di FABIO AMENDOLARA

La società che gestiva l’inceneritore di Melfi doveva contribuire alle spese per il monitoraggio ambientale. Lo prevedeva una convenzione tra Fenice Spa e Regione Basilicata. I versamenti però, hanno ricostruito gli investigatori, non sono mai stati effettuati. Dove sono finiti quei 360mila euro? «I responsabili di Fenice, nonostante le ripetute richieste – scrivono gli investigatori in un documento dell’inchiesta – non sono stati in grado di mostrare le ricevute o le attestazioni di pagamento».

Il pubblico ministero della Procura di Potenza Salvatore Colella contesta ai dirigenti di Fenice il reato di «disastro ambientale » e ai vertici dell’Arpab, che avrebbero dovuto denunciare l’inquinamento, «l’omissione dei doveri d’ufficio». La Provincia di Potenza, poi, ha sospeso la concessione fermando, di fatto, Fenice. L’azienda sostiene che «la sospensione in via provvisoria dell’autorizzazione all’esercizio del termovalorizzatore una decisone priva di fondamento». E in una nota diffusa ieri annuncia che «metterà in opera tutte le misure necessarie al fine di ottenerne l’a nnullamento».

Il magistrato ritiene di aver scoperto le attività di un’associazione a delinquere – a cui avrebbero preso parte sia i vertici dell’Arpab sia quelle di Fenice, con il concorso esterno di Erminio Restaino, assessore alle Attività produttive della Regione Basilicata, all’epoca capogruppo del Pd in consiglio regionale – che «operava su tutto il territorio della Regione Basilicata». E che avrebbe «favorito Fenice» nascondendo l’inquinamento e «garantendo alla società un ingiusto profitto». È in questo filone dell’inchiesta che si inserisce la «scomparsa» di quelle somme.

L’ipotesi: «Truffa». Quello dell’istituzione del «monitoraggio ambientale del melfese» è stato un iter molto burocratico e difficile da ricostruire. E Fenice ha cambiato più volte dirigenti e assetti societari. Il professore Franco Fracassi dell’Università di Bari, consulente della Procura di Potenza, ha cercato di ricostruirlo. La giunta regionale approva il piano di monitoraggio ambientale del melfese il 3 novembre del 1999. La finalità è «valutare l’effetto dell’inceneritore sull’ambiente per quanto concerne l’aria, il suolo, le acque superficiali e sotterranee». È in questo momento che viene stipulata la convenzione che dà attuazione al piano di monitoraggio. «Fenice si impegna – è scritto nella convenzione – a contribuire, per un importo paria 700milioni di lire (360mila euro) per due anni a decorrere dalla sottoscrizione dell’accordo di programma, alle spese che la Regione sosterrà per la realizzazione del piano di monitoraggio».
Il pagamento di quelle somme viene sollecitato dalla Regione nel 2002. A firmare la nota è proprio Vincenzo Sigillito, l’ex numero uno dell’Arpab finito agli arresti domiciliari insieme a Bruno Bove, suo stretto collaboratore. All’epoca Sigillito era ancora un dirigente regionale. Quel sollecito è l’ultimo atto a disposizione degli investigatori. I versamenti non risultano. Da Fenice non sono stati in grado di fornire né le ricevute né le attestazioni di pagamento. Quelle somme sono state davvero pagate? È quello che stanno cercando di accertare gli investigatori.

La Gazzetta del Mezzogiorno

Annunci