di Anna Fava

Circa un paio di anni fa un carabiniere di nome Giovanni Parascandola Ladonea fotografò nella discarica di Villaricca, in provincia di Napoli, un geyser di percolato che schizzava in aria. Denunciò la cosa ai suoi superiori, allegando relazioni e documentazione fotografica. Come premio, venne immediatamente sbattuto a fare il piantone col divieto di occuparsi ancora di rifiuti.

Le cose vanno così: se fai bene il tuo lavoro vieni punito. Se non hai le competenze necessarie e vieni da amicizie pericolose, invece, puoi fare una rapidissima carriera finendo addirittura a fare il Subcommissario di governo all’emergenza rifiuti in Campania, come è successo a Claudio De Biasio, uomo legato al clan dei Casalesi, la cui laurea in architettura si è miracolosamente convertita in tre giorni in un titolo idoneo ad occupare un posto da ingegnere. Se invece hai dimenticato di organizzare la raccolta differenziata porta a porta e di fare gli impianti di compostaggio per lavorare gli scarti organici, e ti ritrovi con le discariche piene di percolato, e non sai dove metterlo, puoi sempre buttarlo a mare. Pardon: nei depuratori. Peccato che i depuratori non funzionino e sversino in mare acque più inquinate di quelle in entrata, ma che vuoi farci: nessuno è perfetto, e il percolato deve pur andare da qualche parte. Si legge su Il Fatto Quotidiano del 29 gennaio 2011: “A me della Campania non me ne frega un cazzo, non me ne frega dello smaltimento dei rifiuti, il problema è loro. Devo fare tutto questo per 20mila euro al mese. Mi hanno chiamato, mi hanno fatto sedere su una sedia e mi hanno detto ti devi prendere il percolato”. E’ lo sfogo telefonico di Gaetano De Bari, amministratore delegato di “Hydrogest”, una delle società che ha avuto la gestione della depurazione in Campania. Gli impianti non erano in grado di smaltire percolato, non erano a norma, non c’era il minimo rispetto delle leggi. Eppure, scrivono i pm napoletani, “bisognava comunque gettare il percolato a mare e consentire ai gestori, senza loro colpo ferire, la pessima depurazione in atto. La violazione di norme e leggi prendeva il nome di collaborazione istituzionale”. E’ questo il nucleo centrale dell’inchiesta della procura di Napoli che ieri ha portato all’arresto di 14 persone (otto in carcere, sei agli arresi domiciliari) e decine di avvisi di garanzia. Nomi eccellenti, da Antonio Bassolino all’ex braccio destro di Guido Bertolaso, Marta Di Gennaro, e il prefetto Corrado Catenacci, anche lui negli anni passati a capo del Commissariato straordinario di governo per l’emergenza rifiuti in Campania, finiti agli arresti domiciliari”. “Eravamo in una situazione di emergenza. Avevamo due alternative: lasciare il percolato in discarica, oppure conferire nei depuratori”. “Ma nel primo caso avremmo corso seriamente il rischio di inquinare le falde acquifere e i campi”. Queste sono le dichiarazioni di Generoso Schiavone riportate da Dario Del Porto su Repubblica del 1 febbraio 2010, in un articolo dal titolo surreale: Perché buttavamo il percolato a mare. “Avevamo poco tempo a disposizione il percolato rischiava di tracimare dalle discariche inquinando i terreni e le falde e per questo fu deciso di predisporre il conferimento nei depuratori”. Certo, il percolato incombeva. Ma il percolato non è una sciagura divina: è il risultato della putrefazione della materia organica quando, invece di essere differenziata a monte e trasformata in compost, viene mescolata ad altri materiali (che culturalmente ci ostiniamo a mischiare insieme e chiamare rifiuti) e inzippata in ferite che scaviamo nel terreno e chiamiamo “discariche”. “Un lago che ribolle come la Solfatara” scrive Pietro Treccagnoli su Il Mattino del 30 gennaio 2010 “una puzza che è peste che ammorba l’aria. Cava Riconta, Italia. Amministrativamente è Villaricca. Qui il percolato, quattro anni fa assunse dimensioni da Vajont. Non alluvionò tutto perché si pensò di svuotarla e buttare tutto a mare: a Cuma, a Licola, dovunque si potesse”. Compromettendo gravemente l’ambiente e la salute della popolazione. Spiega al Mattino Maria Triassi, Docente di Igiene all’Università Federico II: «C’è un rischio subdolo, dovuto alle sostanze chimiche contenute nel percolato che, ad alti livelli di esposizione, possono causare malattie degenerative e anche il cancro. Non sono da trascurare altri pericoli che possono derivare dall’ingresso di materiali inquinanti nella catena alimentare: nei pesci, per esempio, ma non solo. Se una parte di percolato è stato assorbito dal suolo, può essere finito negli animali che pascolano su quei terreni e nelle piante che crescono lì». Scrive Rosaria Capacchione su Il Mattino del 2 febbraio 2010: “Uno sfacelo, lo definisce Franco Roberti paragonando l’emergenza rifiuti al dopoterremoto in Irpina: «Io credo che l’emergenza rifiuti, se vogliamo parlare di emergenza, durerà fino a quando  durerà la criminalità organizzata chiamata camorra. Sono, infatti, gli interessi criminali, sono le collusioni con esponenti politici e con esponenti dell’imprenditoria che generano il potere della camorra»”. La solita vicenda campana? E’ bene ricordare che dal 1994, per ben quindici anni, il settore dei rifiuti è stato amministrato da un commissariato straordinario scelto dal governo nazionale con superpoteri in deroga alle leggi civili che vigono nel resto del Paese. Un Commissariato di governo che, come rivela il Mattino in un articolo intitolato “Business ecoballe: terreni pagati dallo Stato ai Casalesi venti volte più del loro valore” ha pagato al clan dei Casalesi l’affitto per stoccare – illegalmente – le false ecoballe non a norma prodotte dagli impianti della multinazionale Impregilo, creando il monumento alla catastrofe di Taverna del Re. “I terreni” ha scritto Rosaria Capacchione “che gli intermediari del Commissariato di governo avevano individuato come utili, erano stati segnalati a uomini e imprenditori vicini ai Casalesi, soprattutto a Michele Zagaria e Antonio Iovine, che li avevano acquistati per pochi soldi e poi rivenduti (o dati in fitto) al Commissariato per cifre anche venti volte superiori a quelle di mercato. In alcuni casi, atto di acquisto e di vendita avevano la stessa data”. Questa è l’emergenza rifiuti, costata, in termini economici,  780 milioni di euro all’anno. E costi incalcolabili in termini di salute e dignità della popolazione. Il 31 dicembre 2009, per dipingere un quadretto di buongoverno, si è finto di ridare alle istituzioni campane il potere di decidere dei propri rifiuti. Con la nuova legge approvata si è ritornati alla tradizione consolidata: altri commissari straordinari, altre deroghe alle norme sull’impatto ambientale, altri inceneritori e altre discariche nelle cave dismesse. E la raccolta differenziata? Pochi giorni fa Daniele Fortini, presidente dell’Asia, la società incaricata della raccolta dei rifiuti a Napoli, ha dichiarato che non ci sono i fondi. E il sito scelto come nuova discarica è a Quarto, in provincia di Napoli, in una cava in cui già i Casalesi hanno smaltito rifiuti illecitamente. Continuiamo così, facciamoci del male.

Fonta:  testo dell’intervento della “Società di studi politici” durante la puntata di Zazà (Radio3) di domenica 6 febbraio 2011

Zazà, Radio3 – Non si piange sul percolato sversato


 

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