di Roberto Polidori

L’amico me lo aveva detto con una mail perentoria: “Se puoi vieni perché ti assicuro che ne vale la pena”. Se dovessi azzardare una mia personalissima impressione sulla “Prima Giornata di Studio su Inquinamento e Salute” organizzata dall’Ordine dei Medici,Chirurghi ed Odontoiatri di Taranto, e da ISDE, potrei dire che mi è sembrata molto più di una normale giornata di approfondimento scientifico. Potrei essere smentito, e se le mie convinzioni sono errate prego chi leggerà di correggermi, ma a me è sembrato che la comunità scientifica abbia voluto prendere una posizione molto netta sulla questione Taranto: “è ora di cambiare, non possiamo più attendere oltre perché è già troppo tardi”.
Anche se il Presidente dell’Ordine, il pedriatra dott. Nume, in qualità di organizzatore dell’evento si è limitato a proferire un commento equidistante a inizio e fine giornata – “noi non abbiamo soluzioni da proporre”- io credo che il tenore degli interventi che si sono succeduti, pur non proponendo soluzioni finali, fornisca ultimatum decisivi a chi quelle soluzioni dovrebbe darcele. In quest’ottica è un peccato che il pubblico fosse solo in minima parte costituito dalla comunità tutta. Ho visto poche mamme dei bambini che abitano a Paolo VI o ai Tamburi…ma tant’è: siamo in un momento storico in cui il bisogno, l’esigenza, il ricatto rendono problematico il libero confronto delle idee e il consolidamento delle coscienze. Il tempo è poco e bisogna lavorare se lavoro c’è: “primum vivere, deinde philosophari”, avrebbero detto duemila anni fa; vale soprattutto oggi – con l’importante variante che a Taranto molto spesso vivere per mangiare vuol dire morire.
Non sono uno scienziato e non sono un medico, non ho neanche preso appunti, quindi se qualcuno mi volesse chiedere cosa è stato detto con precisione scientifica dovrei indirizzarlo verso chi gli appunti li ha presi bene oppure verso chi – armato di treppiede, camera e registratore – ha addirittura e giustamente registrato integralmente un avvenimento che difficilmente rivedremo a breve da queste parti, considerato il calibro e l’autorevolezza dei luminari intervenuti. Io mi sono prenotato per una copia in dvd dell’avvenimento da conservare nella mia cineteca privata….Come tutte le persone senza particolari conoscenze mediche ma dotate di una normale intelligenza, una cosa l’ho capita bene: anche se i medici ingaggiati dalle aziende industriali limitrofe alla città fanno a gara nel rassicurarci sulla riduzione delle emissioni inquinanti degli impianti (e quindi delle malattie), le statistiche dicono una cosa diversa: nella città dei due mari si muore e, considerati i dati impressionanti sui tempi di dimezzamento di alcuni inquinanti genotossici – in grado cioè di trasmettersi dai nostri geni a quelli dei nostri figli –, si continuerà a morire sempre più in futuro. E i medici – in alcuni casi luminari – che ci hanno rivelato quest’ultima verità più plausibile non sono a libro paga di nessuno e, in maggioranza, professano fuori città e non sono portatori di alcun conflitto d’interesse.
Un’altra cosa non mi è sfuggita per niente: mentre i dati scientifici relativi alle malattie di Taranto non sono facilmente reperibili e il nesso causale tra le malattie dei bambini – perché soprattutto di bambini si è parlato – ed inquinamento non è stato “provato” perché mancano le mappe epidemiologiche, alcune zone industriali di Cina ed Ungheria hanno invece appurato questa verità palese a tutti tranne a quelli che non si assumono la responsabilità dell’intervento.
Ma, parafrasando l’appassionata dottoressa Moschetti, pediatra ACP e membro della Commissione Ambiente dell’Ordine dei Medici, non ci vuole il master per capire che soprattutto i bambini di Taranto hanno probabilità molto più alte rispetto alla media nazionale di ammalarsi di tumori, di contrarre invalidanti malattie autoimmuni e di essere un po’ meno intelligenti dei loro coetanei ai quali il destino – o più probabilmente un’organizzazione industriale più etica – ha riservato un’aria più pulita.
Eppure ho ascoltato tanti scienziati – il pediatra emato-oncologo Prof. Masera dell’Università di Milano o il dott. Burgio, Coordinatore del Comitato Scientifico ISDE Italia, l’onco-ematologa ISDE dott.ssa Gentilini – che il master lo hanno conseguito eccome, snocciolare una serie impressionante di dati che dimostrano inequivocabilmente come, persino in altri paesi del globo anche meno “sviluppati” dell’Italia, le indagini scientifiche atte acertificare il collegamento diretto tra emissioni industriali e malattie anche genetiche siano state effettuate da tempo.
Ma dov’è la novità? Qualcuno nutriva dubbi sul fatto che dal camino E 312 non uscisse innocuo profumo di fiori campestri? La novità importante è lo sdegno della comunità medico-scientifica che, seppure non esternato in modo eclatante, si percepiva sotto traccia durante tutta l’incalzante esposizione di uomini e donne “di scienza” che, con una tenerezza insospettabile – forse proprio a causa dell’obiettiva chiarezza dei dati esposti –, si rifacevano addirittura ai codici etici dei medici e richiamavano l’attuazione del principio di precauzione.
In qualità di cultore di materie economiche, quadro tecnico del sindacato e padre di bambino affetto da malattia auto-immune, credo di essere la perfetta sintesi di quel conflitto d’interesse che il dott. Patrizio Mazza ha evidenziato, mettendo il dito sulla piaga – e che è stato da lui riassunto enunciando una teoria economica conosciuta come “Teorema di Coase”.
La “storia tarantina” di questa teoria è cominciata quando l’economista Coase è stato provocatoriamente ricordato di recente [nel convegno de La Città che vogliamo, “Quale futuro per l’Ilva a Taranto”, tenutosi il 10 e l’11 dicembre, ndr] dal Prof. Romagnoli, ordinario di Politica Economica all’Università Roma Tre. Partendo dal presupposto che l’inquinamento è un costo – un costo sociale ma pur sempre un costo – posso garantire che la dimostrazione matematica del “teorema di Coase” conduce alla conslusione scientifica – naturalmente scevra da qualsiasi connotazione etica o morale – che, anche in presenza di costi di transazione (un sorta di inefficenza del libero mercato), un governo può assegnare i diritti di proprietà di terra ed aria – e quindi il diritto di inquinare – alla controparte economicamente più forte (magari l’ILVA) per conseguire una minimizzazione delle esternalità negative. Questa sarebbe già una soluzione semi-efficiente, perché, secondo Coase, lo Stato non dovrebbe proprio intervenire; in questo caso la parte contrattuale che ha maggior convenienza (o maggior danno) potrebbe “corrompere” l’altra parte pagando. Nel caso di Taranto, ad esempio, l’interesse economico che l’ILVA ha ad inquinare è maggiore dell’interesse economico – e sottolineo tre volte “economico” – che la popolazione ha ad essere inquinata: l’ILVA dovrebbe pagare.
Mi rendo perfettamente conto che, tra i lettori, qualcuno semplicemente ride, qualche medico vorrebbe appurare se sono pazzo e qualche genitore vorrebbe picchiarmi: è esattamente la stessa reazione che più di qualche ambientalista manifestò nei confronti del mite Prof. Romagnoli, che non ebbe però il tempo di concludere il ragionamento.
Dal punto di vista etico e politico, il teorema fa molto discutere perché in pratica sostiene che l’intervento dello Stato per trovare una soluzione socialmente efficiente alle esternalità (come ad esempio l’inquinamento) sarà sempre fallimentare: lo Stato dovrebbe solo facilitare l’assegnazione dei diritti di proprietà al contraente più forte – l’Ilva, nel mio esempio – e il mercato, lasciato libero, sarà da solo in grado di risolvere questi problemi contrattando l’esternalità come un bene qualsiasi secondo la legge della domanda e dell’offerta, purché i diritti di proprietà siano ben definiti e quindi sia possibile creare un normalissimo mercato delle esternalità.
Questa teoria è naturalmente spudoratamente liberista (Coase è un Chicago Boy) e ha fruttato al suo autore un premio Nobel nel 1991. Ci ha pensato Stiglitz – un altro economista premio Nobel, di certo non un bolscevico – a dimostrare che questa soluzione privata è inefficiente per tre motivi: 1) è quasi impossibile quantificare i danni da inquinamento di aria ed acqua e la determinazione della spesa necessita dell’intervento dello Stato; 2) il cosiddetto rimedio pubblico all’esternalità prevede che lo Stato intervenga – qualcuno lassù mi perdonerà – per determinare il livello d’inquinamento socialmente accettabile indennizzando la popolazione; 3) la soluzione privata – perché c’è anche una soluzione endogena al problema – prevede l’applicazione di imposte e tasse e, quindi, ancora l’intervento dello Stato.
E’ lo stesso Stiglitz che, nell’analizzare scientificamente la soluzione del problema dell’inquinamento, giunge a certificare il paradosso secondo cui per garantire “un mercato libero e perfettamente funzionante c’è bisogno dello Stato (!!!)” che applichi norme ed imposte. Il libero mercato è un’invenzione a favore dei furbi.
Quando, con una provocazione pari a quella del Prof. Romagnoli, ho chiesto al Dott. Burgio: “non si potrebbe costringere chi inquina a pagare i danni? Lo scienziato mi ha squadrato apostrofandomi in questo modo: “questa è la soluzione più assurda che abbia mai sentito”. Al Prof Romagnoli andò peggio nell’occasione in cui ebbe l’idea di rispolverare il vecchio Coase: fu vittima di una protesta talmente vibrante da essere costretto ad interrompersi.
Ma, come disse lui allora, molto più modestamente dico io oggi: ma dov’è lo Stato a Taranto?
Mi domando ancora una volta cosa di deve fare in Italia nel 2011 perchè Taranto possa avere le mappe epidemiologiche ed un registro tumori aggiornato, affinché una giovane dottoressa non sia costretta ad arrampicarsi sugli specchi dicendo che “probabilmente” il nesso causale tra industria pesante ed inquinamento esiste.
Ogni tanto, sabato mattina, lo sdegno dei medici faceva capolino con più vigore durante la dissertazione scientifica: per fortuna esiste in alcuni uomini, e quindi in alcuni medici, l’etica e la moralità; io l’ho individuata spesso durante l’esposizione della dottoressa Moschetti, o quando il saggio dott. Masera citava un collega venezuelano in merito ad appropriazioni private di beni pubblici, o quando il dott. Burgio, non da economista ma da uomo, ha ricordato il suo direttore “epurato dal suo posto di lavoro ed accompagnato all’uscita dal servizio d’ordine” o quando si è alzato rivolgendosi al Sindaco Stefano con queste parole: “io credo che l’assunzione di un incarico istituzionale in una situazione imponga il coraggio di correre qualche rischio”.
A me personalmente sarebbe piaciuto vedere in quella sala qualche mio amico, qualcuno di quelli che, invitandomi a pranzo di tanto in tanto mi ricorda, quando si discute, chi realmente mi ha offerto da mangiare, qualcuno di quelli che – e non scherzo – esorcizza la paura della malattia evitando accuratamente di usufruire dei controlli medici gratuiti gentilmente offeti dal padrone.
E su queste persone in primis che, in mancanza di uno Stato, il padrone liberale fa le proprie fortune fregandosene delle esternalità.

Fonte: siderlandia.it/?page_id=1151

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