Con le sue fabbriche l’azienda di Scaroni ha prodotto danni ambientali enormi, da Priolo a Porto Torres. Ma il governo vuole cancellare ogni possibilità di risarcimento con una ‘transazione’ ridicola.

Affare grosso, quello delle bonifiche ambientali. Così grosso che anche Giampaolo Tarantini e Valter Lavitola sognavano di entrarci per fare un po’ di soldi. Per Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, le bonifiche sono invece un incubo: i processi civili e penali ancora aperti contro il colosso energetico nelle procure di mezza Italia toglierebbero il sonno a chiunque. A meno che… A meno che il ministro Stefania Prestigiacomo decida di mettere una firma sotto la cosiddetta “transazione globale”, il mega contratto che Eni e ministero dell’Ambiente stanno discutendo da un anno. Un accordo per buttarsi il passato alle spalle, cancellare i contenziosi civili in cambio di qualche bonifica e tornare amici come prima.

Quella firma vale oro. A occhio e croce potrebbe far risparmiare a Scaroni una quindicina di miliardi di euro. Una cifra pari a una manovra finanziaria, che comprende i costi di pulizia e le somme che l’Eni – nel caso fosse condannata dalla giustizia italiana – rischia di dover sborsare per riparare i danni ambientali provocati dalle fabbriche che controlla direttamente o indirettamente.

A Priolo, Brindisi, Pieve Vergonte, Napoli orientale, Cengio, Crotone, Mantova, Porto Torres e Gela: nelle nove città indicate dalla transazione, le società oggi gestite dal Cane a sei zampe (da Syndial a Polimeri Europa, da Napoletana Gas a Enipower, da Enimed a Ionica Gas) negli anni hanno inquinato con idrocarburi e metalli pesanti i terreni e le falde.

“Con la firma della Prestigiacomo”, dicono gli ambientalisti, “il governo cancellerebbe con un colpo di spugna ogni contenzioso, ogni possibilità di risarcimento. Pagando una somma ridicola”. Già: la bozza di transazione prevede che le società realizzino nei nove siti d’interesse nazionale progetti di bonifica per 1,2 miliardi di euro. Ai quali vanno aggiunti 450 milioni che l’Eni verserebbe nelle casse del ministero dell’Ambiente, più altri 600 destinati a migliorare la compatibilità ambientale degli impianti. In tutto fanno 2,3 miliardi, somma con cui si chiuderebbero pure le pendenze che l’Eni ha con Regioni, Provincie e Comuni.
Un’inezia, considerando che nel luglio 2008 per l’inquinamento da Ddt provocato dallo stabilimento di uno dei nove siti inclusi nel contratto (quello ex Sir-Rumianca di Pieve Vergonte, in Piemonte) il tribunale di Torino ha condannato in primo grado la Syndial a pagare per danni ambientali ben 1,8 miliardi. Scendendo a Sud, a Crotone, secondo una perizia del ministero dell’Ambiente i danni della fabbrica ex Pertola Sud ammonterebbero a 1,9 miliardi di euro, mentre le richieste di risarcimento – che comprendono pure i costi della bonifica – supereranno addirittura i 2,7 miliardi.

Non sono numeri campati in aria: pulire le aree inquinate da sostanze chimiche è molto costoso (una delle poche portate a compimento, quella della ex Acna di Cengio in Liguria, è costata tra finanziamenti pubblici e privati oltre 400 milioni) e secondo stime prudenti per bonificare a dovere i nove siti ci vorrebbero almeno 5-6 miliardi, a cui vanno aggiunti 10-12 di miliardi di eventuali danni. E’ solo una stima di massima, ma se la transazione andasse a buon fine non sbaglia di molto chi afferma che l’Eni metterebbe poco più del 10 per cento della somma che rischia di dover risarcire. A quel punto delle due l’una: o l’onere della spesa per le bonifiche verrebbe di fatto accollato allo Stato e agli enti locali (in barba al principio europeo “chi inquina paga”) o i veleni resteranno a terra a tempo indeterminato. E’ l’opzione più probabile, dal momento che nel 2011 il ministero dell’Ambiente ha stanziato per le bonifiche poco più di 164 milioni, tagliando del 33 per cento le risorse rispetto all’anno precedente.

“Abbiamo ereditato tutti questi cadaveri della chimica italiana che qualcun altro ha inquinato”, ha detto Scaroni nel corso di un’audizione alla Camera lo scorso marzo: “Stiamo cercando di raggiungere un’intesa a livello europeo per chiudere una volta per tutte nove grandi siti inquinati”. La Prestigiacomo, finita insieme a Scaroni nelle intercettazioni sulla P4 di Luigi Bisignani, ci sta pensando da tempo: “Due miliardi sono troppo pochi”, ha già detto al “Fatto” qualche mese fa, spiegando di aver dato un primo parere negativo alla proposta di pax legale.
In molti, però, sperano che la ministra possa alla fine convincersi e dare il suo assenso, in modo da chiudere la partita entro la fine dell’anno. Il governo ne ha tutta l’intenzione: è stato l’esecutivo nel 2008 a inventarsi il decreto salva-Eni che permette di usare “schemi di contratto” per risolvere i contenziosi.

Persino la Corte dei Conti, che alla fine dovrà effettuare un controllo di legittimità sulla transazione, non sembra essere contraria all’operazione. Anzi. Nell’ultima relazione sull’Eni del 28 luglio 2011 il magistrato addetto al controllo Eni, Raffaele Squitieri, scrive che, in primis, l’accordo dovrebbe essere definito “nella seconda metà del 2011”. Poi entra nel merito: “L’operazione, sia pure onerosa, si rivela tuttavia vantaggiosa per l’Eni, che potrà, attraverso la transazione, oltre che chiudere definitivamente annose vertenze, precludere ogni ulteriore o futura richiesta di riparazioni o di risarcimento relativa ai siti in questione, disporre interventi di bonifica, riparazione ambientale e messa in sicurezza, con risvolti molto positivi sotto il profilo dell’attività operativa e di immagine”.

Evviva, dunque. Peccato, però, che il magistrato contabile (pare che Gianni Letta e la Prestigiacomo lo stimino molto, tanto che all’inizio dell’anno era in predicato per diventare presidente dell’Authority per l’energia) non faccia cenno al rischio di danno erariale che una transazione “non congrua” potrebbe causare. Perché se il vantaggio per l’Eni è evidente, per la collettività l’operazione ha il sapore della beffa.

Il finale della storia, comunque, non è stato ancora scritto. Al di là delle scelte che farà la Prestigiacomo, e dei pareri tecnici dell’Ispra, della Covis e dell’Avvocatura dello Stato, l’ipotesi di transazione dovrà essere valutata da una Conferenza dei servizi a cui parteciperanno gli enti locali interessati. Gli ambientalisti non si fidano, e rimangono in allerta. Puntando il dito contro il diverso atteggiamento del colosso petrolifero qui e all’estero. Se in Italia Scaroni e i suoi non sembrano entusiasti di metter mano al portafoglio, qualche mese fa per chiudere un contenzioso negli Stati Uniti hanno sborsato sull’unghia 365 milioni.

L’Eni era finita nel mirino del Dipartimento della giustizia e della Sec, la Consob a stelle e strisce, per una brutta vicenda di mazzette. Il Consorzio Tskj, di cui Eni faceva parte attraverso la controllata Snamprogetti, è stata accusata di aver pagato dal 1994 al 2004 decine di milioni di dollari ad alcuni funzionari ed esponenti del governo della Nigeria per ottenere licenze e costruire rigassificatori. Per evitare il processo, l’Eni ha pagato senza batter ciglio.

Emiliano Fittipaldi
L’Espresso.it

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