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Claudio Meloni

Mese

gennaio 2015

Riesame: Panzironi si mise a servizio dei clan

PAOLO CAPRIOLI AGENZIA TOIATI PRESENTAZIONE BILANCIO AMA 2009

Confermato il carcere anche per l’ex ad di Ama, Franco Panzironi, e per Luca Odevaine.

Il tribunale del Riesame ha recentemente depositato le motivazioni relative alle misure restrittive per undici degli indagati nell’inchiesta “Mondo di mezzo“. Oltre a Luca Odevaine, Claudio Turella, Cristiano Guarnera e Giuseppe Ietto, viene confermato il carcere anche per l’ex amministratore delegato di Ama spa, Franco Panzironi. Secondo i giudici l’ex manager dell’azienda municipale per la raccolta dei rifiuti avrebbe messo a servizio dei clan il legame di amicizia che questi aveva con l’ex sindaco della capitale, Gianni Alemanno. Oltre a questo Panzironi avrebbe prestato al sodalizio criminale le sue capacità di influenzare le dinamiche politico-amministrative, arrecando in tal modo al sodalizio in questione, importanti vantaggi economici. Le pesanti accuse mosse nei confronti dell’ex ad, sono quelle di associazione a delinquere di stampo mafioso, corruzione e turbativa d’asta. PanzironiRiceveva – si legge nelle motivazioni – elargizioni continue, quasi una sorta di retribuzione da parte del sodalizio, quale compenso per il mercimonio della sua funzione e di quelle degli altri pubblici ufficiali che in Ama agivano sotto la sua direzione“. Nei confrontai dell’ex capo di gabinetto di Valter Weltroni, Luca Odevaine, si legge: “Mostra di avere in spregio ogni principio di fedeltà e di buona amministrazione che dovrebbe condurre la sua opera“.

(cm)

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Il Riesame conferma il carcere per Salvatore Buzzi

Salvatore_buzzi

I giudici riconoscono nel presidente delle cooperative 29 Giugno e Eriches, una “concreta minaccia per le istituzioni”.

Nelle motivazioni con cui il tribunale del Riesame ha recentemente confermato i provvedimenti restrittivi a carico di Salvatore Buzzi, deus ex machina, assieme al sodale Massimo Carminati, del sistema corruttivo e criminale sgominato dall’inchiesta “Mondo di mezzo“, si legge: “Nell’ Ama, il fenomeno corruttivo ha raggiunto la massima espressione inquinando tutte le gare di appalto“.

L’Ama, dunque, “piuttosto che improntare la propria attività a criteri di imparzialità e buon andamento della Pubblica amministrazione, ha intrattenuto con le cooperative di Buzzi rapporti basati sulla corruzione“. Ciò è ampiamente dimostrato dall’intenso scambio di comunicazioni tra Buzzi e il direttore generale di Ama, Giovanni Fiscon, quest’ultimo colpito da provvedimento restrittivo di arresti domiciliari. Secondo i giudici, Tra Buzzi e Fiscon avvenivano: ” frenetici scambi di sms” e frequenti incontri, i quali denotano, a giudizio dei magistrati, : ” l’esistenza di interrelazioni e contatti del tutto anomali nel corso di una procedura di aggiudicazione di un appalto“. Tuttavia dalle indagini non sono emersi, a carico di Fiscon, elementi tali da far ritenere una sua organicità al sodalizio criminale, fatta eccezione per una promessa di pulizia relativa al proprio appartamento. Dunque, per Fiscon non è stata riconosciuta l’aggravante mafiosa in quanto, per i giudici del Riesame, ” non emergono indizi univoci in ordine alla coscienza di agevolare l’associazione“.

Viceversa tale l’aggravante è stata riconosciuta dai magistrati a scarico di Salvatore Buzzi, per i quali il presidente delle cooperative 29 Giugno ed Eriches costituisce “una concreta minaccia per le istituzioni“. Per il Tribunale infatti Buzziè pericoloso per la società a tutti i livelli“. Egli è infatti ritenuto “persona pericolosa” per via della sua “capacità di infiltrazione nel settore politico- imprenditoriale-economico“, grazie alla complicità del suo sodale Carminati, del quale sfrutta la sua pregressa “fama criminale” per corrompere pubblici funzionari, e dunque, in forza di ciò, Buzzi rappresenta una “concreta minaccia per le istituzioni“.

(cm)

La mafia e il potere pubblico

Elevated view of various euro bank notes

Nelle conclusioni ai lavori della Commissione parlamentare antimafia della quinta legislatura (1968-72), conclusioni firmate dal presidente Francesco Cattanei, si compie un importante passo in avanti rispetto a passato. L’importante progresso riguarda la definizione della mafia quale “esercizio di autonomo potere extralegale e come ricerca di uno stretto collegamento con tutte le forme di potere e in particolare di quello pubblico, per affiancarsi ad esso, strumentalizzarlo ai suoi fini o compenetrarsi nelle sue strutture”.

La Commissione Cattanei pone dunque un punto fermo, individuando gli elementi “costitutivi”  della mafia siciliana, elementi che saranno poi gli stessi in quella calabrese e quella campana. Ci riferiamo in particolare al “fine di lucro” proprio della criminalità mafiosa, fine che viene conseguito attraverso “forme di intermediazione e di inserimento parassitario, mediante l’uso sistematico ella violenza, ma soprattutto attraverso il collegamento con i pubblici poteri”.

La mafia non è più quella struttura che media tra proprietà fondiaria e contadini, ma un’ entità dotata di una straordinaria duttilità, con una grande capacità di sopravvivere e prosperare anche in ambienti diversi da quelli di origine.

Dalla definizione che viene data del fenomeno mafioso, si comprende chiaramente come questa capacità di adattamento sia in larga parte legata alla sua capacità di “legarsi ai pubblici poteri“. Ed è proprio “questa ricerca di collegamenti – scrive Cattanei – che rappresenta l’elemento specifico della mafia rispetto alle altre forme di potere extralegale e si trova naturalmente anche nelle manifestazioni attuali del fenomeno”.

In aperto contrasto con quanto fatto fino a quel momento dai governi precedenti,  la Commissione Cattanei evidenzia inoltre come “la mafia, muovendo dalla sua base tradizionale – la mafia rurale sicula – si sia insediata in altre zone, e in particolare nei grossi centri urbani come Milano, Genova, Napoli e Roma, e nelle zone limitrofe“. Tale riorganizzazione territoriale che ha investito la mafia dal dopoguerra ad oggi, deve leggersi come espressione della sua capacità di adattamento alle mutate condizioni di riferimento, seguendo un modello dettato in parte dalle esigenze del commercio della droga, quali la ricerca di nuove piazze di spaccio e di nuovi canali di traffico, e in parte dalla necessità di collegarsi ai pubblici poteri, in relazione alla creazione di nuove opportunità di business.

 

La mafia nelle pubbliche amministrazioni: il caso Ciancimino

Nella relazione conclusiva della Commissione antimafia della sesta legislatura (1972-76), il presidente Luigi Carraro pone un’ attenzione particolare ai legami tra la mafia ed i pubblici poteri dedicando a tale argomento un capitolo della seconda sezione, intitolato “La mafia ed il potere pubblico“.

In esso vengono esposte le risultanze dell’attività ispettiva svolta nei confronti di una serie di amministrazioni della Sicilia occidentale. La relazione sottolinea l’elevato numero di irregolarità amministrative e di violazioni di legge riscontrate, con illeciti sia in campo civile che penale, nella maggior parte delle amministrazioni osservate. La commissione da particolare enfasi al caso di Vito Ciancimino, prima assessore all’Azienda municipalizzata e ai lavori pubblici di Palermo, in seguito capogruppo consiliare della DC sempre in comune, ed infine per un breve periodo sindaco del capoluogo siciliano.

Secondo le risultanze della Commissione, Ciancimino fu il responsabile di quello che in seguito venne definito il “sacco di Palermo“, vale a dire la concessione di un’enorme quantità di licenze edilizie ai costruttori palermitani vicini alla mafia, i quali riciclavano con le loro imprese edili e la complicità di alcune banche come Sicilcasse, i proventi della vendita dell’eroina. E opportuno ricordare come in quel periodo, tutta l’eroina diretta in Europa, in Canada e negli Usa, venisse raffinata a Palermo.  A fare da sfondo a questo sistema economico “drogato” c’era Vito Ciancimino, rappresentante locale della DC fanfaniana, che tra il 1959 e il 1964 rilasciò 4500 concessioni edilizie, 2500 delle quali a due pensionati. La storia del “sacco di Palermo” verrà ricostruita in modo dettagliato dalla Commissione antimafia nell’undicesima legislatura, dai cui lavori emergerà come tra il 1971 ed il 1981 vennero costruiti  584 mila vani, 290 mila dei quali fuori città. Nello stesso periodo l’istituto autonomo di case popolari costruirà solamente 54 mila vani, come a voler premiare tutti gli elettori che in qualche maniera fossero collusi col sistema. In base alle stime fatte dal sindacato bancario emergerà solo in seguito come dei tremila miliardi mobilitati dal comparto edile, solo 400 provenivano dal credito fondiario. Quando verranno smascherati i padrini di questo sistema, tutto il settore bancario siciliano subirà un clamoroso tracollo, con la sola Sicilcasse gravata da un debito di tremila miliardi delle vecchie lire. Ma Ciancimino non aveva lavorato solo per la gloria, e già Giovanni Falcone, in un’inchiesta del 1987, aveva scoperto come l’ex sindaco facesse uso di un prestanome, il costruttore palermitano Ignazio Zummo. Questi sarà condannato a tre anni di reclusione per favoreggiamento, e come pena accessoria subirà il sequestro dei conto bancari a lui intestati, nei quali erano depositati 36 miliardi di lire. Nell’ottobre del 1998 altri  56 miliardi verranno sequestrati al figlio Francesco Zummo ed al suo suocero, Vincenzo Piazza. Trent’anni dopo il primo arresto Ignazio e Francesco Zummo saranno nuovamente arrestati e condannati, rispettivamente a cinque e tre anni di reclusione, sempre per favoreggiamento.

La mafia nelle amministrazioni locali: gli altri comuni siculi

L’inchiesta dell’antimafia presieduta da Carraro, si è basata come detto su un’ispezione regionale condotta sugli atti amministrativi posti in essere, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, dai comuni della Sicilia occidentale: non solo Palermo dunque, ma anche Trapani, Caltanissetta e Agrigento; a questi si aggiungono poi tutta una serie di comuni minori. Gli atti amministrativi oggetto dell’indagine, hanno riguardato non solo i settori edilizio ed urbanistico, ma anche altri settori di elevato interesse sociale, come il servizio di raccolta dei rifiuti domestici, la concessione di appalti ed il rilascio di licenze per l’esercizio di attività commerciali.

La Commissione, oltre ad avere accertato l’assunzione da parte di numerose amministrazioni, di figli, nipoti e in genere parenti di personaggi mafiosi (Trapani 15, Caltanissetta 16, Agrigento 20), ha anche verificato, in modo particolare nei comuni di una certa rilevanza, l’adozione di irregolarità amministrative gravi e continue. La natura di tali irregolarità, più che il loro numero, oltre al loro contesto, ha evidenziato il grave pericolo di un cedimento da parte della pubblica amministrazione, nei confronti delle lusinghe del potere mafioso.

In un caso, riguardante,  a titolo esemplificativo, la concessione di aree fabbricabili da parte di un comune importante, la Commissione evidenzia come “le concessioni del suolo comunale, non solo non hanno seguito l’iter procedurale normale, ma sono state elargite a prezzi molto bassi, che potevano esser triplicati”. E ancora: “Il funzionamento della Commissione edilizia fu viziato in continuità dalla sua iniziale composizione, anche perché di essa facevano parte due fratelli, che spesso non ottemperavano alle norme vigenti in occasione della presentazione dei progetti da loro elaborati”.

Per un altro comune, afferma la relazione ispettiva, “devesi concludere che l’attività dell’amministrazione sia consapevolmente orientata nel senso di continuare, anche per l’avvenire, ad espletare in maniera irregolare il servizio di nettezza urbana. L’appaltatore violerebbe il capitolato, riguardo al numero degli operai, riguardo alle attrezzature necessarie, riguardo al rispetto dei contratti di lavoro e riguardo alla continuità del servizio”. Si tratta di irregolarità non gravi, ma che evidenziano tutte una cronica debolezza degli organi amministrativi, rispetto alle pressioni mafiose, e quindi “una disponibilità al comportamento illegale, che è caratteristico del costume mafioso”.

A margine di quanto detto, occorre sottolineare come la gran parte dei comuni più grandi della Sicilia occidentale, fossero abitati da un elevato numero di soggetti mafiosi: infatti, tra il 1957 e il 1968 furono adottati 5188 provvedimenti di diffida nella provincia di Trapani, 1623 in quella di Agrigento, 1359 in quella di Caltanissetta. Va altresì ricordato come una buona parte di questi mafiosi non vivesse ai margini della società di quel tempo, ma anzi rivestisse il ruolo di importanti attori della vita economica di quei luoghi,  segnatamente nel comparto edilizio.

Seguire il flusso di denaro

Come si è visto, gli ambienti della pubblica amministrazione si sono dimostrati, in varie gradazioni, sensibili alle lusinghe del potere mafioso, mostrando in alcuni casi, come a Palermo, una chiara convivenza tra organi pubblici e ambienti mafiosi. Osservando in quegli anni la crescita dei patrimoni di alcuni soggetti, in modo particolare nel campo edilizio, è possibile desumere con certezza che personaggi vicini agli ambienti mafiosi si siano arricchiti in modo veloce quanto sospetto, mostrando così di essere fin dall’inizio i beneficiari ultimi del complesso di irregolarità commesse dalle amministrazioni, attraverso il rilascio delle licenze edilizie. Secondo la Prefettura di Palermo risultavano sospetti personaggi quali Salvatore Milazzo, di professione muratore, in origine privo dei mezzi finanziari oltre che di capacità imprenditoriale, padre di quattro figli e nullatenente, il quale, pur non avendo mai svolto l’attività di imprenditore edile, si fosse iscritto all’albo dei costruttori, riuscendo ad ottenere numerose licenze di costruzione. O quali Michele Caggegi, muratore e titolare di una pensione sociale, nullatenente e disoccupato per motivi di salute, anche lui iscritto all’albo dei costruttori edili. Stesso discorso vale per Lorenzo Ferrante.

La mafia dunque si era infiltrata nel settore dell’edilizia, e attraverso gruppi di pressione organizzati, era riuscita ad ottenere, spesso attraverso irregolarità amministrative, ogni forma di favoritismi, lucrando i vantaggi dell’intermediazione parassitaria connessa all’attività edile e all’acquisto di aree edificabili.

(cm)

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