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Il legale di Cerroni aveva chiesto la non ammissibilità delle intercettazioni per il mancato deposito dei brogliacci delle stesse a chiusura delle indagini preliminari.

Il 22 ottobre si è svolto presso il Tribunale penale di Roma la sesta udienza del processo, a rito immediato, all’Imperatore dei romano dei rifiuti, Manlio Cerroni.

Dopo sei ore di camera di consiglio, la prima sezione del collegio penale di Roma, presieduta dal dott. Giuseppe Mezzofiore, ha emesso la sentenza che ha ammesso in giudizio come prova, tutte le intercettazioni telefoniche e ambientali effettuate dalla Procura di Velletri e da quella di Roma, ed inserite nel fascicolo dai pm sotto forma di supporto audio.

Ad essere chiamato in causa  è quello che nelle ordinanze di arresto di Cerroni e sodali,  veniva definito “un sodalizio criminale volto a conservare in capo al Gruppo Cerroni, il monopolio della gestione dei rifiuti nel Lazio“.

In particolare, oltre a quelle relative all’inceneritore di Albano ed al settimo invaso della discarica di Roncigliano, viene ammessa anche la celeberrima intercettazione in cui, a quanto sostengono il pm Alberto Galanti ed il Gup Alessandro Battistini, l’avvocato del Gruppo, Avilio Presutti,  letteralmente detta all’ex Presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, l’ordinanza  (nz-0003 del 22.10.08) in seguito bocciata sia dal TAR che dal Consiglio di Stato, con la quale venivano garantiti al consorzio COEMA (Gruppo Cerroni+Acea+Ama) soldi pubblici, attraverso i famigerati CIP6, per un ammontare pari a mezzo miliardo di euro. Tutto questo per costruire il “più grande inceneritore d’Europa” il quale però, senza i soldi dei contribuenti, sarebbe stato assolutamente in perdita.

Un plauso dunque va rivolto, da tutti i contribuenti laziali, agli investigatori delle due procure che hanno indagato in profondità su questo verminaio, putrido e pestilenziale, del quale facevano parte uomini politici, imprenditori e amministratori pubblici.

(cm)

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