Al cantiere del Gerbido
si lavora 7 giorni su 7

ALESSANDRO MONDO
TORINO

Sembra la carcassa di un dinosauro post-moderno, sono i componenti dell’inceneritore torinese che lentamente prende forma al Gerbido: chilometri di tubature, bulloni grossi come un braccio al posto delle giunture, mentre le paratie della prima delle tre caldaie – arrivate direttamente dalla Polonia e assemblate sul posto – ricordano una fila di vertebre colossali. Benvenuti in uno dei più dei più grossi cantieri di Torino, insieme alla centrale di cogenerazione che Iren sta costruendo a Torino Nord, e del Piemonte.

Si fatica a intendersi nel punto in cui fervono i lavori. Da lunedì scaricano la gettata di cemento: 2.500 metri cubi sui quali svetterà il camino, alto 120 metri e con un diametro compreso tra 9 e 12. Il sindaco, che ieri ha visitato il mega-cantiere con i vertici di Trm e i responsabili delle aziende coinvolte, si ferma spesso: osserva, indica, chiede spiegazioni.

Stemperate le polemiche e le contestazioni, esaurito il fuoco di sbarramento dei ricorsi, l’impianto – che da gennaio 2013 comincerà a lavorare al 50-60% delle sue possibilità – sta diventando realtà. Per il momento, anche questa è una notizia, non si registrano particolari ritardi sulla tabella di marcia: fine 2011, completamento del 60% delle opere; 2012, realizzazione del restante 40%; gennaio 2013, avvio della fase di esercizio provvisorio. Dal 2014, forse prima, le tre linee funzioneranno a pieno regime bruciando l’80% del pattume sopravvissuto alla raccolta differenziata: il che pone il problema di come e dove lavorare il rimanente 20%. Forse nello stesso inceneritore, autorizzato a trattare 421 mila tonnellate l’anno ma con una potenzialità di 490 mila, oppure stoccando la parte residua in discarica. Senza considerare l’opzione di un secondo impianto, considerata e poi accantonata dalla Provincia. La prima soluzione, trapelata tempo fa, ha già fatto inorridire gli ambientalisti.

Oggi in questo sperduto crocevia di tre Comuni – Torino, Orbassano e Beinasco – si lavora sette giorni su sette. Se è il caso, utilizzando le fotoelettriche: 180 le persone impegnate. I visitatori – accompagnati da Giuseppe Marsaglia e Bruno Torresin, presidente e ad di Trm -, percorrono i varchi in terra battuta registrando cosa è stato fatto nel primo anno di cantiere. Ecco i ventilatori, colossali come tutto il resto, prodotti in Germania. Poco oltre svettano i componenti della caldaia in acciaio speciale rivestito in «Inconel» – una lega di metalli diversi studiata per scongiurare la corrosione dei fumi -, assicurati 10 anni. Soluzioni tecniche che rendono già «démodé» l’inceneritore di Acerra.

Alcune parti, manovrate da gru che spaziano dalle 100 alle 500 tonnellate, si librano nell’aria come i tasselli di un enorme «Lego». Spetterà a una gru ancora più possente, 800 tonnellate di carico, sollevare la caldaia e collocarla in sede una volta assemblata. Anche i particolari sono un segno dei tempi. Perché ordinarla in Polonia? Perché gli inceneritori in Italia sono cosa rara e sofferta, spiegano i vertici di Trm: talmente rara che le imprese tricolori hanno chiuso le linee.

Ecco lo spazio per il collegamento ferroviario, già predisposto: la programmazione spetta alla Provincia. E la fossa dei rifiuti, profonda 13 metri. Archiviata l’ipotesi della discarica di servizio, in prima battuta prevista a Montanaro, le scorie causate dalla combustione saranno vendute ad aziende specializzate per usi diversi: ad esempio, come amalgama dei calcestruzzi. E le ceneri? Prima verranno archiviate in silos sottovuoto, poi saranno trasferite in impianti speciali e inertizzate: finiranno in discariche dedicate.

Tutto calcolato al pelo. L’energia elettrica sprigionata dalla turbina di 63 MW, immessa nella rete di Terna e commercializzata da Iren, permetterà di servire 150-160 mila abitanti; 17 mila le famiglie teleriscaldate con il calore prodotto dalla cogenerazione. Piaccia o meno, l’impianto durerà fino al 2033, l’anno in cui dovrà bloccare le linee per alcuni mesi in vista del «revamping». Poi ricomincerà a divorare il pattume. Meno ne produrremo, ottimizzando la «differenziata», meglio sarà per tutti.

Fonte: lastampa.it

 

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