di Alessandro De Pascale

AMBIENTE. Già nel luglio 2009 nelle acque marine vicino all’impianto di Cuma vennero trovati metalli pesanti. Strutture «inadeguate» secondo l’Arpac anche solo a trattare i reflui fognari.

Il colpo finale al già disastrato mare della Campania, si chiama articolo 10 del decreto 90 sui rifiuti, approvato dal governo Berlusconi il 23 maggio 2008. Appena 15 giorni dopo l’insediamento del suo quarto esecutivo, in carica dall’8 maggio 2008. Nell’articolo c’è scritto che «sono autorizzate presso gli impianti di depurazione delle acque reflue, siti nella regione Campania, le attività di trattamento e smaltimento del percolato prodotto dalle discariche regionali». Così quel liquido tossico e maleodorante prodotto dalla fermentazione dei rifiuti, da due anni e mezzo finisce nei 16 depuratori della Campania. Gli arresti e l’inchiesta della procura di Napoli del 28 gennaio, sul percolato gettato a mare senza troppi problemi è solo l’epilogo di un disastro ambientale che va avanti da trent’anni.

Da quando sono stati costruiti con i fondi della Cassa del Mezzogiorno. Diversi depuratori campani e soprattutto quei 5 che si trovano a cavallo tra le province di Napoli e Caserta (Acerra, Cuma, Napoli Nord, Villa Literno e Marcianise), funzionano male praticamente fin dall’inizio. Oggi sono del tutto «obsoleti», perché mai rimodernati e con scarsa manutenzione ordinaria. In pratica nessuno funziona in modo efficiente o almeno sufficiente, anche solo per trattare le acque reflue. Figuriamoci il percolato. Attrezzature vecchie di decenni, dissabbiatori e centrifughe usurate o inservibili, fanghi non smaltiti con regolarità e ingabbiati nei digestori, che però potendoli contenere al massimo per due settimane, alla fine verrebbero liberati nei condotti di scolo. E soltanto il depuratore di Cuma è il più grande della Campania, addirittura il secondo d’Italia.

Il mare nei pressi degli impianti è spesso diventato di colore marrone. Poi da quanto viene trattato il percolato, di un verde scuro maleodorante. Già nel luglio 2009, l’equipe di Benedetto De Vivo, docente di Geochimica ambientale al dipartimento Scienze della terra dell’università Federico II° di Napoli, aveva mandato campioni di sedimenti e acque marine, prelevati nei pressi del depuratore di Cuma, nel tratto di costa tra Licola e Miliscola (Na), ai laboratori Chelab di Treviso. Oltre ai streptochocchi fecali e escherichia coli, i batteri presenti negli scarichi fecali che possono diventare vettori di infezioni acute del tratto urinario, ma anche di polmoniti e meningiti, «in tutti i 5 siti campionati vengono superate le soglie tabellari per quanto riguarda le concentrazioni di metalli/metalloidi nelle acque e in alcuni casi per i sedimenti».

La relazione sui risultati, inviata anche alla magistratura, denuncia che «la prossimità degli scarichi del depuratore induce ad ipotizzare che gli scarichi possano essere responsabili dei valori fuori norma riscontrati». Tanto che alla fine la stessa Arpac (Agenzia regionale protezione ambiente Campania), dovrà ammettere che «tutti i depuratori della Regione, ad eccezione di quelli del Sarno, non sono adeguati». I cinque depuratori in questione, erano gestiti dalla bergamasca Hydrogest (10 per cento Giustino Costruzioni e 90 per cento Termomeccanica, a sua volta partecipata al 40 per cento da Intesa-San Paolo) che nel 2003 aveva vinto la gara d’appalto indetta dalla Regione, allora guidata da Antonio Bassolino. Un accordo che prevedeva la rifunzionalizzazione dei 5 depuratori, con 150 milioni di euro (20 pubblici e 128 dei privati, leggi banca Intesa).

La mancata depurazione dei veleni che confluiscono illegalmente in mare aveva portato già nell’aprile scorso all’indagine congiunta della procura di Nola e Santa Maria Capua Vetere: 22 arresti, quasi 60 indagati e tre depuratori gestiti dalla Hydrogest sequestrati (Villa Literno, Orta di Atella e Marcianise). «Sembra impossibile, ma i corsi di acqua inquinati che sfociano direttamente in mare sono meno pericolosi delle acque che passano attraverso le griglie contaminate dei depuratori», spiegò il pubblico ministero di Santa Maria Capua Vetere Donato Ceglie. La Hydrogest, secondo l’accusa, avrebbe lesinato sugli interventi di manutenzione degli impianti che col passare del tempo sono diventati inefficienti e inservibili, pur di aumentare i guadagni. E per risparmiare sui costi dello smaltimento dei fanghi, la società avrebbe scaricato in mare numerose tonnellate di liquami.

«La società non ha fatto i lavori per migliorare i vecchi impianti di depurazione, non ha collegato le fogne della zona e le acque scaricate in mare non rispettano i parametri di legge», spiegò in quei giorni l’assessore all’Ambiente della Campania, Giovanni Romano, annunciando la rescissione del contratto con la Hydrogest. «Il risultato – denuncia Raffaele Del Giudice, direttore di Legambiente Campania – è che nel 2001 in Campania la percentuale di costa non balneabile era pari al 15,9 per cento, mentre quest’anno dopo nove anni di investimenti, fondi europei e milioni di euro spesi, è aumentata al 17,6 per cento». La provincia di Caserta la fa da padrone: «Dal 54,7 per cento di costa non balneabile del 2001 al 65,8 per cento quest’anno», conclude Del Giudice.

In totale nel 2010 i chilometri di mare vietati in Campania, sono 83 su 469,7, due in più rispetto al 2009. Anche prima di finire in mare, i fanghi dei depuratori di Cuma, Marcianise, Orta di Atella e Mercato San Severino, non venivano smaltiti in discariche autorizzate. Infatti l’azienda salernitana Sorieco li avrebbe spacciati per compost e rivenduti a contadini campani e foggiani: oltre un milione di tonnellate di rifiuti tossici e guadagni per 7 milioni di euro. Nel 2007 scattarono 38 arresti e la Sorieco venne accusata di «associazione per delinquere, traffico illecito di rifiuti speciali e pericolosi, disastro ambientale, truffa, frode nelle forniture». Infatti nemmeno la provincia di Salerno, definita l’isola felice della Campania, è esente dal problema.

Lo scorso 11 maggio l’Arpac si è presentata nella località termale di Contursi, scoprendo che il locale depuratore «presenta una rottura della feritoia alla base causando una perdita del liquido che si riversa, privo di trattamento, in un canale pluviale», il fiume Sele. Manca inoltre «il registro fanghi». Così il sindaco Giacomo Rosa è stato diffidato «dal mantenere in essere tali scarichi abusivi che devono essere immediatamente eliminati». Non si salva nemmeno la Costiera Sorrentina. Al depuratore di foce Sarno, il fiume più contaminato d’Europa, che scarica dopo Marina di Stabia, non sono allacciati oltre 100mila abitanti. In totale sono 2 milioni, i campani che tuttora scaricano direttamente nei fiumi o a mare (il 67% dei residenti). Un vero disastro.

 

Fonte: terranews.it

 

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