di Marinella Correggia

Energia negli Stati Uniti: il rapporto «Benefits of Beyond Bau. Human, Social and Environmental Damages Avoided through the Retirement of the US Coal Fleet», redatto dagli specialisti della Synapse Energy Economics per l’istituto non profit Civil Society Institute (Csi) è molto chiaro sui costi umani, sociali e ambientali delle attuali modalità di produzione dell’energia elettrica che nello scenario attuale prevedono un ampio ricorso a carbone e nucleare.
Il carbone, intanto. Certo appare una fonte energetica economica, ma ogni anno le emissioni di gas e particolato dalle centrali provocano migliaia di morti premature, per un costo alla collettività (volendo monetizzare la vita!) di circa 272 miliardi di dollari; quattro volte il costo dell’energia elettrica prodotta con il carbone. Secondo la United States Geographic Survey (Usgs), i prelievi di acqua da parte delle centrali termoelettriche costituivano (nel 2005) il 49% dei prelievi totali nella nazione: oltre 200 miliardi di galloni di acqua; solo per raffreddare gli impianti. E poi: circa 100 milioni di tonnellate di scarti di carbone sono già sepolti in discariche o lagune. E ancora: due miliardi di tonnellate di Co2 sono emesse da simili centrali.
Passiamo all’energia nucleare. Senza che ci sia ancora un piano di lungo periodo per lo stoccaggio delle scorie radioattive, una tipica centrale nucleare da 1.000 Megawatt può produrre circa 30 tonnellate di scorie ad alto livello di radioattività. Gli Usa hanno 104 reattori per una capacità totale di 101.000 Mw e la produzione annuale di scorie può arrivare a 3.000 tonnellate, in gran parte stoccate sul posto o in luoghi temporanei. Ma 64 centrali non sanno più dove metterle. Problematico il trasporto di rifiuti così pericolosi a un eventuale sito unificato.
Anche la fase estrattiva ha un pesante impatto ambientale e produce significative quantità di scarti: una miniera richiede molta acqua e circa 100 ettari di terra che sarà in permanenza contaminata. Quanto ai rischi di incidente nucleare, prosegue il rapporto, non sono quantificabili e anche paesi con norme stringenti non possono dirsi immuni da potenziali disastri.
Di fronte a questi immani danni del carbone e del nucleare, nel 2010 la stessa agenzia Synapse ha elaborato, sempre per il Civil Society Institute, un rapporto centrato su uno «Scenario di transizione» per il 2010-2050, secondo il quale gli Usa dovrebbero investire il più possibile nella tecnologia dell’efficienza in ogni settore, il che ridurrebbe il consumo di elettricità del 40% rispetto allo scenario prevedibile nel «business as usual». Così il paese potrebbe ritirare l’intero insieme di impianti a carbone senza costruirne di quelli cosiddetti di nuova generazione. E si risparmierebbero le decine di miliardi altrimenti necessarie per il controllo dell’inquinamento. Le emissioni di CO2 del settore elettrico si ridurrebbero dell’80%. Le emissioni di biossido di zolfo quasi si annullerebbero e quelle di ossidi di azoto calerebbero del 60%.
Al tempo stesso, si potrebbe ridurre velocemente del 28% (così poco?) la capacità nucleare del paese. Le energie rinnovabili – solare, eolico, geotermico, biomasse – potrebbero arrivare a soddisfare il 50% del fabbisogno elettrico. L’uso del gas naturale nel settore elettrico crescerebbe più lentamente.
Conclude il Csi: mentre Casa Bianca e Congresso dibattono su quello che chiamano «lo standard dell’energia pulita» occorre una riflessione su che cosa si intende con quell’aggettivo: «pulita», appunto.

Fonte: il manifesto

 

Annunci