di Chiara Gagliardi

È passato solo un anno da quando il Governo ha ufficialmente stabilito la fine dello stato di emergenza in Campania: un decreto legge ha “concluso” la questione dei rifiuti di Napoli, dopo la grande ricaduta negli ultimi mesi del 2010. Le nuove discariche di Chiaiano e Tufino, aperte a gennaio 2011, hanno raccolto le 600 tonnellate di immondizia che assillavano il capoluogo campano: poco tempo dopo, un decreto legge sanciva la fine del calvario.

Una storia, quella della Campania, fatta di ritardi di pianificazione degli impianti, di errori tecnico-amministrativi, di questioni politiche e di interessi malavitosi. Una storia che, purtroppo, ha contribuito alla crescita esponenziale di quello che in gergo viene definito effetto «NIMBY». NIMBY è un acronimo che sta per Not In My Back Yard, ed indica un atteggiamento di rifiuto verso quelle opere pubbliche che si teme possano avere effetti negativi sull’ambiente. Chi segue la logica NIMBY, infatti, riconosce tali provvedimenti come necessari, ma non li vuole nel proprio territorio. Questa modalità di pensiero ha i suoi pro e contro: per quanto essa favorisca la crescita di una cultura ambientale, se portata all’estremo provocherebbe una situazione paradossale in cui il cittadino si rende conto dell’utilità di un progetto, ma non riesce a portarlo a termine. La carenza di informazioni, tuttavia, può giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo del pensiero NIMBY e nella sua degenerazione, denominata logica «BANANA» (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything): è questo quanto sostenuto da Giuseppe Tipaldo, ricercatore per il dipartimento di Cultura, Politica e Società all’Università di Torino. Tipaldo, attivo nell’ambito della Sociologia Ambientale, ha presentato i suoi studi in una conferenza durante il convegno “Venice Symposium” sull’energia e le biomasse (Isola di San Servolo, Venezia, 12-15 novembre 2012). Muovendosi attraverso l’analisi lessicale e i dati Istat, il ricercatore ha infatti dimostrato l’influenza dei giornali e dei mass media sull’opinione pubblica e il loro ruolo nella formazione dei pensieri NIMBY e BANANA, analizzando proprio il caso dell’emergenza di Napoli.

Si parte con qualche estratto dei termini più utilizzati dai giornali nel periodo fra il 1994, anno di inizio della drammatica situazione sanitaria. Le parole con cui i media si riferiscono alla regione Campania sono drastiche: dall’analisi dei titoli di “Repubblica”, “Corriere della Sera”, “Il Mattino”, “La Stampa”, “Sole 24 Ore”, “La Gazzetta del Sud” e “Il Giornale”, compaiono diverse volte aggettivazioni come “soffocata”, “inaccessibile”, “inagibile”, “seppellita” e “sommersa”. Per quanto riguarda invece l’emergenza rifiuti, si parla di “catastrofe”, “Chernobyl”, “commissario straordinario” e “Napoli”. Il punto focale è sulla questione degli inceneritori del cosiddetto triangolo della morte, ossia il territorio compreso fra i comuni di Acerra, Nola e Marigliano: in questo caso, il pensiero comune e la logica NIMBY sono stati tanto influenzati dalle informazioni esterne da cambiare radicalmente l’opinione pubblica sulla questione. In una ricerca, sugli stessi giornali e nello stesso periodo, dei termini correlati alla parola “inceneritore”, compare in seconda posizione “soluzione”: nel 33% dei casi, le due parole sono associate. Una ricerca dell’Università di Torino (quindi, una città molto lontana dal cuore del problema) ha evidenziato come, tra il 2007 e il 2008, il problema dei rifiuti fosse balzato al terzo posto tra le questioni locali più pressanti avvertite dai cittadini: in Campania, nello stesso momento, si è proprio nel pieno della crisi.

E, nello stesso periodo, sono proprio le statistiche a parlare: mentre nel 2007 solo il 30% di un campione della popolazione definiva gli inceneritori e la loro tecnologia come energy friendly, l’anno successivo la percentuale è raddoppiata. Si è passati, nell’arco di un solo anno, dalla definizione di hazardous, ossia pericoloso, a quella di safe, sicuro: le stesse ricerche hanno inoltre evidenziato il viraggio di opinione più notevole in quelle categorie di persone maggiormente esposte all’influenza dei mass media. Secondo quanto sostenuto da Giuseppe Tipaldo, questi sono gli effetti di una tendenza allarmistica e sensazionalistica che si è lentamente fatta strada negli anni dell’emergenza dei rifiuti, e che ha descritto la questione come una “catastrofe” per la quale l’inceneritore era l’unica soluzione, mandando in crisi l’opinione pubblica e in alcuni casi ribaltandola.

Il quarto potere, quello dei mass media, è risaputo ed indiscutibile: i numeri parlano chiaramente e dimostrano come sia facile influenzare il pensiero e far prevalere un’opinione piuttosto che un’altra. Non è una manovra nè un piano esplicito e finalizzato: si tratta semplicemente, malgrado tutto, di una caratterizzazione ben precisa della terminologia adottata e delle scelte lessicali. La pluralità delle fonti è importante, così come l’informazione indipendente: si pensi, tuttavia, a come questo potere sia in realtà un’arma a doppio taglio. Così come si può far virare l’opinione pubblica, è possibile abbattere alcune barriere antiche che sono da sempre il fondamento della logica NIMBY, ed è possibile invece rafforzare quei capisaldi che stanno alla base di una cultura ecologica ragionata ed efficiente. Per il futuro, dunque, non solo tecnici ed ingegneri: anche i sociologi e gli esperti di comunicazione possono svolgere la loro parte nella crescita di un pensiero in cui il rispetto ambientale sia, finalmente, al primo posto.

Fonti: From the Naples emergency to the Waste-To-Energy miracle di Giuseppe Tipaldo (presentazione disponibile nella pagina http://unito.academia.edu/GiuseppeTipaldo), Panel Progetto MonVISO 2007-2011 a cura dell’Università di Torino, Wikipedia per consultazione

http://giornaleilreferendum.com/2012/11/17/napoli-lemergenza-rifiuti-e-il-quarto-potere-una-ricerca-svela-linfluenza-dei-media-sullopinione-pubblica/

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