di Antonio Funiciello

Antonio Bassolino è stato il simbolo dell’unico contro-potere che il centrosinistra sia riuscito a opporre a quello di Silvio Berlusconi. La seconda repubblica è vissuta, difatti, nella contrapposizione tra lo strapotere verticale della leadership nazionale berlusconiana e la rete orizzontale dei micro poteri locali del centrosinistra, di cui Bassolino è stato l’emblema. Ai tradizionali (Pci) insediamenti nelle regioni centrali si sono, con la stagione dei sindaci, aggiunti quelli nel Mezzogiorno, fino a creare un vero e proprio contrappeso elettorale allo strapotere nel Nord del binomio Berlusconi-Bossi. I guai seri per il centrosinistra sono cominciati con le amministrative del 2007, quando il centrodestra guadagnò un mucchio di città e province. Da allora il centrosinistra, fosse al governo o all’opposizione, ha sempre perso le elezioni amministrative, malgrado non l’abbia quasi mai ammesso. E non è un caso che questa sequela di sconfitte sia coincisa col periodo della mesta uscita di scena proprio di Bassolino, dopo il suo ingresso a Napoli nell’aprile del 1993, come commissario straordinario della federazione partenopea del Pds. Recitava l’allora comunicato ufficiale firmato dal segretario Occhetto: «La segreteria nazionale ha impegnato il compagno Antonio Bassolino per affrontare e superare la difficilissima situazione in cui si trova il partito di Napoli». A Napoli ci sono sempre “difficilissime situazioni” da affrontare.
Nell’aprile del ’93, Tangentopoli aveva spazzato via la giunta del sindaco socialista Nello Polese, docente del prestigioso Politecnico napoletano: arrestato, sospeso dall’insegnamento universitario, processato 23 volte (salvo poi essere prosciolto o assolto — particolari che finiscono sempre racchiusi nelle parentesi tonde). La città puntava sul capogruppo pidiessino al comune, l’amatissimo filosofo Aldo Masullo, ma Botteghe Oscure decise di mandare l’ex pupillo di Ingrao, deputato già da due legislature. Roma scelse di far allora sentire la sua voce e la farà sentire sempre, in tutte le elezioni che verranno e che Bassolino vincerà, una per una: alle comunali del 93 contro la nipote del Duce, a quelle del ’97 col 73% dei consensi (roba che neppure Achille Lauro), alle regionali del 2000 e a quelle del 2005. In ogni occasione, è la dirigenza nazionale del suo partito il maggiore sponsor di Bassolino. La sua leadership non nasce dalla città — come quelle di Chiamparino o Renzi — bensì, imposta da Roma, si consolida grazie al lento insediamento sociale prodotto dal sistema di potere che Bassolino si intesta. Senza l’appoggio incondizionato che Roma assegna a Bassolino nei diciassette anni in cui diviene il dominus della Campania, l’ingraiano di Afragola non avrebbe mai potuto accentrare in sé tanto potere. Spesso contro la sua stessa volontà, come nel 2005, quando il pressing da Roma su Bassolino, più che recalcitrante a correre ancora per la carica, fu addirittura asfissiante nel convincerlo a bissare il turno in regione. Si comprende, così, poco del fenomeno Bassolino, origine dell’ennesima débacle delle primarie napoletane, senza tenere conto del rapporto solidissimo che la sua leadership ha sempre avuto con i vertici del Pds-Ds prima e del Pd dopo. Basti soltanto ricordare che nel 2007 fu infilato di forza nel comitato dei 45 che dovevano dar vita al Partito democratico, nonostante la crisi dei rifiuti avesse già drammaticamente mostrato tutti i limiti della sua gestione politica e amministrativa. Il potere romano ha sempre sostenuto Bassolino perché blindava a Sud il forte consenso elettorale del centrosinistra, controbilanciandolo alla debolezza elettorale nel Nord. Roma aveva bisogno dei voti di Bassolino, nonostante la sua leadership, dopo i primi anni, avesse già schiettamente mostrato tutti i suoi limiti. Alla base delle complicazione odierne legate al guazzabuglio delle primarie, c’è ancora questo irrisolto nodo di relazione tra il vertice nazionale del centrosinistra (la cosa non riguarda solo il Pd) e Antonio Bassolino. Non aver per tempo voluto fare i conti con la sconfitta a cui la stagione bassoliniana è andata incontro è il punto d’inizio di tutti i pasticci che sono seguiti. Ed essendo Napoli una delle “capitali” d’Italia, il fare i conti con il magro bottino del bassolinismo (attuale giunta napoletana compresa) era un compito del centrosinistra tutto e del suo maggiore partito, alla dimensione nazionale. Pensare che Bassolino si sarebbe fatto da parte senza muovere un dito è stata molto più che un’ingenuità. È stato un errore politico.

Fonte: europa

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