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Claudio Meloni

Mese

novembre 2012

Intervista con Patrizia Gentilini dell’Associazione Medici per l’Ambiente

Prosegue il ‘Progetto Riciclo’ a Genzano di Roma. Secondo incontro sabato 1° dicembre con la Dottoressa Patrizia Gentilini, particolarmente impegnata nella lotta contro discariche e inceneritori.

Nell’intervista gentilmente concessa, alcune anticipazioni sulle tematiche che si andranno a trattare.

«Le generazioni a venire non ci perdoneranno i danni che stiamo loro facendo». Così si espresse Lorenzo Tomatis, oncologo e ricercatore triestino di fama internazionale, a proposito degli inceneritori. Era il 2007, la sua scomparsa sarebbe avvenuta da lì a pochi mesi, e quelle terribili parole furono raccolte da tanti studiosi orientati verso lo stesso tipo d’indagine. Fra questi la Dottoressa Patrizia Gentilini (foto), medico oncologo ed ematologo con esperienza trentennale, Presidente ISDE Italia (Associazione Medici per l’Ambiente). Già nel marzo scorso la Dottoressa Gentilini ci rilasciò un’intervista per illustrare nel dettaglio finalità e obiettivi della Campagna Nazionale in Difesa del Latte Materno, e ancora a lei ci rivolgiamo per dibattere il problema inquinamento, con particolare attenzione alle emissioni prodotte da discariche e inceneritori e incidenza di patologie ad esse collegate.

Per cominciare. Come procede la ‘Campagna in Difesa del Latte Materno dai contaminanti ambientali’? Ha richiamato l’attenzione della cittadinanza e degli esperti? C’è stata qualche concreta risposta da parte delle istituzioni?

Dopo la conferenza stampa tenutasi il 19 marzo scorso alla Camera abbiamo inviato una richiesta di audizione presso la XII commissione, a cui il Presidente della Camera ci aveva comunicato di aver inoltrato il materiale ricevuto. Il 12 giugno siamo stati ricevuti dal responsabile dell’ufficio stampa del Garante dell’infanzia con cui abbiamo avuto un approfondito colloquio. Sono poi state fatte decine di iniziative di presentazione della Campagna in varie città d’Italia ed una intervista sull’argomento è stata ripresa sul blog di Beppe Grillo. Di fatto però non abbiamo avuto alcun riscontro concreto da parte delle autorità contattate e tutte le nostre richieste sembrano essere rimaste nel cassetto.

Vuole ricordarci quali sono i rischi legati all’esposizione prenatale a sostanze chimiche nocive ed eventuali danni che si possono ripercuotere anche sulle generazioni future? Quali sono gli ultimi risultati forniti dalla ricerca biomedica sugli inquinanti ambientali e possibili effetti per accumulo?

La letteratura al riguardo è sempre più nutrita e sempre più numerosi esperti confermano le preoccupazioni a suo tempo espresse con tanta chiarezza da Renzo Tomatis. Ad esempio su un numero di marzo 2011 di New England Journal of Medicine è scritto: «Durante le passate tre decadi l’aumentata incidenza di tumori infantili come leucemie e tumori cerebrali può implicare l’esposizione prenatale a carcinogeni ambientali e più di 300 sostanze chimiche sono state ritrovate nel sangue del cordone ombelicale». Ricordo che in Italia abbiamo una delle più alte incidenze di tumori nei bambini e ogni anno si registrano nel nostro paese mediamente 30 casi in più per milione di bambini rispetto a Paesi parimenti industrializzati quali Francia, Germania, Inghilterra ecc. Vorrei ricordare però che non sono solo i tumori che possono avere una origine da esposizione in utero, ma tantissime altre patologie in preoccupante incremento sia nell’infanzia che nell’età adulta quali: disfunzioni ormonali (specie alla tiroide) e metaboliche, sviluppo puberale precoce, diminuzione fertilità e disturbi autoimmuni, aumentato rischio di criptorchidismo e ipospadia, diabete, alcune forme di obesità, deficit cognitivi e disturbi comportamentali, patologie neurodegenerative. Queste patologie sono correlabili alla presenza sempre più massiccia nel nostro ambiente di sostanze che vanno sotto il nome di “interferenti endocrini” quali: diossine, policlorobifenili (pcb), metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici (ipa), ritardanti di fiamma, pesticidi, erbicidi, ftalati, parabeni e molti, molti altri. Queste sostanze, mimando l’azione degli ormoni fisiologicamente prodotti dalle diverse ghiandole del nostro corpo, alterano in maniera complessa le normali funzioni ad esse correlate. Per capire quanto è alta l’attenzione della comunità scientifica per le ricadute sulla salute pubblica, basti pensare che su alcuni siti dell’Istituto Superiore di Sanità è disponibile un ‘Decalogo per i cittadini sugli Interferenti Endocrini’ presentato a Roma il 23 ottobre scorso nel corso del Convegno ‘Conosci, Riduci, PREVIENI – L’informazione al pubblico sulle sostanze chimiche’ finalizzato proprio a fornire informazioni utili a meglio difendersi da questi contaminanti.

Nel 2007 lei si è ritirata dall’esercizio attivo della professione, entrando a far parte dell’AIL (Associazione Italiana contro le Leucemie): c’è collegamento con la scomparsa del Dottor Tomatis, avvenuta nello stesso anno?

In verità io sono sempre stata fin dagli anni ’90 nell’AIL in quanto, essendo specialista anche in Ematologia, negli ultimi 15 anni di professione ospedaliera mi sono occupata prevalentemente di patologie oncoematologiche ricevendo un costante sostegno da questa Associazione. Ricordo che fu proprio grazie all’AIL di Forlì Cesena che fu possibile attivare – fra i primi in Italia – un servizio di assistenza domiciliare per i nostri pazienti con trasfusioni a domicilio anche di piastrine. Sono tuttora nell’AIL Forlì Cesena di cui sono vicepresidente e curo regolarmente una pagina dedicata all’ambiente nel giornalino che accompagna le due principali iniziative: ‘La stella di Natale’ e ‘L’uovo di Pasqua’.

Per quanto riguarda Tomatis, l’ho conosciuto nel novembre 2005 poiché lo invitai come esperto in una audizione pubblica presso il Comune di Forlì, indetta in seguito alla presa di posizione di 409 medici del territorio che si erano pubblicamente pronunciati contro l’incenerimento dei rifiuti ed il raddoppio della potenzialità dei nostri impianti. Io non conoscevo di persona Tomatis, ebbi però l’idea di invitarlo perché conoscevo i suoi scritti e la sua indiscussa autorevolezza scientifica. Fu in quella occasione che lui, iniziando il suo intervento, pronunciò la famosa frase: «Le generazioni a venire non ci perdoneranno i danni che noi stiamo loro facendo». Dovevamo parlare d’inceneritori e confesso che lì per lì non capii neppure io la profondità di quanto Tomatis stava affermando. Quella fu la scintilla che mi stimolò ad approfondire, per cui mi buttai a capofitto nello studio della materia scoprendo un mondo che mi era praticamente sconosciuto, essendomi dedicata fino ad allora solo alla clinica e ai miei pazienti.

Entrando nello specifico. Cosa l’ha indotta ad occuparsi con tanto slancio di discariche e impianti di incenerimento e delle derivanti ricadute sanitarie?

Ma guardi fu davvero un caso fortuito, io avevo un’informazione assolutamente superficiale sull’argomento e pensavo, come la gran parte delle persone, che bruciare i rifiuti fosse una soluzione, specie se si aveva un recupero energetico. Esattamente una domenica del giugno 2005 mi capitò di vedere un cittadino che sversava un sacco di pile nel cassonetto dell’indifferenziato poiché era stato tolto il contenitore apposito, e mi si accese un lampo perché capii che tutte le sostanze pericolose ivi contenute sarebbero poi finite nell’atmosfera. Il caso volle che quello stesso pomeriggio, facendo un giro nel parco cittadino, m’imbattessi in un banchetto in cui si raccoglievano firme contro il raddoppio degli impianti della città da parte di una associazione ambientalista molto attiva, il Clandestino. Mi fermai a parlare e ad approfondire, per cui il passo a cambiare radicalmente la mia opinione fu breve. Anzi, mi attivai immediatamente con i miei colleghi per fare una petizione e prendere una posizione pubblica di contrasto all’incenerimento. Nel giro di pochi mesi feci un atto notorio con le firme di 409 medici, iniziativa che suscitò grande clamore e fece ben presto il giro dell’Italia.

Nel 1993 il Consiglio Europeo stabilisce la riduzione del 90% delle emissioni di diossina e per quanto riguarda i rifiuti dispone la distruzione degli inquinanti o la loro trasformazione irreversibile in altre sostanze: risultati fin qui raggiunti?

Il grande problema del nostro paese relativamente ai POP (Inquinanti Organici Persistenti) – oggetto della Convezione di Stoccolma che ne dispose il divieto alla produzione intenzionale e la drastica riduzione di quella non intenzionale – è che siamo molto bravi a parole ma non nei fatti. Questa Convenzione, infatti, è stata sottoscritta da 157 Paesi nel mondo, ma l’Italia, pur avendola sottoscritta, è l’unico Paese in Europa che non l’ha ratificata! Quindi non ci sono strumenti operativi concreti per attuare le disposizioni di questa Convenzione e ciò è di una gravità inaudita. Proprio per questo fra gli obiettivi della ‘Campagna in Difesa del Latte Materno’ c’è la ratifica della Convenzione di Stoccolma. Ricordo che il primo obiettivo della Convenzione è ‘la difesa della salute umana e dell’ambiente’ dai POP.

Inizialmente, sono stati considerati dalla Convenzione 12 POP prioritari in grado di causare effetti nocivi sull’uomo e sull’ambiente, che possono essere divisi in 3 categorie: Pesticidi, Prodotti Chimici, Sottoprodotti). Dal 2009 sono stati riconosciuti altri 9 POP.

Cosa ne pensa dei limiti imposti dall’AIA (Autorizzazione Integrale Ambientale) e quelli imposti dalle leggi nazionali: collimano? Ritiene sufficiente il monitoraggio ambientale e alimentare così come viene praticato in Italia?

Non credo che strumenti quali l’AIA siano sufficienti e adeguati per tutelare salute umana, ambiente e territorio. Vorrei ricordare che stiamo assistendo ad una deregulation molto pericolosa: ad esempio il Decreto Legge n. 5 del 9 febbraio 2012, emanato dall’attuale Governo nell’ambito delle ‘semplificazioni’ prevede all’articolo 14 che i controlli ambientali devono recare «il minore intralcio» possibile alle imprese e che – addirittura – i controllori devono adeguarsi al principio di «collaborazione amichevole con i soggetti controllati al fine di prevenire rischi e situazioni di irregolarità». Già ora le norme ambientali in Italia sono contraddittorie e confuse, i controlli scarsi e spesso demandati a strutture inadeguate e carenti di mezzi, di personale, di professionalità e spesso avvengono con preavviso: come si può pensare di alleggerire ulteriormente l’attività di salvaguardia e controllo?

La situazione di gravissimo dissesto ambientale del paese è sotto gli occhi di tutti: sono centinaia se non migliaia le discariche a cielo aperto, gli scarichi fognari immessi nell’ambiente senza alcuna depurazione, la cementificazione selvaggia che ha deturpato non solo il paesaggio ma compromesso irrimediabilmente l’utilizzo dei suoli agricoli, determinando i disastri cui regolarmente assistiamo quando piove, senza parlare delle immissioni di attività industriali e produttive, valga per tutti l’esempio di Taranto.

Tutti parlano di prevenzione, ma nessuno la fa! Addirittura, come di recente denunciato nel comunicato stampa ‘Alluvioni in Toscana’ del 14 novembre 2012, si è di fatto declassato il rischio idraulico, passando da aree di «pericolosità idraulica molto elevata» (PI4) a «pericolosità idraulica elevata» (PI3), azioni che «avrebbero quasi BLOCCATO tutta una serie di interventi tra cui l’inceneritore di Rufina e una cementificazione imponente di 200 ettari nel Grossetano, in aree che si allagano ogni anno, come avviene oggi».

Crede possibile che possano essere modificati a proprio vantaggio i risultati di studi scientifici? Ha fiducia nella Magistratura?

In quanto alla prima domanda essa implica l’affrontare una tematica molto complessa e delicata, ovvero l’indipendenza e l’autonomia della scienza. Anche a questo proposito cito Tomatis: «Si pensa che la Scienza sia al di sopra delle parti, ma essa è spesso oggetto di conflitti di interesse». Per chi volesse saperne di più ed avere esempi concreti di come ciò possa accadere si consiglia di leggere i testi di Tomatis, ad esempio Il Fuoriuscito, o il libro della epidemiologa americana Devra Davis La storia segreta della guerra al cancro, o il recentissimo e ben documentato libro di Doinique Marie Robin Il veleno nel piatto, o ancora il bellissimo libro di Paolo Rabitti Diossina, la verità nascosta. A disposizione di tutti, poiché presente sul web, l’articolo “Vizi e virtù dell’Epidemiologia e degli epidemiologi” in cui vengono tratteggiate ben 25 modalità di errori nella conduzione degli studi epidemiologici, che possono portare a sottostimare i veri rischi ambientali e/o professionali per le popolazioni esposte.

Ho una grandissima fiducia nella magistratura. Ritengo esemplare la sua azione a Taranto, ma anche la sentenza de L’Aquila che tante polemiche ha suscitato, ma che non è affatto oscurantista come si è voluto far credere: le condanne non ci sono state perché gli scienziati non hanno previsto il terremoto, ci mancherebbe altro, ma proprio perché, non potendo la scienza prevedere tali eventi, non dovevano essere fornite rassicurazioni improprie alla popolazione, come invece fu fatto.

Ricordo anche le recentissime sentenze della Cassazione – sez. Lavoro, sentenza 3 – 12 ottobre 2012, n. 17438 – in cui si è riconosciuto il rischio correlato alla salute per l’uso dei cellulari. Insomma, la Magistratura spesso supplisce a quanto è venuto meno da parte di chi doveva difendere un Bene, come la Salute, sancito dalla Costituzione e purtroppo disatteso.

Quanta parte di responsabilità hanno i cittadini nella scelta delle soluzioni per il riciclo dei rifiuti? Nel Veneto si sta perseguendo l’obiettivo di una Regione senza inceneritori: volendo si può?

I cittadini sono molto più avanti di chi li amministra, per quanto riguarda la consapevolezza che i rifiuti sono risorse e che non possiamo più permetterci di sprecare nulla: purtroppo vedere questa costante sordità della politica scoraggia profondamente e non aiuta nei comportamenti virtuosi. Di fatto quando si parte con la raccolta domiciliare e la gente è motivata, si raggiungono risultati strepitosi nella raccolta differenziata al sud come al nord, ma è solo il primo passo perché poi ci vogliono centri di riciclo in modo che i materiali siano veramente recuperati come materia. Ricordo che grazie all’impegno e alla ricerca di diversi soggetti pubblici e privati fra cui al primo posto va certamente ricordato il Centro Riciclo di Vedelago, è oggi possibile recuperare anche la frazione più difficile dei rifiuti urbani, rappresentata dai pannoloni/pannolini ecc., ovviamente se raccolti in modo separato.

Purtroppo invece che dare avvio a Centri di Riciclo si continuano a fare inceneritori, come a Parma, e su questo la regione Emilia Romagna è davvero indietro.

Infatti, la Giunta della Regione Emilia-Romagna, in data 30/07/2012, con delibera n. 1147/2012, ha licenziato gli «indirizzi per l’elaborazione del Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti (PRGR)» in cui si prevede che tali rifiuti debbano «essere avviati primariamente a recupero energetico, secondariamente ad incenerimento, e solo come opzione residuale in discarica»; e mentre prevede la progressiva chiusura delle discariche non solo non parla minimamente di chiusure per gli inceneritori esistenti ma esplicitamente prevede «l’utilizzo prioritario degli inceneritori e termovalorizzatori per lo smaltimento finale dei rifiuti urbani prodotti nel territorio regionale nel rispetto del principio di prossimità».

Quanto sopra è in totale disaccordo con quanto recita l’articolo 4 del D.Lgs. n. 205/2010 (in recepimento della Direttiva Europea 2008/98/CE) ovvero: «Nel rispetto della gerarchia del trattamento dei rifiuti le misure dirette al recupero dei rifiuti mediante la preparazione per il riutilizzo, il riciclaggio o ogni altra operazione di recupero di materia sono adottate con priorità rispetto all’uso dei rifiuti come fonte di energia».

Inceneritore e termovalorizzatore: indicano la stessa cosa o ci sono differenze? Cosa può dirci a proposito del TMB (Trattamento Meccanico-biologico) e del proliferare di impianti anaerobici?

Nessuna differenza fra i termini, anzi, il termine ‘termovalorizzatore’ è una invenzione tutta italiana per rendere più accettabile l’incenerimento. Bruciando non si valorizza un bel niente, ma si mandano in fumo risorse preziose e si produce inquinamento e malattie. Quanto al TMB, se esso poteva essere alcuni anni fa una metodica accettabile, direi che la sua validità è del tutto tramontata ed è anzi una pratica pericolosa perché con il trattamento meccanico biologico alla fine si produce il CDR (così detto combustibile da rifiuti) che se non va a finire negli inceneritori va a finire in centrali a carbone, a biomasse o cementifici, impianti sottoposti ad ancor meno controlli rispetto agli inceneritori. Dovrebbe essere chiaro per tutti che ogni processo di combustione in quanto tale è pericoloso e che pertanto va il più possibile evitato. Dobbiamo incentivare le vere fonti energetiche a cominciare dal sole e ridurre drasticamente i nostri sprechi e consumi.

Fukushima in Giappone nel 2011 e oggi la vicenda di Taranto: quanto e come incidono i disastri ambientali nell’opinione pubblica e in chi ci governa?

Credo che queste vicende aiutino l’opinione pubblica ad aprire gli occhi, ma a questi disastri vorrei aggiungere quelli che si sono registrati ad esempio per la piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico e che ha portato ad una multa per la British Petroleum di 4 miliardi e mezzo di dollari per la fuoriuscita di enormi quantità di greggio ed inquinamento irreversibile del mare, ricordando che in Italia è stata approvato di recente la possibilità di perforare e ricercare petrolio nei nostri territori ed anche nel nostro delicatissimo mare Mediterraneo, a distanze fra l’altro estremamente ravvicinate dalle coste: come si può essere così miopi?

Prevenzione primaria dei tumori nel mondo: continua lo studio? Una prevenzione primaria (che non può prescindere dalla riduzione drastica delle esposizioni o inquinanti ambientali nocivi) può ritenersi applicabile nelle condizioni attuali?

La prevenzione primaria non solo è l’unico strumento efficace nei confronti della salute e dell’ambiente, ma anche il solo che ci può permettere un reale risparmio economico. In Svezia dove negli anni ‘70 sono stati vietati alcuni pericolosi pesticidi, non si registra l’incremento di linfomi che si riscontra negli altri Paesi: addirittura i linfomi crescono da 0 a 14 anni in Italia del 4.6% annuo, rispetto ad un incremento nella stessa età in Europa dello 0.9%. Ancora, è stato dimostrato su ampi studi condotti in grandi città degli USA che migliorare realmente la qualità dell’aria non solo riduce morbilità e mortalità per patologie cardiache e respiratorie, ma dopo solo 3 anni è ridotta anche la mortalità per cancro al polmone.

Pensa che l’informazione al riguardo sia insufficiente o fuorviante?

Ovviamente l’informazione non è adeguata anche perché troppo spesso legata e succube ai gruppi di potere che non hanno alcun interesse a che la gente apra gli occhi, tuttavia sto registrando un cambiamento ed un miglioramento dell’informazione specie dopo la vicenda di Taranto.

Gestione rifiuti a Roma e nel Lazio. Sabato 1° dicembre lei sarà ospite a Genzano di Roma per il secondo incontro di ‘Progetto riciclo’ organizzato dall’Associazione Differenzia-ti in collaborazione con il comune di Genzano. Ci può anticipare quali tematiche si andranno ad affrontare, in un territorio che vive da anni sotto l’incubo di una discarica obsoleta e la minaccia della costruzione di un mega-inceneritore?

Affronterò proprio le tematiche legate al diverso impatto ambientale che questi insediamenti producono, specialmente per quanto riguarda la salute infantile e porterò la documentazione scientifica di quanto affermo perché tutto ciò di cui riferisco è adeguatamente riportato nella letteratura scientifica. Ricorderò anche un’importante pubblicazione disponibile su sito dell’AIOM, cui ho partecipato con la stesura di due capitoli, il progetto “Ambiente e Tumori” coordinato da un oncologo di Forlì il Dottor Ruggero Ridolfi, in cui si fa proprio il punto della relazione fra esposizioni ambientali e cancro, in relazione anche a specifici insediamenti quali gli inceneritori.

Maria Lanciotti

 

http://www.tellusfolio.it/stampa.php?iddoc=15353&stampa=true

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Napoli, l’emergenza rifiuti e il quarto potere: una ricerca svela l’influenza dei media sull’opinione pubblica

di Chiara Gagliardi

È passato solo un anno da quando il Governo ha ufficialmente stabilito la fine dello stato di emergenza in Campania: un decreto legge ha “concluso” la questione dei rifiuti di Napoli, dopo la grande ricaduta negli ultimi mesi del 2010. Le nuove discariche di Chiaiano e Tufino, aperte a gennaio 2011, hanno raccolto le 600 tonnellate di immondizia che assillavano il capoluogo campano: poco tempo dopo, un decreto legge sanciva la fine del calvario.

Una storia, quella della Campania, fatta di ritardi di pianificazione degli impianti, di errori tecnico-amministrativi, di questioni politiche e di interessi malavitosi. Una storia che, purtroppo, ha contribuito alla crescita esponenziale di quello che in gergo viene definito effetto «NIMBY». NIMBY è un acronimo che sta per Not In My Back Yard, ed indica un atteggiamento di rifiuto verso quelle opere pubbliche che si teme possano avere effetti negativi sull’ambiente. Chi segue la logica NIMBY, infatti, riconosce tali provvedimenti come necessari, ma non li vuole nel proprio territorio. Questa modalità di pensiero ha i suoi pro e contro: per quanto essa favorisca la crescita di una cultura ambientale, se portata all’estremo provocherebbe una situazione paradossale in cui il cittadino si rende conto dell’utilità di un progetto, ma non riesce a portarlo a termine. La carenza di informazioni, tuttavia, può giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo del pensiero NIMBY e nella sua degenerazione, denominata logica «BANANA» (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything): è questo quanto sostenuto da Giuseppe Tipaldo, ricercatore per il dipartimento di Cultura, Politica e Società all’Università di Torino. Tipaldo, attivo nell’ambito della Sociologia Ambientale, ha presentato i suoi studi in una conferenza durante il convegno “Venice Symposium” sull’energia e le biomasse (Isola di San Servolo, Venezia, 12-15 novembre 2012). Muovendosi attraverso l’analisi lessicale e i dati Istat, il ricercatore ha infatti dimostrato l’influenza dei giornali e dei mass media sull’opinione pubblica e il loro ruolo nella formazione dei pensieri NIMBY e BANANA, analizzando proprio il caso dell’emergenza di Napoli.

Si parte con qualche estratto dei termini più utilizzati dai giornali nel periodo fra il 1994, anno di inizio della drammatica situazione sanitaria. Le parole con cui i media si riferiscono alla regione Campania sono drastiche: dall’analisi dei titoli di “Repubblica”, “Corriere della Sera”, “Il Mattino”, “La Stampa”, “Sole 24 Ore”, “La Gazzetta del Sud” e “Il Giornale”, compaiono diverse volte aggettivazioni come “soffocata”, “inaccessibile”, “inagibile”, “seppellita” e “sommersa”. Per quanto riguarda invece l’emergenza rifiuti, si parla di “catastrofe”, “Chernobyl”, “commissario straordinario” e “Napoli”. Il punto focale è sulla questione degli inceneritori del cosiddetto triangolo della morte, ossia il territorio compreso fra i comuni di Acerra, Nola e Marigliano: in questo caso, il pensiero comune e la logica NIMBY sono stati tanto influenzati dalle informazioni esterne da cambiare radicalmente l’opinione pubblica sulla questione. In una ricerca, sugli stessi giornali e nello stesso periodo, dei termini correlati alla parola “inceneritore”, compare in seconda posizione “soluzione”: nel 33% dei casi, le due parole sono associate. Una ricerca dell’Università di Torino (quindi, una città molto lontana dal cuore del problema) ha evidenziato come, tra il 2007 e il 2008, il problema dei rifiuti fosse balzato al terzo posto tra le questioni locali più pressanti avvertite dai cittadini: in Campania, nello stesso momento, si è proprio nel pieno della crisi.

E, nello stesso periodo, sono proprio le statistiche a parlare: mentre nel 2007 solo il 30% di un campione della popolazione definiva gli inceneritori e la loro tecnologia come energy friendly, l’anno successivo la percentuale è raddoppiata. Si è passati, nell’arco di un solo anno, dalla definizione di hazardous, ossia pericoloso, a quella di safe, sicuro: le stesse ricerche hanno inoltre evidenziato il viraggio di opinione più notevole in quelle categorie di persone maggiormente esposte all’influenza dei mass media. Secondo quanto sostenuto da Giuseppe Tipaldo, questi sono gli effetti di una tendenza allarmistica e sensazionalistica che si è lentamente fatta strada negli anni dell’emergenza dei rifiuti, e che ha descritto la questione come una “catastrofe” per la quale l’inceneritore era l’unica soluzione, mandando in crisi l’opinione pubblica e in alcuni casi ribaltandola.

Il quarto potere, quello dei mass media, è risaputo ed indiscutibile: i numeri parlano chiaramente e dimostrano come sia facile influenzare il pensiero e far prevalere un’opinione piuttosto che un’altra. Non è una manovra nè un piano esplicito e finalizzato: si tratta semplicemente, malgrado tutto, di una caratterizzazione ben precisa della terminologia adottata e delle scelte lessicali. La pluralità delle fonti è importante, così come l’informazione indipendente: si pensi, tuttavia, a come questo potere sia in realtà un’arma a doppio taglio. Così come si può far virare l’opinione pubblica, è possibile abbattere alcune barriere antiche che sono da sempre il fondamento della logica NIMBY, ed è possibile invece rafforzare quei capisaldi che stanno alla base di una cultura ecologica ragionata ed efficiente. Per il futuro, dunque, non solo tecnici ed ingegneri: anche i sociologi e gli esperti di comunicazione possono svolgere la loro parte nella crescita di un pensiero in cui il rispetto ambientale sia, finalmente, al primo posto.

Fonti: From the Naples emergency to the Waste-To-Energy miracle di Giuseppe Tipaldo (presentazione disponibile nella pagina http://unito.academia.edu/GiuseppeTipaldo), Panel Progetto MonVISO 2007-2011 a cura dell’Università di Torino, Wikipedia per consultazione

http://giornaleilreferendum.com/2012/11/17/napoli-lemergenza-rifiuti-e-il-quarto-potere-una-ricerca-svela-linfluenza-dei-media-sullopinione-pubblica/

Il caso Aosta, cosa succederebbe se in Italia si votasse sugli inceneritori?

di Paolo Stefanini

Quorum superato nel referendum in Valle d’Aosta contro il pirogassificatore. Il 48,92% è andato a votare (il quorum è del 45%). Il sì è al 94%. Alla vigilia sembrava impossibile, visto che l’Union Valdôtaine, partito da sempre leader in Valle, aveva chiesto di astenersi. Effetto Grillo, dopo i 4.000 in piazza per lui? 

 

AOSTA – La Valle d’Aosta è la regione più periferica d’Italia, ma qui si sta consumando una battaglia su temi centrali. Salute, libertà, strumenti di democrazia diretta… c’è di tutto in ballo nella tesa campagna elettorale alla vigilia del referendum di domenica 18 novembre. Un referendum nato contro la costruzione di un pirogassificatore per lo smaltimento dei rifiuti aostani, ma che è diventato, ormai, battaglia culturale e politica a tutto campo. Con due spauracchi evocati di continuo dai contendenti: il cancro e Napoli. «Se sarà costruito», dice chi è contrario all’impianto, «aumenteranno a dismisura i casi di tumore». «Falso», rispondono i partiti al governo della Valle, «se lo bloccherete, saremo sommersi di spazzatura, come in Campania».

«On ne pourra gouverner la Vallée d’Aoste, sans l’Union ou contre l’Union». Parole di Sévérin Caveri, storico primo presidente dell’Union Valdôtaine, pronunciate subito dopo la guerra. Ancora oggi, niente scappa a questa logica. E ogni battaglia, su qualunque tema, finisce per trasformarsi in un plebiscito pro o contro il movimento autonomista.

La sede dell’Union è una villetta a mattoncini rossi in avenue des Maquisards (viale dei Partigiani). All’ingresso la pala è pronta per la neve (la prima imbiancata è arrivata il 28 ottobre). Il presidente Ego Perron non ha dubbi: «Questo referendum è totalmente politico. È un voto contro l’Union Valdôtaine e contro la Valle d’Aosta. Per questo, assieme ai nostri alleati (Fédération Autonomiste, Stella Alpina e Pdl) abbiamo chiesto di non andare a votare, perché in democrazia astenersi è un diritto. Tanto è vero che, per le consultazioni referendarie, è previsto un quorum».

Il tipo di referendum utilizzato da chi contesta il pirogassificatore fu approvato, nel 2003 (legge 19, poi modificata nel 2006), proprio mentre lui era presidente del consiglio della Valle (lo è stato dal 2002 al 2008). Frutto dei particolari poteri dell’autonomia, si tratta di un referendum propositivo (è previsto anche nelle province autonome di Bolzano e di Trento), con un quorum del 45% degli aventi diritto (il tetto è dunque fissato a circa 45mila valdostani).

Perron non si dice pentito di aver creduto in quello strumento di democrazia diretta. Ma si lamenta per come è stato utilizzato: «Fin dal 2007 (anche allora chiedemmo il non voto, e alle urne si presentò solo il 27% degli elettori), lo spirito del referendum è stato stravolto e tradito. Lo usano come una clava contro di noi, per mettere in difficoltà il nostro partito, che da sempre amministra questa regione. E, nonostante sia propositivo, lo piegano rendendolo abrogativo, usandolo per cancellare decisioni già prese dalla Giunta e approvate a larghissima maggioranza dal Consiglio».

In questo caso, ad esempio, il progetto di costruzione del pirogassificatore sarebbe stoppato con l’inserimento di un comma nella legge regionale sulla gestione dei rifiuti (la 31 del 2007). Eccolo:

In considerazione delle ridotte dimensioni territoriali della regione e dei limitati quantitativi di rifiuti prodotti, in conformità agli obiettivi di cui all’articolo 10, comma 1, al fine di tutelare la salute e di perseguire criteri di economicità, efficienza ed efficacia, nel ciclo integrato dei rifiuti solidi urbani e dei rifiuti speciali non pericolosi, non si realizzano né si utilizzano sul territorio regionale impianti di trattamento a caldo quali incenerimento, termovalorizzazione, pirolisi o gassificazione.

«Se oggi i valdostani sono nella condizione di votare su simili temi»,  insiste Perron, «lo devono al nostro movimento. Governiamo da sempre questa regione, se noi non lo avessimo voluto, questo strumento democratico non sarebbe diventato legge. Credo che i miei concittadini saranno responsabili e non andranno alle urne, capendo che il referendum è usato in maniera non corretta, con un quesito tendenzioso, da persone che fanno del terrorismo psicologico parlando di cancro, di parti prematuri, di deformazione dei feti… Lo ripeto, noi governiamo questa regione. Abbiamo oltre 1.800 amministratori locali. Abbiamo una grande maggioranza in consiglio e a grande maggioranza abbiamo scelto il pirogassificatore. Siamo pazzi? Siamo criminali? No. Sappiamo – come tutti quelli che sono in buona fede e non spinti da volontà di strumentalizzazione politica – che è una scelta sicura. Che non esiste scientificamente nessuna correlazione né con il cancro né con altre malattie. E che è l’unica scelta possibile. In linea con le migliori tecnologie dei Paesi del Nord. Lo dico con rispetto del Sud, ma siamo andati a vedere come funziona in Norvegia, in Svezia, in Germania, non a Napoli…».

«Se questo referendum dovesse mai passare si aprirebbe un dramma. Entro due anni, massimo tre, la discarica di Brissogne sarà piena e non sapremo più dove conferire la spazzatura. Saremo totalmente sprovvisti di alternative. Un piano B non c’è e non ci può essere (lo ha ribadito anche il presidente della Regione, Augusto Rollandin, ndr). Finiremo come a Napoli. Non solo. Ormai il processo di aggiudicazione, sia per la costruzione che per la gestione ventennale, è avviato. È una sorta di project financing, e le ditte che hanno presentato i progetti e vinto hanno lavorato duro. Non ci si improvvisa a questi livelli, e non è come chiedere un preventivo a un artigiano. Sicuramente esigeranno dei danni, delle penali salate. L’investimento della Regione è di 225 milioni di euro, tra costruzione, gestione ventennale e chiusura definitiva della discarica di Brissogne».

Perron rifiuta anche la contestazione di merito sul fatto che il pirogassificatore, essendo onnivoro e necessitando di grandi quantità di rifiuti, non andrà certo nella direzione di aumentare la raccolta differenziata e la riduzione dei rifiuti. «Lo ammetto: sulla differenziata, in Valle d’Aosta, siamo indietro. Ma bisogna fare anche i conti con la realtà. Non con gli slogan sui rifiuti zero che tanto piacciono alla sinistra radicale. Non funziona neanche in Svezia! E poi noi abbiamo il problema dei picchi del turismo. Molte località invernali hanno popolazioni di turisti spesso tre volte più numerose dei residenti, in certi momenti dell’anno. E chi è in vacanza ha meno propensione, un po’ rilassato com’è, alla differenziata… Possiamo migliorare, certo, ma non di molto. Il resto è utopia, o cattiva coscienza di chi trova anche in questo un modo per screditarci».

In risposta a quello dei referendari (Valle Virtuosa) è stato creato un comitato pro gassificatore e pro astensione: Valle Responsabile. Spingono sul fatto che «non andare a votare è un diritto» e stanno tappezzando i muri di manifesti in cui un bel campo di calcio diventa una discarica abusiva.

Coordinatore di Valle Responsabile è Luigi Sudano, un medico nato a Tivoli nel 1952, direttore dei servizi attività vaccinali della Ausl Valle d’Aosta. «Basta con le bugie! Questo chiediamo al comitato che ha promosso il referendum», inizia, dopo aver raggiunto Perron nella sede dell’Union Valdôtaine. «Basta cavalcare l’onda di paure basate sull’ignoto e sull’ignoranza! Ho racimolato 86 docenze nel campo della vaccinazione e dell’immunologia in varie università italiane, e non mi faccio raccontare da qualche ragazzino di vent’anni o da qualche adulto spinto da volontà pretestuose che il pirogassificatore fa venire il cancro!».

«Hanno stufato. Portano in Valle Stefano Montanari, uno che si autodefinisce ricercatore e lo trattano come un guru». E tira fuori un foglio dove ha copia-incollato alcune delle frasi del Montanari, dottore in farmacia ora direttore dell’istituto privato Nanodiagnostics, che in passato fu portato alla ribalta da Beppe Grillo per le sue ricerche sulle nanoparticelle inquinanti. «Ecco», prende a leggere Sudano. «Sentite cosa scrive: “Il che significa che è sicuramente, per definizione stessa, patogenico, cioè capace di innescare una malattia”. Patogenico? E che ricercatore è? Si dice patogeno o patogenetico, semmai. Non solo. Sentite questo passaggio: “Non abbiamo una casistica sufficiente ma, a lume di buon senso, si può pensare che una presenza estranea in un punto così delicato di una cellula…”. A lume di buon senso? E da quando in qua la scienza prevede il buon senso?» 

«Montanari è ideologico» attacca ancora Sudano, «le sue sono speculazioni. Io so, da uomo di scienza, che la vera cultura è nelle imprese, che nelle università si fanno solo prove sul campo delle ricerche e delle innovazioni partorite da aziende private. Lui, invece, ha l’approccio di quelli che vedono sempre dietro la lobby, l’interesse privato… Scrive in O i rifiuti o noi: “Molto dipende dall’atteggiamento di chi ci governa e chi ci governa non ha spesso le conoscenze tecniche necessarie per scegliere con serenità e oculatezza. E poi, siamo tutti uomini di mondo e non ci sfugge il fatto che l’uomo politico resta un uomo e l’uomo è preda di tentazioni, tentazioni che, purtroppo, diverse lobby profondono a piene mani”».

Sudano tira anche fuori uno studio del Politecnico di Milano, Emissioni di polveri fini e ultrafini da impianti di combustione. «Leggetevi questo», raccomanda, «ci sono dietro gradi nomi, grandi professori. E quali sono le conclusioni? Che a livello di polveri sottili, di cui tanto i referendari si riempiono la bocca, “le concentrazioni rilevate all’emissione dei termovalorizzatori risultano generalmente collocate sugli stessi livelli, quando non addirittura inferiori, a quelli presenti nell’aria ambiente. Per tutti gli impianti indagati le concentrazioni misurate risultano sistematicamente inferiori di almeno due ordini di grandezza rispetto a quelle rilevate per la combustione di legna e gasolio in caldaie civili e di poco superiori a quelle prodotte dalla caldaia a gas naturale”».

«Sa cosa ho fatto, poi? Sono andato, pagando di tasca mia, a Brescia, all’inceneritore. Siamo saliti su con un tecnico per monitorare le emissioni del camino. Il rilevatore non funzionava, diamine! Allora siamo scesi giù – e sono quasi 60 metri di scalini! – a prenderne un’altro. Ancora niente. Il ragazzo che era con me è tornato al camioncino a prenderne un terzo. Io mi sono acceso una sigaretta. Quando è tornato, il rilevatore ha rilevato eccome: ma il mio fumo! Funzionavano anche gli altri, ma l’inquinamento del termovalorizzatore era più basso di quello della mia sigaretta; impercettibile. Tutto questo per dire che ci si può fidare assolutamente di questa tecnologia. E anche i referendari farebbero meglio a fidarsi, e a non lamentarsi troppo della Valle d’Aosta. Chi non conosce altre realtà, è meglio che non giudichi quella in cui vive».

Intendono giudicarla eccome, invece, la realtà, quelli del comitato Valle Virtuosa. Hanno raccolto le firme necessarie (ne servono oltre 5mila; loro ne hanno portate 8mila) e superato più tentativi di bloccare il referendum, dopo che la Commissione regionale preposta lo aveva dichiarato ammissibile (vedi il parere di ammissibilità).

A raccontare il tribolato iter è l’avvocato Lorenza Palma. «Prima ha fatto ricorso contro la decisione della Commissione la Asso-consum onlus, organizzazione di consumatori di Roma. Fino a una settimana prima non avevano neppure una sede da noi, poi ne hanno aperta una in tutta fretta. Presidentessa è Daniela Perrotta, vicina a un ex deputato del Pdl. Non gli è andata bene, e dopo sono spariti. Ma a quel punto è entrata in scena l’Anida, l’Associazione nazionale imprese difesa ambiente, organizzazione di categoria che raggruppa anche alcune delle ditte che dovrebbero costruire il pirogassificatore. Hanno chiesto pure loro la sospensione e poi di entrare nel merito. Il Tar si è dichiarato incompetente a favore del Foro di Aosta. Il Tribunale, il 30 ottobre, ci ha dato ragione nel merito. Loro sostenevano che il referendum fosse inammissibile perché riguarda materie ambientali, escluse dalla legge referendaria. Il giudice ha confermato invece la nostra linea: qui non si tratta di ambiente, ma di tutela della salute».

In Valle Virtuosa ci sono una ventina di medici. Uno è Sauro Salvatorelli. È nato a Roma nel 1952 ma vive in Valle d’Aosta (a Quart, dove è anche consigliere comunale) da ormai trent’anni. È un anti pirogassificatore della prima ora. «Un impianto del genere sarebbe una rovina. Col suo camino di 60 metri sputerebbe metalli pesanti, diossina e nanoparticelle. Anche ammettendo che vengano emesse entro i limiti di legge, qui si creerebbe sicuramente un pericoloso effetto cumulo, a causa del particolare microclima della regione, con il fenomeno dell’inversione termica presente per oltre cento giorni all’anno, e la conseguente mancanza di ricambio d’aria. Rimanendo in circolo, a causa del ristagno, tutti quegli inquinanti precipiterebbero al suolo con la prima pioggia, e tramite i foraggi e gli ortaggi, entrerebbero nella catena alimentare. Secondo tutti gli studi scientifici, sia le diossine che le nanopolveri che gli idrocarburi policiclici sono fortemente cancerogeni. La scienza è dalla nostra parte, date un’occhiata qui ai documenti che abbiamo messo assieme per quanto riguarda i danni alla salute. Non ci stiamo a farci dare degli allarmisti o degli ecoterroristi, né tanto meno accettiamo che dicano che siamo spinti da un movente politico».

Salvatorelli e gli altri del comitato stanno girando tutta la Valle ed entro la fine della campagna elettorale avranno tenuto incontri in ognuno dei 74 Comuni valdostani. «Siamo stati persino a Chamois», racconta, «in Valtournenche, unico Comune dell’Italia continentale non raggiungibile in automobile, ma solo a piedi o in funivia. Sono venuti in cinque ad ascoltarci. A La Magdeleine solo in due, una coppia di fidanzati. Ma a volte vengono anche 20 o 30 persone. Noi spieghiamo come dal punto di vista della legge il pirogassificatore è equiparato a tutti gli effetti a un inceneritore come “industria insalubre di prima categoria”. Diciamo che è un inceneritore che funzione in due stadi: prima i rifiuti vengono riscaldati per produrre del gas (syngas) che poi viene bruciato. Non esistono informazioni scientifiche su una minore tossicità delle emissioni generate da impianti di combustione di questo tipo. Il processo di pirogassificazione ha tutte le criticità del trattamento di materiali non omogenei, quali sono i rifiuti solidi urbani. In Italia non esiste un solo pirogassificatore dedicato all’incenerimento dei rifiuti solidi urbani. Quello in progetto per Aosta sarà pertanto un impianto sperimentale. Con tutti i rischi che questo comporta».

Le sezioni valdostane di Slow food, Arci, Legambiente e molte altre organizzazioni ecologiste sono per il sì al referendum. Il comitato gode anche dell’appoggio del Movimento 5 Stelle e dei partiti di sinistra: gli ex Union Valdôtaine dell’Alpe, il Pd (che nelle regioni dove governa appoggia la costruzione dei termovalorizzatori), l’Idv, che sui manifesti mette una maschera a gas e definisce il pirogassificatore addirittura «letale».

 

Altro volto simbolo del no al pirogassificatore è quello di Fabrizio Roscio. Fisico, ha lavorato all’Arpa, e ora insegna fisica ai ragionieri di Aosta. «Qui abbiamo il privilegio di poter decidere», dice. «Sessanta chilometri più a Sud, in Piemonte, se lo dovrebbero beccare e basta l’inceneritore, perché non hanno il referendum. Speriamo che le persone ragionino con la loro testa e non seguano i diktat dell’Union. Purtroppo le pressioni ai seggi saranno forti. Piazzeranno i sindaci fuori, controlleranno chi va. E la gente ha paura, perché un giorno potrebbe avere bisogno di un favore, di un aiuto. Il potere dell’Union è capillare.
Qui è molto peggio che al Sud. Ci vorrebbe l’Onu ai seggi. Eppure siamo ancora in tempo a non fare l’errore: non dovremmo nemmeno pagare penali perché l’aggiudicazione è solo provvisoria».

Roscio insiste sugli scenari alternativi. Sulla diminuzione dei rifiuti, l’aumento della differenziata, la lavorazione a freddo. Sostiene che il piano da lui messo in piedi darebbe, senza nessun bisogno di bruciare la spazzatura, circa cento anni, o almeno 70, di autosufficienza alla regione. «Ora produciamo circa 47mila tonnellate l’anno di rifiuti indifferenziati. Dovremmo puntare a ridurli a 20mila. Invece così ne mancano 13mila per portare il pirogassificatore a pieno regime e finirà che dovremo importare spazzatura, invece di diminuire la nostra come ci chiede la Ue».

«Io non ci sto», si accalora, «a pensare che i valdostani siano tarati geneticamente, e incapaci di fare la raccolta differenziata. Qui da noi abbiamo raggiunto il 44% nel 2011 (era il 41,6 l’anno prima e il 39,8% nel 2008), ma il 65% che la Ue vorrebbe entro il prossimo 31 dicembre resta lontanissimo. Perché a Ponte nelle Alpi (Belluno) hanno raggiunto l’87,7% del totale? Perché a Treviso funziona benissimo, perché ci sono cento Comuni italiani, con capofila Capànnori, che credono nel programma rifiuti zero? Invece loro ci vogliono far passare da ingenui. Ci dicono, come ha fatto un assessore, “voi avete dichiarato guerra al mondo in cui vivete”. Noi siamo stufi di questa teoria del danno inevitabile. Di questo modo di porre le cose, per cui il mondo è questo, le soluzioni queste e obbligate, e bisogna prendere il pacchetto completo, oppure si è degli “isterici facilmente impressionabili”. Lo dicevano anche a chi lanciò l’allarme amianto o a chi denunciava i problemi all’Ilva di Taranto. Poi il 18 vedremo, se si può davvero cambiare qualcosa, almeno noi che abbiamo la fortuna di avere il referendum propositivo».

 http://www.linkiesta.it/aosta-referendum-pirogassificatore

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