di Fabio Postiglione

Il sistema di smaltimento del percolato tra Napoli e la sua provincia era deciso praticamente a tavolino. Lo sostengono i pm, lo ipotizzano i magistrati. Questo perché i conferimenti di liquami inquinanti finivano nei depuratori di mezza Campania senza alcuni criterio e sapendo perfettamente che non avrebbero potuto smaltire nulla, neanche un grammo di quella schifezza che arrivava direttamente dalle discariche, dalla decomposizione delle balle di Cdr.
Al centro c’è uno degli interrogatori di Gaetano De Bari, uno degli arresti per l’inchiesta sbattezzata “marea nera”. Ecco cosa dice: «A me non venne affatto chiesto quale potesse essere mai la quota di percolato compatibile con le capacità depurative del mio impianto e posso certamente dire che una analoga richiesta di informazione a nessuno dei gestori partecipanti sia stata fatta – ha spiegato -. Io ricordo che all’indomani della citata riunione mi fu recapitata una nota da parte del commissario straordinario di Governo in cui erano indicate, impianto per impianto, le quote di percolato da ricevere. Per il mio impianto si trattava di 100 mc giorno per Napoli Est e 100 mc per Foce Sarno. Devo però aggiungere e sottolineare questa singolare circostanza: io nell’esaminare le carte a mia disposizione ho notato che la tabella per “quote” di percolato risulta allegata ad una missiva del Commissariato di Governo che reca la data del 12 luglio del 2006, cioè una data anteriore a quella della riunione che invece risale al 12 luglio. Ritengo – spiega De Bari – che vi sia qualche errore in qualche data oppure vi sarebbe una riunione a monte ancora prima, che tuttavia non ricordo». Per gli inquirenti non ci sono dubbi sul punto. Ovvero che le qualità di percolato da smaltire presso ciascun impianto di depurazione «venne decisa senza consultare nessuno dei gestori degli impianti, che avrebbero avuto informazioni importanti da condividere in ordine alle capacità degli stessi, senza compiere alcuna verifica sullo stato dei depuratori, sulla loro efficienza, sulla esistenza o meno di autorizzazioni allo scarico, sulla compatibilità tecnica e le caratteristiche di ciascun impianto», così come la tipologia del rifiuto da depurare. Secondo uno schema comportamentale, che scrive il gip, si ripeterà più volte, «le persone preposte alla struttura commissariale e agli organismi coinvolti, giunsero dunque nel tempo ad adottare provvedimenti palesemente illegittimi finalizzati unicamente a risolvere una una unica questione, nella specie l’evacuazione dei liquidi di percolazione dai Crd e dalle discariche, senza preoccuparsi delle ulteriori conseguenze in termini ambientali e della salute pubblica». Due giorni fa però il blitz che ha portato al blitz che ha portato all’emissione di una ordinanza per 14 persone. In mille pagine i magistrati hanno delineato uno scenario inquietante: per anni tonnellate di percolato, quel liquido che si forma nelle discariche dove si smaltiscono i rifiuti solidi urbani, sarebbe finito in mare con il suo carico di veleni, inquinando un lunghissimo tratto di costa della Campania. Quattro anni di lavoro investigativo – fatto di acquisizioni di atti e di intercettazioni telefoniche – che all’alba di oggi hanno portato all’esecuzione di 14 provvedimenti cautelari, otto in carcere e sei ai domiciliari. Trentotto in tutto gli indagati che nei prossimi giorni dinanzi ai magistrati potranno difendersi. Ai domiciliari sono finiti, tra gli altri, l’ex prefetto Corrado Catenacci, che è stato commissario per l’emergenza rifiuti in Campania, Marta Di Gennaro, già vice di Guido Bertolaso alla Protezione civile, l’ex direttore del ministero dell’Ambiente, Gianfranco Mascazzini. Tra gli indagati risultano, invece, l’ex presidente della Giunta regionale della Campania, Antonio Bassolino, l’ex assessore all’Ambiente, Luigi Nocera.

Fonte: il roma

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