Arrestati l’ex braccio destro di Bertolaso, Di Gennaro, e il prefetto Catenacci. Avviso di garanzia per Bassolino. Al centro della nuova inchiesta lo sversamento del percolato in mare Il mare non bagna Napoli. Le coste che vanno da Santa Lucia al litorale flegreo, da Paestum a Cuma, sono ammorbate da tonnellate di percolato. Monnezza liquida, nera, tossica. Così per anni hanno avvelenato la Campania. E’ questo il nucleo centrale dell’inchiesta della procura di Napoli che ieri ha portato all’arresto di 14 persone (otto in carcere, sei agli arresi domiciliari) e decine di avvisi di garanzia.

Nomi eccellenti, da Antonio Bassolino al suo assessore all’Ambiente, Nocera, fino a Gianfranco Nappi, capo della sua segreteria politica, tutti indagati. L’ex braccio destro di Guido Bertolaso, il prefetto Marta Di Gennaro, e il prefetto Corrado Catenacci, anche lui negli anni passati a capo del Commissariato straordinario di governo per l’emergenza rifiuti in Campania, finiti agli arresti domiciliari.

E’ la quarta maxi-inchiesta sulla monnezza connection, e questa volta al centro dello scandalo c’è quella che gli imputati chiamano “l’emergenza percolato”. In sintesi: la dissennata gestione del ciclo dei rifiuti in Campania ha prodotto milioni di tonnellate di monnezza gettata in discarica. Ammassata lì, senza essere trattata, sotto il sole a fermentare e produrre tonnellate di liquidi velenosi, il percolato. Doveva essere smaltito, e senza troppi riguardi per le leggi e per l’ambiente.

”A me della Campania non me ne frega un cazzo, non me ne frega dello smaltimento dei rifiuti, il problema è loro. Devo fare tutto questo per 20mila euro al mese. Mi hanno chiamato, mi hanno fatto sedere su una sedia e mi hanno detto ti devi prendere il percolato”. E’ lo sfogo telefonico di Gaetano De Bari, amministratore delegato di “Hydrogest”, una delle società che ha avuto la gestione della depurazione in Campania. Gli impianti non erano in grado di smaltire percolato, non erano a norma, non c’era il minimo rispetto delle leggi. Eppure, scrivono i pm napoletani, “bisognava comunque gettare il percolato a mare e consentire ai gestori, senza loro colpo ferire, la pessima depurazione in atto. La violazione di norme e leggi prendeva il nome di collaborazione istituzionale”. Al Commissariato straordinario, alla Regione e al Ministero premevano perché i responsabili degli impianti prendessero il percolato senza fare storie. “L’assessore Nocera (Udeur e responsabile Ambiente nella giunta Bassolino, ndr) di fronte alle nostre obiezioni, dichiarò che se non avessimo seguito le sue richieste avrebbe fatto sequestrare gli impianti”. Minacce e ammiccamenti. “Nocera – scrive la procura napoletana – non disponeva di uno studio sulla compatibilità tra il percolato, le sue caratteristiche e i singoli impianti, aveva deciso di ottenere in qualsiasi modo l’assenso dei gestori ad accettare il percolato”. Nel processo “Rompiballe”, il prefetto Catenacci ammette l’impossibilità di far trattare i liquami dai depuratori campani. “Nel 2006, i gestori si rifiutavano di accogliere i liquidi delle discariche, rappresentai che la ricerca di una diversa forma di smaltimento avrebbe aperto le porte ad affari poco puliti, a vantaggio di ditte poco trasparenti, di cui spesso si era servita la Fibe (società dell’Impregilo, ndr) anche nell’acquisto o affitto delle discariche”.

Nessuno individuava strade alternative allo smaltimento. La filosofia che negli anni dell’emergenza ispira regione e commissariato è una sola. “Il perseguimento degli scopi del massimo vantaggio economico inteso in senso lato e della solo apparente soluzione dei problemi di interesse pubblico, entrambi i fini in totale pregiudizio del rispetto dei capisaldi della legge, della scienza, della tecnica e della salute pubblica”. Così si è realizzata in Campania “una colossale opera di inquinamento” in un’area dove vivono 3 milioni di persone. In mare finisce di tutto, zinco, azoto, inquinanti pericolosissimi. “Gli impianti non funzionano affatto, ma la cosa deve rimanere tra di noi”, si sente in una telefonata tra un funzionario e un gestore di depuratori. C’era qualcuno che analizzava i liquidi che gli impianti scaricavano a mare? “I risultati di questi campioni di acque reflue – si legge in una relazione dell’Arpac del 2007 – confrontati con quelli dei mesi precedenti attestano uno stato di sofferenza dello stato di ossidazione biologica dovuto anche alle modalità di immissione del percolato”.

Dal linguaggio burocratico alle telefonate dei responsabili. “La Hydrogest sta causando un disastro ambientale, il 30-40% dei fanghi viene sversato direttamente in mare”. “Gli impianti fanno schifo e pure la depurazione”. “Foce Regi Lagni ha buttato a mare tonnellate di merda al giorno”. Ma tutti sottovalutavano. “Diciamo che il prodotto ha un odore molto disgustoso, però non abbiamo trovato un indice di inquinamento da farlo ritenere pericoloso”, sono le parole di un funzionario responsabile della salute dei napoletani. Quanti occhi chiusi sul disastro della Campania. “Anche il Commissario straordinario all’emergenza rifiuti Guido Bertolaso e il suo vice Marta Di Gennaro avevano consapevolezza della problematica del percolato, e tuttavia lo gestivano con assoluta sufficienza, e soprattutto in dispregio di ogni regola”, scrivono i magistrati napoletani.

Fonte: il fatto quotidiano

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