di Pietro Treccagnoli
LICOLA -Il mare d’inferno, magari è un concetto che il pensiero non considera, ma esiste e i napoletani lo conoscono bene. È pochi chilometri a Nord. L’inverno sembra ridurre l’inferno, ne attenua la puzza che chi abita qui ha imparato a combattere a zaffate di antistaminici, ché l’allergia perenne è il regalo più insidioso di Sua Maestà la Monnezza, padrona di terre e spiagge che, altrove, sarebbero state un dono di dio. Licola, ma anche Varcaturo, Patria e lassù fino ad Ischitella e ai Regi Lagni, è diventato il buco del culo del mare.

Lo sversatoio di percolato e di tutto quanto inquina, insozza, appesta. Eppure, l’orizzonte è largo, la spiaggia resta dorata, manda riflessi, anche sotto un cielo coperto di gennaio. Se metti alle spalle l’edilizia beduina che da decenni ha devastato paesaggio e coscienze, se guardi l’orizzonte, ti senti allargare il cuore.

A sinistra c’è l’acropoli di Cuma, Monte di Procida, Ischia e Procida come gemelle diverse e a destra, oltre monte Petrino, a Mondragone, il profilo sfumato dei monti Aurunci, che sono già Lazio. Insomma il Tirreno, come lo sognerebbe un turista.
D’estate, chi non può permettersi di meglio, ma anche chi ha qualche pomeriggio libero, si gode un Varca tour. Tangenziale e via da Napoli. Asse Mediano e via dall’amara provincia giuglianese e aversana. Sole e tedio a sdraio. Ma il mare no. Resta un abbaglio che attira per il suo sciabordìo, quasi il sussurro di una sirena…

Fonte: il mattino.it

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