TAVERNA DEL RE
L’inchiesta, che era coordinata dal pm Raffaele Cantone, si fermò nel 2007 a pochi centimetri dal pentolone.

di Rosaria Capacchione

GIUGLIANO. Nel portafoglio clienti del promotore finanziario di una importante banca europea, con sede anche a Napoli, c’era mezza Casapesenna: piccoli agricoltori, piccolissimi commercianti, artigiani e braccianti agricoli, proprietari di microscopiche stalle. Uomini e donne di scarso reddito e quasi inesistente patrimonio immobiliare che però avevano scoperto l’acquisto di pacchetti azionari e l’iscrizione a fondi previdenziali. Una rapida indagine sulla provenienza del denaro che alimentava gli investimenti consentì ai carabinieri del Ros di scoprire che arrivavano tutti dalla stessa parte: il commissariato per l’emergenza rifiuti. Erano il corrispettivo dei canoni di pagamento per l’affitto di suoli, concentrati nell’area sud dell’agro aversano, utilizzati quali siti di stoccaggio delle ecoballe. Quel promotore finanziario, processato per riciclaggio (e poi assolto), aveva un solo cliente importante: Pasquale Zagaria, fratello dell’attuale capo del clan dei Casalesi, imprenditore del movimento terra, svariate condanne per associazione camorristica ed estorsione. Gli aveva anche fornito una carta di credito miracolosa: non era (formalmente) appoggiata a conti correnti ed era, sostanzialmente, inesauribile. Segno che da qualche parte, probabilmente in Lussemburgo, esisteva la provvista, accessibile solo attraverso i canali riservati della banca. L’inchiesta, che era coordinata dal pm Raffaele Cantone, si fermò nel 2007 a pochi centimetri dal pentolone. Si sospettò che quella miriade di piccoli clienti del promoter fossero prestanome di Pasquale Zagaria (perché mai, si disse, avrebbero dovuto investire il loro denaro in una poco agevole agenzia bancaria di Napoli?) ma il collegamento non fu accertato. Il fascicolo principale dell’inchiesta ha portato alla condanna di Pasquale Zagaria, dei due fratelli Carmine e Antonio, del suocero parmense Aldo Bazzini. Le informazioni contenute nel fascicolo-stralcio non sono state più esplorate compiutamente ma oggi sono tornate di attualità. Quei terreni sono gli stessi che compongono le tre grandi piattaforme sulle quali sono state depositate le ecoballe prodotte dagli impianti di Cdr napoletani e casertani. Piattaforme che sarebbero un altro degli affari del clan dei Casalesi fatti in accordo con funzionari infedeli del Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti e con la partecipazione straordinaria di alcuni 007. Le aree di stoccaggio contrattate dalla famiglia di Michele Zagaria e da Antonio Iovine, arrestato dopo quindici anni di latitanza, sono quelle di San Tammaro-Santa Maria la Fossa, Villa Literno, Taverna del Re. Tracce dell’accordo sono contenute anche negli atti dell’inchiesta «Normandia», appena chiusa dai pm antimafia Marco Del Gaudio e Antonello Ardituro, che ha portato all’arresto per associazione camorristica dell’ex consigliere regionale dell’Udeur Nicola Ferraro e del fratello Luigi. Ne accennano i collaboratori di giustizia (tra i quali Gaetano Vassallo) riferendosi alla gestione delle discariche; ne fanno vago riferimento anche gli amministratori pubblici intercettati. Il sindaco di Villa Literno, Enrico Fabozzi, si interessa in modo particolare alla nomina dell’assessore all’ambiente e chiede rassicurazioni a Ferraro «per quella cosa di Villa Literno che bisogna fare». I tempi sono sempre gli stessi, gli anni a cavallo tra il 2006 e il 2007. È il periodo in cui, stando a fonti riservate, sarebbero avvenuti gli incontri tra il latitante Michele Zagaria, lo 007 e l’uomo della Regione (o del Commissariato per l’emergenza rifiuti). Ma di interferenze della camorra nella localizzazione dei siti di stoccaggio delle ecoballe si era parlato anche alcuni anni prima, quando la Fibe e il subcommissario vicario Massimo Paolucci avevano individuato l’area di Frascale, alla periferia di Capua e a ridosso dell’area dei Mazzoni (quella della dop della mozzarella di bufala). Nel 2002 l’opzione fu fortemente osteggiata dai cittadini e dagli imprenditori agricoli ma il sito, sia pur in misura più ridotta, fu ugualmente realizzato. Due anni dopo l’incendio delle migliaia di ecoballe accatastate nel deposito, rogo spento dopo due giorni. Fu accertato che le fiamme erano state appiccate dolosamente, si sospettò la mano della camorra. Il fascicolo con gli accertamenti tecnici fu trasmesso alla Dda. L’autore dell’incendio non è mai stato identificato.

Pasquale, l’imprenditore mafioso che trattò con l’Iricav e il ministero

C’è un uomo, ai vertici del clan dei Casalesi, che di trattative con le istituzioni, di tavolini a tre, di rapporti promiscui, è un grande esperto. Attualmente è in carcere, detenuto al 41 bis, alle spalle tre condanne – nessuna delle quali definitiva – per associazione camorristica ed estorsione. Si chiama Pasquale Zagaria, è il fratello del capocamorra in libertà dopo una latitanza che dura da oltre quindici anni, è imprenditore specializzato nel movimento terra e nei rapporti con politici e faccendieri collegati pure con il ministero delle Infrastrutture, all’epoca della gestione Lunardi. Tra il 1994 e il 1995 sedette allo stesso tavolo di funzionari e politici regionali, e si fece garante della pax mafiosa nei territori che dovevano essere attraversati dalle rotaie dei treni ad alta velocità. Trattò anche con quelli che credeva essere i referenti del consorzio Iricav Uno, chiedendo un rimborso spese di duecento milioni di lire. In realtà Zagaria stava parlando con due ufficiali del Ros che si erano infiltrati nel consorzio per ricostruire la ragnatela di rapporti tra imprese e camorra casalese. A un certo punto della trattativa sentì puzza di bruciato e sospettò che gli interlocutori fossero investigatori. Il Ros, per non far saltare l’indagine, fu costretto a pagare, soldi che solo in minima parte sono stati recuperati. Per garantire l’ordine pubblico, Pasquale Zagaria chiese in cambio i subappalti per le imprese vicine al clan. Fornì una lista scritta su un tovagliolino di carta durante un incontro in un autogrill, sull’autostrada, con i due carabinieri infiltrati. L’ipotesi della Dda di Napoli è che per la gestione dell’emergenza rifiuti la scena si sia ripetuta, solo che alla trattativa avrebbe partecipato direttamente Michele Zagaria. In quell’epoca – tra il 2006 e il 2007 – era latitante anche il fratello Pasquale.

Rosaria Capacchione
Il Mattino il 22/01/2011

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