di Federico Rendina

ROMA – C’è chi fa muro: le regioni governate dal centrosinistra ma anche qualcuna del centrodestra. Chi formula un sì comunque condizionato: le regioni guidate dal centrodestra più allineato. E c’è chi si affida ancora una volta all’ostruzionismo nascosto e, semplicemente, evita di esprimersi: è il caso del Lazio guidato da Renata Polverini, che si dice d’accordo con la politica nuclearista del governo ma si ritiene vincolata al suo programma elettorale che esclude le centrali nella regione. Poi ci sono i rappresentanti dei comuni italiani, che attraverso l’Anci esprimono un magmatico “nì”: centrali nucleari forse sì, purché di terza generazione (l’attuale, peraltro) e con una verifica «scadenzata almeno ventennale» precisa Salvatore Perugini, sindaco di Cosenza e vicepresidente dell’Anci.

È venuta dalla Conferenza unificata l’ennesima riprova degli ostacoli e dei tormenti del piano italiano per il ritorno all’energia nucleare. Eppure il confronto era teoricamente tranquillo: l’approvazione della delibera del Cipe sulle tecnologie nucleari da adottare. Un documento piuttosto semplice e scontato, che impegna il governo ad adottare tutte le migliori tecnologie di costruzione e controllo disponibili nel mondo. Sì dunque alle centrali di matrice francese Epr, di terza generazione avanzata, che Enel e Edf si sono già impegnate insieme a costruire da noi. Ma sì anche alla centrale nippo-americana AP1000 della Westinghouse. E, nel caso, ai prodotti analoghi concepiti in Canada e in Korea. Un semplice impegno, insomma, “al meglio che c’è”.
Ma questo banale confronto non ha impedito ieri alla Conferenza unificata di confermare le sabbie mobili per l’operazione. Sì pieno alla delibera sulle tecnologie solo da quattro governatorati vicinissimi a Palazzo Chigi: Veneto, Lombardia, Piemonte e Campania. Che però attutiscono il sì con una «prescrizione» francamente inutile o quanto meno ridondante: si specifichi – chiedono – che si tratterà di impianti di terza generazione.
No secco, invece, da Basilicata, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Puglia, Liguria e Sicilia. Ma no anche dalla destrorsa Sardegna, dove Ugo Cappellacci, propiziato direttamente da Silvio Berlusconi aveva subito chiarito che lì il nucleare non sarebbe mai arrivato. Le altre regioni? «Non pervenute» commenta sarcastico il governatore Pd della Basilicata, Vito De Filippo.

«No ideologici e politici» osserva Saglia. Il governo si consolerà oggi tenendo fede (finalmente) all’impegno (ritardatario) di nominare i nuovi vertici dell’Authority per l’energia. Lo ha detto ieri il sottosegretario allo Sviluppo Stefano Saglia. Per la presidenza, dopo la designazione e poi la rinuncia dell’attuale presidente Antitrust Antonio Catricalà, ieri è spuntato il nome di Giampiero Massolo, il segretario generale della Farnesina.
Ma tra i nomi in corsa per la guida dell’Authority continuavano ad essere dati, fino a ieri sera, anche Guido Bortoni, capo dipartimento energia del Mse e il magistrato Raffaele Squitieri. Per i quattro commissari sarebbero confermati i nomi di Alberto Biancardi (ora direttore della Cassa conguaglio settore elettrico), Luigi Carbone (vicesegretario del CdM), Valeria Termini (economista già a capo del Gme) oltre a Bortoni, che se dovesse invece diventare presidente lascerebbe spazio ad un altro supertecnico.

Fonte: sole 24 ore

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