverso le sue holding, e come, in seguito al fallimento della Franklin Bank e di tutte le holding del banchiere di Patti, tutto il denaro fosse in parte stato restituito alle famiglie legittime proprietarie, e in parte fosse confluito nelle casse del Banco Ambrosiano. Pennino, sempre sulla base di quanto riferito dai tre collaboratori, si spinge poi a confrontare la posizione di Sindona, definito corretto per avere restituito tutto il denaro che gli era stato affidato, con quella di Calvi, del quale sottolinea la scorrettezza per avare trattenuto un’ingente quantità del denaro delle famiglie mafiose facenti capo ai boss Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo.

Qui è utile ricollegare uno stralcio delle dichiarazioni rese nello stesso procedimento, dall’ex boss Lorenzo Del Gesù, secondo il quale parte delle risorse delle famiglie mafiose, erano state impiegate da Calvi e da Marcinkus nel finanziamento di alcuni progetti destinati a contrastare i regimi comunisti, come quello legato al sindacato polacco Solidarnosc, e quello relativo al finanziamento di attività antigovernative in Nicaragua.

Il tema della suddivisione dei compiti tra Sindona, Calvi e Gelli viene affrontato nel corso del dibattimento, attraverso le dichiarazioni del pentito Marino Mannoia, secondo il quale mentre Sindona riciclava i soldi di Bontate, almeno fino al crack delle sue banche, i soldi di Pippo Calò venivano da questo affidati a Roberto Calvi e a Licio Gelli. Con l’arresto e la successiva morte di Sindona, sempre secondo le dichiarazioni di Mannoia, Calvi comincia a gestire anche i soldi delle famiglie uscite vincenti dalla guerra di mafia, ovvero quelle che facevano capo ai boss Pippo Calò, Totò Riina e Bernardo Brusca. Una parte di questi soldi era investita in borsa, un’altra era depositata in conti presso alcune banche svizzere, ed un’altra ancora era depositata presso il Banco Ambrosiano. Mannoia dichiara che i soldi spariti a seguito del crack del Banco Ambrosiano erano finiti nei tre principali impieghi individuati da Gelli, Ortolani  (ovvero la P2) e Marcinkus, vale a dire il finanziamento di Solidarnosc, l’acquisto del Corriere della Sera (per la verità l’input era partito da Eugenio Cefis, potente presidente di Montedison nonchè membro P2, come Gelli e Ortolani) ed il finanziamento illecito dei partiti.

(cm)

HSBC: dal commercio dell’oppio all’evasione fiscale generalizzata. La storia di una banca dal presente inquietante

Hong-Kong

Gli scandali non hanno ancora finito di coinvolgere la Hong Kong e Shanghai Banking Corporation (HSBC). Dopo essere stata il braccio finanziario dell’impero britannico in Asia, la banca è ora balzata alle cronache grazie al dossier SwissLeaks, uno scandalo dai molteplici risvolti, che vanno dall’ evasione fiscale in Francia, agli affari politici e finanziari in Spagna e in Grecia. Per non parlare degli altri reati e delle manipolazioni.

La banca HSBC è tornata ad essere ancora una volta al centro dell’attenzione. Secondo le informazioni pubblicate da diversi giornali il 9 febbraio 2015, tra il 9 novembre 2006 e il 31 marzo 2007 – poco meno di 5 mesi –  180,6 miliardi di euro sono transitati attraverso i conti della filiale della HSBC di Ginevra.  Ad essere coinvolti sarebbero, tra gli altri, Mohammed VI Re del Marocco, alcune stelle del mondo dello spettacolo oltre a numerose società private, tutti accomunati  dal fatto di avere affidato alla HSBC il compito di nascondere al fisco ed alla giustizia dei loro rispettivi paesi, una parte rilevante del loro reddito.  Di seguito cerchiamo di ripercorrere la storia passata e recente di HSBC, una delle principali banche private a livello mondiale.

Un banca nata dal commercio dell’oppio

HSBC sta per Hong Kong e Shanghai Banking Corporation. Fin dall’inizio, la banca è stata coinvolta nel commercio internazionale di droghe pesanti. E ‘stata fondata a seguito della vittoria inglese contro la Cina nelle due guerre dell’oppio (1839-1842 e 1856-1860). Tali guerre hanno giocato un ruolo decisivo in relazione al rafforzamento dell’Impero Britannico ed alla marginalizzazione della Cina, quest’ultima durata circa un secolo e mezzo. Nel corso di queste due guerre il Regno Unito è riuscito ad imporre alla Cina l’accettazione delle esportazioni britanniche di oppio dall’India, appartenente quest’ultima all’ Impero Britannico. La Cina ha tentato di contrastare il commercio dell’oppio inglese, ma l’esercito britannico, con il sostegno di Washington, hanno avuto la meglio.

Da allora il governo britannico ha stabilito una sua colonia ad Hong Kong, e nel 1865 ha fondato la Shanghai Banking Corporation, grazie ad un commerciante scozzese specializzato nell’importazione dell’ oppio (in quell’epoca il 70% delle merci trasportate via mare attraverso il porto di Hong Kong erano costituite dall’oppio indiano). Da allora la storia della banca ha seguito la politica estera del Regno Unito ed ha servito gli interessi delle grandi imprese britanniche in Asia. Dopo il 1949 e la vittoria di Mao in Cina, la banca si è ritirata ad Hong Kong, rimasta per molto tempo un protettorato britannico.

La banca HSBC coinvolta in altri reati finanziari

In seguito, tra il 1980 e il 1997,  la banca sviluppa la sua attività negli Stati Uniti ed in Europa. Nel 1993 HSBC  trasferisce la sua sede da Hong Kong a Londra, prima di riconsegnare nel 1997 Hong Kong alla Cina. Tuttavia la banca rimane inevitabilmente legata ad Hong Kong, luogo in cui emette il 70% delle banconote (il dollaro Hong Kong). Nel 2014 il gruppo HSBC impiega 260.000 persone in 75 paesi, e vanta 54 milioni di clienti. Ancora oggi Hong Kong rimane un luogo chiave per il gruppo, in particolare per quanto riguarda il riciclaggio del denaro accumulato dalla nuova leadership cinese.

Oltre al riciclaggio dei proventi del narcotraffico ed a quelli legati al terrorismo, HSBC è coinvolta in diversi altri scandali:  si va dalla manipolazione del tasso di cambio di mercato (il caso è salito alla ribalta nel 2013 coinvolgendo un mercato giornaliero del valore di 5.300 miliardi), la manipolazione dei tassi di interesse interbancari (compreso il LIBOR), la vendita abusiva e fraudolenta di strumenti derivati basati sui tassi di interesse, la vendita abusiva e fraudolenta di prodotti assicurativi a privati e a piccole e medie imprese del Regno Unito (la FSA, l’autorità di vigilanza britannica, ha perseguito HSBC per questo reato, rivelando che la banca ha venduto polizze assicurative con scarsa o nessuna utilità per il contraente[1]), la vendita abusiva negli Stati Uniti di titoli garantiti da una serie di mutui ipotecari (MBS), la manipolazione del prezzo dell’ oro e  dell’argento (la vicenda è esplosa nel periodo gennaio-febbraio 2014 [2]) e l’organizzazione su larga scala di un’ evasione fiscale, in favore di grandi capitali.

Hervé Falciani, l’Edward Snowden di HSBC?

Hervé Falciani, un cittadino di origini franco-italiane, ha lavorato dal 2006 al 2008 nei servizi informatici della banca HSBC, con base a Ginevra. Prima di licenziarsi dalla banca, ha copiato 127.000 file di transazioni che collegano HSBC ad una massiccia  attività di frode e di evasione fiscale,  e in cui la banca svolge un ruolo spesso attivo. Falciani si stabilisce in Francia, poco prima che la Svizzera si decida di arrestarlo, spiccando un mandato di arresto internazionale tramite l’Interpol, per “sottrazione di dati”, “violazione del segreto bancario e della riservatezza commerciale” e presunzione di “servizio di intelligence economica.” Va notato che la Svizzera non ha in nessun modo indagato HSBC.

All’inizio del 2009 il domicilio di Nizza di Falciani è stato fatto oggetto di una perquisizione da parte della polizia francese. Le informazioni di cui egli è in possesso sono esplosive: i 127.000 file copiati che si riferiscono ad evasori fiscali francesi (8231 secondo Falciani), belgi (oltre 800), spagnoli (più di 600 nomi), greci (la famosa lista chiamata Lagarde perché il ministro francese l’ha consegnata alle autorità greche nel 2010,  lista che contiene circa 2000 nomi), tedeschi, italiani, messicani, statunitensi … Hervé Falciani ha restituito tutte o parte delle informazioni di cui era in possesso, alle autorità francesi ed a quelle degli altri paesi interessati.

Scandali seriali

In seguito, secondo le sue dichiarazioni, Falciani collabora con le autorità di Washington, a cui fornisce informazioni che permettono loro di fare progressi nell’inchiesta sulle attività di riciclaggio di HSBC, in relazione al denaro dei cartelli della droga messicani e colombiani. Quindi nel 2012 si trasferisce in Spagna per collaborare con le autorità iberiche. Qui viene subito arrestato, in esecuzione del mandato di cattura emesso dalla Svizzera. La Svizzera insiste con la Spagna per ottenere l’estradizione di Hervé Falciani. Nel maggio del 2013 il tribunale spagnolo rifiuta di estradare Falciani in Svizzera in quanto i giudici spagnoli lo considerano un testimone privilegiato in diversi casi di frode e di evasione fiscale.

La comunicazione alle autorità spagnole dei dati rubati da Falciani nel 2011, permette a queste di scoprire una grande quantità di denaro (circa 2 miliardi di €) depositata in Svizzera, da alcuni dei membri della famiglia di Emilio Botin, ex presidente del Banco Santander, la prima banca spagnola. Quest’ultimo, messo dal governo spagnolo con le spalle al muro, è costretto a versare nelle casse dell’erario iberico 200 milioni di euro di multa. I dati forniti da Hervé Falciani hanno anche portato a scoprire lo scandalo del finanziamento fraudolento a favore del Partito popolare, il partito del primo ministro Mariano Rajoy. La magistratura spagnola ha garantito ad Hervè Falciani una scorta permanente di polizia. Anche le autorità belghe e francesi hanno chiesto di incontrare Falciani, per cercare di utilizzare i dati da lui forniti, e istruire così le varie inchieste. Non è però affatto certo che tutto ciò possa condurre a delle condanne per frode ai danni degli evasori fiscali individuati, poiché è più che probabile che il Belgio adotti in materia fiscale delle norme, chiamata aggiustamenti fiscali,  che permetterebbero agli evasori di evitare il carcere.

Informatori braccati

Purtroppo però gli informatori non potranno godere si una simile generosità. Infatti nello scandalo SwissLikes, non è solo la Svizzera a tentare di fermare Falciani, ma anche la Grecia: la magistratura ellenica ha fatto arrestare il direttore della rivista “Hot Doc” Kostas Vaxevanis, in quanto aveva osato pubblicare nel mese di ottobre del 2012 la lista Lagarde-HSBC-Falciani, di cui le autorità greche cercavano di entrare in possesso da tre anni [3]. Ma grazie alle reazioni della popolazione greca e dell’opinione pubblica internazionale il giornalista è stato assolto in giudizio.

Fino a questo momento i dirigenti di HSBC non hanno incontrato simili inconvenienti. Nel 2013, l’Unione europea ha annunciato che avrebbe fissato un tetto ai bonus dei dirigenti e degli operatori di banca. Il bonus non può essere superiore al doppio del loro stipendio mensile. Quindi se un dirigente di banca percepisce una remunerazione fissa di € 1,5 milioni l’anno, il bonus non può essere superiore a 3 milioni di euro (dunque un reddito totale di 4,5 milioni). Contravvenendo alla norma, il management di HSBC ha annunciato nel febbraio 2014, che avrebbe aumentato il salario dei suoi dirigenti, in modo da mantenerlo invariato rispetto alle annualità antecedenti al tetto stabilito  [4]

Eric Toussaint [5], portavoce CADTM [6]

Note

[1] Le Monde, “Sommersa dagli scandali, HSBC offusca un po ‘di più la reputazione della City,” 1 agosto 2012.

[2] Financial Times, “I timori circa gli aumenti del prezzo dell’oro  mettono in allerta gli investitori. I regolatori tedesco e britannico indagano “24 febbraio 2014.

[3] Kostas Vaxevanis, “Perchè ho pubblicato la lista Lagarde,” The Guardian, 31 ottobre 2012

[4] Financial Times, “Scoperti i piani di HSBC per eludere il tetto ai Bonus imposto dall’UE”, 25 Febbraio 2014.

[5] Autore di  “Bancocrazia” (Editions Aden, Bruxelles, 2014), docente presso l’Università di Liegi, portavoce di CADTM.

[6] L’articolo è stato leggermente modificato per Basta! Trovate tutto sul sito di CADTM.

Traduzione di CM

Il Grano e il loglio

Michele Sindona

Tra le varie dichiarazioni rilasciate alla stampa dall’ex funzionario della banca inglese HSBC, Hervè Falciani, in merito alla lista di evasori fiscali, due, a parere di chi scrive, meritano una particolare attenzione: la prima è quella secondo la quale il sistema di evasione fiscale messo in piedi dalla banca inglese era ben studiato, basato su una perfetta conoscenza della normativa fiscale vigente in ogni singolo paese; l’altra è quella secondo la quale la lista è stata utilizzata per ricattare alcuni politici, obbligandoli ad adottare nel loro paese politiche di austerità.  Si è fatto il nome della madre dell’ex primo ministro greco George Papandreou, titolare di un deposito da 500 milioni di euro presso la HSBC, soldi sottratte al fisco ellenico. Nel 2011 a capo delle negoziazioni con la troika (FMI, BCE, CE) c’era l’ex primo ministro francese Nicolas Sarkozy, il quale sembra abbia usato la lista di Falciani per ricattare Papandreu, obbligandolo ad adottare nel suo paese le politiche recessive imposte dalla troika.

Per cercare di comprendere la ritrosia che suscita nei governi il tema dell’evasione fiscale, occorre partire da due assunti di base: il primo è quello secondo cui “pecunia non olet“, il denaro non ha odore, e il secondo, più tecnico, è quello secondo il quale i canali finanziari utilizzati dall’evasione fiscale sono gli stessi impiegati dalle mafie per ripulire i proventi delle loro attività illecite.

Nell’estate del 2012 il colosso bancario inglese HSBC, è stato costretto a chiedere pubblicamente scusa di fronte al Senato degli Stati Uniti, per avere “ripulito” miliardi di dollari appartenenti ai cartelli messicani della coca, esponendo così il sistema finanziario americano ai rischi connessi al riciclaggio di narcodollari, e del denaro destinato a finanziare il terrorismo. Per tale ragione la banca ha patteggiato con il governo federale americano una multa da 1.92 miliardi di dollari, la seconda in assoluto per importo.

La lista dei 500

L’intreccio evasione fiscale e riciclaggio, condito con il ricatto in puro stile mafioso, è un tema già affrontato dalla cronaca italiana, in occasione della vicenda del banchiere siciliano Michele Sindona.

Il giornalista Gianni Barbacetto, nella prefazione al libro di Nick Toshes, dal titolo: “Il mistero Sindona“, così descrive il banchiere di Patti: “Si trasferisce a Milano nel 1946, senza una lira, ospite di un cugino, lasciando a Messina moglie e figlia. Apre uno studio di consulenza tributaria. All’inizio paga l’affitto del suo ufficio “in natura”, offrendo in cambio al proprietario la sua consulenza. Ma diventa in poco tempo il fiscalista più ricercato della città, grazie alla sua specializzazione in elusione fiscale, e anche qualcosa di più. Sindona diventa, per la ricca borghesia milanese in espansione, il mago delle tasse, l’esperto dei conti cifrati in Svizzera, il profeta degli allora pressoché sconosciuti paradisi fiscali. Precorre i tempi aprendo per sé, già nel 1950, una società in Lichtenstein: la Fasco AG, che diverrà il centro segreto del suo impero finanziario. Nel corso degli anni Cinquanta, la fama dell’avvocato di Patti che si è installato a Milano diventa nazionale. Lo Studio Sindona di via Turati diventa il più importante d’Italia. Negli anni, centinaia di clienti di alto livello gli affidano i loro capitali da nascondere all’estero. E questo gli porta non soltanto ricchezza, ma anche potere, perché è lui ad avere in mano l’elenco, riservatissimo, dei loro nomi, allineati in quella che è stata chiamata la “lista dei 500″, fonte di mille indiscrezioni e mille ricatti”.

Sindona la massoneria e la mafia

Un’altro tassello importante nel puzzle che ricostruisce la figura dell’avvocato banchiere di Patti, ci viene offerto dalle dichiarazioni che il collaboratore di giustizia, Gioacchino Pennino, uomo d’onore, medico specialista e massone, affiliato all’ordine di Rito scozzese antico e accettato, di cui era Grande Sovrano il principe Alliata di Monreale (quest’ultimo appartenuto alla famiglia mafiosa di Brancaccio), rese al processo “Omicidio di Roberto Calvi“. Secondo Pennino, affiliato allo stesso ordine era anche, oltre ad Angelo Cosentino (responsabile della famiglia di Santa Maria del Gesù a Roma), ad Antonio Schifando, Pippo Calò e Luigi Faldetta (tutti e tre uomini d’onore), lo stesso Michele Sindona. Nella requisitoria allo stesso processo, il pm Luca Tescaroli dedica una parte importante all’ investimento di flussi di denaro di Cosa nostra nelle holding di Sindona, e il trasferimento di parte di dette risorse a Roberto Calvi. In essa si afferma che Pennino riferisce di avere appreso da Stefano Bontate (capo mafioso e massone), e soprattutto da Giacomo Vitale (uomo d’onore) che i proventi  illeciti delle famiglie di Santa Maria del Gesù, di Uditore-Passo del Rigano, facenti capo rispettivamente a Bontate e a Inzerillo, erano stati convogliati nelle holding di Sindona, assieme ai soldi di altre famiglie collegate alle due sopra citate. Pennino racconta inoltre di avere appreso come, a seguito del crack della Banca Privata di Sindona, parte di questi soldi erano stati restituiti alle famiglie legittime proprietarie, e parte erano invece confluite nel Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, e che questo fatto offriva maggiori vantaggi, dato che lo statuto dell’Ambrosiano permetteva di fare operazioni che alla Banca Privata non erano consentite. Pennino inoltre riferisce che mentre Sindona si era dimostrato corretto, restituendo alle famiglie i soldi che queste gli avevano affidato, Calvi non aveva dimostrato analoga correttezza.

Il sistema Sindona

Sindona aveva riciclato i soldi dei suoi clienti, mafiosi e non, utilizzando lo Ior, azionista della Banca Privata Italiana, come banca offshore (il Vaticano gode di extraterritorialità), e finanziando le società del suo gruppo per fare acquisizioni, vedi la Franklin Bank, o appostando i fondi in depositi fiduciari presso banche estere compiacenti, per poi riversarli in società estere del suo gruppo. In merito al sistema che aveva tentato di salvare Sindona dal crack e dal carcere, addossando il buco di bilancio della sua banca (oltre 200 milardi di lire) all’erario, e quindi alla collettività, si mossero politici  e personaggi di primo piano, tra cui Andreotti, Stammati, Evangelisti, De Carolis. Ma anche Barone e Guarino della Banca di Roma, Gelli, Bonomi, Sogno, Orlandi e Spagnuolo, quest’ultimo cacciato dalla magistratura per tale ragione. Vale la pena leggere un passaggio della requisitoria di 221 pagine, con cui il giudice Guido Viola accusa Sindona di essere il mandante dell’omicidio Ambrosoli: “E’ una storia di intrighi, di minacce, di estorsioni, di violenze, di intimidazioni, di collusioni con ambienti politici, massonici e mafiosi.. ne scaturisce uno spaccato estremamente inquietante della realtà italiana su cui occorrerebbe attentamente meditare. Di fronte agli sforzi ed alle difficoltà  di quanti erano impegnati a ricercare la verità per assicurare alla giustizia i responsabili di gravi reati, si sono sviluppate spesso manovre occulte, subdole, losche, a volte impalpabili. Finanzieri senza scrupoli, avventurieri della peggiore risma, faccendieri, magistrati poco corretti, mafiosi, esponenti massonici, delinquenti comuni, tutti spinti dalla potenza del denaro e dal germe della corruzione, si sono mossi freneticamente sullo sfondo di questa vicenda. Ma quel che è ancora più grave è il ruolo forse esercitato o solo promesso, nel perfezionamento del piano di salvataggio di Sindona, da taluni esponenti politici di primo piano. Con tali “padrini” Sindona aveva il diritto di sentirsi protetto e sicuro dell’impunità. Un onesto servitore della giustizia, Ambrosoli, fu lasciato solo, l’unico che con Mario Sarcinelli (dg di Banca d’Italia) seppe dire di no ad un piano di salvataggio scandaloso. In un modo o nell’altro entrambi avrebbero pagato con la loro onesta fermezza: l’uno con la vita, l’altro con il coinvolgimento in una allucinante vicenda giudiziaria”.

Più della legge poté l’amicizia

La lista dei cinquecento che, tra politici ed industriali, esportarono grazie alla banca di Sindona, la Finabank, valuta in Svizzera, commettendo per ciò un reato, non venne mai ritrovata. L’amministratore delegato del Banco di Roma, Mario Barone, amico d’infanzia di Sindona, venne anche arrestato per non avere rivelato i nomi indicati sula lista. Ancora oggi, a distanza di anni, non uno di quei nomi è stato mai fatto. In compenso il Banco di Roma, nel cui cda siedevano, oltre a Mario Barone, anche Ventriglia e Guidi, decise di accollarsi l’onere della restituzione, assumendo la gestione delle operazioni di risarcimento, e stanziando a tal fine 25 milioni di dollari. Senza alcun clamore i cinquecento evasori, attraverso procedure “veloci e privilegiate”, poterono dunque rientrare in possesso dei loro soldi.

(cm)

Santi e santisti

Madonna di Polsi

Vent’anni fa la ‘ndrangheta era ancora una mafia rurale specializzata nei sequestri di persona. Oggi può essere paragonata ad una multinazionale che fattura 52,6 miliardi di euro l’anno, la quarta in Italia per volume di affari.

Buon vespro e santa sera a tutti li santisti“. E’ così che si salutano tra loro gli affiliati alla ‘ndrangheta, o come la chiamano loro, la santa, prima di iniziare una riunione. E alla ‘ndrangheta viene anche associata la religione, con la Madonna di Polsi, luogo simbolico per i santisti da un lato, e dall’altro la figura del “nostro santo Cristo“, vale a dire il primo santista, che tradizione vuole sia nato il 25 dicembre, data in cui gli sarebbe stata incisa una croce sulla spalla sinistra. Ma l’immagine che questo saluto rende al nostro immaginario, quella di un gruppetto di “sgarristi” seduti al tavolino di un bar mentre discutono delle estorsioni riscosse a commercianti e imprenditori di zona, non corrisponde alla realtà. La ‘ndrangheta moderna è un’organizzazione criminale che, sebbene conservi alcuni elementi tipici della tradizione, associati principalmente all’esigenza di segretezza e di centralità dell’organizzazione stessa, è stata capace di adeguarsi ai mutamenti profondi intervenuti nell’economia e nell’imprenditoria. Il sostituto procuratore di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, racconta al giornalista Ferruccio Pinotti di come un tempo la ‘ndrangheta fosse “proporzionata all’economia agricola”. Il cambiamento è intervenuto in coincidenza con la politica delle opere pubbliche. “Massoneria, ‘ndrangheta, camorra e mafia – afferma Gratteri – si giovano del trasversalismo che ormai impera anche nei rapporti tra politica e crimine organizzato”. Proviamo a risalire al periodo storico in cui questo cambiamento è intervenuto.

Al volgere degli anni Sessanta, racconta il professore e saggista esperto di ‘ndrangheta, Antonio Nicaso: “alcuni esponenti di ‘ndrangheta e di Cosa nostra hanno dato vita o aderito a logge coperte, nelle quali si sono saldate strategie anche con forze eversive”. La mafia in Sicilia, al pari della ‘ndrangheta in Calabria, venivano utilizzate dalle massonerie internazionali e dalle forze legate al patto atlantico, inizialmente, durante la seconda guerra mondiale, per preparare lo sbarco degli alleati, e in seguito, durante gli anni ’50-’60, per contrastare il dilagare delle forze politiche di sinistra: basti pensare alla strage di Portella della Ginestra.

Da Osso, Mastrosso e Carcagnosso a Garibaldi, Mazzini e La Marmora 

Tra gli anni Sessanta e Settanta la ‘ndrangheta crea al suo interno una sua enclave, composta di membri dell’organizzazione appartenenti a logge massoniche coperte. Il passaggio a cui si fa riferimento è molto importante, poiché si riflette anche in alcuni elementi formali dell’organizzazione stessa: nello specifico la storia della ‘ndrangheta si rifà a tre cavalieri spagnoli (non a caso anche la massoneria si richiama all’ordine cavalleresco dei Templari), Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i quali, partiti da Toledo, sede di nascita del loro ordine cavalleresco risalente al 1412, vennero incarcerati per circa trent’anni nell’isola di Favignana, all’interno di un carcere borbonico. Conclusa la loro prigionia, i tre si divisero, dirigendosi chi in Sicilia, chi in Campania e chi in Calabria, per fondare, così narra la storia, le tre principali organizzazioni criminali. Questo passaggio si salda con la storia della massoneria italiana, a partire dal Risorgimento, dal che ne risulta che le figure mitiche dei tre cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso, vengono sostituite oggi, da Garibaldi, Mazzini e La Marmora, tre eroi risorgimentali, tutti e tre storici rappresentanti della massoneria ufficiale italiana.

La riprova di quanto detto viene fornita dai dati relativi alla presenza di iscritti alla massoneria in Calabria, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta: si parla di circa 2.500 iscritti, la maggior parte dei quali affiliati a logge coperte, non riconosciute dai tre principali obbedienze massoniche italiane, e contrarie all’articolo 18 della Costituzione. A proposito della collusione tra ‘ndrangheta e massoneria deviata, ebbe ad esprimersi nel 2007 anche il Vescovo di Locri, monsignor Giancarlo Bregantini, il quale, in occasione di un convegno organizzato dalla Caritas a Falerna (Cz) affermò: “La mafia è diventata ancora più insidiosa perché ora è meno evidente e stringe sempre più i rapporti con la massoneria”.

Anche l’ex procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, nel febbraio del 2006, disse, in una intervista rilasciata alla testata News Settimanale, a proposito dei legami tra ‘ndrangheta e massoneria deviata: ” è la mafia più potente, l’agente monopolistico del traffico degli stupefacenti. Ha collegamenti internazionali in Germania e in Francia e con logge massoniche coperte che non appartengono alla massoneria ufficiale: centri di interessi, di incontri, di agevolazioni”.

Il monopolio del traffico della cocaina ed il potere economico

Dunque la ‘ndrangheta è oggi la più potente tra le organizzazioni criminali, tanto da essere riconosciuta interlocutore unico dai narcotrafficanti colombiani, e l’autorevolezza di cui gode, le deriva in parte dal suo potere economico, e in parte dagli appoggi politico-istituzionali che è stata in grado di costruirsi.

Se gli agganci con il mondo imprenditoriale e dei “colletti bianchi” sono funzionali al riciclaggio ed al reinvestimento degli enormi flussi di denaro liquido provenienti dal traffico di droga, quelli con il mondo politico servono ad ottenere affidamenti ed appalti, rispettivamente nei servizi locali e nelle opere pubbliche, altro settore in cui le ‘ndrine riciclano gli ingenti proventi delle loro attività illecite.

Un ulteriore luogo comune da sfatare è quello secondo il quale un’organizzazione mafiosa, per essere tale, deve necessariamente avere il pieno controllo del territorio in cui si trova. Da ciò ne deriva l’impossibilità di affermare che vi sia la mafia anche nelle regioni del nord-centro Italia. Questa conclusione è ampiamente smentita dai fatti, in particolare dalle più recenti inchieste giudiziarie: le regioni Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Lazio e Veneto sono solo le ultime nelle quali la magistratura e le forze dell’ordine hanno accertato la presenza di ‘ndrangheta.

Qui occorre metter in chiaro che quando si parla di presenza mafiosa non si intende il pieno controllo del territorio, come accade in Calabria o in Sicilia con Cosa nostra, bensì una forte capacità da parte di questa organizzazione di inserirsi nelle attività economiche ed in particolare negli appalti pubblici, attraverso un’ intensa contiguità, al livello locale, con i partiti politici.

A questo proposito Nicola Gratteri parla di “un trasversalismo che coinvolge sinistra, destra e centro, senza distinzioni”. E ancora: “La situazione – afferma il sostituto procuratore –  in questo senso è persino peggiore che in passato: nella cosiddetta Prima Repubblica c’erano due blocchi di potere che erano realmente contrapposti ed esercitavano un controllo reciproco; ora domina l’omologazione, tutti dialogano con tutti: ma dietro questo dialogo si celano gli interessi reali, che talvolta sconfinano con l’economia criminale. Tutti sono in affari con tutti. Questo essere tutti assieme, nell’accezione peggiore del termine, genera un decadimento accelerato”.

Una multinazionale da 52,6 miliardi di fatturato

A questo proposito vengono in mente alcune recenti inchieste della magistratura, le quali hanno accertato il coinvolgimento tanto dei partiti di destra, quanto di quelli di centro e di sinistra, nel garantire appalti ad imprese di costruzione o a cooperative legate alla ‘ndrangheta, spesso in cambio di voti. Un sistema molto ben collaudato dalla ‘ndrangheta, tanto da essere esportato anche in Germania, così come è emerso dall’inchiesta Fastweb- Telecom Italia Sparkle, con cui la magistratura ha neutralizzato un’associazione a delinquere dedita alla truffa ai danni dell’erario, in relazione a servizi di telefonia che evadevano l’IVA, e i cui proventi venivano riciclati grazie ad alcuni colletti bianchi, tra cui l’avvocato Paolo Di Girolamo, eletto nella circoscrizione estero al senato alle politiche del 2008,  grazie ai voti raccolti dalla ‘ndrangheta tra le famiglie di emigrati italiani in Germania. Nell’inchiesta era infatti coinvolto anche Franco Pugliese, esponente della cosca calabrese degli Arena di Isola Capo Rizzuto, assolto dall’accusa di voto di scambio ma condannato per avere reperito schede bianche, sulle quali veniva inserito il nome del Di Girolamo, tra le famiglie di emigrati italiani in Germania, principalmente a Stoccarda e Francoforte.

Se fino a vent’anni fa la ‘ndrangheta era ancora una mafia rurale specializzata nei sequestri di persona, oggi può essere paragonata ad una multinazionale che fattura 52,6 miliardi di euro l’anno, la quarta in Italia per fatturato (fonte sole 24 ore). Dunque una multinazionale specializzata nel traffico della cocaina, di cui detiene il monopolio, ma anche in quello internazionale dei rifiuti tossici e delle  armi, nel riciclaggio di titoli trafugati, e, come già detto, negli appalti pubblici. Per avere un idea circa i canali di riciclaggio utilizzati, è sufficiente basarsi su quanto afferma la polizia tedesca, secondo la quale la ‘ndrangheta rappresenta il primo investitore italiano nella borsa di Francoforte, con una partecipazione azionaria rilevante anche nel gigante del petrolio russo Gazprom.

(cm)

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