di Paolo Barbuto

NAPOLI – «Allontanati, torna qui, sei troppo vicino. Guarda che quella roba fa male. È velenosa», i quattro ciceroni del tour nel degrado sono tesi e preoccupati, scalpitano. Loro si sono tenuti a distanza perché non ne possono più di respirare schifezze, ma quando sentono i colpi di tosse e l’affanno non resistono e si avvicinano: «Adesso basta, vieni via. Andiamo via tutti, è da irresponsabili stare in mezzo a questa nube tossica».

La «nube» che atterrisce Carmen, Massimo, Agostino e Antonio si sprigiona da un cumulo di terra di una via che ha un nome bello e altisonante: strada comunale del Principe. Fino a un paio di settimane fa quel cumulo di terra non c’era e il cratere era semplicemente ricoperto da rifiuti tossici. Poi un giorno quella robaccia ha iniziato a sprigionare un fumo grigio e puzzolente, un insopportabile odore chimico che aggrediva la gola e bruciava la pelle e gli occhi. La gente iniziò a preoccuparsi, inscenò una manifestazione, arrivarono le forze dell’ordine, il corpo forestale, i vigili del fuoco.

La pratica rimase nelle mani della polizia provinciale che decise di mettere sotto sequestro l’area in attesa della bonifica: «Ma l’unico intervento che è stato fatto fino ad ora è stata la copertura di quelle schifezze con un po’ di terreno. Per i primi giorni è servito a qualcosa, ma adesso il fumo tossico ha ritrovato la strada e continua a sprigionarsi, a invadere i nostri polmoni, a provocare malori», parla Antonio Bocchetti che da sempre abita a via Emilio Scaglione e si fa carico dei problemi della sua zona, cerca di mantenere vivo l’interesse su una questione che in un paio di giorni è stata dimenticata. Bocchetti non è il solo a lanciare allarmi sui fumi tossici: la Rete Commons, attraverso il consigliere municipale Ivo Poggiani lanciò il primo «sos» e continua a impegnarsi per mantenere alta l’attenzione.

Ma ogni tentativo, attualmente, sembra vano. la Strada comunale del Principe potrebbe essere uno strepitoso percorso naturalistico nel cuore della città. Costeggia le antiche cave di tufo che un tempo abbondavano ai margini dell’attuale via Emilio Scaglione e si snoda, sinuosa, tra alberi e verde. «Quando noi cinquantenni di oggi eravamo ragazzini, questo era il nostro parco giochi: c’erano alberi, verde, l’avventura delle cave di tufo. Poi qualcuno ha scoperto questa stradina e le cave, ed è iniziato il disastro: tonnellate di rifiuti gettate qui nel corso degli anni. E pian piano insieme ai sacchetti sono arrivati anche i detriti edili e poi il materiale chimico. Che disastro», sospira Bocchetti.

L’area nella quale sono stati individuati i residui velenosi, secondo i primi rilievi effettuati dieci giorni fa, appartiene all’Asl Napoli 1. La natura dei rifiuti che sono stati sversati in quel luogo non è ancora nota e, secondo gli abitanti-sentinelle, sarebbero in corso di organizzazione una serie di carotaggi per capire quanto è profondo il catino di immondizia e cosa contiene. Nel frattempo quel mucchio di terra gettato sopra ai fumi tossici serve a poco, anzi a nulla. Il veleno continua a uscire liberamente nell’aria e a provocare malori soprattutto ad anziani e bambini. Da dieci giorni il cartello monitore del Comune è affisso nella zona: si consiglia di tenere chiuse le finestre, di non scendere in strada, di non tenere i bimbi all’aperto e di non svolgere attività sportive. Il cartello spiega che le precauzioni sono necessarie solo fino a quando l’incendio è in atto.

Il vero problema è che i veleni sepolti in quel boschetto davanti alla cava non smettono di ribollire, di creare fenomeni di autocombustione, di cercare uno sfogo ai gas che si creano mentre la roba imputridisce: così l’emergenza non finisce mai, e i cartelli di avviso «area sottoposta a sequestro», non hanno il potere di fermare le particelle chimiche. «È una oscenità: siamo destinati a subire la nostra quotidiana razione di veleno nel disinteresse generale. Mentre qualcuno decide se è il caso di bonificare l’area, di effettuare analisi, di prelevare questa bomba ecologica e smaltirla in maniera adeguata, noi continuiamo a inghiottire veleni, a sentire gli occhi che bruciano, a tossire. Con la consapevolezza che il tumore aggredirà con forza la popolazione. Qualcuno ci dica cosa dobbiamo fare, siamo pronti a tutto per salvare i nostri figli», lo sfogo di Antonio Bocchetti è disperato, non rabbioso. È una richiesta di soccorso lanciata alla città: «Salvateci, consentite ai nostri figli di respirare. Non mi sembra una richiesta esagerata».

 

Sabato 22 Ottobre

ilmattino.it

Annunci